DOMENICA XXX – C – P. Giuseppe Bellia

Mio Dio da me sbuca il fariseo:

gesti, parole, giudizi, condanne!

Batto alla porta del mio petto:

pulsa come cuore il peccato!

Grida a te, Amore incarnato

il mio essere, orribile nulla!

Guardo a terra, mia polvere,

e ti contemplo, mio Signore,

Annientato, divenuto verme,

orrore e disprezzo di noi tutti.

Non chiuderti in te stesso,

mio cuore, desta il mattino,

spera contro ogni speranza

e ti solleverà l’Altissimo.

PRIMA LETTURA                                     Sir 35,15b-17.20-22a

Dal libro del Siràcide 35,11-24

Nota: abbiamo preferito presentare il commento a tutto il testo per la concatenazione che i singoli versetti hanno tra loro nel presentare il grandioso quadro della storia nostra attraversata dalla violenza dei potenti e dei forti e dalla sofferenza dei piccoli e dei poveri. Il Siracide risponde a questa fondamentale domanda, che attraversa tutta la Scrittura, mettendo in gioco Dio stesso, invitando a considerare la forza della preghiera dei poveri che nella loro situazione si rivolgono a Dio. Il saggio vuole confortare l’attesa degli oppressi, asciugare le lacrime della vedova invitando a contemplare l’imminente giudizio di Dio non solo basato sulla legge generale della retribuzione ma affrettato proprio dalla preghiera dei poveri.

[ 11 Non cercare di corromperlo con doni, non accetterà, non confidare su una vittima ingiusta,

Il saggio invita l’offerente a non cercare di corrompere il Signore con doni nascondendo, come si fa con gli uomini, l’ingiustizia sotto un’abbondante elemosina o un’offerta sacrificale assai generosa. Questo può ingannare i sacerdoti che possono accettare un simile donativo, ma il Signore non accetterà.

Diversa è la lettura delle antiche versioni: non offrire cattivi doni (Vulgata latina) per avarizia, cioè difettosi e scarsi.

Il secondo stico precisa il primo; senza la sincera conversione del cuore la vittima offerta al Signore diviene ingiusta.

12 Il Signore è giudice

e per lui non c’è preferenza di persone (lett.: gloria di persona).

Il testo precisa in modo negativo la qualità del giudizio divino: non vi è presso di lui nessuna gloria personale, cioè nessuno può vantarsi nei suoi confronti quindi gloriarsi per dei meriti nei suoi confronti. Egli non guarda all’uomo perché è ricco, stimato e onorato. Costoro pensano che Dio gradisca i loro doni magnifici e proclamati pubblicamente anche dai sacerdoti e disprezzi quello misero dei poveri (cfr. i ricchi e la povera vedova, Lc 21,1-4).

13 Non è parziale a danno del povero

e ascolta la preghiera dell’oppresso.

Precisa quanto ha detto precedentemente. Il Signore non si china sulle offerte apparentemente generose se frutto d’iniquo guadagno ma accoglie il dono, anche se piccolo, che proviene dal cuore umile e ascolta la preghiera dell’oppresso.

Egli infatti non fa preferenza di persone; nulla conta ai suoi occhi l’elezione se non vi è la conversione. Dura è la parola dell’apostolo Giacomo: l’accettazione di persone è trasgredire il comando regale dell’amore (cfr. Gc 2,1-9; vedi anche At 10,34).

Chi legge gli avvenimenti nel profondo, teme Dio anche se apparentemente sul momento le cose non cambiano. Ma il punto di forza che fa procedere gli avvenimenti non sono i potenti ma i poveri.

Chi perde questa certezza di fondo si rassegna alla violenza e all’oppressione e rischia di esserne partecipe.

Chi teme Dio sa che il Signore fa giustizia dei poveri. Questa interiore certezza non elimina l’interrogativo che fa da sfondo ai libri sapienziali: Perché il giusto riceve la ricompensa del malvagio e il malvagio la ricompensa del giusto? Un interrogativo che si può anche applicare ai poveri: Perché questi sono nella penuria e altri nell’abbondanza?

Per i poveri l’unica loro forza è il Signore. Privarli del Signore è farne dei disperati.

Notiamo come dal v. 13 al 18 il testo presenta i poveri nelle due categorie fondamentali: quella sociale (povero, vedova, orfano) e quella spirituale (chi serve Dio, l’umile, i giusti).

14 Non trascura la supplica dell’orfano,

né la vedova, quando si sfoga nel lamento.

Il povero, l’oppresso, l’orfano e la vedova erano le categorie più deboli della società. Essi hanno come armi solo la supplica, la preghiera e il parlare versando in Dio il loro lamento.

Chi ha ricchezza, potenza e gloria ritiene inutili questi mezzi e vuole trattare alla pari con Dio attraverso il compiacimento dei suoi servi, che possono essere attratti in inganno dalle sue generose offerte.

È scritto in Es 22,21-23: Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani e nel salmo il Signore è definito: Padre degli orfani e difensore delle vedove (68,6).]

15 Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance e il suo grido non si alza contro chi gliele fa versare?

È scritto in Sal 10, 34-35: Perché l’empio disprezza Dio e pensa: «Non ne chiederà conto»? Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, tutto tu guardi e prendi nelle tue mani. A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei il sostegno.

Mentre le lacrime della vedova scendono lungo il suo volto esse si trasformano in grido che sale a Dio.

16 Chi la soccorre è accolto con benevolenza,

la sua preghiera arriva fino alle nubi.

Il testo ci presenta ora i poveri del Signore. La preghiera di chi la soccorre è accolta con benevolenza. La benevolenza è il beneplacito cioè la sua scelta imperscrutabile che Dio fa dei suoi poveri che lo venerano e sono umili e di coloro che hanno compassione delle vedove e degli orfani. Il testo pone un limite fino alle nubi per indicare il luogo della gloria di Dio. La preghiera dei profeti e dei santi è accolta ed esaudita, come ci dà testimonianza in più luoghi la Scrittura.

17 La preghiera del povero attraversa le nubi

né si quieta finché non sia arrivata;

Solo la preghiera di chi è povero attraversa le nubi, entra alla presenza dell’Altissimo e se ne sta davanti a Lui finché non sia esaudita. Questa è l’umiltà della Vergine Maria per la quale ella dice: ha guardato all’umiltà della sua serva (Lc 1,48).

Più uno si considera «da poco» davanti a Dio più la sua preghiera sale al suo cospetto e non solo non si ferma davanti alle nubi della Gloria divina ma penetra come messaggero davanti al suo trono e se ne sta finché l’Altissimo non ha consolato colui che prega.

[18 non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto

e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.

Parallelo a «umile» sono «i giusti», cioè coloro che hanno fame e sete della giustizia; infatti essi saranno saziati con il giudizio divino.

Questa è la giustizia gradita a Dio, quella della preghiera costante e forte. Il testo usa tutti i termini che definiscono la preghiera nel tempo dell’afflizione (v. 24): la preghiera, la supplica, il lamento, il grido, le lacrime.

19 Il Signore non tarderà e non si mostrerà indulgente sul loro conto,

Inizia ora il giudizio di Dio. Come è scritto nei profeti, il suo giudizio è puntuale e non tarda.]

20 finché non abbia spezzato le reni agli spietati e si sia vendicato delle nazioni;

Il Signore opera il giudizio sugli empi, che sono chiamati con diversi appellativi: spietati, cioè quanti sono privi di misericordia, violenti, cioè coloro che sono inebriati della loro forza che manifestano con gesti clamorosi di violenza, ingiusti, quanti commettono ingiustizia opprimendo. Essi costituiscono le nazioni, contrapposte al popolo di Dio.

21 finché non abbia estirpato la moltitudine dei violenti e frantumato lo scettro degli ingiusti;

Costoro sono presenti nelle nazioni cioè là dove dominano le genti, i popoli che non conoscono Dio e sono dominati perciò da tiranni che li sfruttano, incutono loro timore.

Il giudizio di Dio è già in atto perché la Parola risuona.

22 finché non abbia reso a ognuno secondo le sue azioni [e vagliato le opere degli uomini secondo le loro intenzioni;

Il giudizio si basa sul principio generale della retribuzione a ogni uomo secondo le sue azioni e le sue opere. Le opere hanno come principio le intenzioni, cioè quella parte segreta dell’uomo in forza della quale egli agisce; proprio su questa si fonda il giudizio divino perché Dio guarda al cuore (cfr. 1Sm 16,7).

23 finché non abbia fatto giustizia al suo popolo e non lo abbia allietato con la sua misericordia.

Il termine del suo giudizio è il suo popolo; il metro del suo giudizio è la sua misericordia di cui i poveri sono stati privati quando erano dominati dai violenti e dai tiranni delle nazioni.

24 Bella è la misericordia al tempo dell’afflizione, come le nubi apportatrici di pioggia in tempo di siccità.

Con un’immagine molto familiare in una terra scarsa di piogge, l’autore sacro descrive il ristoro che la misericordia di Dio porta a tutti i poveri sia a quelli che hanno tribolato nella miseria sia a coloro che hanno voluto avere solo Lui come loro sostegno.]

Il testo inserisce così la preghiera, nelle sue varie espressioni, nel contesto vivo dell’esperienza umana e quindi dell’esistenza di ciascuno e dell’intero popolo di Dio.

La tentazione è appunto quella di scoraggiarsi e di desistere dal pregare. Nei poveri del Signore invece la preghiera diventa più insistente più incalzante è la tribolazione.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 33

R/.       Il povero grida e il Signore lo ascolta.

Benedirò il Signore in ogni tempo,

sulla mia bocca sempre la sua lode.

Io mi glorio nel Signore:

i poveri ascoltino e si rallegrino.                                   R/.

Il volto del Signore contro i malfattori,

per eliminarne dalla terra il ricordo.

Gridano e il Signore li ascolta,

li libera da tutte le loro angosce.                                   R/.

Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,

egli salva gli spiriti affranti.

Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;

non sarà condannato chi in lui si rifugia.                       R/.

SECONDA LETTURA                                   2Tm 4,6-8.16-18

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo

Figlio mio, 6 io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita.

Essere versato in libagione. Fil 2,17: è la libagione sul sacrificio e la liturgia della nostra fede. Rm 15,16: Paolo è il liturgo che rende gradita l’offerta delle Genti.

«Sono versato in libagione nel culto antico si versava sopra l’offerta o l’olocausto del vino o dell’olio, come libazione in onore del Signore. Tale versamento è contemplato da Paolo come simbolo della sua stessa vita che si appressa alla morte, la quale è come versata sopra il sacrificio e la liturgia della vostra fede (Fil 2,17). Paolo è liturgo che mediante la predicazione del Vangelo offre le genti in offerta a Dio (Rm 15,16) e con la sua stessa morte porta a compimento il sacrificio versandovi sopra la libazione» (Fabrizio diacono).

7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.

Paolo presenta la sua vita apostolica con due immagini: la buona battaglia e la corsa, e a conclusione parla della fede. La buona battaglia. In 1Cor 5,25-27 è unita la lotta alla corsa, immagini dello stadio. La corsa, indica il suo ardore apostolico cfr Sal 19: da un estremo del cielo è la sua corsa fino all’altro estremo; Eb 12,1: combattere la buona battaglia correndo. La fede, come fedeltà all’Evangelo che gli è stato consegnato (At 20,24).

«Tornano due delle tre immagini usate in 2,1-7: il soldato e l’atleta.

La buona battaglia della fede (1Tm 6,12). Di quale battaglia si tratta? Dice 1Cor 10,3ss: non combattiamo contro la carne cioè contro gli uomini infatti le armi del combattimento nostro non sono carnali, non appartengono alla creazione visibile, ma sono la fede, l’amore e la speranza (1Ts 5,8) ma capaci da Dio cioè attingono da Lui la forza per l’abbattimento delle fortezze cioè abbattendo i pensieri e ogni innalzamento che si eleva contro la conoscenza di Dio e imprigionando ogni intellezione all’obbedienza di Cristo. La lotta è dunque contro i pensieri che sorgono nella mente e nel cuore e che si oppongono alla conoscenza di Dio a noi rivelata nel Vangelo di Cristo. Essi si presentano in due modi: come fortezze cioè ragionamenti che auto-giustificano e chiudono nel proprio ragionare, come in un palazzo fortificato; come innalzamento cioè pensieri di orgoglio e superbia che mirano ad esaltare l’io. Il fine di questa lotta è quello di sottomettere ogni intellezione cioè ogni atto del nostro pensiero all’obbedienza di Cristo cioè alla sua Parola.

La corsa ho completato la battaglia è vista come una corsa. Così anche Eb 12,1-2: corriamo il combattimento posto dinanzi a noi, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Nella corsa l’atleta si allena ed è continente in tutto (1Cor 9,25).

La fede ho custodito sono tre espressioni parallele che dicono la medesima realtà: la battaglia, così come la corsa, sono immagini per significare l’impegno dell’apostolo nell’annuncio del Vangelo alle genti e nel mantenimento della retta fede contro le eresie nascenti (2Tm 2,17-18; 3,6-7; 4,3-4)» (Fabrizio diacono).

8 Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.

La corona di giustizia. Paolo afferma che in lui la grazia non fu vana; la grazia sta all’origine, la giustizia con cui Dio lo incorona è la sua generosa risposta alla grazia come ha detto precedentemente. E questa corona è il Cristo, come egli stesso dice: «Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21). Colui che è la giustizia è anche il giusto giudice che scruta i cuori e le reni. L’opera da compiere è amare la sua epifania, attendere con amore la sua venuta significa vivere con la buona coscienza che si fonda sulla fede in lui che giustifica l’empio e quindi infonde in noi «la sincerità della fede, la fermezza della speranza e l’ardore della carità» (s. Agostino ep. 80). La venuta di Gesù è progressiva in rapporto ai comandamenti: «Se qualcuno mi ama osserva i miei comandamenti … e verremo a lui e faremo dimora presso do lui» (Gv 14,23).

«Come ogni manifestazione sportiva o battaglia essa prevede una medaglia, un bottino: la corona della giustizia essa indica il premio della vita eterna, è corona incorruttibile (1Cor 9,25), corona della vita (Gc 1,12), corona di gloria che non appassisce (1Pt 5,4). In essa non siamo soli, ma vi sono quanti hanno aderito all’annuncio di Paolo e sono venuti a far parte della Chiesa (Fil 4,1; 1Ts 2,19: corona di vanto cioè i credenti sono motivo di vanto dinanzi al Signore). Per questo dice subito non solo a me ma anche a tutti coloro che hanno amato la manifestazione di Lui il premio non si ottiene singolarmente, ma è una “vittoria di squadra”» (Fabrizio diacono).

[9 Cerca di venire presto da me, 10 perché Dema mi ha abbandonato avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia.

11 Solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero. 12 Ho inviato Tìchico a Efeso.

«L’apostolo Paolo ha fretta di rivedere Timoteo, tanto che gli dice affrettati e poi velocemente e gli chiede di venire prima d’inverno (4,21). Probabilmente desidera passare con lui e con i suoi compagni l’inverno, in compagnia del mantello, delle Scritture e della pergamena, per lo studio e la comunicazione alle Chiese (4,13). Egli si trova infatti solo, come aveva detto in 1,15, poiché Dema mi ha abbandonato egli che era collaboratore insieme a Luca di Paolo (Flm 24; Col 4,14) e rinnegando la fede cristiana avendo amato il secolo presente cioè è di quelli che sono amanti del piacere più che amanti di Dio (2Tm 3,4). Di essi dice anche Gesù: sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni (Mc 4,18-19). Gli altri due, Cresche e Tito, erano in missione altrove. Tito fu incaricato da Paolo di amministrare la Chiesa a Creta (Cf Tt 1,4-5). Svolse poi servizio in Dalmazia. Secondo la tradizione, dopo la morte di Paolo, sarebbe tornato a Creta dove sarebbe morto vescovo in tarda età. (cf. DENT).

Luca evangelista, collaboratore di Paolo (Col 4,14; Flm 24). Insieme a lui è subito nominato anche Marco l’altro evangelista. Il dissidio con Paolo sembra ricomposto se questi lo chiama a sé.

Tichico è accompagnatore di Paolo, dalla provincia asiatica (At 20,4). Egli è fratello carissimo e fedele ministro del Signore (Ef 6,21) che fa da messo di notizie per Paolo (così anche in Col 4,7)» (Fabrizio diacono).

13 Venendo, portami il mantello che ho lasciato a Troade in casa di Carpo e anche i libri, soprattutto le pergamene.

Paolo vuole dedicarsi allo studio dei libri, alla corrispondenza attraverso le pergamene, ed è anziano, per cui patisce il freddo e desidera il mantello (Fabrizio diacono).

14 Alessandro, il ramaio, mi ha procurato molti mali. Il Signore gli renderà secondo le sue opere; 15 guardatene anche tu, perché è stato un accanito avversario della nostra predicazione. ]

«Alessandro si è opposto a Paolo (Cf. anche 1Tm 1,20). Ma non si è opposto a lui in rapporto alla sua persona, ma al suo annuncio, come dice molto si è opposto alle nostre parole. E dice al plurale perché opporsi al Vangelo è opporsi alla predicazione della Chiesa, dunque ad essa in genere. Perciò anche Timoteo deve guardarsi da costui. E come insegna il Signore: chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me, disprezza Colui che mi ha mandato (Lc 10,16).

Le persecuzioni contro la Chiesa sono contro il suo Evangelo e contro il Cristo» (Fabrizio diacono).

16 Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto.

Nota biografica riguardante la sua prima difesa in tribunale. L’Apostolo si è trovato solo, reso simile al Signore: Voi mi lascerete solo ma non solo perché con me è il Padre (Gv 16,32).

«Nessuno mi è stato vicino per paura di subire il medesimo processo e condanna ma tutti mi hanno abbandonato come è capitato al Figlio dell’uomo (Mt 14,50: allora tutti lo abbandonarono e fuggirono). E come lo stesso Gesù che prega per loro e non li riprende, così anche Paolo: non sia loro computato a differenza di Alessandro» (Fabrizio diacono).

17 Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.

«Rispetto agli uomini che non gli sono stati vicini, il Signore mi è stato vicino e mi ha rafforzato attraverso la sua grazia (Cf. 2Tm 1,12; 2,1), che ha operato in lui, che era bestemmiatore, persecutore e violento trasformandolo con la sua misericordia poiché giudicato degno di fiducia al servizio del Vangelo (1Tm 1,12-13). Il rafforzamento della grazia è dunque il sovrabbondare della misericordia divina, della fede e della carità sopra il peccatore (1Tm 1,14ss). Sovrabbondare che si ripete anche durante la difesa in tribunale e che trasforma il processo contro Paolo in annuncio di salvezza. L’annuncio dell’Evangelo non dipende dalle situazioni favorevoli o meno, ma solo dallo spazio che l’apostolo fa al sovrabbondare della grazia in lui. Se egli si fa guidare da essa, ogni occasione diventa annuncio, anche la più assurda: da qui, sta scritto: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno (2Tm 4,2).

E il giudizio su Paolo diventa giudizio sulle genti: giudizio di salvezza per chi crede e di condanna per chi si oppone.

Sono stato liberato dalla bocca del leone cioè scampato alla condanna da parte del tribunale romano, espressione del potere giudiziario dell’imperatore, il leone. Ma dietro a tale potere imperiale, si nasconde un altro potere e un altro leone, il satana che come leone ruggente (1Pt 5,8) cerca di divorare l’Evangelo (Mc 4,15) e il Cristo (Ap 12,6), divorando i suoi araldi attraverso la persecuzione» (Fabrizio diacono).

18 Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Tutte le prove non faranno fare naufragio a Paolo. Egli potrà giungere al regno celeste per celebrare in eterno quella lode con la quale conclude.

Il cammino dell’apostolo, pur nella solitudine, è scandito da due citazioni della Scrittura. La luce, che viene dalla Parola di Dio, è il suo conforto. Egli non si abbandona all’ira e allo sconforto, ma accoglie le prove del suo ministero con la forza che il Signore gli comunica e che lo porta alla lode di Dio.

« Avendo contemplato l’imperatore come leone da quale è stato liberato da parte del Signore, subito pensa a quell’altro leone che vuole divorare i credenti; ma è fiducioso che, come è stato liberato dal primo, così sarà liberato dal secondo. Come? Liberandolo da ogni opera malvagia come quella di Alessandro (4,14) e prendendolo con sé nel regno dei cieli» (Fabrizio diacono).

«Mi fa impressione il quadro della vita degli Apostoli ed evangelisti. quadro spoglio, semplice a questo punto squallido: sofferenza della loro solitudine, gran parte della vita passava lacerandosi nella angoscia, nella malattia ecc. vedi 2Cor 11: racconta di che cosa è intessuta la sua vita. Incomprensioni dei più cari, esperienza dall’abbandono di Marco all’inizio, la comunità di Roma l’ha abbandonato, non c’è stato nessuno ad aiutarlo: dà un quadro della comunità fatta dei doni stupendi dello Spirito e delle miserie umane» (d. U. Neri, appunti di omelia, Monteveglio, 18.10.1971).

CANTO AL VANGELO                                    Cf 2Cor 5,19

R/.       Alleluia, alleluia.

Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,

affidando a noi la parola della riconciliazione.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                        Lc 18,9-14

 Dal vangelo secondo Luca

9 In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:

Disse ancora questa parabola; ancora in tal modo essa è unita alla precedente formando un discorso unico sulla preghiera.

Alla vedova è paragonato colui che prega con insistenza perché venga il Giorno e prega pure con fede nella certezza di essere esaudito. Ora il Signore c’insegna come la preghiera si fondi sulla giustizia che viene dalla fede e non dalle opere della Legge. Al contrario «il giudaismo osservante dell’epoca era convinto di preparare la via al Regno di Dio in forza di un’osservanza meticolosamente precisa della Legge» (Rengstorf).

Avevano l’intima presunzione (lett.: Erano fiduciosi in se stessi), ponevano in se stessi la fiducia, pensavano di essere capaci con le loro forze di adempiere le opere della Legge e quindi di essere giusti. Già Ezechiele aveva denunciato questo pericolo: «Se dico al giusto: Vivrai, ed egli, confidando della sua giustizia, commette l’iniquità …» (33,13). Confidare nella propria giustizia e non nella Parola di Dio, che dà la vita, ha come conseguenza quella di fare il male.

La Scrittura invece afferma: non c’è nessun giusto, nemmeno uno, perché tutti, Giudei e Greci, sono sotto il dominio del peccato (cfr. Rm 3,9-20).

Poiché avevano l’intima presunzione di essere giusti, disprezzavano gli altri. Credere di essere giusti porta a lodare le proprie opere, a gloriarsi in se stessi e non nel Signore, fare oggetto della propria lode se stessi e non Lui. Tutto questo si manifesta nel disprezzo di tutti gli altri, nessuno eccettuato perché costui si è costituito l’unico giusto gradito a Dio e in questa situazione odia anche il Cristo, l’unico vero giusto. Gesù infatti annuncia che egli subirà questo disprezzo: molto soffrirà e sarà disprezzato (Mc 9,12; cfr. At 4,11: la pietra disprezzata da voi costruttori …). Infatti è sulla Croce che si comprende il termine ultimo della preghiera del fariseo e del pubblicano: quella del fariseo termina nella bestemmia contro il Cristo, mentre quella del pubblicano trova la sua eco in quella del malfattore (cfr. 23,42).

Alcuni, gli altri, indica due categorie: gli eletti da una parte e i peccatori, maledetti (cfr. Gv 7,49) dall’altra.

10 «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.

Due uomini salirono al Tempio, al luogo più santo ed eccelso di tutta la terra, a pregare «per l’ora della preghiera che si svolgeva al mattino verso le nove e al pomeriggio alle tre» (Jeremias). Salire non è solo un fatto fisico ma anche spirituale. Come dice il salmo 83 LXX: Beato l’uomo … che ha disposto nel suo cuore ascensioni; ambedue hanno posto le loro salite nel cuore e le manifestano al Signore

Uno era fariseo e l’altro pubblicano. Le due categorie sono di nuovo contrapposte, la prima dei giusti e degli onorati, l’ultima dei peccatori e dei disprezzati. Tutto questo secondo l’aspetto esterno (cfr. Mt 23,28: apparite giusti agli uomini ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità).

11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano.

Il fariseo, stando in piedi, non è condannato lo stare in piedi a pregare (cfr. Mc 11,25: quando state in piedi trad.: vi mettete a pregare), ma l’intenzione: sta in piedi perché si sente giusto; pregava così tra sé e in tal modo la preghiera non saliva a Dio «non voleva infatti supplicare Dio, ma lodare se stesso» (Agostino).

O Dio, ti ringrazio. Ogni ringraziamento, che non si fonda sulla Scrittura, ha come oggetto l’io e non Dio e quindi è idolatria. Infatti egli non loda Dio per l’opera che compie in lui ma si presenta a Dio magnificando le sue opere che lo accreditano come giusto alla sua presenza.

perché non sono come gli altri uomini: si dichiara l’unico giusto di fronte all’Unico Dio e quindi si sente il figlio prediletto. Egli è l’unico perché non si trova tra le categorie degli uomini che sono ladri, ingiusti, adulteri. Anche l’Apostolo esorta ad esserne fuori, infatti comanda di non mescolarci con nessun fratello che è impudico…. ladro (cfr. 1Cor 5,11) e proseguendo afferma: non illudetevi: né immorali… né ladri… né rapaci erediteranno il regno di Dio (ivi, 6,10) e aggiunge: e tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio (ivi, 11). Se ne è fuori quindi per la fede e non per le opere della Legge;

e neppure come questo pubblicano, al contrario dice l’Apostolo: non fate nulla per spirito di rivalità o per vana gloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso (Fil 2,3).

Dopo aver ringraziato per le sue opere di giustizia, il fariseo ora ringrazia Dio per «le sue opere supererogatorie» (Jeremias).

12 Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.

Digiuno due volte alla settimana. «Mentre la Legge prescrive solo un giorno di digiuno all’anno, quello dell’espiazione, egli digiuna volontariamente due volte alla settimana, al lunedì e al giovedì, probabilmente per espiare i peccati del popolo. Chi conosce l’Oriente sa che la maggiore rinuncia nel digiuno consiste nel rifiutare di bere, nonostante il gran caldo» (Jeremias);

e pago le decime di tutto quello che possiedo, anche dei prodotti acquistati già di per sé sottoposti alla decima nel produttore come il grano, il mosto e l’olio (ivi). In tal modo si contrappone agli altri uomini «contro l’adulterio si gloria del digiuno e contro la rapina e l’ingiustizia proclama di dare la decima di tutto quanto possiede» (Teofilatto).

13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.

Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, accetta di essere umiliato davanti a Dio dalle parole del fariseo, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo sentendosi indegno della comunione con Dio ed è rivolto a quella polvere dalla quale fu tratto;

ma si batteva il petto «o più precisamente, il cuore (come sede del peccato)» (Jeremias). Infatti nel Midrash Qohelet 7,2 l’espressione battersi il petto corrisponde a battersi il cuore e così commenta: «Perché battersi il petto? per dire che tutto (cioè peccati e colpe e quindi ogni tribolazione) proviene di lì.» (Staehlin, GLNT). A questa interpretazione fa eco quella di Agostino: «battersi il petto non è altro che disapprovare ciò che è nascosto nel petto e punire il peccato nascosto con un gesto manifesto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore».

Il pubblicano compie tutti i gesti che indicano la presenza di Dio. Egli è davanti a Dio, che è santo e lui è impuro, per questo sta lontano. Dio si rivela e lui abbassa gli occhi come fanno Mosè ed Elia che si coprono il volto.

Battendosi il petto, il pubblicano scopre la misericordia di Dio nell’abisso del suo peccato, come accade alle folle che alla morte di Gesù si battono il petto perché nella sua morte hanno visto e il loro peccato e la misericordia di Dio (cfr. 23,48).

«Il pubblicano se ne stava invece lontano; ma si avvicinava a Dio. Il suo rimorso lo allontanava, ma la pietà lo avvicinava. Il pubblicano se ne stava lontano; ma il Signore lo aspettava da vicino. Il Signore sta in alto, ma guarda gli umili … Non gli basta di tenersi lontano; neanche alzava gli occhi al cielo. Per essere guardato, non guardava. Non osava alzare gli occhi; il rimorso lo abbassava, la speranza lo sollevava. Senti ancora: Si percuoteva il petto. Voleva espiare il peccato, perciò il Signore lo perdonava: Si percuoteva il petto dicendo: Signore, abbi compassione di me peccatore. Questa è preghiera» (Agostino, Sermo 115,2).

La preghiera del pubblicano si rifà alla Scrittura e precisamente al Sal 51 «con la sola aggiunta di per quanto peccatore» (Jeremias). Notiamo come nella lingua greca vi sia l’articolo: il peccatore, egli si sente il prototipo dei peccatori.

Come implorazione a Dio per ottenere misericordia il verbo si trova solo in questo passo del NT; nei LXX invece è presente in Est 4,17h; Dn 9,19 (Th); Ps 78,9.

Notiamo come a differenza di Zaccheo il pubblicano della parabola non fa nessun proposito; non perché non voglia ma perché egli recepisce nel suo intimo che essere peccatore impregna talmente se stesso e la sua vita che non può far altro che dare ragione al fariseo che lo accusa. In questa radicale incapacità di poter fare qualcosa che esprima la sua conversione, egli si affida alla misericordia di Dio. Dio deve fare tutto in lui, anche le stesse opere. È la percezione di una totale paralisi spirituale alla quale porta il peccato per cui non resta altro che rivolgersi a Dio e gridare la propria situazione.

14 Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Essendo legata alla Parola, questa preghiera ottiene al di là di quello che osa sperare.

Proseguendo infatti il Signore dice: Io vi dico, contiene la forza di Colui che insegna come uno che ha autorità e non come gli scribi (cfr. Mt 7,29): questi tornò a casa sua giustificato. Di per sé l’uomo in quanto carne non può essere giustificato cioè «assolto dinanzi al tribunale di Dio» (Schernk) (cfr. Sal 142,2 LXX: E non entrare in giudizio col tuo servo, perché non sarà giustificato davanti a te nessun vivente), ora il pubblicano, per la sua preghiera viene assolto, dichiarato giusto in giudizio. Questo è ciò che sconvolge: un fariseo che è condannato e un pubblicano che è assolto. Colui che ha osservato scrupolosamente la Legge è condannato, colui che l’ha trasgredita mettendosi in condizione di non poterla osservare, è assolto. Perché questo? Lo dice la conclusione della parabola: perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. Esaltandosi, il fariseo perde tutte le sue opere buone «infatti la superbia è la fonte di tutti i mali» (Crisostomo), al contrario il pubblicano «non avendo atteso il giudizio di Dio, ma pronunciando il suo su di sé» (Basilio), ottiene la salvezza (Vedi 14,11).

Note:

  1. Giuseppe Dossetti: Certamente c’è una continuità con il discorso precedente però non ho voluto lasciarmi prendere da questo rapporto e ho cercato di stare nel testo. Alcune osservazioni: v. 9 confidare in se stessi è il primo punto, dal confidare in se stessi viene il disprezzare gli altri: quando non vediamo il nostro peccato disprezziamo gli altri. Gli altri sono tutti anche Cristo, il Buono: dichiarandoci giusti disprezziamo anche Lui. cfr. Lc 23,11; Sal 118,22; At 4,11; 1Cor 1,28 è in questa direzione. Giustificare sé porta non solo a disprezzare gli altri, ma anche Cristo e a sostituire la giustizia di Cristo con la propria. Quindi si diventa anticristi e atei Rm 2,19sg; 10,3sg:. L’espressione greca pros eautòn può voler dire dentro di sé, ma è una preghiera che si riflette in se stessa. Quando condanniamo gli altri la preghiera si ripiega dentro di noi. Vi è contrapposizione tra la preghiera che si ripiega dentro di sé e il non alzare gli occhi del pubblicano: l’uno si ripiega sulla propria giustizia e l’altro per umiltà non alza gli occhi. Mi viene in mente il Miserere: contrapposizione tra la propria giustizia e quella di Dio. v. 19: la vera eucaristia che Dio gradisce. Quando siamo umiliati e contriti Dio non disprezza il nostro sacrificio, quando disprezziamo gli altri Dio lo disprezza Sal 37(38),19: preoccupazione: l’unica preoccupazione è quella dei nostri peccati, mentre noi ci diamo cura di altro e non di questo (appunti di omelia, Betania, 17.11.1972).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Lo Spirito del Signore penetri nei nostri cuori e infonda in noi l’umiltà e la fede insistente perché la nostra preghiera non ricada in noi ma salga al Signore Dio Altissimo.

Ascolta, o Padre, la preghiera dei tuoi figli.

– La tua misericordia, o Padre, si estende a tutti i tuoi poveri: rendici partecipi della tua provvidenza perché possiamo condividere il pane con l’affamato, la casa con chi è esule, noi ti preghiamo.

– Tu che hai guardato all’umiltà della Vergine Maria, guarda con amore i tuoi servi che gridano a te ed esaudisci la loro supplica, noi ti preghiamo.

– Accogli la preghiera della tua Chiesa, che invoca la pace e concedi a tutti gli uomini di deporre le armi e di operare per il bene dei popoli, noi ti preghiamo.

– Signore, che scruti i cuori, dona a coloro che si ritengono giusti di non disprezzare chi non ti conosce ma di pregare per la conversione di tutti gli uomini, noi ti preghiamo.

O Dio, tu non fai preferenze di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell’umile penetra le nubi; guarda anche a noi come al pubblicano pentito, e fa’ che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere giustificati nel tuo nome. Per Cristo nostro Signore.  Amen.