DOMENICA II DI AVVENTO – A – di Giuseppe Bellia

PRIMA LETTURA                                             Is 11,1-10

Dal libro del profeta Isaia

 In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.

Germoglio (cfr. Prov 14,3: sulla bocca dello stolto un germoglio d’orgoglio). Il trono di Jesse è assai umile; il regno di Davide è stato reciso e sembra senza vita.

È un germoglio che spunta all’improvviso: intrinseca vitalità dovuta alle promesse di Dio: la Parola di Dio non viene mai meno.

Virgulto, esso non è nel tronco, ma proviene dalle sue radici e cresce in modo autonomo: è una nuova quercia.

Nel Cristo vi è la continuità (tronco, radici) e vi è la novità: è Lui a essere destinato a crescere come nuova pianta (cfr. le parabole: il chicco di senape).

Le umili dimensioni della stirpe di Davide si contrappongono alla grandezza dei cedri del Libano. Tuttavia questi saranno recisi (cfr. Is 10,33: È reciso con il ferro il folto della selva e il Libano cade con la sua magnificenza), mentre dal tronco di Iesse uscirà un germoglio.

  1. Ambrogio nel De benedictione patriarcarum ha una lettura cristologica: «la radice è la stirpe dei giudei; la verga è Maria, il fiore di Maria è il Cristo che distrusse il fetore del lordume umano e diffuse l’odore della vita eterna».

2 Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore.

Si poserà, come un esercito su una terra (7,2). Così lo Spirito si posa sul Virgulto per compere grandi imprese.

Lo spirito del Signore come su Davide (cfr. 1Sm 16,13).

Lo Spirito del Signore è il principio del pensare del Messia, del suo parlare e del suo agire. Egli è in rapporto con il Signore tramite il suo Spirito.

Lo Spirito è il principio del suo esistere come Figlio di Davide (cfr. Lc 1,35; Rm 1,3) ed è quindi presente in pienezza e si effonde in Lui come Spirito di sapienza e d’intelligenza (cf. Prov 4,7: Principio della sapienza: acquista la sapienza; a costo di tutto ciò che possiedi acquista l’intelligenza; parallelo tra i due termini); Dt 4,6: i precetti sono la nostra sapienza e intelligenza e rendono il popolo sapiente e intelligente.

La sapienza è connessa con l’intelligenza perché le scelte dell’uomo saggio sono illuminate dall’intelligenza che egli ha degli avvenimenti. L’intelligenza è infatti la comprensione della Parola di Dio e quindi saper leggere gli avvenimenti alla sua luce.

Spirito di consiglio e di forza, il consiglio è in rapporto alle decisioni da prendere per trovare la via giusta sapendola indicare agli altri; la forza è la fermezza interiore nell’eseguire quanto è apparso giusto attraverso il consiglio.

Spirito di scienza, cioè di conoscenza, saper discernere il bene dal male. In tutto è guida il timore del Signore. Altrove è detto: Principio della sapienza è il timore del Signore (Sal 110,10).

Timore del Signore, la totale dipendenza da Lui (cf. Prov 1,7).

Per questi doni dello Spirito cfr. Prov 8,12-15: l’elogio che la sapienza fa di se stessa.

Si compiacerà del timore del Signore. I commentatori del testo ebraico traducono: «e la sua inchiesta nel timore del Signore», il Messia giudicherà indagando con diligenza (la traduzione letterale infatti di «inchiesta» è «odorare», simbolicamente il male è paragonato all’odore cattivo e il bene all’odore buono).

La sua indagine (il suo “fiutare”) avviene quindi nel timore del Signore. Egli percepirà “con il suo fiuto” la situazione e la giudicherà sottomesso al Signore e alla sua Legge.

3 Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire;

Si compiacerà del timore del Signore. I commentatori del testo ebraico traducono: «e la sua inchiesta nel timore del Signore», il Messia giudicherà indagando con diligenza (la traduzione letterale infatti di «inchiesta» è «odorare», simbolicamente il male è paragonato all’odore cattivo e il bene all’odore buono).

La sua indagine (il suo “fiutare”) avviene quindi nel timore del Signore. Egli percepirà “con il suo fiuto” la situazione e la giudicherà sottomesso al Signore e alla sua Legge.

Per questo non si lascerà guidare da quello che vedono i suoi occhi e neppure da quello che sentono i suoi orecchi ma indagherà con attenzione per poter giudicare con giustizia.

Questa forza, che ha il Messia, è chiamata la sua capacità di odorare. Egli “vede” cosa c’è nell’altro e non si fermerà all’aspetto esterno, ma metterà in luce le intenzioni nascoste nei cuori: egli non accoglie i testimoni se non dopo aver indagato con diligenza sulla loro testimonianza. Il Messia è dotato dello stesso potere di Dio in virtù dello Spirito che è in lui, quello cioè di giudicare l’intimo dell’uomo.

4 ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese. La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio.

Dopo aver detto le “modalità” del giudizio, ora l’autore parla dell’oggetto del suo giudizio, i miseri, cioè deboli e colpiti socialmente e miseri davanti a Dio (religiosamente); lo stesso sono i poveri della terra che possono essere tali per la loro condizione sociale come pure per il loro atteggiamento nei confronti di Dio.

Gli oppressi del paese (lett.: i poveri della terra), sono i poveri del Signore ai quali è data in eredità la terra, come è detto: I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace (Sal 36,11). Essi vivono poveri perché la loro ricchezza è il Signore e sono oggetto dell’oppressione dei potenti, che pervertono il diritto e la giustizia, come è scritto: «Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive,per negare la giustizia ai miseri e per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro preda e per spogliare gli orfani» (Is 10,1-2).

Dopo aver salvato i suoi, il Messia colpirà la terra con la sua bocca cioè darà un giudizio di severa condanna contro coloro che non si sono a Lui sottomessi e che hanno oppresso i suoi (cfr. Mt 25,31-46: il più piccolo dei miei fratelli).

L’empio, il termine è al singolare, vi è un rimando escatologico.

La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento. Il violento è l’avversario che viene colpito dalla spada del Messia, cioè dalla sua Parola. L’avversario è il diavolo che come leone ruggente va in cerca di chi divorare (cfr. 1Pt 5,8). La sua forza anche negli uomini viene spezzata solo dal Vangelo del Cristo.

Con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio, con la semplice sentenza (il soffio delle sue labbra) il Cristo uccide l’empio, nessuno può resistere alla sua parola nell’atto stesso in cui viene pronunciata.

5 Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà.

Giustizia e fedeltà aderiscono al Messia come la cintura e la fascia che cinge i fianchi.

Questa poi è simbolo di forza e anche di dignità. La sua forza e la sua regalità si esprimeranno nel conseguire la giustizia e la fedeltà alla sua parola e alla sua promessa, come è detto nel Cantico della testimonianza: Egli è la Roccia; perfetta è l’opera sua; tutte le sue vie sono giustizia; è un Dio verace e senza malizia; Egli è giusto e retto (Dt 32,4)).

6 Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.

Sotto il regno del Messia ci sarà la riconciliazione anche tra le bestie domestiche e quelle selvatiche.

Le bestie più tenere e fragili (pecora, capretto, vitello, vacca) vivranno assieme al lupo, la tigre, il leoncello e saranno portati al pascolo da un bimbo.

La creazione torna alla situazione prima del peccato e quindi è liberata dalla vanità (cfr. Rm 8,20-21). La violenza tra le creature non è quindi legata al loro istinto, ma è immessa in loro dal disordine provocato dal peccato. Contrapposta alla violenza è la mitezza. Essa è l’adeguarsi all’armonia del tutto che nasce dalla remissione dei peccati e quindi dalla redenzione.

7 La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue.

Questa visione profetica ci fa contemplare la forza unificante del messia: in Lui tutto si ricapitola e si armonizza nella sua pace.

Nella lettura simbolica dei Padri le bestie feroci sono i popoli potenti che fanno della guerra e della rapina il loro vanto. Essi nella Chiesa di Cristo muteranno la loro ferocia in mansuetudine e abiteranno con i discepoli del Cristo paragonati alle bestie mansuete. I potenti abbandoneranno il cibo frutto di preda e di violenza e si nutriranno della mite dottrina evangelica.

I piccoli appena nati che giocano con l’aspide e il serpente sono i discepoli che vincono l’avversario, come è detto nel Salmo 8: Sulla bocca dei fanciulli e dei lattanti hai posto la lode contro i tuoi avversari.

8 Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.

Il bimbo lattante gioca con i serpenti velenosi. Egli non ha paura perché questi non gli fanno alcun male. È tolto ogni potere di morte.

Non vi sarà più nessuna paura di morire. Le creature staranno insieme perché è vinta la morte e non ci sarà più nessun veleno di morte (cf. Sap 1,13-15).

Questa creazione è liberata dalla morte per l’irradiazione in essa della gloria del Cristo.

9 Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare.

Avendo parlato in precedenza di bestie feroci, il soggetto potrebbe essere questo. Tuttavia non è escluso che il soggetto volutamente indeterminato escluda tutti sia uomini che animali. Dicendo il monte della mia santità ci fa comprendere che questa è parola diretta del Signore.

Non agiranno più iniquamente (lett.: non faranno il male) (cfr. Gr 10,5). Sia dalle bestie che dagli uomini sarà tolta l’inclinazione al male (cfr. Gn 8,21);

né saccheggeranno (lett.: e non distruggeranno), cioè non faranno più nessun danno a viventi, a città e alla stessa natura.

Dal monte della sua santità, dove il Cristo è consacrato, s’irradia la conoscenza del Signore che toglie a tutti la capacità di fare il male e di distruggere.

Conoscere il Signore è legato a temere il Signore.

La conoscenza sarà piena, come riflesso della sua gloria (cfr .6,3: pieni sono i cieli e la terra …).

Il profeta paragona questa pienezza a quella delle acque che riempiono il mare (forse quello di Salomone nel cortile del Tempio).

Come la pioggia scende dal cielo e riempie d’acqua cisterne e pozzi, e come i fiumi portano acqua al mare, così scende la dottrina del Signore dal cielo e riempie i popoli: Stilli come pioggia la mia dottrina, scenda come rugiada il mio dire; come scroscio sull’erba del prato, come spruzzo sugli steli di grano (Dt 32,2). Sarà tale la conoscenza del Signore che la percepiranno gli stessi animali e muteranno ogni modo violento in mite.

Questa conoscenza si comunica attraverso il Messia che la irradia su tutti.

La forza evangelica è destinata a penetrare in tutta la creazione sia visibile che invisibile, sia razionale che priva di ragione, sia animata che inanimata. Su tutto s’irradierà la pace messianica.

10 In quel giorno la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli, le genti la cercheranno con ansia, la sua dimora sarà gloriosa.

Il germoglio cresciuto dal ceppo e dalla radice di Iesse sarà stabile come vessillo per i popoli che verranno per ricercare da Lui la volontà del Signore.

La radice di Iesse, il Messia, starà come vessillo per i popoli, cioè come unico punto di convergenza per tutti i popoli allo stesso modo che i soldati si radunano là dove è stato innalzato il vessillo.

Le Genti la cercheranno («con ansia» è un’aggiunta) per essere governati con giustizia e godere della vera pace.

Il suo regno si espanderà più di quello di Salomone perché Egli è più di Salomone (Mt 12,42).

E dove Egli abiterà sarà gloria, cioè sarà arricchita dalla ricchezza che i popoli si faranno confluire.

Noi che leggiamo le Scritture in Gesù sappiamo che quel vessillo è la sua Croce, luogo di attrazione di tutti i popoli (cfr. Gv 12,7; 19,17; Ap 1,5).

Note

«Is 11: ci presenta il Messia pieno dello Spirito di Dio. Da questa pienezza e da questo riposo dello Spirito viene come caratteristica che non giudica secondo le categorie esterne, il giudizio suo è tutto interiore; esso coglie l’intimo dell’uomo e di tutta la vicenda umana. La sua opera è di unificazione e di pace. Pace che non è assenza di dissensi, ma è un’armonia che si stabilisce dall’interno di tutti gli esseri: è eliminato ogni impulso violento. È l’armonia che ristabilisce il perfetto rapporto di tutti gli esseri: è l’unità di Dio dal di dentro»

(d. G. Dossetti, appunti di omelia, dicembre 1971)

«Is 11: il Cristo è definito in rapporto al Padre e conosce il mistero di Dio: Gesù è dal Padre e per il Padre. Il testo ha una forte unità letteraria: spunta come ramoscello … si eleva come vessillo: sono i due termini di nascita e di compimento. In mezzo c’è tutto l’itinerario in cui lo Spirito ha l’opera principale: su di Lui è lo Spirito e opera in Lui. La conoscenza del Signore investe Cristo e da questo deriva questa conoscenza di tutta la storia di tutto il mondo e da Lui si comunica a tutta la terra»

(d. U. Neri, appunti di omelia, dicembre 1971)

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 71

Vieni, Signore, re di giustizia e di pace.

Dio, da’ al re il tuo giudizio,

al figlio del re la tua giustizia;

regga con giustizia il tuo popolo

e i tuoi poveri con rettitudine.

Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace,

finché non si spenga la luna.

E dominerà da mare a mare,

dal fiume sino ai confini della terra.

Egli libererà il povero che invoca

e il misero che non trova aiuto,

avrà pietà del debole e del povero

e salverà la vita dei suoi miseri.

Il suo nome duri in eterno,

davanti al sole persista il suo nome.

In lui saranno benedette tutte le stirpi della terra

e tutti i popoli lo diranno beato.

SECONDA LETTURA                                       Rm 15,4-9

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, 4 (+infatti) tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza.

Infatti, la congiunzione giustifica la citazione precedente e dà una norma generale riguardo all’Antico Testamento. «Questo passo è simile a quanto Paolo stesso dice altrove: Ma sono state scritte per noi, per i quali è giunta la fine dei tempi (1Cor 10,11)» (Origene op. cit., II,168). Essendo noi in Cristo e quindi alla fine dei tempi ci è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli e ci sono rivelati i sensi nascosti delle divine Scritture e quindi veniamo da queste ammaestrati. Esse ci ammaestrano prima di tutto sul Cristo che è oltraggiato per il Padre e diviene in questo norma del non cercare di piacere a se stessi. Chi piace a se stesso rifiuta di essere umiliato per Cristo. Egli rifiuta pure di essere ammaestrato dalla divina Scrittura.

Le Scritture infatti ci sono state aperte in Cristo e ci sono state date come insegnamento perché mediante la pazienza e la consolazione delle Scritture abbiamo la speranza. La forza e la certezza di quanto è scritto sostengono nelle tribolazioni infondendo in noi la consolazione dello Spirito che ci rende saldi nella speranza dei beni che ci sono stati promessi. L’intelligenza delle Scritture data a noi dal Cristo con il dono dello Spirito Santo genera in noi la consolazione che si trasforma in pazienza nella vita. Come infatti il velo della lettera si è aperto al nostro spirito, così la certezza dei beni futuri, anticipati come caparra nel dono dello Spirito, ci è stata data in virtù della speranza.

5 E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, 6 perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

Nell’intelligenza delle Scritture, da cui provengono la pazienza (trad.: perseveranza) e la consolazione, è Dio stesso che opera. L’Apostolo inizia così la sua benedizione dicendo: il Dio della pazienza e della consolazione. Dio che vi dà lo Spirito Santo con il quale penetrate nei misteri divini racchiusi sotto la lettera della Scrittura e vi rende pazienti perché siete consolati, vi dia pure il medesimo sentire gli uni per gli altri. È questo un desiderio costante dell’Apostolo testimoniato in Rm 12,16; 2Cor 13,11; Fil 2,2. La sorgente di questo medesimo sentire è Cristo che incessantemente unifica le membra del suo corpo. Infatti chi più penetra in Cristo più sente in Lui e più si uniforma ai sentimenti di coloro che sono in Cristo. Il dissentire viene eliminato dalla pazienza nel portare le debolezze altrui e nella consolazione che lo Spirito comunica mediante le divine Scritture. Questo porta a essere unanimi e a divenire una sola bocca che loda l’unico Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. «Quando si produce una frattura nella comunità, allora ne soffre anche la comunione liturgica della lode di Dio» (Althaus cit. in Schlier, op. cit., p. 675).

7 Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio.

Perciò, per il fatto che con un solo animo e una sola bocca glorificate Dio, accoglietevi a vicenda senza piacere a voi stessi in vista dell’edificazione guardando sempre al Cristo che ha accolto voi per la gloria di Dio. Infatti su di Lui sono, caduti gli oltraggi di coloro che oltraggiavano Dio (v. 3) ed Egli si è addossato le nostre infermità. Accogliendoci quando eravamo nemici ed essendo morto per gli empi, Egli ha rivelato la gloria di Dio. Nell’accoglierci nella sua morte, sepoltura e risurrezione, Egli ci ha accolto nella gloria di Dio. Nell’accoglierci vicendevolmente e nel fonderci nell’unità per glorificare Dio si manifesta la gloria di Dio. Infatti nell’amore vicendevole vi è il segno di riconoscimento che siamo di Cristo e questa è l’opera buona in virtù della quale gli uomini glorificano il Padre che è nei cieli (Mt 5,16).

8 Dico infatti che Cristo si è fatto servitore dei circoncisi in favore della veracità di Dio, per compiere le promesse dei padri;

Dice ora in che modo Cristo ha accolti sia i Giudei che le Genti per la gloria di Dio. Riguardo ai Giudei si è fatto ministro della circoncisione. Ha servito i circoncisi per la verità di Dio, per rivelare che Dio è veritiero mentre ogni uomo è menzognero (3,4). Ha servito i circoncisi collocandosi sotto la Legge per riscattare coloro che erano sotto la legge (Gal 4,4) e così ha confermato, adempiendole, le promesse che Dio ha fatto ai padri. Fattosi ministro dei circoncisi fisicamente, con l’adempiere quanto era stato promesso, è divenuto ministro della circoncisione spirituale, come è detto in Col 2,11-12: E in lui siete anche stati circoncisi con una circoncisione non compiuta da mano umana nella spoliazione del corpo carnale, ma nella circoncisione di Cristo, sepolti con lui nel battesimo. «Dunque è certo che con una circoncisione di tal genere le promesse fatte ai padri sono state adempiute». (Origene, II, p. 173).

9 le nazioni pagane invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti celebrerò tra le nazioni pagane, e canterò inni al tuo nome.

Le Genti si uniscono ai Giudei per formare un unico popolo che con una sola bocca glorifica Dio. Esse lo glorificano per la misericordia accanto ai circoncisi che lo glorificano per la verità. «Verità e misericordia sono le parole da lungo tempo collegate tra loro, che assieme descrivono il comportamento benevolo, soccorritore di Dio» (Schlatter cit in Schlier, op. cit., p. 679).

Questa unità, creata da Cristo con la riconciliazione dei due nella sua Croce, realizza le divine Scritture. Il nuovo popolo, il Cristo totale, capo e membra, può dire con verità: Per questo ti confesserò tra le Genti e salmeggerò al tuo Nome. Ti confesserò tra le Genti divenute credenti, perché non più solo in Giudea è conosciuto il tuo Nome (cfr. Sal 76,1), e salmeggerò al tuo Nome «che ho fatto conoscere e che farò ancora conoscere»; questo perché «l’amore con cui mi hai amato sia in loro e io sia in loro» (Gv 17,26).

Note

Rom 15,4-9: Paolo, mostrando come la divisione voluta dall’elezione tra Israele e le Genti è stata abbattuta dal Cristo, indica la via come superare ogni divisione che si crea in seno alla comunità La via indicata è quella di aderire alla Parola di Dio per essere da essa consolati. La comprensione del disegno di Dio, che si rivela nella Chiesa, porta ad adorare il Padre e ci rende “diaconi” di quest’unità.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia!

Preparate la via del Signore,

raddrizzate i suoi sentieri!

Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

Alleluia!

VANGELO                                                         Mt 3,1-12

 Dal vangelo secondo Matteo

1 In quei giorni comparve (lett.: si presenta) Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea,

In quei giorni, parole molto usate nella profezia col futuro; qui vi è il presente perché quanto è stato annunciato si sta realizzando. Corrisponde a quanto è scritto in Eb 1,2: «Alla fine di questi giorni parlò a noi nel Figlio». Sono quindi i giorni del Figlio.

Si presenta, non si dice: «È inviato», benché lo sia. Qui lo si vede come “evento”. Sorge all’improvviso e si presenta. Fa parte del mistero del Cristo che si sta rivelando.

Giovanni il Battista, così è chiamato. Suo compito è quello di battezzare. Per giungere al Regno dei cieli è necessario passare attraverso l’acqua battesimale di Giovanni. Come per entrare nella terra promessa fu necessario traversare con Giosuè il Giordano così ora, prima che il Cristo si manifesti, bisogna passare per l’acqua battesimale di Giovanni. Sono le acque della purificazione che scaturiscono nel deserto, come dice il profeta: «Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso si muterà in sorgenti di acqua» (Is 35,6-7). Tuttavia prima dell’acqua vi è la Parola: nulla può esistere senza la Parola. Infatti è detto: si presenta a predicare. Egli annuncia solamente il proclama del grande Re. Non lo annuncia a Gerusalemme perché qui è il Cristo che deve predicare il Regno, ma lo proclama nel deserto della Giudea. Nel deserto perché è scritto come subito dice. Si inizia dal deserto per abbandonare ogni idolatria e purificarsi da ogni adulterio e disubbidienza per tornare ad essere la sposa fedele, come è detto in Osea: «La condurrò nel deserto e le parlerò sul cuore» (Os 2,16). Nel deserto della Giudea perché è scritto: «La salvezza viene dai Giudei» (Gv 4,22). Anche la manifestazione del Cristo avverrà al Giordano perché «noto in Giudea è Dio e in Salem grande è il suo Nome» (Sal 75,1).

2 dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».

La conversione, come ritorno a Dio, è il segno visibile della presenza nascosta del Regno. Là dove opera la forza del ritorno a Dio dai sentieri del nostro cuore, ivi è presente il Regno dei cieli ed è data la consolazione promessa dalla profezia.

3 Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!

Quanto Giovanni fa è il compimento della profezia del ritorno dall’esilio nella consolazione. La sua voce si ode nel deserto di Giudea mentre grida e predica: «Convertitevi cioè preparate e rendete retti la via e i sentieri del Regno dei cieli cioè al Signore».

4 Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico.

Di Elia è detto: «Uomo irsuto cinto ai fianchi con una cintura di pelle» (2Re 1,8). La cintura di pelle caratterizza sia Elia che Giovanni. Essa sottolinea il loro essere servi di Dio. Hanno i fianchi cinti pronti a servirlo. Il vestito di peli di cammello richiama l’abito profetico ricordato in Zac 13,4: «Ogni profeta … non indosserà più il mantello di pelo per raccontare bugie». Giovanni indossa l’abito profetico perché di nuovo risuona la profezia per l’imminenza del Cristo. Inoltre questo abito lo contraddistingue da coloro che abitano nelle corti. Egli è l’uomo del deserto. Infatti di lui dice Gesù alle folle: «Ma allora che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito mollemente? Ecco quelli che portano abiti delicati sono nelle case dei re». (11,8). Il suo abito rude e simbolico invita alla conversione perché di nuovo fiorisce nel deserto la profezia. Anche il cibo sottolinea quanto sta per compiersi. Le locuste sono un cibo puro come è detto in Lv 11,22: «Questo mangerete, la cavalletta e quanto le è simile». Giovanni appartiene alla stirpe sacerdotale e non mangia nulla di impuro. Il miele selvatico è tra i nutrimenti del popolo nel deserto come è detto nel canto della testimonianza: «E lo nutrì coi prodotti della campagna e gli fece succhiare miele dalla rupe e olio dalla durezza della roccia» (Dt 32,13). Giovanni si nutre dei prodotti del deserto come segno dell’imminenza del Messia. Infatti la sua obbedienza alla Legge e il suo nutrimento con miele dalla roccia sono un invito a essere pronti ad accogliere il Cristo. Questo è il modo per preparare le vie al Signore. Nel suo «stile» di vita oltre che nella sua parola si vede la novità dell’evento. Ma ci sono di quelli che non comprendono la Sapienza che parla nei suoi figli. «Infatti – dice il Signore – è venuto Giovanni che non mangia e non beve e dicono: Ha un demonio» (11,18).

5 Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano;

All’udire la sua voce nel deserto e al vederlo nelle sue vesti profetiche simile ad Elia, uscirono verso di lui per tornare nel deserto e iniziare il cammino della conversione, Gerusalemme, la madre, e tutta la Giudea, le figlie di Gerusalemme e tutta la regione del Giordano, quella terra che, prima della distruzione di Sodoma e Gomorra, era simile al giardino del Signore (cfr. Gn 13,10) e si era trasformata in una landa deserta a causa del peccato. Anche questa terra su cui pesa la maledizione è attratta alla conversione per tornare ad essere spiritualmente un giardino di Dio. Infatti questo è il momento in cui il deserto sta per fiorire.

6 e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano.

Nel fiume Giordano Naaman il siro era stato mondato dalla lebbra (cfr. 2Re 5,14). Le acque del fiume, in virtù della parola profetica, acquistano la grazia di preparare, mediante la confessione, al perdono del Cristo. È ancora un battesimo legale che non ha in sé la forza della remissione. Ma qui la Legge incontra la Profezia. Quello che i profeti hanno promesso si sta adempiendo. Infatti il Signore sta per lavare le brutture delle figlie di Sion e sta per pulire l’interno di Gerusalemme dal sangue che vi è stato versato con lo spirito di giustizia e lo spirito dello sterminio. (cfr. Is 4,4). Quello che la Legge ha reso rituale giunge al suo compimento. Dice il Siracide: «Lavarsi dopo aver toccato un morto, poi toccarlo di nuovo, quale utilità c’è in simile abluzione?» (34, 25). Così ora nel lavacro del Giordano si confessa quello che è morte, cioè il peccato. Ma non servirebbe a nulla il battesimo di Giovanni se non venisse il Signore a lavare Gerusalemme e le figlie di Sion. Di nuovo si toccherebbe il peccato e quindi la morte.

7 Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?

Perché i farisei, che sono giusti nelle loro opere riguardo alla Legge, e i sadducei, che si attengono rigorosamente solo ai libri della Legge, vengono al battesimo di Giovanni? Non certo per confessare i loro peccati, ma perché sia dichiarata la loro giustizia attraverso quest’opera non loro necessaria ma da loro compiuta solo per aumentare il loro credito con Dio e la loro gloria agli occhi degli uomini.

Ma la parola di Giovanni li colpisce, simile a sferza, perché sia messo a nudo il loro peccato: «Razza di vipere». La stessa espressione è usata dal Signore in 12,34 sempre contro i farisei e in 23,33. Che ricorra alla fine dell’Evangelo sottolinea il cuore impenitente di chi non si è convertito né alla parola di Giovanni né a quella del Cristo.

«Razza di vipere» perché «veleno d’aspidi è sotto le loro labbra e la loro bocca è piena di maledizione e di amarezza» (Rm 3,13). Simili ad Erode, con il loro veleno vogliono uccidere il Cristo. Giovanni annuncia l’ira imminente che sta per manifestarsi nel Cristo e che distrugge la progenie del serpente antico. Infatti se da una parte l’Evangelo rivela e comunica la salvezza a chiunque crede, dall’altra in esso «si rivela l’ira di Dio dal cielo su ogni empietà e ingiustizia di uomini che trattengono la verità nell’ingiustizia» (Rm 1,18). Chiudendosi nella propria giustizia e rifiutando l’invito alla conversione, i farisei e i sadducei «tesoreggiano per se stessi ira nel giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio» (ivi, 2,5). Infatti solo Gesù «ci libera dall’ira imminente» (1 Ts 1,10).

8 Fate dunque frutti degni di conversione,

Soggiace a queste parole l’immagine dell’albero che segue. L’uomo, simile a un albero, nel momento in cui si converte confessando i suoi peccati, produce un frutto degno di conversione. Le opere infatti che produce per la sua giustizia non portano frutto. La conversione, come presenza del Regno che attira a sé, produce il suo frutto nell’uomo che opera. Infatti l’inizio dell’operare può essere se stessi o la conversione. Solo chi opera in virtù della conversione fa un frutto degno di essa.

9 e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre.

Essi pensano che l’essere stirpe di Abramo li faccia sfuggire dall’ira imminente e che appartengano loro i meriti di Abramo. In realtà la paternità di Abramo non si fonda sui meriti ma sulla fede e gli è figlio solo chiunque crede e cammina sulle orme della sua fede (cfr. Rm 4,12). Infatti Dio è potente nel suscitare da queste pietre figli di Abramo. Indicando le pietre del deserto, Giovanni parla un linguaggio simbolico. Il profeta Isaia dice: «Ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia, voi che cercate il Signore; guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Guardate ad Abramo vostro padre, a Sara che vi ha partorito; poiché io chiamai lui solo, lo benedissi e lo moltiplicai» (51,1-2). Ora il Signore è potente per estrarre da questa roccia una discendenza spirituale ad Abramo. Questa non ha nulla da vantarsi nella carne e quindi nella circoncisione perché l’unico suo vanto è il Signore cioè la fede in Lui.

10 Gia la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.

Essendo imminente l’ira è presente con il Regno il fuoco del giudizio divino e quindi la scure è già posta alla radice degli alberi. Essendo posta alla radice, per l’albero non c’è più speranza o meglio vi è ancora questo ultimo spazio concesso alla conversione. La parola evangelica è l’ultima speranza che viene data perché l’uomo porti il frutto degno della conversione. Rifiutare questa, è essere recisi. È chiaro che ciascuno deve vivere come se avesse già questa scure posta alla radice del suo essere per umiliarsi e ritrovare la linfa vitale della fede. Infatti chi si lascia giudicare dalla Parola di Dio, simile a spada a doppio taglio, diviene albero buono mediante il pentimento, la confessione delle colpe, l’adesione a Cristo nella fede e in lui fiorisce la giustizia che porta come frutto buono la carità. Chi invece non si sente giudicato come fosse già reciso dalla scure della Parola di Dio, ma confida in se stesso, viene reciso perché non produce nessun frutto.

11 Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco.

Giovanni ora distingue due battesimi: il suo in acqua per la conversione e quello del Veniente in Spirito Santo e fuoco. Il battesimo in acqua rende pubblica la conversione di chi lo riceve. Non opera efficacemente per la conversione ma la suggella e pone il battezzato in attesa della manifestazione del Veniente cioè del Messia. Egli viene dopo Giovanni, quindi è imminente. Accogliendo Giovanni si accoglie il Cristo che viene subito dopo. Il rifiuto di Giovanni è rifiuto del Cristo perché questi si rapporta a lui. Giovanni lo definisce: «Più forte di me». Infatti Giovanni cammina «nello spirito e nella forza di Elia» (Lc 1,17). In lui opera la forza della profezia. Il Cristo è più forte di Giovanni perché «la testimonianza di Gesù è lo Spirito della profezia» (Ap 19,10). Tutta la profezia converge al Cristo. Davanti al Veniente Giovanni si definisce indegno di portare i sandali. Si definisce meno di «schiavo». Nello stesso tempo sottolinea la totale dipendenza da Lui più che mettere in risalto la grandezza attraverso il confronto. Infatti nessuno può confrontarsi con Lui. Se totale e intrinseca è la dipendenza da Cristo, è chiaro che anche il battesimo di Giovanni dipende totalmente da quello del Cristo. Il battesimo in acqua riceve la sua efficacia dal battesimo che ha come origine e luogo lo Spirito Santo e che viene compiuto nel fuoco. Lo Spirito è associato al fuoco nella Pentecoste. Qui, secondo gli Atti, si realizza la profezia di Giovanni, come è detto esplicitamente dal Signore Gesù: «Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo tra non molti giorni» (At 1,5). L’associazione Spirito Santo e fuoco lascia chiaramente intendere che siamo immersi nel fuoco divino della Gloria che trasfigura e rende partecipi della divina natura.

12 Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile».

Questa immagine è familiare a ogni figlio della terra d’Israele. Essa ha un valore escatologico. È giunto il tempo della mietitura. Il grano è separato dalla pula dal Cristo. Stando a quanto precede, è grano chi ha accolto l’invito alla conversione e ha creduto all’approssimarsi del Regno; è pula invece chi non conosce la distinzione dei tempi e rifiuta quindi la conversione. Solo colui che scruta i cuori può compiere questo giudizio. Non solo, ma Lui stesso è il termine del giudizio in quanto è il Veniente e l’Atteso. Accoglierlo o rifiutarlo, in questo si rivela il grano dalla pula; qui avviene il giudizio e la conseguente separazione. Il fuoco inestinguibile, a differenza del precedente, è il fuoco dell’ira divina, è il fuoco della Geenna (cfr. Mc 9,43). Mentre il fuoco dello Spirito divinizza rendendo l’uomo sempre più simile a Dio, il fuoco inestinguibile della Geenna scompagina incessantemente la natura umana senza distruggerla.

Note

Mt 3,1-12: invocare molto l’intercessione di Giovanni il Battista. Questi è il termine cui converge tutta l’opera di santificazione in Israele e fuori di esso. Egli ha il compito di indicare il Cristo. Cristo è presente e il momento in cui verrà additato inizierà a compiere le opere della salvezza.

Invochiamo il Battista perché ci aiuti a compiere la nostra diaconia di salvezza nei confronti di Israele e di tutte le Genti.

PREGHIERA DEI FEDELI

C Preghiamo il Signore perché Il Cristo innalzato come vessillo per i popoli porti a compimento la sua opera di salvezza e ci doni la pace .

Preghiamo insieme e diciamo: Venga il tuo regno, Signore.

  • Per la Chiesa, diffusa nel mondo, perché chiami tutti a volgere lo sguardo verso il Cristo per giungere a una sincera conversione, ricca di opere buone, preghiamo:
  • Perché la giustizia e la pace, che vengono dal Cristo, regnino in tutti i popoli e scompaia ogni forma di violenza e di odio, preghiamo:
  • Perché la parola di Giovanni sia accolta dai figli d’Israele per farli entrare nella pienezza della fede, preghiamo:
  • Perché i poveri, gli oppressi e gli sfruttati si rallegrino nel Cristo che viene e sperino nella sua giustizia e nella sua pace, preghiamo:
  • Perché noi qui presenti accogliamo la parola evangelica e la custodiamo nel cuore come energia dello Spirito capace di trasformare ogni nostra violenza in mitezza, preghiamo:

Dio dei viventi, suscita in noi il desiderio di una conversione, perché rinnovati dal tuo Santo Spirito sappiamo attuare in ogni rapporto umano la giustizia, la mitezza e la pace, che l’incarnazione del tuo Verbo ha fatto germogliare sulla terra.

Per Cristo nostro Signore. Amen.