SOLENNITÀ DI CRISTO RE – C – P. Giuseppe Bellia

 

Visione di luce è la croce di Gesù.

In specchio terso di cuore puro

come in sindone monda riverbera

l’impronta dell’Amato,

che tutti lodano cantando:

alleluia.

Venite, vedete il Re, lo Sposo.

Dal suo capo scende l’unzione

che riplasma la polvere d’Adamo

e in coro supplichiamo:

Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno.

Gesù non abbandonarmi nell’ombra di morte.

Gesù perdonami, tu che hai perdonato i tuoi crocifissori.

Gesù accoglimi nel mio ultimo respiro.

Gesù conservami nella fede in te, mio Redentore.

Gesù, riposo di chi è affaticato, accoglimi accanto a te.

Gesù, speranza dei morenti, ricordati di me, peccatore

O Nazireo, più lucente della neve,

il tuo corpo è più roseo dei coralli,

zaffiro è la tua forma, Figlio d’uomo.

Stupiti gli angeli acclamano:

alleluia.

Veste a te stesso è il tuo sangue,

porpora regale, ingemmata di ferite,

a te siamo attirati, o Dio Innalzato

e con fede pura ti supplichiamo.

Gesù, pace dei credenti, pietà di noi.

Gesù, ornamento dei sacerdoti, pietà di noi.

Gesù, sposo delle vergini, pietà di noi.

Gesù, vincolo santo degli sposi, pietà di noi.

Gesù, vigore dei giovani, pietà di noi.

Gesù, pudore delle ragazze, pietà di noi.

Gesù, candore dei fanciulli, pietà di noi.

Gesù, sostegno degli anziani, pietà di noi.

Ricordati di noi, Gesù, nel tuo Regno.

Tu sei la nostra veste immortale,

folgorante nello Spirito, nostra vita,

tua porpora regale, Signore nostro Dio.

Questa domenica conclusiva dell’anno liturgico celebra la regalità del Cristo.

La prima lettura crea un parallelo tra la consacrazione messianica di Davide e quella del Signore Gesù. Come Davide è riconosciuto re da tutto Israele per un’intelligenza della parola di Dio, che lo ha designato, così sta accadendo per il Signore: la sua regalità s’impone per verità di evidenza in forza dell’annuncio evangelico ed è destinata ad estendersi sia su Israele che su tutti i popoli.

Il salmo responsoriale evidenzia il rapporto tra la casa di Davide e Gerusalemme, la città del grande re (Mt 5,35).

La seconda lettura celebra il dominio regale del Cristo sul mondo intero perché Egli è il Figlio del suo amore.

In noi, che abbiamo creduto in Cristo, si è attuata la sua regalità,quindi il ritorno della creazione al Padre. La regalità di Cristo, come vittoria sul potere della tenebra segna il principio del ricapitolare tutte le cose in Cristo (Ef 1,10). Il regno quindi non è già nella sua pienezza ma nella sua realizzazione (cfr. 1Cor 15,25: Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte). Noi stessi, pur appartenendo già al regno in cui per fede contempliamo la luce, tuttavia siamo ancora nella possibilità della scelta e ancora sentiamo le sollecitazioni dell’antico avversario che ci vuole portare in quelle tenebre in cui eravamo. La missione apostolica è strappare gli uomini da questo potere (cfr. At 26,18).

Nell’Evangelo «il dominante è “l’ironia di Dio”. Qui Gesù è il deriso, il disprezzato proprio in questa irrisione lui tace. E nel massimo dell’umiliazione rivela la sua signoria. Gesù è condotto come un malfattore, sta in mezzo però come un giudice. Padre perdona loro che non sanno quello che fanno. È il giudizio universale pronunziato da Gesù. Colui che non salva se stesso salva tutti.

Si realizzano le profezie messianiche, sia Is 53 che Sal 21. Se tu sei il Re dei Giudei. Ma sta sopra di lui l’iscrizione: questo è il Re dei Giudei. Salvare gli altri invece che se stesso. Gesù salva se stesso realizzando la missione che gli è stata affidata. La sua grazia fluisce su quelli che lo deridono e su quelli che capiscono. La sua grazia scende su tutti» (d. U. Neri, appunti di omelia, Montesole, 14.11.1996).

PRIMA LETTURA                                             2 Sm 5,1-3

 

Dal secondo libro di Samuèle

In quei giorni, 1 vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne.

In questo momento tutte le tribù, che riconoscono Israele come loro padre, dichiarano di essere uno con Davide: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne». La divisione tribale e territoriale tra le tribù del nord e quelle del sud è superata. Benché nella genealogia di Davide vi sia una moabita (Rut), tuttavia le tribù non ne tengono conto. Essendo uno in Davide cessa ora ogni inimicizia tra le varie tribù.

In Davide è prefigurato il Cristo come principio di unità non solo d’Israele (vedi genealogia di Matteo) ma anche dell’intera umanità (vedi genealogia di Luca).

2 Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele.

Anche sotto il regno di Saul il vero re era Davide. Caratteristica del re è condurre e ricondurre (lett.: fare entrare e uscire) Israele. L’immagine che sottostà è quella del condottiero e del capo, come è detto di Davide in 1Sm 18,16: Tutto Israele amava Davide perché egli entrava e usciva davanti a loro.

Allo stesso modo Mosè invoca da Dio un condottiero che abbia queste caratteristiche: Il Signore, il Dio della vita in ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore (Nm 27,16-17). Vi è quindi anche l’immagine del pastore che guida il gregge a pascoli sicuri e lo tiene custodito nell’ovile. Sullo sfondo vi è la figura del Messia.

Il Signore ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele”».

La loro elezione di Davide si fonda sulla profezia. Essa si è diffusa tra il popolo, come ne dà testimonianza Abigail: «Certo, quando il Signore ti avrà concesso tutto il bene che ha detto a tuo riguardo e ti avrà costituito capo d’Israele, non sia di angoscia o di rimorso al tuo cuore questa cosa: l’aver versato invano il sangue e l’aver fatto giustizia con la tua mano, mio signore» (1Sm 25,30); così pure Abner agli anziani d’Israele: «Ora mettetevi al lavoro, perché il Signore ha detto e confermato a Davide: Per mezzo di Davide mio servo libererò Israele mio popolo dalle mani dei Filistei e dalle mani di tutti i suoi nemici» (2Sm 3,18).

Anche in questo Davide è figura di Gesù perché i popoli e i singoli vedono in Lui il re Messia senza nessuna coercizione esterna.

3 Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele.

Forse questa è una seconda delegazione formata dagli anziani.

E il re David concluse con loro un’alleanza. Il patto che il re fa con gli anziani denota che la nuova istituzione, la monarchia, non si pone al di sopra ma sta alla pari con le precedenti istituzioni impersonate dagli anziani. Il patto delimita l’autorità del re e non la rende dispotica. Lo statuto del re è espresso in Dt 17,15sg.

Davanti al Signore facendo un sacrificio sull’altare del Signore che è in Ebron.

Questa è la terza unzione in virtù della quale Davide diventa re su tutto Israele.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 121

R/.       Andremo con gioia alla casa del Signore.

Quale gioia, quando mi dissero:

«Andremo alla casa del Signore!».

Già sono fermi i nostri piedi

alle tue porte, Gerusalemme!                R/.

È là che salgono le tribù,

le tribù del Signore,

secondo la legge d’Israele,

per lodare il nome del Signore.

Là sono posti i troni del giudizio,

i troni della casa di Davide.       R/.

SECONDA LETTURA                                      Col 1,12-20

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi

Fratelli, 12 ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce.

L’apostolo invita ora i suoi fratelli alla gioia che trabocca nel ringraziare il Padre. La vera gioia investe il nostro sentire ma non ha qui la sua sorgente. Essa scaturisce dall’intima operazione dello Spirito Santo a livello del nostro essere. Questa operazione è conosciuta mediante la fede ed è esperimentata nella carità verso tutti i santi (cfr. 1,4) e nella capacità di sperare andando oltre le apparenze.

La gioia quindi è il silenzio della disperazione e del suo grido d’invocazione per ottenere la salvezza e diventa in noi il ringraziamento al Padre.

In questo ringraziamento il nostro spirito si ritma sullo Spirito Santo, che dà testimonianza al nostro spirito che siamo figli di Dio (cfr. Rm 8,16) e si dirige al Padre con la stessa tenerezza e gratitudine dell’Unigenito Figlio.

Il motivo del ringraziamento è il fatto che il Padre ci ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Prima non lo eravamo, ora noi siamo in grado di partecipare a questa sorte, a questa eredità.

L’eredità cui noi partecipiamo è quella dei santi nella luce. I santi, che sono nella luce e alla quale noi stessi partecipiamo, sono quelli che il Cristo ha illuminato con la sua redenzione quando con il suo sangue ha santificato il santuario celeste (cfr. Eb 9,22-23) e ivi ha fatto risplendere la conoscenza del Padre suo a tutti i suoi santi. Santi quindi sono i suoi angeli e tutti i suoi eletti, che Egli ha liberato dagli inferi e ha introdotto nelle dimore della casa del Padre suo illuminandoli con la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14).

Nella luce. L’apostolo specifica che la sorte dei Santi è la luce. In tutta la lettera nomina solo qui la luce. Dalle tenebre del suo carcere Paolo vede la luce che è riserbata in sorte ai santi. La luce è il Regno del Figlio del suo amore. In queste parole dell’Apostolo si sente l’esperienza dell’Esodo: le tenebre invasero la terra d’Egitto (cfr. Sap 17) invece ai tuoi santi grandissima era la luce (18,1).

13 È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre

e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,

Il potere delle tenebre è quello che operò nella Passione e Morte di Gesù come Egli stesso dice: «Questa è l’ora vostra e il potere della tenebra»(Lc 22,53); contro di esso è la nostra lotta (cfr. Ef 6,12).

Che significa che il Padre ci ha liberati dal potere delle tenebre? La tenebra si contrappone alla luce dove dimorano i santi. Come spirituale è la luce così lo sono pure le tenebre. Esse perciò possono penetrare solo nelle creature dotate di spirito quali gli angeli e gli uomini. Le tenebre scaturiscono pertanto da colui che è il seduttore e il mentitore fin da principio (cfr. Gv 8,44). In questo modo, attraverso l’energia del peccato e della morte, egli oscura gli uomini impedendo che le loro facoltà spirituali vedano la luce ma, al contrario, immerse nelle sue tenebre, contemplino solo le rappresentazioni passionali delle creature. Per questo il Signore vuole che preghiamo il Padre: liberaci dal male (Mt 6,13).

Da questo potere, che opera nei figli delle tenebre, ci ha liberati il Padre. Essere liberati significa non aver più un rapporto di dipendenza assoluta al punto tale da sentirla naturale e di avere in noi la forza di resistere a una simile seduzione (cfr. Rm 7,24: Chi mi libererà da questo corpo di morte?). Tutto questo il Padre lo ha operato nel battesimo rendendoci suoi figli nel Figlio che Egli ama.

Dal potere delle tenebre il Padre ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore. L’apostolo contrappone il potere al regno. Gesù ci ha insegnato che anche quello del satana è un regno (cfr. Lc 11,18). Paolo in questo momento contempla un potere dispotico e distruttivo quale quello della tenebra e un regno in cui domina l’amore del Padre per il Figlio suo. Noi siamo saziati e illuminati dall’amore del Padre per il Figlio. Infatti l’amore del Padre per il Figlio è tale che esso si riversa su di noi, come lo stesso Signore dice: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo» (Gv 10,17).

14 per mezzo del quale abbiamo la redenzione,

il perdono dei peccati.

Noi abbiamo la redenzione nel Figlio del suo amore. La nostra redenzione è nel Figlio amato dal Padre. Essa non si colloca in uomini santi (Abramo, Mosè ecc.) e neppure nelle sfere angeliche, ma nel Figlio in cui noi siamo amati.

La redenzione quindi è la forza dell’amore con cui il Padre ci attrae al Figlio e in Lui ci redime donandoci il perdono dei peccati.

La redenzione è il rapporto che Gesù ha con noi e che noi abbiamo con Lui. Egli infatti è divenuto per noi sapienza da parte di Dio, giustificazione, santificazione e redenzione (1 Cor 1,30). Nel suo rapporto con noi Gesù diviene incessantemente da parte di Dio sapienza che ci ammaestra nell’intimo, giustificazione che adempie il rapporto con la Legge, santificazione che ci rende partecipi della vita divina, redenzione che distrugge in noi la forza del peccato.

Perché questo avvenisse il Figlio di Dio si è fatto Carne ed è avvenuto uno scambio doloroso per Lui vantaggioso per noi. Come insegna l’Apostolo, colui che non conosceva peccato per noi lo fece peccato, perché diventassimo giustizia di Dio in lui (2 Cor 5,21). Gesù, pur non conoscendo mai il peccato, è entrato nel profondo della nostra esistenza umana, là dove opera l’energia del peccato e della morte ed ha voluto assorbire su di sé tutta la forza distruttrice del peccato in tutte le sue forme più penetrate ed occulte del nostro corpo, della nostra psiche e del nostro spirito e le ha volute distruggere perché noi potessimo non essere più dominati da nessuna forza del peccato sia nel corpo,dominato dalla legge del peccato, sia nella psiche, afferrata dal piacere, come pure nello spirito attratto dalla conoscenza del bene e del male ma ripiegato costantemente su se stesso nella costante contemplazione e sublimazione del suo io.

Egli ha compiuto la redenzione,distruggendo la forza del peccato, con la sua Croce, mediante il suo sangue (Ef 1,7). Qui è avvenuto il compimento della sua obbedienza che Lo aveva portato ad assumere una carne di peccato in vista del sacrificio per il peccato condannando in tal modo il peccato nella carne (cfr. Rm 8,3).

15 Egli è immagine del Dio invisibile,

primogenito di tutta la creazione,

Il quale è immagine del Dio invisibile. Immagine cfr. 2Cor 4,4: qui la definizione di Cristo, immagine di Dio è legata allo splendore dell’Evangelo della gloria di Cristo. Potremmo dire che, poiché il Cristo è immagine di Dio, il suo Evangelo è di gloria, cioè risplende in esso la stessa gloria che è in Cristo, immagine di Dio.

Tutto in Cristo è immagine del Dio invisibile; nella sua natura divina in quanto è della stessa sostanza del Padre, nella sua natura umana in quanto unita alla natura divina nell’unica persona del Figlio e nell’Evangelo, che è la sua Parola, che resta visibile nella sua Chiesa e nella quale noi contempliamo la sua immagine gloriosa.

Egli è immagine perché in Lui abita tutta la pienezza della divinità corporalmente (2,9). Corporalmente perché l’immagine invisibile di Dio diventa visibile in Lui, fatto per poco tempo inferiore agli angeli e glorificato alla destra di Dio (cfr. Eb 2,7-9). L’immagine del Dio invisibile diviene visibile senza subire alterazione e diminuzione perché tutta la pienezza della divinità inabita corporalmente in Lui.

Primogenito di tutta oppure ogni creazione. Primogenito indica il rapporto che il Figlio del suo amore ha con ogni creazione celeste, terrena e quella degli inferi. Egli è diventato primogenito nel momento in cui prese la nostra carne: Maria partorì il Figlio suo, il Primogenito (Lc 2,7). Non solo diventò nostro primogenito come è detto: primogenito di molti fratelli (Rm 8,29), ma è diventato primogenito di ogni creazione perché nel Nome di Gesù ogni ginocchio si piega delle realtà celesti e terrestri (cfr. Fil 2,10) e infatti quando introduce il Primogenito nel mondo lo adorano tutti gli angeli di Dio (Eb 1,6).

Primogenito pertanto è un termine di relazione con la creazione, come Unigenito lo è con il Padre. Ogni creatura, di qualsiasi natura essa sia, ha in Cristo la sua ragione di origine e di essere e il suo fine. Egli, generato prima di ogni creatura, è la ragion d’essere (il logos) di ciascuna di esse e di tutta la creazione nel suo insieme. In quanto primogenito, ciascun ordine della creazione porta la sua impronta e a Lui tende.

16 perché in lui furono create tutte le cose

nei cieli e sulla terra,

quelle visibili e quelle invisibili:

Troni, Dominazioni,

Principati e Potenze.

Tutte le cose sono state create

per mezzo di lui e in vista di lui.

Essendo Gesù l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creazione, Egli è pure il luogo nel quale tutte le creature hanno origine dalla volontà creatrice del Padre. La sua natura umana, in forza della quale il Figlio è il Cristo, è l’archetipo in virtù del quale tutto è creato. Ogni creatura deve il principio del suo essere e del suo esistere al Padre attraverso il Cristo e in questi ha la sua ragion d’essere, cioè il suo logos, come c’insegna s. Massimo il Confessore.

Nessuna creatura, in qualsiasi ordine della creazione, sfugge a questo rapporto. Gesù quindi è il centro compaginante tutta la creazione nel suo insieme ed è il principio dell’armonia e dell’unità di tutte le cose. I vari ordini della creazione si armonizzano tra loro e si servono vicendevolmente per l’intrinseco rapporto che hanno con il Cristo, il Primogenito di ogni creazione, proprio perché Gesù è da sempre l’immagine del Dio invisibile. Per l’intrinseco rapporto che Egli ha con il Padre suo, di cui è l’immagine unica, tutte le creature nel loro essere fanno a Lui riferimento come alla causa della loro origine. Così infatti ha voluto Dio che il Figlio del suo amore, il suo Unigenito, nel suo disegno divenisse il principio di tutta la creazione, nella sua varietà in Lui ricapitolata e assoggettata alla sua signoria per essere il luogo della regalità del Padre, come c’insegna l’apostolo in 1 Cor 15,24: poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza.

Perché non si pensi che vi sia qualche creatura che sfugga, nell’atto creativo, al rapporto con il Cristo, l’apostolo precisa: tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili. I due ambiti della creazione, i cieli nei quali vi sono le creature invisibili e la terra abitata da quelle visibili sono in relazione al Cristo. Nessuno può trascendere la sua natura umana ed appellarsi eventualmente al solo suo essere Dio.

L’elenco, che segue, enumera alcune potenze spirituali, che esercitano il loro dominio sulla creazione: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Benché simili potenze possano avere il titolo divino (cfr. 1 Cor 8,5) tuttavia esse non sono Dio come invece lo è il Cristo, dal quale dipendono e che ne distruggerà il potere (cfr. 1Cor 15,24). Egli infatti è a loro superiore (cfr. Ef 1,21) In esse vi è pure un tentativo di separarci da Cristo (cfr. Rm 8,38).

Anche tra loro vi è stata la ribellione o l’accettazione del Cristo. Le potenze, che Lo hanno accolto e riconosciuto Signore, Lo servono nel mistero della sua Chiesa, nella quale conoscono la multiforme sapienza di Dio (Ef 3,10); quelle invece che Lo hanno rifiutato ci sono avverse e quindi contro di esse si è instaurata una lotta (cfr. Ef 6,12). Noi la vinciamo in forza della nostra sottomissione a Cristo, come al Signore nostro e di tutti.

Come in Lui la creazione ha la sua origine dal Padre, quindi per mezzo di Lui, così essa è a Lui finalizzata. Egli ne è lo scopo e ne è quindi il principio che la compagina e la finalizza a sé come al suo ordine, alla sua armonia e alla sua beatitudine.

17 Egli è prima di tutte le cose

e tutte in lui sussistono.

Nel rapporto con la creazione (tutte le cose) il Cristo non è ad essa contemporaneo, ma è prima. Prima indica una relazione, impossibile ad esprimersi con le nostre parole, tra il tempo, in cui tutto è posto, e l’eternità, in cui Egli è. Il prima quindi non è in ordine temporale ma riguarda l’essere. L’essere del Cristo è quello stesso del Figlio del suo amore e nell’atto in cui l’essere divino si determina come il Padre e il Figlio non perde la sua intrinseca unità e non suppone nessuna successione temporale. Al contrario il tutto, che si esprime nel molteplice di tutte le cose, ha nel Cristo il luogo della sua origine dal Padre senza essere coeterno a Dio.

«Dicendo che Egli è prima di tutte le cose, mostrò che Egli è sempre, la creazione invece è divenuta» (Basilio, adv. Eunom. 4, MPG 29,701).

Il confine tra l’eternità e il tempo è l’umanità di Gesù, posta come principio ontologico di tutte le creature invisibili e visibili e originata dallo Spirito Santo nel grembo verginale di Maria, la Donna, nella pienezza dei tempi (Gal 4,4).

Nel Cristo pertanto tutte le cose sussistono, in Lui hanno la loro armonia, la loro unità e compattezza e in Lui sempre più sono unificate e ricapitolate.

Nella sua umanità Gesù è la sintesi benefica della natura divina con quella umana, del mondo visibile con quello invisibile, del tempo e dell’eternità. Tutto nel suo ordine proprio in Lui s’incontra e si armonizza in quell’unità meravigliosa e beatificante che fa in modo che Dio sia tutto in tutte le realtà (cfr. 1Cor 15,28).

Egli opera tutto questo con la potenza della sua parola (Eb 1,3). «La creazione sta salda in virtù della sua sapienza e della sua potenza» (Teodoreto, Biblia, o.c., p. 32).

18 Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.

Egli è principio,

primogenito di quelli che risorgono dai morti,

perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.

«Osservazioni sulla struttura: nella seconda parte dell’inno prende ancora più evidenza l’uomo Gesù. Lui solo di cui i vv 18 e seg. tracciano la storia: sono una biografia. Nell’atto stesso in cui lo definisce capo della creazione ne fa anche la storia v. 20: è il crocifisso e al 22 nel corpo della sua carne.

Osservazione particolare: contrapposizione principio (v. 18) con principati (v. 16): Egli è il “principio dei principi”. Ammessa l’esistenza dei vari ordini creati, Lui è il principio dei principi, Gesù l’uomo morto in croce» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, s. Antonio, 1.2.1972).

Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. La Chiesa è chiamata il Corpo di cui il Cristo è il capo. Quindi il rapporto tra la Chiesa e Cristo è di tale natura che il Cristo non può essere senza la Chiesa come la Chiesa senza Cristo. Nella lettera agli Efesini appare che Cristo è capo come termine ultimo della sua glorificazione e della sua signoria su tutte le cose (1,22) e lo diede capo su tutte le cose alla Chiesa, che è il suo corpo, la pienezza di Colui che riempie tutte le cose in tutti.

Quindi la Chiesa è con Cristo all’apice di tutta la sua glorificazione e diventa quindi con Lui pleroma cioè pienezza.

«Il Cristo non è soltanto il capo di tutta la creazione, ma del Corpo, della Chiesa: la grandezza di Cristo, fa la grandezza della Chiesa. C’è tra Cristo e la creazione un rapporto di necessità, ma c’è un rapporto ancor più di necessità fra Cristo e la Chiesa; rapporto di bellezza e pienezza: Cristo fa la bellezza della Chiesa e la Chiesa fa la pienezza del Cristo. Questo avviene attraverso un’operazione di riscatto dal peccato» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerusalemme, 12.5.80).

Egli è il Principio. In Ap 3,14 Egli dichiara di se stesso: il Principio della creazione di Dio; qui invece il Cristo è dichiarato in modo assoluto il Principio. In Gv 1,1 si proclama: In principio era il Verbo, qui apprendiamo che Egli stesso è il Principio. L’uso assoluto non nega la sua generazione dal Padre. Ma poiché il Padre ha voluto che in Lui tutto avesse il suo inizio per questo l’apostolo lo proclama il Principio di fronte al quale nulla è principio. In Prov 8,22 la Sapienza dichiara di se stessa: Il Signore mi ha avuta principio della sua via. La via del Signore è la sua stessa azione. All’inizio di essa vi è la Sapienza.

Primogenito dai morti. In 1Cor 15,20 si dice che il Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che si sono addormentati. Egli quindi, passando attraverso la morte, è diventato la primizia dei morti. Ora se la primizia è viva, tutti coloro che in Lui si sono addormentati già vivono in Lui.

19 È piaciuto infatti a Dio

che abiti in lui tutta la pienezza

La sovrabbondanza dei titoli elencati precedentemente, che rilevano il primato del Cristo in rapporto a tutto, ha qui la sua motivazione. L’elezione divina, espressa nel piacque, è il motivo che ha posto il Cristo come il principio e il primo di tutto.

Al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza. Nel Cristo, veramente uomo, il Padre ha fatto abitare tutta la pienezza. In Lui uomo non è avvenuta nessuna diminuzione benché Egli abbia svuotato se stesso nell’assumere la forma dello schiavo (Fil 2,7) e si sia umiliato fino alla morte e alla morte di croce (ivi,8). Entrando nel mondo, il Figlio non ha subito nessuna diminuzione anche se nell’economia della redenzione Gesù è apparso spogliato di quella gloria che aveva presso il Padre prima che il mondo fosse (cfr. Gv 17,5).

L’apostolo vuole che professiamo tutta la sua pienezza perché non ci lasciamo ingannare dall’apparenza visibile dell’umiltà del suo essere uomo e Lo consideriamo perciò diminuito quanto alla pienezza della sua divinità che in lui abita corporalmente (2,9). Il suo svuotarsi non è in rapporto al suo essere ma al tempo della sua dimora tra noi. Però quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti (Eb 2,9).

Egli è da sempre e per sempre consustanziale al Padre e nel suo essere uomo Gesù non ha perso la sua consustanzialità al Padre perché al Padre è piaciuto far abitare in lui tutta la pienezza. La divinità non abitò in Lui solo per partecipazione come accade per noi (cfr. 2 Pt 1,4) ma pienamente.

20 e che per mezzo di lui e in vista di lui

siano riconciliate tutte le cose,

avendo pacificato con il sangue della sua croce

sia le cose che stanno sulla terra,

sia quelle che stanno nei cieli.

Come in Cristo il Padre tutto ha creato così a Dio è piaciuto per mezzo di lui riconciliare a lui tutte le cose. Non solo Gesù ha il primato su tutto per il fatto che in Lui abita tutta la pienezza ma anche Egli è il Redentore mediante il quale il Padre riconcilia tutto finalizzandolo al suo Figlio (a lui).

La riconciliazione, espressa come la rappacificazione di tutte le creature sia terrene che celesti, avviene nel sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui.

L’apostolo pone l’attenzione nel sangue perché è in esso che è sancita l’alleanza che dà pace a tutte le creature sia sulla terra che nei cieli. Mediante il sangue di Gesù, versato sulla croce, avviene la redenzione in tutti gli spazi sia sulla terra che nel santuario di Dio (Ap 11,19).

Tutte le creature si riconciliano tra di loro e con Dio rapportandosi al sangue redentore della sua croce. Il suo è l’unico e perfetto sacrificio che si fa presente in ogni rapporto come forza che distrugge ogni inimicizia e crea pace con Dio e con tutte le realtà terrene e celesti.

Dal momento che in Lui abita tutta la pienezza della divinità corporalmente (2,9) Egli si fa presente a tutto e a ciascuno come il Redentore. Solo Lui può rendersi presente anche come uomo a tutto e a tutti come Colui che fa pace togliendo l’inimicizia.

Il principio di unità e di pace non è in noi ma è solo in Cristo.

CANTO AL VANGELO                                     Mc 11,9.10

R/.       Alleluia, alleluia.

Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Lc 23,35-43

 

 Dal vangelo secondo Luca

35 In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».

Il popolo stava a vedere. Nei salmi l’azione del vedere è unita a quella di schernire (Sal 22,7), di sfuggire (Sal 31,12), di scuotere il capo (Sal 109,25).

Nell’Evangelo le due azioni sono scisse: il popolo stava a vedere, testimone muto e inerte di fronte al suo Signore.

Il popolo, che Lo ha seguito, assieme alle figlie di Gerusalemme, se ne sta in silenzio osservando. Egli vede Gesù crocifisso senza provare orrore. Gesù sulla croce non respinge ma attira (cfr. Gv). Egli si fa spettacolo (qewri,a) al Padre, agli angeli e agli uomini perché la Vittima, nello Spirito Santo, emana il profumo della divinità e le sue ferite si fanno gloriose e fonte di salvezza per chi crede. In Lui tutto è amore. Si aprono abissi di sofferenza sia nel suo fisico, che nella sua psiche e nel suo spirito. Questi abissi non esprimono la disperazione della morte, che vuole dominare anche in Lui ma non può, ma dell’amore, che conquista nuovi spazi per noi e in noi, strappandoli alla morte.

Lo spettacolo afferra talmente il popolo, che appaiono grida stridule quelle dei sinedriti, che Lc immediatamente registra.

I capi invece lo schernivano, si facevano beffe di Lui. Essi hanno davanti a sé, nella crocifissione, la prova evidente che Gesù non è il Messia e quindi possono prendere in giro le sue pretese di essere il Salvatore del popolo. Il loro accecamento è giunto a questo punto e in tal modo le Scritture sono realizzate.

La sorte toccata ai messaggeri di Dio e ai suoi profeti è giunta a compimento nel Cristo come è detto in 2Cr 36,16: Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio.

I capi, che si sono mossi con forte determinazione, hanno ottenuto quello che volevano. Ora essi possono schernirlo perché la sua debolezza e la sua morte in croce sono ai loro occhi il segno che Gesù non è il Cristo di Dio, l’Eletto. Se Egli fosse scelto da Dio, Questi lo avrebbe salvato ed Egli stesso avrebbe manifestato il suo rapporto con Dio vincendo i suoi avversari. Messo alla prova, Gesù non ha retto al confronto ed ora Egli muore sulla croce perché malfattore.

36 Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».

Al coro dei capi si unisce quello dei soldati, nominati per l’unica volta, benché già in azione come esecutori fisici della crocifissione.

Anche le Genti, rappresentate nei soldati, lo scherniscono. In greco il verbo non è lo stesso che il precedente anche se ha un significato simile: vuol dire farsi gioco di qualcuno, deridere, irridere, e quindi: schernire, farsi beffe (GLNT, Bertram).

I soldati lo prendono in giro porgendogli dell’aceto adempiendo così la parola del Salmo che dice: quando avevo sete mi hanno dato aceto (Sal 69,22), essi sembrano imitare il rito di colui che porge la coppa al re dicono infatti: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Come esecutori del potere di Cesare hanno inchiodato questo re sulla Croce e lo hanno reso impotente. Nel rifiuto di Gesù tutti si sono uniti.

38 Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Dal basso saliamo verso l’alto, dalla folla, dai capi, e dai soldati guardiamo ora sul capo di Gesù: c’era anche una scritta (parecchi codici aggiungono: in lettere greche, latine ed ebraiche), sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.

La Parola consegnata nelle Scritture d’Israele è salita sul suo capo come diadema regale e annuncia a tutti i popoli chi è Gesù, essendo il re dei Giudei è il Messia.

In questo modo e in questo momento Gesù è rivelato il re Messia. Solo contemplandolo sulla Croce lo si comprende come Messia. Ogni forma di regalità, che lo rinchiuda entro le categorie umane di dominio e di potenza, crea grandi equivochi e pericolose conclusioni.

39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!».

Uno dei malfattori appesi [alla croce] lo insultava unendosi ai nemici di Gesù (22,65); lett: lo bestemmiava, derideva infatti la regalità messianica del Signore, che si manifestava attraverso quell’infamante supplizio, dicendo: Non sei tu il Cristo? È la stessa tentazione del Satana che vuole il segno (4,1-12), degli scribi e dei farisei che per metterlo alla prova chiedono un segno dal cielo (11,16), così anche il malfattore si associa ai capi (35) e ai soldati (36) e dice: Salva te stesso e noi!

40 L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41 Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».

L’altro invece lo rimproverava. È proprio di colui che comprende e obbedisce al disegno di Dio rimproverare chi si ribella e fa violenza, tentando Dio. Di fronte al silenzio di Gesù egli parla difendendolo e diventando così partecipe del popolo degli umili che attendono la salvezza e il Regno di Dio.

Non hai alcun timore di Dio È scritto: il timore del Signore è principio della sapienza (Sal 111,10) quindi è l’inizio della conversione, tu che sei condannato alla stessa pena, hai ricevuto la stessa sentenza di condanna del Cristo.

Il ladro riconosce il loro peccato, che ora riceve degna punizione, e ad esso contrappone l’innocenza di Gesù e lo invoca come Re. Per lui la scritta è vera.

Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per la nostre azioni, si riconosce malfattore e peccatore assieme all’altro e vede che il regno del Messia non viene attraverso la violenza e l’odio, infatti afferma: egli invece non ha fatto nulla di male, è innocente, timorato di Dio perciò, anche se condannato dagli uomini, Egli è esaudito da Dio che adempie in Lui la promessa fatta a Israele. Attraverso la conversione il ladro pentito entra nella santa Scrittura e ne percepisce il senso: disprezzato e reietto dagli uomini … si è caricato delle nostre sofferenze … lo giudicavano castigato … per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,3-5).

42 E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».

E disse: «Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Egli ora prega, fiorisce sulle sue labbra il salterio, con il quale Gesù sta pregando. Dice infatti il Salmo: Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo, visitaci con la tua salvezza (106,4).

Egli prega Gesù come il Signore e attende da Lui la salvezza quando verrà nella sua gloria regale. Crede che Gesù tornerà come re nel giorno del giudizio e quindi lo prega con la preghiera d’Israele trasmessa dalle divine Scritture. Attraverso la preghiera attinge alla fede e in Gesù sofferente come lui e per lui vede già il Messia glorioso.

Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Gli rispose: «In verità ti dico, è una parola confermata da un giuramento, oggi perché proprio ora è iniziato il tempo ultimo e da questo legno Gesù regna, con me sarai nel paradiso, in quel paradiso dal quale l’uomo era stato escluso e verso il quale è tutta la sua brama, tu sarai con me», condividerai la mia stessa gioia, la mia regalità e il legno della maledizione sul quale sei appeso con me diventerà l’albero della vita. Per te infatti ho abbandonato il paradiso di delizie e sono stato con te inchiodato su quell’albero che fu la tua condanna, ora la maledizione è tolta, entra con me nel giardino di delizie e gusta del frutto della vita perché è iniziato il mio regno. Il vecchio Adamo parla attraverso la bocca di questo suo figlio e viene strappato dalle catene della morte assieme ai giusti che hanno atteso e attendevano la sua redenzione.

39-43 Unico fra tutti gli evangelisti, Lc, posando lo sguardo sui due malfattori, ne ascolta il dialogo. Il colloquio con Gesù è aperto da uno di loro e chiuso dall’altro con una preghiera rivolta a Gesù. La tradizione lo chiama Disma. Tutti e due sono convinti che Gesù sia il Cristo e si rivolgono a Lui in modo diverso.

Il primo chiede a Gesù, che essendo il Cristo, li salvi immediatamente assieme a Lui. Egli fa leva sulla possibilità di smentita, che Gesù ha, di fronte alle calunnie dei capi e dei soldati. Dal momento che questi lo rinnegano dichiarando che Egli non è l’Eletto, cerchi ora di dimostrarlo con un atto di forza per sé e per i suoi compagni di sventura. Quest’uomo impersona la tentazione, offertagli ancora una volta dal tentatore, che è tornato all’ora fissata: «Instaura il regno d’Israele contro questi capi invischiati nel compromesso per l’esercizio del potere, che essi condividono con i romani, e noi, liberati da questo supplizio combatteremo con te per la liberazione del nostro popolo».

Di fronte a questi discorsi Lc dichiara che egli bestemmiava. In che cosa consiste questa bestemmia? Certamente nella tentazione e nella conseguente rabbia motivata dal fatto che Gesù non gli dà alcuna risposta e lascia cadere la sua provocazione.

Il secondo inizia il suo intervento rimproverando l’altro di non temere Dio. In questo consiste la bestemmia: esser arroganti con Dio e tentarlo nel momento in cui il suo Cristo subisce lo stesso giudizio loro benché sia innocente.

Qui sta la riflessione del «ladro buono». Gesù è il Cristo, non ha fatto nulla di male e si trova a condividere la loro stessa condanna, che essi hanno meritato. Il malfattore non dichiara certo giuste quelle strutture di potere messe in atto dall’impero romano e dalla classe dirigente ebraica; ma condanna i mezzi da loro usati per fare giustizia, quali rapine, omicidi e sconvolgimento dell’ordine sociale.

Egli ora guarda Gesù e lo vede veramente Re e vuole partecipare a questa regalità, quando il Cristo verrà nel suo Regno.

Gesù esaudisce la sua preghiera, chiamando paradiso il suo Regno. Questa parola ha avuto molta fortuna nella letteratura cristiana, partendo da queste parole del Signore. L’oggi di Dio è il suo paradiso, dove si compie la regalità di Gesù.

Egli diviene Re non come vino nuovo in otri vecchi, ma dando origine alla nuova creazione, ai cieli nuovi e alla terra nuova. Qui entra il brigante convertito, egli entra nella gioia del suo Signore.

Note

Il cartello scritto è collocato sopra la croce, non sotto, perché, il principato è sopra le sue spalle (Is 9,5). Che cosa è questo principato se non l’eterna sua potestà e divinità. Per questo quando gli chiedono: Chi sei?, egli risponde: Il principio, che vi parlo (Gv 8,25).

Leggiamo questa iscrizione. Essa dice: Gesù Nazareno, re dei Giudei (Gv 19,19).

È giusto che l’iscrizione sia posta sopra la croce, perché non del suo corpo, ma della potestà divina è il regno che Cristo possiede.

È giusto che l’iscrizione sia sopra la croce, perché se il Signore Gesù è sulla croce, egli risplende al di sopra di essa per la sua maestà reale (s. Ambrogio).

Ho sentito molto che questo è il primo nuovo discepolo, è il primo che entra nella giustizia per la fede. Non dalle opere certo; non ne aveva. L’unica opera è credere che lui giustamente era condannato, ha creduto che il Cristo è giusto e ha invocato il nome di Gesù e fidandosi di Lui.

Chi mi vuole servire mi segua e dove sono io là sarà il mio servo (Gv 12). È il primo discepolo dopo che tutti gli altri erano fuggiti e qui inizia il nuovo discepolato per grazia. Questa è la dinamica unica del regno cioè la fede nel Cristo (sr. Agnese M., omelia, Montesole, 15.11.1996).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Dal legno della croce regna il Signore e, innalzato, attira a sé tutti gli uomini.

Al Padre che lo rivela a tutti i popoli s’innalzi la nostra preghiera.

Venga il tuo Regno, o Padre.

  • Dona alla tua Chiesa il lieto annuncio dell’Evangelo perché ogni uomo veda in Gesù Crocifisso la tua redenzione, noi ti preghiamo.

  • Concedi ai popoli la vera pace perché cerchino la giustizia e la concordia e ogni uomo si apra alla beata speranza della tua regalità, noi ti preghiamo.

  • Il tuo Cristo, che è venuto a evangelizzare i poveri, sia sempre la loro speranza e il loro pastore, noi ti preghiamo.

  • Donaci di esprimere nella nostra vita la regalità della Croce con l’umile fiducia nelle tribolazioni, la gioia nella condivisione dei tuoi doni e la mitezza dell’animo nei nostri rapporti, noi ti preghiamo.

O Dio Padre, che ci hai chiamati a regnare con te nella giustizia e nell’amore, liberaci dal potere delle tenebre; fa’ che camminiamo sulle orme del tuo Figlio, e come lui doniamo la nostra vita per amore dei fratelli, certi di condividere la sua gloria in paradiso.

Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen.