DOMENICA III DI AVVENTO – A – di Giuseppe Bellia

Quando fiorirà la speranza dei poveri?

Stilleranno i monti rugiada al mattino

e di grano s’ammanteranno le valli?

Allora svanirà la penombra della fede,

luce agli incerti passi del credente,

in buia notte che affonda nel nulla.

Gesù, speranza dei poveri, vieni.

Gesù, luce nella notte del mondo, vieni.

Gesù, mattino della redenzione, vieni.

Gesù, sorgente dello Spirito, vieni.

Gesù, viva fede dei credenti, vieni.

Gesù, canto di gioia dei redenti, vieni.

Sei tu il Veniente, che passeggia

sulle alte onde flagellate dai venti?

Sei il volto di Dio, o stella mattutina?

O luce, che risplende negli occhi,

carezza, che ci risana le membra:

con lampade accese ti aspettiamo.

Gesù, passo certo dello storpio, vieni.

Gesù, luce al cieco, vieni.

Gesù, parola per chi è sordo, vieni.

Gesù, gioia per chi piange, vieni.

Gesù, pane per chi ha fame, vieni.

Gesù, stella del mattino, vieni.

PRIMA LETTURA                                             Is 35,1-10

Ecco il vostro Dio, egli viene a salvarvi.

Dal libro del profeta Isaia

1 Si rallegrino il deserto e la terra arida,

esulti e fiorisca la steppa.

Come fiore di narciso fiorisca;

sì, canti con gioia e con giubilo.

Le è data la gloria del Libano,

lo splendore del Carmelo e di Saron.

Il deserto, la terra arida e la steppa sono terre prive di vita e quindi segnate dalla morte. Essi si tramutano in terre piene di gioia e di esultanza per gli uomini per il fatto che si rivestono di piante. Infatti la ricca vegetazione sta alla terra come un abito di gioia sta all’uomo, come è detto nel salmo 64,13: Stillano i pascoli del deserto e le colline si cingono (lett.: sono rivestite) di esultanza.

Più che il narciso la pianta menzionata nel testo è il colchico i cui fiori sono di color violaceo porporino. L’arido deserto si riveste come un prato di questo fiore che cresce anche nella pianura di Saròn. Questa meravigliosa esplosione di vegetazione è simile ad un canto. È la terra che si prepara ad accogliere i riscattati dal Signore, che ritornano dall’esilio.

Questa improvvisa gioia della creazione scaturisce dal fatto che viene investita dalla gloria del Signore, come di essa nella terra d’Israele sono un pallido riflesso il Libano, il Carmelo e la pianura di Saròn (gloria e splendore sono attributi tipici della gloria del Signore, come subito dice.

2 Essi vedranno la gloria del Signore,

la magnificenza (oppure: splendore) del nostro Dio.

Sono usati gli stessi termini precedenti: gloria e magnificenza (in ebraico è lo stesso termine tradotto prima con splendore). La creazione riflette la gloria del Signore e il suo splendore. Questa manifestazione della gloria di Dio nella creazione, è espressa nell’insegnamento apostolico sia in Rm 8,19-21: La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio che in 2Pt 3,13: E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia.

3 Irrobustite le mani fiacche,

rendete salde le ginocchia vacillanti.

Coloro, ai quali il Signore dona di annunciare la sua Parola, devono irrobustire le mani fiacche, cioè quanti non hanno più forza a causa della paura e della situazione di oppressione; essi non hanno il coraggio di affrontare il viaggio del ritorno, il viaggio della redenzione. Il nemico ha talmente spento in loro la speranza da scoraggiarli di fronte ad ogni parola di redenzione e quindi di consolazione: essi si sono rassegnati alla loro sorte e sospirano solo alla morte.

4 Dite agli smarriti di cuore:

«Coraggio! Non temete!

Ecco il vostro Dio,

giunge la vendetta,

la ricompensa divina.

Egli viene a salvarvi».

Essi sono pure smarriti di cuore perché sono vacillanti nella loro interiore fermezza e certezza (il cuore è sede dell’interiorità, quindi del pensiero e del sentire). Essi pensano che il Signore non realizzi le sue promesse di redenzione.

Ad essi la Parola dice: «Coraggio (lett.: siate forti) e non temete» perché «ecco il vostro Dio»: lo indica come presente (ecco) e lo chiama «il vostro Dio» per sottolineare il legame stretto, quello dell’alleanza, tra Dio e il suo popolo. Giungendo il Signore, giunge pure la vendetta chiamata anche ricompensa divina, cioè giustizia sui nemici e riscatto del suo popolo (Egli viene a salvarvi). La nostra fede è nella forza dell’attesa, come dice il Signore: E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? (Lc 18,7-8).

L’esperienza della fede, fondata sul dono dello Spirito Santo, dà l’interiore certezza della presenza del Signore e del suo intervento salvifico. Per questo i credenti vivono il tempo come attesa in cui si dispiega l’azione salvifica. Questa si esprime come vittoria progressiva del Cristo sulle potenze spirituali il cui dominio definitivo è segnato dalla vittoria sulla morte, come insegna l’Apostolo (cfr. 1Cor 15,24-27).

5 Allora si apriranno gli occhi dei ciechi

e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.

6 Allora lo zoppo salterà come un cervo,

griderà di gioia la lingua del muto,

perché scaturiranno acque nel deserto,

scorreranno torrenti nella steppa.

Cesserà allora l’indurimento del cuore, come è detto altrove in questa profezia: «Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito» (Is 6,10).

A differenza del primo esodo, questo sarà caratterizzato da un cammino fatto con salti di gioia e con danze e con inni prorompenti nell’esultanza verso la gloria del Signore.

Le acque daranno vita al deserto e al popolo che ritorna alla sua terra. Nella piena rivelazione del testo sono le acque che sgorgano dal Cristo, cioè il dono dello Spirito, che trasformano tutta la creazione rendendola nuova, e allo stesso modo costituiscono motivo di guarigione e di esultanza dei suoi eletti (cfr. Gv 7,37-39).

[7 La terra bruciata diventerà una palude,

il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua.

I luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli (lett.: nel luogo degli sciacalli ci si sdraierà)

diventeranno canneti e giuncaie.]

Questo versetto è espunto dalla proclamazione. L’acqua sarà così abbondante che la terra riarsa dal sole diventerà una palude e da una terra arida sgorgheranno delle sorgenti al punto che un luogo dove dimoravano gli sciacalli ora si porta il gregge al pascolo perché ivi si sdrai (cfr. Sal 22,2: Su pascoli erbosi mi fa riposare ad acque tranquille mi conduce).

8 Ci sarà un sentiero e una strada

e la chiameranno via santa;

nessun impuro la percorrerà

e gli stolti non vi si aggireranno.

Traduzione letterale:

Ci sarà una strada appianata

e la chiameranno via santa;

nessun impuro la percorrerà

ed essa sarà per loro e chi cammina per quella via

persino gli stolti non potranno sbagliarsi.

La strada sarà chiamata via santa perché conduce alla santa città e al santuario. La santità divina pervade la strada che conduce a Lui al punto che nessun impuro potrà percorrerla. Questa nel mistero è la via della santificazione, come ci esorta l’Apocalisse: Il perverso continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora (Ap 22,11). Questa via è solo per il suo popolo (ed essa sarà per loro). Nessuno – neppure gli stolti – si potrà sbagliare nel percorrere quella via tanto essa è talmente semplice e lineare. Così infatti è la Legge del Signore, gli stolti che camminano in essa diventano saggi e coloro che sono impuri si purificano nella scienza evangelica.

[9 Non ci sarà più il leone,

nessuna bestia feroce la percorrerà,

vi cammineranno i redenti.]

Versetto espunto dalla proclamazione. Quella via sarà sicura al punto che nessuna bestia feroce la potrà percorrere ma solo i redenti. Quindi è una via sicura, priva di pericoli.

10 [Su di essa] ritorneranno i riscattati dal Signore

e verranno in Sion con giubilo;

felicità perenne splenderà sul loro capo;

gioia e felicità li seguiranno

e fuggiranno tristezza e pianto.

I riscattati sono diretti a Sion che essi raggiungeranno con giubilo; la gioia sarà come corona sul loro capo, simile a quella che ci porta a danzare (cfr. Is 28,5: In quel giorno sarà il Signore degli eserciti una corona di gloria, uno splendido diadema per il resto del suo popolo).

Note

«Se ne capisce il senso pieno in rapporto col c. 40: è nell’ambito di questo messaggio: Consolate, consolate ecc.

Il capitolo inizia con un preannunzio rivolto al deserto, la grande zona della morte, che impedisce ai deportati di entrare nella zona della vita. Come fu vinto nell’Esodo, ora di nuovo sarà vinto. Il deserto si trasformerà in un luogo ricco di vita.

Dopo c’è un’esortazione a quelli piegati. Vengono rialzati perché Dio si fa personalmente presente. Questo è l’annuncio. Per effetto di questa presenza nuova, l’uomo verrà riconsacrato perché passerà per la via sacra che Dio stesso ha tracciato nel deserto. Di nuovo verranno intonati i cantici di gioia senza fine» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 12.12.1971)

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 145

R/. Vieni, Signore, a salvarci.

 

oppure:

 

R/. Alleluia, alleluia, alleluia.    

Il Signore rimane fedele per sempre

rende giustizia agli oppressi,

dà il pane agli affamati.

Il Signore libera i prigionieri.                 R/.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,

il Signore rialza chi è caduto,

il Signore ama i giusti,

il Signore protegge i forestieri.  R/.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,

ma sconvolge le vie dei malvagi.

Il Signore regna per sempre,

il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.          R/.

SECONDA LETTURA                                        Gc 5,7-10

Rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.

Premessa. Questo testo fa parte di una pericope più ampia: Dio fa grazia agli umili: 4,6-5,12. perciò, per essere salvati basta essere piccoli e umiliarsi. Non si attiene a questa umiltà salvifica chi giudica il fratello, e perciò la Legge (“chi sei tu?”); chi presume di sé con falsa sicurezza – mentre è “un soffio”.

Devono perciò temere un giudizio, tremando i ricchi, che contano sulle ricchezze e opprimono i poveri; possono vivere e attendere con fiducia quanti soffrono: purché non vengano meno alla pazienza protestando, o all’umiltà giudicando. Per non cadere sotto il giudizio, bisogna non giurare (= mancanza grave di spirito di piccolezza). (Appunti di d. Umberto Neri)

Dalla lettera di san Giacomo apostolo

7 Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge.

La paziente attesa ha un momento iniziale e uno terminale. Quello iniziale è segnato nel tempo di ciascuno di noi, nella situazione in cui si trova, quello terminale è la venuta del Signore, quindi può andare oltre la fine della nostra vita terrena e caratterizzare la stessa morte nel corpo inanimato, che appare esternamente privo di ogni attesa.

Il ciclo della natura, entro cui s’inserisce l’agricoltore, va oltre l’arco della sua vita terrena, ma egli aspetta il frutto non solo per sé ma anche per i suoi figli. Chi ha atteso Gesù nell’arco della sua vita terrena, continua ad attenderlo anche nella sua morte perché sta scritto: al mio ascolto darai gioia e letizia: esulteranno le ossa umiliate (Sal 50,10 Vulgata).

8 Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.

Come l’agricoltore, così anche voi siate costanti e pazienti guardando ad una meta che ancora è oltre l’orizzonte terreno e come le sentinelle attendono il mattino e scrutano con ansia il cielo perché sorga l’aurora, così anche voi, rinfrancate i vostri cuori rendendoli saldi nella speranza per non venire mai meno nell’attesa perché la venuta del Signore si è avvicinata, come insegna l’apostolo: La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità. E questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino (Rm 13,10-12).

9 Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. 10 Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.

Una delle espressioni più evidenti delle nostre comunità cristiane è lamentarsi gli uni degli altri. L’apostolo vuole che non si arrivi a questo per non cadere sotto il giudizio di Dio. Perché il giudice è alle porte e sta per bussare per giudicare i suoi servi se lo hanno fedelmente atteso. Per aver forza nel non cadere in lamenti gli uni contro gli altri, l’apostolo addita i profeti, che annunciavano la Parola di Dio davanti ad un popolo che la rifiutava, eppure hanno continuato ad essere fedeli al Signore con costanza e soffrendo il male loro procurato da quanti odiavano il Signore e rifiutavano la sua Parola.

Note

«Vi è una presenza del Signore, però è qui definitiva. In Isaia è ancora una presenza velata, in Giacomo svelata. Nel frattempo abbiate il cuore grande, grandi desideri. Questo è il nostro compito: quando si ha il cuore grande si ha immensa pazienza. Come il contadino che conta sul riprodursi ciclico della natura; noi invece fondiamo la nostra certezza sull’esperienza della fede. Se noi percepiamo nella fede la presenza del nostro Dio questa vale di più del ripresentarsi ciclico del sole.

Il segno è nel non giudicare, nel non lamentarsi. Lamentarsi è andare contro la fede del Signore, del Giudice. È alle porte e non c’è tempo di lamentarsi» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 12.12.1971)

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia!

Lo Spirito del Signore è su di me,

mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio.

Alleluia!

VANGELO                                                        Mt 11,2-11

 Dal vangelo secondo Matteo

Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?

 

2 In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò 3 a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».

La prima reazione alla missione dei dodici è quella dell’ultimo dei profeti. Qui risuona per l’ultima volta la voce di Giovanni, la voce che grida nel deserto (cfr. 3,3) e pone a Gesù la domanda ufficiale. Alla voce della profezia si unirà in seguito la voce del sacerdozio (cfr. 26,63). A queste due voci ufficiali Gesù risponde.

Giovanni nel carcere sente parlare delle opere del Cristo. Del Cristo è detto nella profezia, che egli stesso cita: Mi ha mandato a proclamare … la scarcerazione dei prigionieri (Is 61,1). Qui cogliamo una contraddizione tra la situazione di Giovanni e la parola del Cristo. I suoi stessi testimoni subiranno la prigione (cfr. At 5,21-23; 16,26). La parola del Cristo scende con Giovanni nella prigione e ne illumina il significato. La fede in lui deve passare per lo scandalo della croce. A Giovanni in carcere giunge la notizia delle opere del Cristo. Ai suoi occhi quello che Gesù compie sono le opere del Cristo. «Egli si rivela tale nella parola (cfr. 5-7); nell’azione (cfr. 8-9); e nella missione (cfr. 10)» (Bonnard). Giovanni gli chiede se è il Veniente. Questo titolo è messianico, testimoniato nel Sal 117,26: Benedetto il veniente nel nome del Signore e in Ab 2,3: Aspettalo perché il veniente giungerà e non tarderà. Dalla risposta, che Gesù darà, si comprenderà se egli è il Veniente o lo sguardo deve passare oltre di lui e scrutare di nuovo l’orizzonte in un’ardente attesa del Veniente.

4 Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: 5 I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. 6 E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».

L’ascoltare è premesso al vedere. Gesù infatti si rivela nell’evangelo da lui confermato con i segni che compie. L’ascolto è sufficiente per la fede perché lo rivela come il Cristo. Infatti solo credendo a quanto egli dice si può vedere e quindi comprendere come egli adempie le divine Scritture.

Queste sei opere del Cristo sono testimoniate dalla legge e dai profeti. Per i ciechi, storpi, sordi e muti è scritto nella profezia di Isaia: Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto (35,5-6). La purificazione del lebbroso è presentata in Lv 14,2-32. La risurrezione dei morti è annunziata di nuovo in Isaia: Di nuovo vivranno i tuoi morti, risorgeranno i loro cadaveri. Si sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nella polvere (26,19) e così pure in questo profeta ci è definita la missione del Cristo come evangelizzazione dei poveri (cfr. 61,1). «Gesù compie questi segni, segnalati come messianici nella Scrittura, in un “apparato” cosi privo di potenza che questi segni possono essere occasione sia per dubitare che per credere» (Bonnard). Volutamente si colloca in questa penombra della non evidenza perché non sono queste le opere per le quali siamo in lui beati; l’opera infatti che rende beata è la fede. Essa è la settima e l’ultima opera, la più perfetta, coronamento di tutto come lo è il sabato nella creazione. Questa sola introduce nel riposo messianico e fa beneficiare delle opere spirituali del Cristo. Essa è qui espressa nel suo contenuto negativo.

E beato colui che non si scandalizza di me percependomi come pietra di scandalo e non di salvezza. Più volte l’evangelo registra lo scandalo (cfr. 13,22: trova inciampo a causa della tribolazione e della persecuzione subita a causa della parola); di lui si scandalizzano quelli di Nazareth (cfr. 13,27), i farisei (cfr. 15,12); molti subiranno scandalo negli ultimi tempi (cfr. 24,10) e anche i discepoli lo subiranno durante la sua passione (cfr. 6,31-33). L’adesione a Lui deve passare attraverso svariate prove che costituiscono altrettanti ostacoli; solo chi sta saldo nella fede senza affatto dubitare o allontanarsi da Lui sarà veramente beato.

7 Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8 Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re!

Gesù parte, nelle sue considerazioni, da un’immagine biblica. È detto infatti in 1Re 14,15: il Signore percuoterà Israele, il cui agitarsi sarà simile all’agitarsi di una canna sull’acqua quando è scossa dal vento. Israele viene umiliato da Dio a causa dei suoi peccati, Giovanni invece viene percosso dagli uomini che l’hanno trattato come hanno voluto (17,l9) ed è apparso debole come una canna. In questa immagine è espressa la sua umiliazione, cui deve sottostare perché così è scritto di lui. Le folle tuttavia non hanno compreso che questa è la sorte dei profeti e sarà pure la sorte del Cristo, resosi debole come una canna, egli che durante la passione, sarà percosso sul capo con una canna e con questa sarà pure abbeverato sulla croce.

Giovanni ha l’abito profetico (cfr. 3,4-6) e non quello dei cortigiani della casa di Erode dove è tenuto prigioniero. L’abito, che egli porta e lo rassomiglia ad Elia, deve far riflettere su Giovanni e sulla sua missione.

9 Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 10 Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.

Giovanni è definito dal Cristo più che profeta perché egli stesso è annunciato dalle profezie. Egli è l’ultimo dei profeti, che sorge in Israele, e dopo di lui non sorgerà più nessun profeta perché egli è il messaggero inviato dal Padre davanti al Cristo. Con la venuta di questi, cessa l’economia provvisoria e preparatoria della legge e si spegne il carisma profetico dell’attesa perché è venuto il profeta che tutto in sé ricapitola. La missione di Giovanni non è fine a se stessa ma è in rapporto a Gesù; se è presa in sé è fallita, se riferita a Gesù, essa presenta caratteristiche simili a quelle del Cristo.

Nella citazione composita fatta dal Signore si fondono in un’unica voce la testimonianza della legge (Es 23,20) e della profezia (Mal 3,1) per rivelare chi è Giovanni. Egli appartiene alla schiera dei messaggeri divini e, pur essendo vero uomo, compie una missione che lo uguaglia agli angeli di Dio. È infatti santificato fin dal grembo della madre.

11 In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

In verità (lett.: Amen) vi dico, affermazione solenne del Cristo, tra i nati da donna nell’economia della legge basata sulla carne e sul sangue e caratterizzata pertanto dalle genealogie, non è mai sorto uno più grande di Giovanni il Battista; nessuno tra i giusti, i patriarchi, i profeti e i saggi, è più grande di lui. Ma questa grandezza, legata all’economia del Vecchio Testamento, non è paragonabile a quella di chi appartiene al regno dei cieli dove il più piccolo è più grande di Giovanni. Quindi i suoi discepoli, nel momento in cui si fanno piccoli e sono tali (cfr. 18,1-4), sono più grandi di colui che è più che profeta, è il precursore del Signore. Questa affermazione serve a introdurre il discorso seguente sul regno dei cieli. Ora, dopo la cessazione della missione di Giovanni, è iniziato il tempo del regno dei cieli, il cui inizio e le cui caratteristiche coincidono con il Signore Gesù e la sua missione.

Note

«La domanda di Giovanni Battista è molto forte: Sei tu la presenza al di là della quale non si può dare altra presenza?

Gesù risponde ricapitolando le profezie e aggiunge: Beato … nonostante i segni c’è ancora una possibilità di scandalizzarsi.

Fa l’elogio di Giovanni. Giovanni è il più grande uomo: è il mare e la convergenza finale di tutte le economie precedenti. Gesù nel dire questo, rivelando la grandezza di Giovanni, rivela la propria, non commensurabile: è il più grande, ma vi è qui chi è più piccolo, che è più grande di lui.

La parola, l’annuncio della presenza è dato da coloro che sono stati piegati. Beato colui che non si scandalizzerà: lo scandalo è possibile anche dopo i miracoli perché la Croce è lo scandalo e di fronte ad essa tutti ci scandalizziamo: Tutti vi scandalizzerete … il problema è di andare oltre lo scandalo: in Gesù crocifisso la cosa non può passare liscia. Se guardiamo sul serio il Cristo Crocifisso, quando lo subiamo nella carne, allora è lo scandalo. È insensibilità e incomprensione non scandalizzarsi. Bisogna andare oltre lo scandalo: Beato … Questa beatitudine va al di là dello scandalo: è in Giovanni che si realizza per prima. Questo verifica la parola ultima del Vangelo: il più piccolo: Gesù è il più piccolo perché annientato fino in fondo e noi siamo i più piccoli se accettiamo questo abbassamento» (d. G. Dossetti, appunti omelia, 12.12.1971).

Lo scandalo è una possibilità continuamente annullata dalla fede, ma sempre presente nella nostra razionalità.

La beatitudine non è quindi una sorta di benessere intellettuale e sensibile, ma va oltre perché è collocata nella fede e la fede inizia là dove lo scandalo proposto a noi dalla nostra sensibilità, dalla nostra sapienza e dal nostro stesso vivere, di cui si cerca incessantemente la ragione e l’estetica, è incessantemente superato con il sì alla Parola di Dio. Questo esercizio spirituale è un continuo superare la tentazione che l’anticristo ti pone innanzi, dell’inutilità del Cristo, le cui opere non sono utili perché racchiuse nella semi ombra colta solo dalla fede e perché non ancora definitive in quanto rinviano alla sua venuta gloriosa.

La luce piena è infatti propria della visione, la semi ombra è per colui cui è proposta la scelta.

Una volta superata la prova, si entra in quella beatitudine che corrisponde alla pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, la sola capace di custodire i nostri cuori e i nostri pensieri in Cristo Gesù (cfr. Fil 4,7).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Il Padre, che ha inviato il suo Figlio a salvarci, c’invita a riconoscere le opere del Cristo, che a noi si manifesta in modo umile

Preghiamo nella sua pace e diciamo:

Padre, fonte della pace, ascoltaci

 

  • Perché la Chiesa invochi lo Spirito Santo che, nell’annuncio evangelico, trasforma i deserti di morte e di guerra in luoghi di giustizia e di pace, preghiamo:
  • Per quelli che amano il Cristo e ne annunciano con fedeltà la Parola e per coloro che consolano i poveri nelle loro afflizioni e si ricordano degli stranieri e di quanti hanno il cuore impaurito, preghiamo il Signore:
  • Perché le nostre comunità attendano con amore il Cristo e ne annunzino l’Evangelo accogliendolo presente nel servizio dei poveri e dei sofferenti, preghiamo il Signore:
  • Perché l’abisso del mistero di Dio incontri l’abisso della nostra miseria e lo riempia della sua misericordia paterna, preghiamo il Signore:
  • Perché perseveriamo nella nostra fede superando lo scandalo che ci è posto innanzi e possiamo giungere alla vera gioia nella pace che sorpassa ogni nostra capacità di comprensione, preghiamo:

Sostieni, o Padre, con la forza del tuo amore il nostro cammino incontro a colui che viene e fa’ che, perseverando nella pazienza, maturiamo in noi il frutto della fede e accogliamo con rendimento di grazie il Vangelo della gioia.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.