DOMENICA XXXII – C – Giuseppe Bellia

Io credo risorgerò da morte!

Io so che il mio Vindice vivo

dalla polvere grida con forza:

«O morte, dove sei andata?

Sei fuggita davanti a Dio!

La sua morte ti ha distrutta».

Una rugiada di luci silente

scende e dà vita ai morti:

il tuo vivificante Spirito.

Nuovo e ultimo mattino

di rugiada divina e pura,

primo nel pensiero di Dio.

Viene lo Spirito Santo,

soffia dai quattro venti

e rianima ossa riarse.

Sorge il sole di giustizia

e irrompe, luce di vita,

sui corpi dei suoi eletti.

Gioia soave e profonda,

anelito puro di vita nuova,

si diffonde dai corpi risorti

in ogni membro del corpo,

rinnovato dal soffio di vita,

inizio di creazione nuova.

PRIMA LETTURA                                        2 Mac 7,1-2.9-14

Dal secondo libro dei Maccabèi

In quei giorni, 1 ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite.

Non per il cibo in sé ma per la Legge che lo proibisce essi resistono alle torture del re. L’assoluto non è il contenuto del precetto ma la Parola di Dio che lo genera. Senza la Parola il precetto diviene assurdo. Può un uomo dare la vita per il mangiare o no se non è per la Parola?

Dopo che il Signore ha dichiarato mondi tutti i cibi (cfr. Mc 7,19) l’unica norma riguardante la proibizione dei cibi è la coscienza dell’altro e quindi la carità (cfr. Rm 14,21: È bene non mangiar carne, né bere vino, né far nulla che possa essere occasione di caduta al fratello).

2 Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri».

La coscienza del rapporto vincolante con le leggi dei padri è talmente forte da investire tutta la vita e da perderla per esse.

Si sente come sottofondo il sacrificio di Abramo che in obbedienza alla Parola di Dio sacrifica il suo unico figlio, quello della promessa. Nel punto in cui la vita è persa e la promessa è come smentita dalla stessa Parola di Dio, dall’assurdo per la ragione dell’uomo nasce la fede come conoscenza di un ulteriore orizzonte. Dice infatti la Lettera agli Ebrei (11,17-19): Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo.

[3 Allora il re irritato comandò di mettere al fuoco padelle e caldaie. 4 Diventate queste subito roventi, il re comandò di tagliare la lingua, di scorticare e tagliare le estremità a quello che era stato loro portavoce, sotto gli occhi degli altri fratelli e della madre.

5 Quando quegli fu mutilato di tutte le membra, comandò di accostarlo al fuoco e di arrostirlo mentre era ancora vivo. Mentre il fumo si spandeva largamente all’intorno della padella, gli altri si esortavano a vicenda con la loro madre a morire da forti, esclamando:

6 «Il Signore Dio ci vede dall’alto e in tutta verità ci dà conforto, precisamente come dichiarò Mosè nel canto della protesta: Egli si muoverà a compassione dei suoi servi».

7 Venuto meno il primo, in egual modo traevano allo scherno il secondo e, strappatagli la pelle del capo con i capelli, gli domandavano: «Sei disposto a mangiare, prima che il tuo corpo venga straziato in ogni suo membro?».

8 Egli rispondendo nella lingua paterna protestava: «No». Perciò anch’egli si ebbe gli stessi tormenti del primo. ]

La sofferenza del primo e del secondo, causata da indicibili tormenti, è stata l’ispiratrice di tante pagine dei nostri Atti dei martiri.

Essa sta a dimostrare che se anche il corpo dei santi non è immune dai tormenti, come lo fu quello dei giovani nella fornace ardente, tuttavia è sostenuto da una tale forza spirituale da essere in grado di sopportare i più indicibili tormenti.

Inoltre la solidarietà nel martirio dona forza gli uni agli altri.

Questa pagina ha molto commosso i nostri padri. Al suo commento, ispirandosi anche a IV Mac 6,16-23, ha dedicato diverse pagine Ambrogio nel suo trattato Giacobbe e la vita beata.

9 [E il secondo,] giunto all’ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna».

La risurrezione come vita nuova ed eterna è una conoscenza che non si raggiunge per una deduzione filosofica o scientifica ma per un’interiore esperienza della vita divina in forza dell’obbedienza alla Legge del Signore.

La speranza non germina da un’illusione ma da un’interiore certezza che matura nella tribolazione, come attesta Giobbe: Io lo so che il mio Vendicatore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, dalla mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero (meglio: e non è uno straniero). Le mie viscere si consumano dentro di me (Gb 19,25-27).

10 Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, 11 dicendo dignitosamente: «Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo». 12 Lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture.

  1. Cipriano: «Stese le mani perché fossero amputate ricolmo di gioia per questo genere di supplizi perché ebbe in sorte di imitare, con l’estensione delle mani per la sofferenza, la passione del Signore» (Esortazione al martirio).

13 Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. 14 Ridotto in fin di vita, egli diceva: «È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita».

L’insegnamento sulla risurrezione giunge al suo compimento preannunciando una duplice risurrezione come annuncia il Signore nell’Evangelo: «Quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio» (Gv 5,29).

Nota

«La fede propria d’Israele e di Gesù, legata alla risurrezione dei corpi, si va specificando contro una civiltà che da un lato è estetica e dall’altra prescinde dal corpo credendo solo all’immortalità dell’anima. È in questo contesto che Israele scopre il nucleo della sua fede: la civiltà greca esalta il corpo per poi perderlo sempre, la fede d’Israele disprezza il proprio corpo per poi riceverlo nella risurrezione» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1971).

Qui sta la fondamentale differenza tra il pensiero ebraico-cristiano e quello greco. Nell’impatto con il mondo greco il pensiero cristiano viene ridicolizzato proprio sul suo punto centrale la risurrezione di Gesù (cfr. At 17,31). Il ricupero del corpo nella risurrezione appare un assurdo per chi punta tutto sull’anima e sulla sua possibilità di contemplare il mondo spirituale senza l’involucro del corpo.

È pur vero che parlare della risurrezione non si può cadere nel mondo fantasioso del pensiero farisaico o islamico dove si proietta questo mondo in quello futuro senza soluzione di continuità eliminando solo il male. Una tale visione può attirare sia lo scherno dei sadducei, come appare dalla pagina evangelica, sia quello dei filosofi.

Ma per chi ascolta attentamente la pagina evangelica, si apre ad una visione diversa del mistero della risurrezione.

Accogliere in noi l’annuncio della risurrezione è guardare al proprio corpo come già in quella sfera e quindi vivere in noi il mistero del Cristo nel paradosso di una sofferenza e di una morte che è generatrice della stessa vita divina per il proprio corpo.

L’anticipo della risurrezione è paradossalmente vivere nel nostro corpo la morte di Gesù. La sofferenza quindi e la sottomissione del corpo, di cui parla l’apostolo in più passi, non accadono a causa di un nemico che impedisce lo spirito di essere libero nella contemplazione del mondo supremo (questa è la visione platonica) ma perché nel corpo s’iscrive il mistero del Cristo fino all’espressione più alta, che è il martirio, l’effusione del sangue per il Signore.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 16

R/.       Ci sazieremo, Signore, contemplando il tuo volto.

Ascolta, Signore, la mia giusta causa,

sii attento al mio grido.

Porgi l’orecchio alla mia preghiera:

sulle mie labbra non c’è inganno.                      R/.

Tieni saldi i miei passi sulle tue vie

e i miei piedi non vacilleranno.

Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;

tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.      R/.

Custodiscimi come pupilla degli occhi,

all’ombra delle tue ali nascondimi,

io nella giustizia contemplerò il tuo volto,

al risveglio mi sazierò della tua immagine.        R/.

SECONDA LETTURA                                      2Ts 2,16-3,5

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési

Fratelli, 2,16 lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, 17 conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene.

I verbi al singolare si riferiscono sia al Signore nostro Gesù Cristo che A Dio, Padre nostro. «Il versetto è trinitario, la consolazione è infatti lo Spirito. Immessi nel circuito divino, della vita trinitaria, noi recepiamo la consolazione nell’intimo della nostra persona che si rafforza per compiere ogni opera finalizzata al bene e dire ogni parola buona. Infatti la parola scaturisce dal cuore e se il cuore è consolato dallo Spirito Santo è portato a fare il bene.

3,1 Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, 2 e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti.

Questa è la preghiera che l’apostolo chiede alla Chiesa, che nulla impedisca alla Parola del Signore di correre e in questa sua corsa di essere glorificata. «Ci fa bene pregare perché la Parola corra è un desiderio molto liberante e purificante» (d. G. Dossetti, appunti di omelia). Contro la Parola e quanti l’annunciano si ergono uomini corrotti e malvagi, che perseguitano gli annunciatori dell’Evangelo e cercano di creare ostacoli. Questi consistono anche nell’adulterare con insegnamenti estranei la purezza evangelica. L’apostolo constata che la fede non è di tutti. Non tutti restano nella semplicità dell’insegnamento apostolico, ma sentono il bisogno di adattarlo ad altre dottrine.

4 Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno.

Di fronte a questi uomini corrotti e malvagi, nei quali opera il Maligno, la semplicità della fede può esser messa alla prova, come dice lo stesso Signore: «Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32). Ma il Signore è fedele, egli non viene meno quando siamo provati e ci confermerà, ci renderà forti e vigorosi e ci custodirà dal Maligno, dalle sue arti seduttorie e ingannatrici.

5 Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo.

Questa sua comunità di Tessalonica è obbediente all’apostolo e accoglie tutto quello che egli comanda.

5 Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo.

Il cammino che il Signore ci fa fare è indirizzato all’amore di Dio, cioè a conoscere quale amore ha Dio per noi e quindi ad amarlo con tutto noi stessi; esso è pure indirizzato alla pazienza del Cristo, cioè a considerare attentamente come il Signore nostro ha sopportato tutto con pazienza e come questa virtù sia la nota dell’essere cristiani perché ha come suo fondamento la speranza e come sua forza l’amore di Dio.

CANTO AL VANGELO                                     Ap 1,5a.6b

R/.       Alleluia, alleluia.

Gesù Cristo è il primogenito dei morti:

a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Lc 20,27-38

 Dal vangelo secondo Luca

Gesù è il Messia e siede nel suo Tempio santo, che ha purificato. A Lui sono venuti i membri del Sinedrio per interrogarlo sulla sua autorità e i farisei per sottoporgli la questione del tributo. Ora è la volta dei sadducei.

Costoro sono una corrente politica e spirituale, che raccoglie l’aristocrazia sacerdotale e laica di Gerusalemme. «La loro ideologia presuppone l’affermazione del concetto di uno stato nazionale particolare incentrato sul tempio, che, in armonia con le tradizionali attese soteriologiche ed escatologiche, costituisce il germe della purificazione della terra santa, della liberazione da ogni elemento pagano o semipagano, come pure il ripristino del regno ideale d’Israele che un giorno era stato di David» (GLNT, Meyer).

Questo portò a creare quella forma di autorità e al riconoscimento delle leggi loro proprie che caratterizza il periodo della dominazione romana.

«Non ai farisei va attribuito il merito di essere riusciti con l’astuzia e con la decisione a tenere in vita nell’impero romano lo stato basato sul tempio, ma all’aristocrazia sacerdotale e a quella secolare che ne condivideva lo spirito» (ivi).

27 In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione –

I sadducei erano conservatori. Ammettevano solo l’autorità della Legge scritta e negavano ogni valore alla tradizione orale.

«La corrente dei sadducei dice che è da considerare norma solo ciò che sta scritto (nella legge di Mosè), mentre non si è tenuti ad osservare ciò che proviene dalla tradizione dei padri» (Flavio Giuseppe, ant. 13,297).

Questo rigore li portava a negare l’immortalità dell’anima e la risurrezione dei corpi poiché affermavano che queste dottrine non erano contenute nella Legge.

Viva era pertanto la diatriba con i farisei. «I sadducei chiesero a rabban Gamaliele (II verso il 90 d.C.) come (si possa provare) che il Santo, sia egli benedetto, dà nuova vita ai morti. Egli rispose loro: “Dalla Legge, dai profeti e dagli agiografi”. Ma essi non lo ammisero» (cit. in GLNT).

28 e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”.

Basandosi sulla Legge (Dt 25,5), essi pongono un caso che, se ci fosse risurrezione, creerebbe una situazione assurda. Inoltre essi pensano che se Dio ha dato questa norma per far sopravvivere quell’uomo nella sua discendenza, questo vuol dire che non c’è risurrezione. Quale necessità c’è infatti di farlo sopravvivere se egli risorgerà?

29 C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. 30 Allora la prese il secondo 31 e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. 32 Da ultimo morì anche la donna. 33 La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».

Nel ragionamento essi forzano il modo d’interpretare la Legge proprio del fariseo. Costoro infatti abbondano nella casistica cioè nel vedere tutte le possibili applicazioni che la Legge ha nella vita e di dare risposte adeguate. Da qui si comprende come per loro siano importanti le sentenze interpretative dei padri e dei maestri che hanno in tal modo creato delle tradizioni.

Quindi se vogliamo vedere tutte le possibili applicazioni della legge del levirato (Dt 25,5) vi è anche quella esposta dai sadducei che ridicolizza la situazione che si crea alla risurrezione tra questa donna e i suoi sette mariti. Di fronte a tale caso i farisei non saprebbero rispondere. Infatti per loro la risurrezione continua la vita attuale togliendo il dolore, la morte e le ingiustizie: «Sostanzialmente la speranza farisaica non è altro che la trasposizione nel futuro dei desideri non soddisfatti in questa vita. Quando Maometto descrisse ai suoi fedeli l’aldilà con colori vivaci, egli ebbe, nella speranza giudaica il migliore modello che potesse desiderare» (Rengstorf).

Per questo i sadducei affermavano l’esistenza solo di questo mondo in cui si dovevano realizzare tutte le promesse fatte ai padri.

34 Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito;

Il Signore dichiara che il matrimonio, fondato su questa creazione (cfr. Gn 1,28), fa parte integrante dell’uomo finché vive in questo mondo. Esso cessa col cessare di questa creazione. Perciò non è vera la sentenza del dottore della Legge: «Allora (dopo la risurrezione) la donna partorirà ogni giorno» (cit. in Stoeger).

35 ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito:

Dicendo coloro che saranno giudicati degni afferma che la risurrezione è dono di Dio ed è sua grazia, quindi appartiene al mistero di Dio e alla sua iniziativa. L’uomo non può negarla (i sadducei) e neppure immaginarla (i farisei) senza cadere nella stoltezza (cfr. 1Cor 15,35-44).

In questa nuova realtà cessano le nozze. Gesù stesso, come vergine, è per tutti loro la presenza dell’altro mondo che tra poco manifesterà la sua potenza con la sua risurrezione.

D’ora in poi nella Chiesa si manifesta questo segno della verginità consacrata come segno del Regno dei cieli già presente in questo mondo (Mt 19,10-12).

Per i cristiani coniugati si apre una nuova visione per il loro matrimonio. Come tutta la vita è trasfigurata così anche ogni rapporto è trasfigurato e vissuto secondo la realtà del secolo futuro. Esso è in relazione con il grande mistero del rapporto di Gesù con la sua Chiesa. Nulla cessa, tutto è trasformato.

36 infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio.

Infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli. Il riferimento agli angeli sottolinea la loro esistenza, negata dai sadducei (cfr. At 23,8) o per lo meno da loro non valorizzata. I risorti sono uguali agli angeli perché, come loro, vedono il volto del Padre (cfr. Mt 18,10) e quindi non possono più morire perché portano l’immagine dell’uomo celeste (cfr. 1Cor 15,49).

Come gli angeli sono ammessi alla visione di Dio in forza del sangue del Signore, con cui sono asperse anche le realtà celesti (cfr. Eb 9,23) e quindi sono in stretto rapporto con il mistero di Cristo, che essi servono e adorano, così in noi deve compiersi perfettamente tutto quello che riguarda Gesù. In quanto membra del suo corpo, noi siamo ammessi alla presenza di Dio solo dopo che si è realizzato in noi il mistero della pasqua del Signore. Questo ci rende uguali agli angeli nella capacità di vedere Dio, di adorarlo e di essere inondati della sua luce.

Ed, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. «Noi diremmo al contrario figli di Dio e quindi figli della risurrezione. È per il fatto della risurrezione che si è pienamente figli di Dio. La portata di questo rovesciamento della causalità è in Rm 1,4: costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti. Gesù stesso è costituito Figlio di Dio dalla sua risurrezione; il Verbo incarnato raggiunge la sua piena attualità per la potenza dello Spirito nella risurrezione. È l’Eucaristia che lievita il germe del Battesimo fino al compimento di questo mistero. Se non ci fosse la risurrezione non sarebbe vero che noi siamo figli di Dio. Mettendosi in questa prospettiva diventa chiaro che l’essere figli di Dio non è metafisico. È un’altra cosa e lo è talmente un’altra cosa che bisogna passare attraverso la morte e subire in noi l’opera dello Spirito nella risurrezione» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1971).

37 Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”.

Citando questo passo della Legge, il Signore rivela ciò che Mosè indica. Se Dio è il Vivente, è vivo pure colui che Egli unisce a sé e in tal modo è affermato che il soffio vitale dell’uomo non si spegne con la morte.

38 Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi e come tale non vuole la morte, ma la vita e non vivifica solo una parte dell’uomo ma tutto perché tutti vivono per lui come dice l’apostolo: Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore (Rm 14,7-8).

Strettissimo è il rapporto nostro con Dio ed è un vincolo che la morte non può spezzare. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi (Rm 14,7-9). In virtù del patto quindi è data la grazia della risurrezione.

[39 Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». 40 E non osavano più fargli alcuna domanda.]

Dissero allora alcuni scribi, il resto d’Israele: «Maestro, hai parlato bene». Tutti si sono a Lui presentati ed Egli ha operato il giudizio e ha rivelato la sua autorità, infatti non osavano più fargli alcuna domanda. È scritto: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti con quel che segue (1Cor 1,19-20).

Davanti a Lui tace la sapienza degli scribi, la sottigliezza dei farisei, l’astuzia dei sadducei, il potere del sinedrio.

Dopo aver fatto tacere la sapienza, inizia il suo insegnamento come dice il profeta: Silenzio, alla presenza del Signore Dio, perché il giorno del Signore è vicino, perché il Signore ha preparato un sacrificio, ha mandato a chiamare i suoi invitati (Sof 1,7).

Note

«Questo andare indietro è importante fino all’appello a Dio creatore: dai padri si passa a Dio creatore e poi all’escatologia. In questa prospettiva di 2Mac 7 si legge il Vangelo. Da questa obiezione assurda il Signore trae argomento per un’affermazione così grande. Questo appello ad Abramo è bello: Abramo ha fatto l’esperienza di Dio che fa rivivere i morti. Parallelo At 17,28: siamo progenie di Dio questo è l’appello a Dio creatore. L’esperienza di Abramo è un’altra è quella dello Spirito che fa rivivere le ossa aride. In Matteo e Marco vi è come premessa: conoscere le Scritture è conoscere la potenza di Dio. Conoscere le Scritture è conoscere Dio che può risuscitare dai morti (sr M. Gallo, appunti di omelia, 1971).

«Vedendo Iddio, vediamo l’essenza vera di ciascuno. Se fossimo come dovremmo essere allora anche nella creatura dovremo sempre amare Dio, amare la sua presenza e quello che Dio ha deciso di essere in quella creatura. Noi dovremo sempre desiderare che fosse amato Dio negli altri. Nel paradiso non c’è una folla anonima da amare, ma un rapporto personale.

Il centro del testo è la risurrezione:

  1. 35 «cogliere» l’eone eterno, cogliere con la freccia il bersaglio dell’eternità. In Gv 5,28 ci sono due risurrezioni qui c’è una sola risurrezione. Quindi fatti degni di risorgere per la vita.
  2. 36 non potremo più morire; per i risorti c’è una sola impossibilità, quella di morire. Avremo ogni possibilità nell’infinito di Dio». (d. Giuseppe Dossetti, appunti di omelia, 1971)

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Ripieni di speranza nella nostra futura risurrezione e nella nostra piena manifestazione come figli di Dio, eleviamo la nostra umile preghiera al Padre celeste.

Ascolta, o Padre, la preghiera dei tuoi figli.

  • O Padre, che tutto trasfiguri nella gloria del tuo Figlio, infondi nei tuoi figli la parola della consolazione per coloro che piangono e che gridano sotto il peso delle tribolazioni, noi ti preghiamo.

  • Concedi ai tuoi fedeli di annunciare l’Evangelo della salvezza perché ogni uomo possa vedere il tuo giorno, noi ti preghiamo.

  • O Padre che ci hai amati e ci hai dato, per tua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforta i nostri cuori e confermali in ogni opera e parola di bene, noi ti preghiamo.

  • O Signore della vita, che ci hai uniti a te come Dio di Abramo, Dio di Gesù, tuo Figlio, e Dio nostro, infondi in noi la beata speranza della futura risurrezione in modo che nella fragile dimora del nostro corpo, che già si distrugge, vediamo i segni della gloria che ci attende, noi ti preghiamo.

O Dio, Padre della vita e autore della risurrezione, davanti a te anche i morti vivono; fa’ che la parola del tuo Figlio seminata nei nostri cuori, germogli e fruttifichi in ogni opera buona, perché in vita e in morte siamo confermati nella speranza della gloria.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.