DOMENICA I DI AVVENTO – A – di Giuseppe Bellia

Guardo da lontano,

e vedo arrivare la potenza del Signore,

come una nube che copre la terra;

andategli incontro, e dite:

Sei tu colui che aspettiamo,

il Re della casa d’Israele?

Voi tutti, abitanti della terra,

figli dell’uomo, popolo e ricchi insieme,

andategli incontro, e dite:

Pastore d’Israele, ascolta,

tu che guidi il tuo popolo come un gregge,

sei tu colui che aspettiamo?

Sollevate, porte, i vostri frontali;

alzatevi, porte antiche:

entri il Re della gloria,

il Re della casa d’Israele.

Gesù, stella radiosa del mattino, vieni.

Gesù, incarnazione dell’infinito amore, vieni.

Gesù, salvezza sempre invocata e sempre attesa, vieni.

Gesù, unica speranza del mondo, vieni,

Gesù, sposo e Signore della Chiesa, vieni.

Gesù, Signore della vita e della storia, vieni.

Gesù, speranza dei poveri e degli umili, vieni.

Guardo da lontano,

e vedo arrivare la potenza del Signore,

come una nube che copre la terra.

Andategli incontro, dite:

Sei tu colui che aspettiamo,

 il Re della casa d’Israele? [Responsorio dall’ufficio delle letture]

Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!».

E chi ascolta, ripeta: «Vieni!» Ap 22,17

PRIMA LETTURA                                               Is 2,1-5

Dal libro del profeta Isaia

1 Visione di Isaia, figlio di Amoz, riguardo a Giuda e a Gerusalemme.

Visione di Isaia (lett.: Parola che Isaia vide) Isaia vede una parola. La parola non è solo intellettiva ma è visione cioè contemplazione del mistero di Dio e del suo disegno sulla storia degli uomini. In sostanza è la contemplazione del Verbo di Dio come inizio e ricapitolazione di tutta la Parola.

Essa ha come oggetto Giuda e Gerusalemme non solo nel loro momento storico ma anche nel loro riferimento ultimo che è il mistero dell’elezione della Chiesa.

2 Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti.

Il tempo cui la visione si riferisce è designato come la fine dei giorni. Questi indicano tempi futuri (cfr. Gn 49,1), non collocabili nell’immediato. Questi giorni, pur essendo in continuità con i precedenti, contengono in sé qualcosa di nuovo che non c’era prima. Alla luce del mistero pasquale del Signore nostro Gesù Cristo la fine dei giorni non sta ad indicare l’evento finale della storia della salvezza ma i giorni della nuova economia.

Le dimensioni di altezza con cui si designa il monte del Signore stanno ad indicare una dimensione spirituale: sarà talmente famoso che ad esso affluiranno tutte le genti. Allo stesso modo lo contempla Ezechiele: In visione divina mi condusse nella terra d’Israele e mi pose sopra un monte altissimo sul quale sembrava costruita una città, dal lato di mezzogiorno (40,2).

Questa dimensione universale e a tutti visibile richiama il nuovo tempio, il corpo del Signore, elevato sulla croce, secondo la teologia del vangelo secondo Giovanni. Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2,19).

3 Verranno molti popoli e diranno: «Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri». Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore.

Verso questo segno posto dal Signore verranno molti popoli e diranno. Si esercita da parte del Signore innalzato una forza di attrazione verso di sé, come sempre registra il vangelo secondo Giovanni.

I popoli sono molti perché il sangue della nuova ed eterna alleanza è versato per i molti.

Essi desiderano salire al tempio del Dio di Giacobbe. Il Dio che si rivela in Gesù innalzato è il Dio di Giacobbe. L’elezione d’Israele non è annullata perché i doni di Dio sono senza pentimento (cfr. Rm 11,17-27: l’olivo e l’olivastro).

Perché ci indichi (lett.: c’insegni) le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri, come le ha insegnate ad Abramo: «Infatti io l’ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui ad osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore realizzi per Abramo quanto gli ha promesso» (Gn 18,19). Insegnare e camminare esprimono i due momenti del rapporto con la Parola di Dio: l’ascolto obbediente e l’esecuzione dei comandi. Le Genti che hanno rifiutato la legge del Signore ora si sottomettono ad essa in forza dell’annuncio evangelico.

Tutte le Genti riconoscono un solo luogo donde esce la Legge del Signore: è Gerusalemme. Nel libro degli Atti infatti l’evangelizzazione inizia da Gerusalemme (cfr. At 1,7), quindi è innestata nella rivelazione fatta a Israele come suo compimento e come sua pienezza sia nel dono dello Spirito che nell’annuncio alle Genti.

Le Genti riconoscono pure che la Parola di Dio è unica ed è la Legge che esce da Sion, cioè dall’interno di quell’unico popolo di Dio che ha in Gesù il suo centro e nella rivelazione del suo mistero il dispiegarsi del disegno del Padre.

4 Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra.

La Parola di Dio si trasforma in giudizio per i popoli che tramutano le armi in strumenti di pace.

Questa è la forza dell’Evangelo annunciato in seno ai popoli: esso diviene giudizio di pace. Questo è il processo storico instaurato dal Cristo che non può essere fermato da nessuno.

5 Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore.

Di fronte alla conversione delle Genti, allora anche il velo che ricopre Israele sarà tolto (Cfr. 2Cor 15,17: Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà).

Ma anche ora nel vedere che le Genti già adorano in Gesù il Dio che si è rivelato ai padri, i figli di Giacobbe sono stimolati a correre verso il Signore. Infatti a causa della loro caduta la salvezza è giunta alle Genti, per suscitare la loro gelosia (cfr. Rm 11,11). Israele quindi non deve imitare i costumi delle Genti ma cogliere il mistero della sua elezione e del rapporto con le Genti chiamate in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo (Ef 3,6).

Note

«È una visione che concerne Giuda e Gerusalemme ma che investe tutti i popoli. Il massimo della particolarità è il massimo dell’universalità. Il rapporto Giuda – Gerusalemme è funzione: la salvezza viene dai Giudei (cfr. Gv 4,22: Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei.). Si ammette che prima di questo evento si può avere una conoscenza limitata, la conoscenza verrà piena solo con questo evento. Questo evento è una nuova e decisiva rivelazione: da Sion uscirà la Legge. Non è più il Sinai, ma è Sion: Lc 24,48: da Gerusalemme parte e viene l’annuncio» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Monteveglio 2.12.71)

«L’universale si raggiunge tanto più quando si concentra il particolare: però il Signore concentra nell’unico che è rimasto di Sion, l’Unigenito, tanto più è universale la salvezza quanto più è concentrata in Cristo.

Uscirà: esce verbo nuovo in rapporto alla Parola. La Parola non esce perché Israele deve custodire il segreto del Signore. Qui invece la Parola esce.

Rivelazione di Dio si manifesta attraverso un abbattere da parte del Signore di tutte le realtà che non sono Lui; i popoli affluiranno verso il Signore quando tutto il resto verrà a mancare (tradizione rabbinica).

Le sue vie si contrappone alle nostre vie. La via dell’uomo è la guerra e la via di Dio si rivela nella pace». (d. U. Neri, appunti di omelia, Monteveglio 2.12.71)

«L’essenza del cristianesimo sta nell’aderire a questa scelta del Padre nei confronti di Gesù crocifisso e risorto e del suo ritorno come giudice. Il nocciolo è vivere il suo ritorno glorioso» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Monteveglio 2.12.71)

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 121

Andiamo con gioia incontro al Signore.

Quale gioia, quando mi dissero:

«Andremo alla casa del Signore».

E ora i nostri piedi si fermano

alle tue porte, Gerusalemme!

Là salgono insieme le tribù, le tribù del Signore,

secondo la legge di Israele, per lodare il nome del Signore.

Là sono posti i seggi del giudizio,

i seggi della casa di Davide.

Domandate pace per Gerusalemme:

sia pace a coloro che ti amano,

sia pace sulle tue mura,

sicurezza nei tuoi baluardi.

Per i miei fratelli e i miei amici

io dirò: «Su di te sia pace!».

Per la casa del Signore nostro Dio,

chiederò per te il bene.

SECONDA LETTURA                                     Rm 13,11-14

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

11 Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti.

Il tempo presente (3,26; 8,18; 11,5) sta in rapporto a quello futuro. È notte, come subito dice, e quindi è caratterizzato dal sonno. Questo è il sonno dell’incredulità e dell’annebbiamento dei sensi spirituali. Da esso risveglia il Cristo mediante l’annuncio dell’Evangelo. Questo sonno è paragonato alla morte dal Signore, quando dice: «In verità, in verità vi dico che viene l’ora ed è adesso in cui i morti ascolteranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l’avranno ascoltata vivranno» (Gv 5,25). A coloro che già credono e che hanno già ricevuto la vita l’Apostolo grida di svegliarsi dal sonno cioè di scuotere da sé quel torpore spirituale che porta ad agire come se questa notte dovesse durare per sempre. Infatti altrove dice: Tutti voi infatti siete figli della luce e figli del giorno. Non apparteniamo alla notte né alla tenebra, pertanto dunque non dormiamo come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri (1Ts 5,5-6). Essendo figli della luce e figli del giorno del Signore, già in noi appare la luce del secolo futuro. È la luce della fede con la quale aderiamo alla luce della Parola che, come lampada arde in questo luogo oscuro finché non risplenda il giorno e la stella del mattino sorga nei nostri cuori (2Pt 2,19). Noi andiamo verso il giorno e il giorno viene verso di noi per cui ora (ogni volta che risuona l’Evangelo questo è vero), la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. Questa è la verità certa. Anche se non sappiamo quando il Signore verrà però sappiamo che ogni giorno che passa ci avvicina sempre più alla sua venuta. Questa certezza è uno stimolo costante a stare svegli e a non cadere nel sonno spirituale.

12 La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

La notte non è più nel fondo ma già si sta avvicinando al giorno. Infatti il Cristo è il giorno e la sua venuta è il giorno. Quando Egli venne si era nel cuore della notte, ora si è verso la fine. Infatti con la sua prima venuta ha illuminato le tenebre, con la seconda le dissiperà completamente. Le tenebre sono già quindi dominate dalla luce. Ed è proprio attraverso di noi che la luce risplende perciò l’Apostolo ci sollecita dicendo: gettiamo via perciò le opere delle tenebre. Le opere della tenebra sono senza frutto (Ef 5,11) e sono chiamate anche opere della carne e l’Apostolo le elenca in Gal 5,19-20 e ad esse contrappone il frutto dello Spirito (Gal 5,22). Le opere delle tenebre sono distrutte quando indossiamo le armi della luce. Il momento attuale non è di pace, è infatti dominato dal potere delle tenebre. Chi ha deposto le opere della tenebra sa di dover combattere contro il suo potere perciò è necessario che si rivesta delle armi della luce. Queste armi rivestono le nostre membra rendendole armi della giustizia (6,13). In tal modo un primo significato è quello di santificare il Nome con le virtù che aderiscono alle nostre membra e ci fanno compiere il bene. Un altro significato è quello di essere rivestiti di armi particolari perché possiamo compiere la nostra battaglia. In 1Ts 5,8 dice: rivestìti della corazza della fede e dell’amore e avendo come elmo la speranza della salvezza. Un elenco molto dettagliato dell’armatura spirituale si trova in Ef 6,11-17.

13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie.

Come in pieno giorno, anticipando profeticamente il giorno del Signore, di cui già siamo figli, camminiamo verso il Signore con decoro che consiste nell’evitare le opere della tenebra, di cui dà subito un’esemplificazione, e nel condurre una vita tranquilla e laboriosa come insegna in 1Ts 4,10-12. Nell’elencare le opere da evitare l’Apostolo «ha evidentemente presenti le circostanze di un antico banchetto con i suoi eccessi» (Schlier, o.c., p. 639). Ci comanda di evitare le gozzoviglie e le ubriachezze. Queste provengono dai banchetti in cui si esagera nel mangiare e nel bere. Lo sfogo di questa passione porta alla dissolutezza sessuale, che l’Apostolo esprime nelle impurità e licenze (lett.: giacigli e libidini). L’essere prigionieri nelle passioni della gola e della lussuria porta alle contese e alle gelosie. Infatti, come insegna il libro della Sapienza: coloro che celebrano […] banchetti orgiastici di strani riti […] non conservano più pure né vita né nozze e uno uccide l’altro a tradimento o l’affligge con l’adulterio. Tutto è una grande confusione (Sap 14,23-25). È la confusione causata dalle passioni che operano nella notte e nelle tenebre e che portano coloro che ne sono dominati sotto il potere della morte. A queste opere, che sono legate all’idolatria, si contrappongono i figli della luce che le combattono con le armi della luce.

14 Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri.

 

Nel battesimo ci siamo rivestiti dell’uomo nuovo, cioè di Cristo e continuamente ci è comandato di rivestirci di Lui. Rivestirci delle armi della Luce è rivestirci di Lui, che è la luce e che aderisce intimamente a noi tanto da poter dire che non siamo più noi a vivere ma è Cristo che vive in noi. Se Cristo vive in noi è pure Lui che in noi combatte la buona battaglia della fede e, resi simili a Lui, le nostre membra diventano armi luminose che combattono il potere della tenebra. I nostri occhi, le nostre mani, i nostri piedi e la nostra lingua si rivestono di Cristo quando è tolta ogni malizia all’agire e compiamo il bene. Come interiormente siamo rigenerati così l’immagine e la somiglianza con Cristo ci riveste anche esteriormente là dove ancora la carne è sollecitata dalle concupiscenze che le generano pensieri di tristezza al pensiero della rinuncia. Per questo ci comanda di non darci cura della carne per soddisfare le sue concupiscenze. Contro di esse dobbiamo combattere con le armi della luce.

 

Note

«Conoscete il tempo: l’uomo ignora il tempo. Questo nostro tempo non è ancora la salvezza: la salvezza è vicina. Questo nostro tempo sta alla salvezza in assoluto come la notte al giorno. Viviamo nella notte che deve anticipare il giorno. Le opere della notte secondo il nostro istinto, sono quelle che Paolo elenca. Le opere dalla salvezza non le elenca perché le esprime globalmente: rivestitevi del Signore Gesù. In questo modo si è introdotti nel giorno, pur essendo nella notte. 1Pt 1,9; 2,2: la salvezza è al termine del nostro cammino; è qualcosa al di là che si attende» (d. G. Dossetti, omelia, Monteveglio 2.12.71)

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia!

Mostraci, Signore, la tua misericordia

e donaci la tua salvezza.

Alleluia!

VANGELO                                                       Mt 24,37-44

 Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, 37 Gesù disse ai suoi discepoli: «Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.

La parusia è paragonata ai giorni di Noè (cfr. Is 54,9). Essa non è caratterizzata da segni particolari nella storia che ne annuncino la venuta ma essa scaturisce dalla volontà del Padre. I giorni di Noè sono caratterizzati dalla corruzione (cfr. Gn 6,12)

38 Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, 39 e non si accorsero di (lett.: non conobbero) nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta (lett.: la parusia) del Figlio dell’uomo.

La parusia è improvvisa e gli uomini stanno facendo quello che sempre hanno fatto (cfr. Gn 6,1-8). Non c’è attesa e non c’è cambiamento. Non vi è la condanna di queste azioni da Dio comandate ma della riduzione della vita a questo orizzonte, al modo di sentire e di vivere queste cose. Il tutto è basato sulla corruzione che dilaga sulla terra.

Non si accorsero di (lett.: non conobbero) e non poterono scansare il diluvio, così sarà la parusia. È un evento annunciato, improvviso che sconvolge e conclude l’ordine normale delle cose. Questo è certo. Al suo avverarsi tutti lo conosceranno come conobbero il diluvio fino allora rivelato solo a Noè (cfr. Gn 6,3). Il diluvio fu la rivelazione a quella generazione della volontà di Dio in quanto sconvolse gli elementi fondamentali della creazione (cfr. 2Pt 3,5-7).

Così sarà anche alla venuta (lett.: la parusia) del Figlio dell’uomo. Il parallelo con i giorni di Noè rivela che gli uomini saranno sorpresi nella loro vita ordinaria, che l’ordine creato sarà sconvolto (cfr. 2Pt 3,7) e che a tutti sarà rivelato il disegno di Dio senza più possibilità di rifiuto.

I credenti hanno nelle parole del Cristo la rivelazione di questo evento come la ebbe Noè riguardo al diluvio

40 Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato.

41 Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata.

Due uomini in un campo – due donne alla mola.

Uno sarà preso dagli angeli, che radunano gli eletti. Essere preso = essere salvato (cfr. Lc 17,34-37). L’essere presi o lasciati dagli angeli inviati avviene nell’ordinario del vivere (il campo, la mola): non è preceduto da qualcosa di straordinario. Sembra quasi che gli angeli passino e radunino tutti gli eletti.

L’attesa quindi in questo tempo è un fatto interiore che non si caratterizza con segni esterni. Ogni manifestazione esterna che non sia il vegliare è presunzione di conoscere il giorno. Infatti questa presunzione genera fenomeni disapprovati dagli apostoli, quali l’astensione dal lavoro oppure espressioni di fanatismo.

42 Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.

Vegliate dunque (è la conclusione) in attesa del Signore che viene. Il presente dà l’idea di un movimento in atto la cui conclusione è sconosciuta, cfr. 25,13: conclusione della parabola delle vergini. La sezione seguente sembra dominata da questo verbo, sia il discorso riguardante il servo che la parabola dell’attesa delle vergini (cfr. 26,38.41).

43 Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44 Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà».

Nel paragone tra il padrone di casa e noi vi è una differenza. Del padrone di casa si fa l’ipotesi che sappia in quale ora della notte viene il ladro, noi invece non sappiamo quando viene il Figlio dell’uomo. Sappiamo però che viene “nell’ora che non immaginiamo”, in quella in cui meno saremmo tentati di aspettarlo. Quindi ci vuole sempre la stessa vigilanza (cfr. 1Ts 5,1-3).

Note

«Postula l’evento di Is 2; è un evento nuovo trascendente e compitivo [che porta a compimento] della stessa venuta del Signore. È un evento paragonato al diluvio: è quindi un evento più cosmico di quello stesso del Sinai. Qui l’evento è cosmico e totale, come il diluvio (Gn 7).

Questo evento consiste nell’epifania di Gesù stesso.

  1. 42: vegliate … il vostro Signore; Gv 13: mi chiamate Maestro e Signore e io lo sono. Questo evento manifesta la signoria del Cristo. La vigilanza consiste nell’assoggettamento totale di tutto il nostro essere al Cristo, come Signore, che apparirà nella fine del mondo. Noi siamo vigilanti quando anticipiamo in tutto il nostro essere la sua venuta» […]

«Il brano è in rapporto alle azioni più ordinarie; continuando a vivere le cose ordinarie si vuole ignorare i segni della salvezza che Cristo ha messo. La vigilanza sta nel fare le azioni più ordinarie col senso del Signore che viene» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Monteveglio 2.12.71).

Alcune osservazioni

Questi tre brani della divina Scrittura tra loro accostati per annunciarci il tempo di avvento, della presenza del Signore fino al suo pieno manifestarsi, come interpellano la nostra coscienza e la nostra intelligenza?

Anzitutto vi è da affrontare quello spessore di nebbia che rende indefinite e quasi impalpabili le realtà presenti, restringendo assai il cerchio della visione vista da Isaia.

Questo spessore, l’apostolo lo chiama sonno delle nostre facoltà spirituali, sempre al confine tra l’immaginifico della fantasia e il reale dell’intelligenza, tra la sobrietà dello spirito, che anela come cerva in corsa a Dio e la nostra sensibilità appassionata che cerca ristoro dalla gridata protesta del nostro corpo e della nostra psiche nel soddisfare questo grido in giuste ragioni che il nostro spirito è costretto a fornire.

Dove avviene la rottura di una simile esigenza senza che vi sia repressione o contenimento in schemi minimi di obbedienza?

Nel farsi presente di Gesù alla sua Chiesa e in essa a ciascuno di noi. Questa presenza è la luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo e che conferisce acume all’intelletto, dissipa le nebbie della fantasia e porta sobrietà nella volontà.

Nell’alternarsi di luci e di ombre sta il grido della preghiera, le lacrime della penitenza, la lacerazione del cuore per il non senso del vivere, il gemito della Sposa e dello Spirito, la lode e il silenzio, la supplica per tutti e l’attesa del Giudizio.

VIENI SIGNORE GESÙ. MARNATHÀ!

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Nell’attesa della venuta gloriosa del Signore, rivolgiamo le nostre suppliche al Padre che è nei cieli.

Diciamo insieme:

Esaudisci il tuo popolo, Signore.

  • Per la Chiesa santa e cattolica, perché nella sua gioiosa attesa annunci a tutti i popoli l’Evangelo della pace, preghiamo:
  • Perché tutti i popoli attirati dal Cristo innalzato, si rivolgano verso la parola evangelica per esserne illuminati e camminare nelle sue vie, preghiamo:
  • Per tutti i discepoli del Signore perché non cessino di attendere la venuta del Signore camminando come figli della luce, preghiamo:
  • Per la nostra comunità cristiana perché nell’umile vita quotidiana sia piena di gioia nel Signore che viene, preghiamo:
  • Perché tutti noi sappiamo accogliere il Signore nascosto e presente nei segni sacramentali e nel volto dei suoi poveri, preghiamo:

O Dio, Padre misericordioso, che per riunire i popoli nel tuo regno hai inviato il tuo Figlio unigenito, maestro di verità e fonte di riconciliazione, risveglia in noi uno spirito vigilante, perché camminiamo sulle tue vie di libertà e di amore fino a contemplarti nell’eterna gloria.

Per Cristo nostro Signore.

Amen