2 novembre   COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI

PRIMA LETTURA                                          Gb 19, 1.23-27

Dal libro di Giobbe

Rispondendo Giobbe prese a dire:

23 «Oh, se le mie parole si scrivessero, se si fissassero in un libro, 24 fossero impresse con stilo di ferro e con piombo, per sempre s’incidessero sulla roccia!

 

Vedendo L’incomprensione dei suoi amici, ai quali è preclusa la conoscenza del mistero del povero (cfr. Sal 40,1), Giobbe affida le sue parole non più al loro cuore, ma alla scrittura sulla roccia incisa con stilo di ferro e riempita con il piombo. Le parole resteranno là per sempre, testimoni perenni di una situazione insoluta che grida oltre la sua stessa morte; il libro è scritto, la parola è incisa e Dio e gli uomini l’hanno sempre davanti agli occhi. È lo stesso del grido del sangue di Abele che grida a Dio dalla terra. Le parole di Giobbe non sono un soffio che passa, hanno una forza simile alla roccia e al ferro. Qui giunge in forza della fede che egli ha nel suo Dio, al quale resta fedele pur nel silenzio del suo agire denso di mistero. In senso mistico le parole di Giobbe s’incidono sulla roccia che è il Cristo con lo stilo della passione: nella sua carne è scritta tutta la storia dell’uomo, è incisa dalla lancia e dai chiodi come perenne memoriale a Dio. Giobbe vede che la mano di Dio scrive nella sua carne la passione del suo Cristo; è stupito, sgomento e smarrito e grida a Dio!

 

25 Io lo so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!

 

Ecco il grido della fede che sale nelle regioni pure della conoscenza divina: Io lo so, come egli sa che la mano di Dio lo ha colpito, così ora sa che il suo Redentore è vivo! Questo importa. Dio resta Colui che fa vendetta del suo sangue e che quindi lo riscatta; e che ultimo, dopo aver vinto l’ultimo nemico, la morte, si ergerà sulla polvere come vittorioso. Questa certezza scaturisce dalla fede che gli fa contemplare con uno sguardo solo tutta la storia, fino a quell’ultimo momento dove contempla il Figlio dell’uomo che si erge sulla polvere della morte, proclamando il riscatto di tutti gli oppressi. Superata la dialettica del presente, alla quale lo costringono i suoi amici, lo sguardo spazia nella profezia, che è la sintesi della storia. Ora nella profezia tutto si ricapitola in Cristo.

 

26 Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la (lett.: dalla) mia carne, vedrò Dio.

Dobbiamo proporre una traduzione diversa in base al testo ebraico: Sotto la mia pelle hanno tagliato questa; ma dalla mia carne vedo Dio,

Lo sguardo ritorna ora alla sua situazione: le sue parole non sono tanto incise sulla roccia, ma al contrario sotto la sua pelle e – aggiunge – schiere che si sono accampate contro di me (da lui prima ricordate) hanno tagliato questa mia carne. È questa la scrittura di Dio! Ed è proprio per questo che Giobbe può dire: ma dalla mia carne vedo Dio! La sua carne, immersa nel fuoco dell’ira di Dio, porta l’impronta della sua presenza e diviene il luogo dal quale Giobbe vede Dio; progredisce di visione in visione fino alla teofania finale.

È quanto avviene del Cristo nella sua Passione. Egli passa attraverso il crogiolo della passione e della morte per giungere a quella gloria che per natura divina gli appartiene.

Nella luce dell’attuale commemorazione possiamo leggere queste parole dette dei defunti stessi: la loro sofferenza prima della morte, il loro cammino di purificazione che spesso li ha visti subire dolorose operazioni nel loro corpo per il loro attaccamento a Dio li ha portati a una visione sempre più pura di Dio.

 

27 Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non altro».

 

In base all’ebraico siamo ancora costretti a cambiare la traduzione del testo: questo vedo io, per me solo; i miei occhi lo hanno visto; non è un estraneo, sono consumati i miei reni dentro di me.

Conferma quanto ha detto precedentemente: questo vedo io, cioè Dio dalla mia carne, per me solo, senza poter comunicarlo ad altri. È la risposta ad Elifaz che si era appellato alla sua visione della realtà (15,17). Contro costui Giobbe afferma di vedere bene più di quello che Elifaz ha visto: i miei occhi lo hanno visto, è stato portato a una conoscenza di Dio così forte da percepirlo come intimamente a lui familiare: non è un estraneo, a differenza di tutti che a lui si sono resi estranei, compresi quelli della sua casa. L’intimo rapporto con Dio porta Giobbe a chiudere il discorso con un’espressione che indica speranza e gioia nonostante la tribolazione. «Una brama ardente di trovarsi finalmente di fronte al suo Dio e di poter certificarsi della sua fedeltà è l’unico sentimento che ancora lo riempie, consumandolo interiormente» (Weiser). La Vulgata si è discostata assai dall’ebraico, facendo del testo una chiara professione della risurrezione: Io so infatti che il mio Vendicatore vive, e nell’ultimo giorno io sorgerò dalla terra; e che nuovamente mi circonderò della mia pelle, e nella mia carne vedrò il mio Dio. Lo vedrò io stesso e lo contempleranno i miei occhi e non (quelli di) un altro! Questa mia speranza è riposta nel mio seno.

SALMO RESPONSORIALE                            Dal Salmo 26

R/. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.

Il Signore è mia luce e mia salvezza,

di chi avrò timore?

Il Signore è difesa della mia vita,

di chi avrò paura? R/.

Una cosa ho chiesto al Signore,

questa sola io cerco:

abitare nella casa del Signore

tutti i giorni della mia vita,

per contemplare la bellezza del Signore

e ammirare il suo santuario. R/.

Ascolta, Signore, la mia voce.

Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!

il tuo volto, Signore, io cerco.

Non nascondermi il tuo volto. R/.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore

nella terra dei viventi.

Spera nel Signore, sii forte,

si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore. R/.

SECONDA LETTURA                                       Rm 5, 5-11

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, 5 l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

L’amore di Dio non delude la speranza. L’amore, che Dio ha per noi e che percepiamo mediante lo Spirito Santo, rende salda la speranza nelle tribolazioni. Queste, poiché producono la pazienza e sono verifica, anziché deludere, nella speranza rafforzano non perché l’uomo è capace di resistere alle tribolazioni ma perché l’amore di Dio, condensatosi in Cristo e in Lui rivelatosi, è stato effuso con il dono dello Spirito Santo nei nostri cuori. L’intimo dell’uomo, il suo cuore, realtà inaccessibili alla Legge, è stato riempito dall’amore di Dio con il dono dello Spirito; le intime contraddizioni vengono in tal modo risolte perché l’uomo pervaso dall’amore di Dio, riesce a compiere l’opera della Legge nella sua perfezione, che è l’amore.

Dall’amore di Dio scaturisce il nostro amore come un gloriarsi nella speranza della gloria e nelle tribolazioni. L’amore, che Dio ha per noi e che noi abbiamo per lui, s’intrecciano in un dialogo sempre più intenso nelle tribolazioni e nella pazienza, che sono la verifica dell’amore, della speranza e della fede.

6 Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi.

Infatti: precisa i termini dell’amore di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito.

Cristo: qui si incentra l’amore di Dio per noi e che lo Spirito costantemente richiama nell’intimo di noi stessi.

Quando eravamo ancora deboli a causa della carne che è inferma perché soggetta alla legge del peccato, che la domina e la rende incapace a compiere quanto la Legge prescrive, nel tempo stabilito oppure proprio a quel tempo, caratterizzato dall’infermità della carne e dal disegno di Dio di mandare suo Figlio, Cristo morì per gli empi, cioè per noi. Empi eravamo perché tenevamo prigioniera la verità nell’ingiustizia e perché disprezzavamo la Legge del Signore.

7 Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona.

È un ragionamento a fortiori. Nessuno vuole morire per gli empi, a stento si trova qualcuno che dia la vita per un altro, che sia giusto e buono. Non c’è tra gli uomini quell’amore supremo di cui parla il Signore nell’ultima Cena: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Ora Dio ha manifestato il suo amore per noi nel tempo in cui gli eravamo nemici.

8 Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Dimostra, ne dà prova: «si può intendere nel senso di conferma o nel senso di rende amabile per i benefici» (Origene, o.c., p. 227). Il presente dimostra rileva che quanto è avvenuto una volta per sempre, che cioè Cristo è morto per gli empi, è un fatto che è prova e testimonianza perenne dell’amore di Dio per noi. È prova perenne perché si rapporta al nostro ancora essere peccatori in via di perfetta giustificazione. Tutto l’amore di Dio per noi passa attraverso Cristo morto per noi quando ancora eravamo peccatori. La giustificazione infatti proviene dalla morte di Cristo. In questo momento della morte di Cristo il tempo della nostra infermità, empietà e peccato è stato riempito dall’amore liberante di Dio. L’amore di Dio è passato, passa e passerà sempre attraverso la morte di Cristo per liberare l’uomo dalla sua schiavitù e per testimoniargli in eterno l’infinita ricchezza che Dio riversa su di noi dandoci il suo Spirito.

9 A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui.

Dopo aver dato uno sguardo al passato contemplando la morte redentrice di Cristo e l’effetto che da essa è derivato per noi – la giustificazione -, ora l’apostolo guarda alla fine caratterizzata dall’ira. Poiché ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio e nello stesso tempo nelle tribolazioni, speriamo che saremo salvati per mezzo di Cristo dall’ira. Tra noi e l’ira sta il Cristo per questo saremo salvati. Questa speranza certa si fonda sul Cristo, che è mediatore tra noi e il Padre per la nostra salvezza. Se guardiamo a noi disperiamo di essere salvati, se guardiamo al Cristo lo speriamo. L’amore, che Dio ha avuto per noi quando eravamo infermi ed empi e peccatori, è il fondamento della speranza di essere salvati. Dio nel suo amore ci ha ora giustificati nel sangue di Cristo; quanto ha iniziato lo porterà a compimento, salvandoci per mezzo di Cristo dall’ira, che Egli già rivela e che manifesterà in modo definitivo nel giorno del giudizio.

Il processo salvifico divino, iniziato con l’essere giustificati in Cristo, giungerà alla sua pienezza con l’essere salvati, per mezzo di Lui, dall’ira.

«Precedentemente aveva detto: Giustificati dunque dalla fede abbiamo pace con Dio e adesso dice: Molto più ora, che siamo giustificati nel suo sangue, saremo salvati per mezzo di Lui dall’ira. Con ciò vuol indicare che né la nostra fede senza il sangue di Cristo né il sangue di Cristo senza la nostra fede ci giustificano; dei due tuttavia il sangue di Cristo ci giustifica molto di più che non la nostra fede» (Origene, o.c., p. 228).

Con la fede aderiamo a questo processo che dalla giustificazione giunge alla salvezza in una umile e calma adesione al Signore, che è lo spazio nel quale siamo e restiamo, per essere salvati.

10 Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.

Rafforza quanto ha precedentemente detto ricapitolando nel termine nemici la nostra precedente situazione di infermi, empi e peccatori. Soggetti al satana, alla morte e al peccato, noi eravamo nemici di Dio. Questi, di sua iniziativa ci ha riconciliati con se stesso mediante la morte del Figlio suo. In 2Cor 5, 21 l’apostolo ci ammaestra in che modo Dio ci ha riconciliati nella morte del Figlio suo: colui che non conosceva peccato, per noi lo fece peccato, perché noi divenissimo giustizia di Dio in Lui. Questo è lo scambio: nella sua morte Gesù è penetrato in tutta la sfera del nostro peccato e l’ha riempita della sua presenza. Lasciandosi infatti dominare dalla morte, Egli è penetrato nel peccato attraverso il quale la morte domina e come ha distrutto la morte così ha distrutto il peccato. Infatti il peccato e di conseguenza la morte non può più dominarci perché Cristo si è posto dentro il peccato e lo ha distrutto e si è posto dentro di noi e ci ha resi in sé giustizia di Dio; divenuti ora giustizia di Dio perché riconciliati, saremo salvati mediante la (lett.: nella) sua vita, cioè penetrando nella sua vita di risorto e vivendo in Lui della sua stessa vita saremo salvati. La salvezza quindi non dipende da noi ma dall’essere in Cristo e quindi si è sottratti dall’ira non solo ora ma anche nel giorno ultimo.

11 Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

Non solo si rafforza su quanto ha precedentemente detto creando così un’intensità dove il gloriarsi in Dio è il culmine di tutto un cammino. Lontano è ormai il vanto fondato sulle opere perché il vanto nella speranza della gloria di Dio e nelle tribolazioni raggiunge la sua pienezza nel gloriarsi in Dio con animo grato e riconoscente. Ora il nostro cuore è ripieno dell’amore di Dio testimoniato dallo Spirito, nel quale, alla luce della fede, conosciamo quello che Dio ha compiuto per noi in Cristo e compirà, nel giorno ultimo. Questo vanto sale a Dio, mediante il Signore nostro Gesù Cristo. Infatti non possiamo gloriarci che attraverso di Lui. Questo è l’inno di lode e di ringraziamento che sale a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Questo gloriarsi di Dio è il segno visibile della riconciliazione ottenuta mediante Cristo. La lode, che a Dio sale per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, è il canto della riconciliazione.

CANTO AL VANGELO                                        Gv 6,40

R/.       Alleluia, alleluia.

 

Questa è la volontà del Padre mio,

che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia a vita eterna

e io lo risusciterò nell’ultimo giorno, dice il Signore.

 

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Gv 6, 37-40

 Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 37 «Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me: colui che viene a me, non lo caccerò fuori,

 

Tutto ciò che il Padre mi dà. Ci si chiede come mai usi il neutro. L’espressione al neutro può accentuare il dominio universale di Gesù; non solo egli domina su alcuni tra i figli d’Israele, ma su tutte le Genti, come è detto in Sal 2,8. Il suo dominio poi si estende anche alle creature spirituali, che tutte sono date al Cristo, e infine a tutta la creazione perché il disegno del Padre è di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra (Ef 1,10).

Ciò che il Padre dà al Figlio viene a Lui, non per forza, ma attratto dalla conoscenza della verità e quindi viene perché libero: La verità vi farà liberi (8,31). Vi è quindi l’azione del Padre e la libera risposta dell’uomo. Il Padre rivela il Figlio e chi lo conosce, conosce la verità. Conoscendo la verità, egli diviene veramente libero e come tale si muove verso Gesù, come l’occhio va verso la luce e l’orecchio verso il suono. Se uno quindi non va a Gesù è perché non lo ha conosciuto. Chi pertanto lo ha conosciuto deve pregare il Padre, perché coloro che non conoscono il Figlio vengano a Lui per non essere cacciati fuori non solo da Lui ma anche da dove ora sono, cioè dalla luce di questa creazione, ed essere gettati nelle tenebre, dove ci sarà pianto e stridore di denti (Mt 8,12). Gesù promette di non cacciare fuori chi viene a Lui ma di accoglierlo in sé, tra i suoi. Chi va verso il Cristo, anche solo spinto da un’iniziale conoscenza di Lui, sempre più desidera entrare nella gioia del suo Signore (cfr. Mt 25,23). «è il grande santuario, il dolce recesso – esclama s. Agostino – o recesso senza noia, senza amarezza di malvagi pensieri, senza disturbo di tentazioni e di dolori!» (XXV,14).

Una volta entrati in Gesù per il dono della fede noi lo mangiamo, cioè ci nutriamo spiritualmente di Lui crescendo nella conoscenza e quindi nella libertà e nell’amore.

Chi non vuole conoscere è perché non vuole venire alla luce, perché non siano messe in discussione le sue opere malvagie (cfr. 3,19). Chi invece ha vinto la resistenze che in se stesso gli fanno le sue opere malvagie, viene verso il Figlio, attratto dalla sua dolcezza, e si scioglie in lacrime soavi di pentimento.

 

38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

 

Questa è la motivazione, che Gesù porta, all’affermazione di accogliere chi viene a Lui e di non cacciarlo fuori. Egli è il Pane della vita, che è disceso dal cielo, non per fare la propria volontà, ma la volontà di Colui che lo ha mandato. Come suo nutrimento è la volontà del Padre (cfr. 4,34), così Egli diviene cibo per coloro che vengono a Lui.

Nel dichiarare di fare non la propria volontà, ma quella del Padre, Gesù rivela già la natura sacrificale del Pane di vita. Egli infatti dà la vita al mondo perché offre la sua vita per poi riprenderla di nuovo (cfr. 10,17-18).

Egli quindi non caccia fuori, perché dà la vita a ciò che il Padre gli dà e quindi la dà a chi viene a Lui. Noi siamo vivificati dalla sua morte sacrificale. In ciò l’opera del Padre giunge al suo compimento, al suo termine (4,23): Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (13,1). Egli è il Pane della vita, perché è l’Agnello, che Dio immola per togliere il peccato del mondo.

Egli non solo toglie il peccato del mondo col donare la vita, ma col modo stesso di darla. Il peccato del mondo, infatti, è fondato sull’orgoglio come ribellione alla volontà di Dio; Egli, invece, viene per farla. Coloro che lo stanno ascoltando lo rifiutano perché non accettano la volontà di Dio e quindi in loro domina il peccato del mondo. Chi, invece, viene a Lui, accoglie la volontà di Dio e comprende che Gesù non fa la sua volontà, ma quella di Colui che lo ha inviato. Costui ha abbandonato l’orgoglio, che consiste nel fare la propria volontà, e ha accolto in sé l’umiltà del Cristo che si fonda nel fare la volontà del Padre. Così commenta Agostino: «Venni umile, venni per insegnare l’umiltà, venni come maestro d’umiltà: chi viene a me entra dentro di me, e per ciò si fa umile. E chi si unisce a me si fa umile perché non fa la volontà sua ma quella di Dio, e io non lo caccerò fuori, come se fosse un superbo» (XXV,16). Solo così ci si può nutrire del Pane della vita. Sacy fa questa stupenda annotazione: «Sono disceso dal cielo mediante l’annientamento della mia volontà, cioè la volontà dell’uomo di cui mi sono rivestito, ma per fare la volontà di Colui che mi ha inviato».

 

39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.

 

Gesù precisa ora quale sia la volontà di Colui che lo ha mandato. Essa è in rapporto a «tutto ciò che gli ha dato». Con questa espressione Gesù definisce i credenti, visti nel loro insieme. Dall’eternità il Padre ha dato al suo Figlio l’insieme degli eletti che Egli conosce uno a uno e che tutti insieme accoglie nella perfezione del loro numero (cfr. Ap 6,9-11: finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio).

In rapporto alla pienezza degli eletti l’azione di Gesù è duplice: una negativa (Non perda di esso nulla) e l’altra è positiva (Ma lo risusciti nell’ultimo giorno). Del tutto, che il Padre gli ha dato, non perde nulla. Perdere significa giudicare per condannare. Gli eletti sono già passati dalle tenebre alla luce in virtù della fede nel Figlio. Essi gli appartengono e nessuno può strapparli dalla sua mano (cfr. 10,14). L’unione intima con Lui e tra di loro ha come fondamento la sua azione di risurrezione che si manifesterà pienamente nell’ultimo giorno ma che già ora è in atto. Tutti infatti cresciamo nell’unità con Lui e tra noi perché Egli incessantemente ci attira a sé «con la luce della fede e della grazia» (Sacy); ci fa crescere come tralci uniti a Lui, che è la vera vite, e ci fa portare molto frutto; infonde in noi sue membra lo Spirito Santo perché crediamo in Lui e ci amiamo gli uni gli altri. La risurrezione dell’ultimo giorno sarà la piena manifestazione di quanto ora avviene nel mistero in tutto ciò che il Padre gli ha dato cioè nella pienezza degli eletti.

 

40 Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

 

All’azione del Padre e a quella del Figlio corrisponde l’azione di ogni credente che è parte di quel tutto donato al Figlio.

Poiché il Padre lo ha inviato, ogni uomo può vedere il Figlio e credere in Lui. Il Padre invia il Figlio rendendolo visibile alla fede di chi Lo accoglie.

In che modo si vede il Figlio? Come allora si vedeva il Figlio nella sua natura umana, così ora lo si vede nei segni sacramentali della sua presenza. Chi dunque Lo vede e crede in Lui ha la vita eterna.

«E come ai santi apostoli apparve nella vera carne, così anche ora si manifesta a noi nel sacro pane; e come essi con lo sguardo della loro carne vedevano soltanto la sua carne, ma, contemplando con occhi spirituali, credevano che fosse Dio stesso, così anche noi, vedendo il pane e il vino con occhi corporei vediamo e crediamo fermamente che il suo santissimo corpo e sangue è vivo e vero» (s. Francesco, amm. I,19-21).

L’Evangelo c’insegna che credere implica anche vedere come, altrove, implica l’udire. Infatti, vedere non è solo un’azione fisica ma anche spirituale. Vedere quindi è percepire la presenza del Figlio con occhi spirituali e ciò è credere. Così commenta s. Tommaso: «Il vedere di cui si parla non è la visione di Dio per essenza, che è preceduta dalla fede, ma la visione corporea di Cristo, che induce alla fede» (927).

Credere è avere in sé la vita eterna. Se uno vede il Figlio e crede in Lui ha già in sé la vita eterna; come infatti potrebbe vedere e credere se fosse ancora morto? Solo chi è vivo vede, perché illuminato dalla luce che è venuta nel mondo, e crede perché vede. Vede il segno del pane e crede nel sacramento del corpo. Vede con occhi spirituali il sacramento del corpo e crede nel Figlio. Questa è già la vita eterna.

Perché poi non s’intenda che il Figlio sia diverso da Gesù, Egli subito dice: E io lo risusciterò nell’ultimo giorno. La sua azione nel presente (dare la vita eterna e non perdere nulla) giunge al suo compimento nel futuro (l’ultimo giorno) con la risurrezione. Questa, sia in sé come in noi, è il coronamento della sua opera. È la vittoria definitiva sulla morte.

Nota

Così la giornata di oggi, consacrata al ricordo dei fedeli defunti, è illuminata dalla luce della risurrezione di Gesù. Ricordarli significa proclamare il giorno del Signore, come manifestazione della gloria del Signore e della sua potenza nel dare la vita ai morti. I suoi riposano nella pace e attendono nel loro corpo il risveglio del Cristo, come Egli ci ha insegnato al c. 5,28-29: «Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna».

Oggi la sua voce risuona nei divini misteri con la forza della certezza della fede e la gioia della speranza, in quell’ora risuonerà davanti ai sepolcri, come accadde in modo esemplare davanti al sepolcro di Lazzaro, per dare la vita a coloro che sono nei sepolcri secondo il bellissimo canto della chiesa bizantina:

«Cristo è risorto dai morti,

dopo aver calpestato la morte con la morte,

e a coloro che sono nei sepolcri fa dono della vita».

Sia questa la nostra fede certa e l’umile preghiera per i nostri defunti e per noi.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Nel momento in cui stiamo per offrire la Padre la Vittima santa e immacolata, ricordiamo al suo amore misericordioso tutti i defunti perché doni loro il perdono e la pace. In Gesù ci è data la speranza della risurrezione: «Cristo è risorto dai morti,

dopo aver calpestato la morte con la morte,

e a coloro che sono nei sepolcri fa dono della vita».

O Dio dei viventi e vita dei morti, ascoltaci.

  • O Dio, che scruti i cuori, accogli nel tuo beato riposo, i nostri fratelli e sorelle, che in te hanno sperato nel momento della prova, noi ti preghiamo.
  • Padre, che siedi sul trono, principio dell’armonioso movimento degli angeli e dei santi, dona ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, che fedelmente ti hanno servito, la gioia promessa ai tuoi servi fedeli, noi ti preghiamo.
  • O Dio, santo, santo, santo, rendi partecipi della tua gloria tutti i fedeli defunti, che tu hai affidato al Cristo, buon pastore, noi ti preghiamo.
  • O Padre dei poveri, accogli nell’abbraccio del tuo amore tutti gli umili e i piccoli, che pur non conoscendo il tuo Cristo, hanno sofferto come Lazzaro, noi ti preghiamo.
  • Dio glorioso, che chiami tutti i tuoi figli ad essere santi e immacolati nell’amore, in comunione con la Vergine Maria, Madre di Dio e tenerissima madre nostra, con tutti i santi e le sante del tuo paradiso, accoglici nella tua pace quando entreremo nell’ultima agonia, noi ti preghiamo.

Dio, nostro principio e nostro fine, ascolta la nostra preghiera e consola le fatiche del nostro pellegrinaggio terreno e donaci la gioia dell’intima comunione con i nostri cari defunti nella serena certezza d’incontrarci tutti nel tuo paradiso.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.