DOMENICA XXIX – C

Eleviamo al Padre mani pure,

vinciamo l’ora delle tenebre,

saldi nel gemito dello Spirito.

Preghiera! Tu squarci le nubi,

denso silenzio nel buio notturno,

sentinella che scruti il mattino,

tu varchi la soglia impossibile,

e contro spietato avversario

penetri nel cuore dell’Eterno.

Signore restiamo in tua attesa,

le lampade accese nella notte:

Gesù, Signore, vieni presto!

PRIMA LETTURA                                             Es 17,8-13

 

Dal libro dell’Èsodo

8 In quei giorni, Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm.

E Amalèk venne a combattere contro Israele in Refidìm. Amalek prende l’iniziativa contro Israele: è il primo nemico che questi incontra nel deserto. Egli tenta di ostacolare il cammino del popolo di Dio. In Dt 25,17 è espressa la gravità della colpa di Amalèk: colpì le estremità del popolo quando questi era stanco e affaticato e non temette Dio. Nella mancanza del timore di Dio sta il peccato di Amalèk e in questo diventa segno dei nemici spirituali. La Parola di Dio su Amalèk è stata pronunciata ed Israele deve eseguirla. Questo avverrà al tempo di Saul (1Sm 15). La disobbedienza di Saul a questa parola di Dio, pronunciata per bocca di Mosè, gli costerà il Regno: Dio lo ripudia.

Quanto sono profondi i disegni di Dio! Il peccato di Amalèk viene espiato diverse generazioni dopo, cioè nel tempo in cui Dio ha suscitato un altro profeta come Mosè: Samuele.

Amalèk era figlio di Elifaz, nipote di Esaù (cfr. Gn 36,16).

Significato tropologico (S. Gregorio M. lib VI in lib. Reg. II e Ruperto): Amalèk è il primo nemico che Israele incontra e rappresenta le seduzioni e le tentazioni della carne (Amalèk = popolo che lecca), incontrate nel cammino spirituale. Esse sono vinte combattendo con Gesù e nell’orazione.

9 Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio».

Contro Amalèk non ci può essere patteggiamento perché su di lui è pronunciato il giudizio di Dio. Attraverso il rivelarsi di questo giudizio contro un popolo che non ebbe pietà e non temeva Dio, la Scrittura vuole insegnarci che abbiamo una lotta spirituale da compiere contro un avversario le cui caratteristiche si riflettono in Amalèk. Infatti il nostro avversario attacca i più deboli del popolo di Dio e cerca di togliere loro il nutrimento spirituale, che è la Parola di Dio (cfr. Mt 13,19: tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada).

E il bastone di Dio in mano mia, come dice il salmo (23,4): la tua verga e il tuo vincastro mi consolano. È il segno che il Signore guida il suo popolo.

Il bastone di Dio è la verga con la quale Mosè ha compiuto prodigi in Egitto, ha percosso il mare (Es 14,16) come pure ha percosso la roccia (17,5). Esso è di Dio ad indicare la sovranità di Dio sul suo popolo, che si esercita attraverso Mosè.

Mosè sta sulla cima della collina, là dove Dio si manifesta ed è sulla cima del monte che sorgerà il Tempio. Sulla cima della collina del Calvario viene piantata la croce. Quindi il bastone di Dio, tenuto da Mosè sulla cima della collina, è simbolo della croce ed è in virtù di questa simbologia che da esso scaturisce la forza salvifica per Israele.

10 Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle.

Tutto parte dal Cristo: in Giosuè il nome e la lotta, in Mosè il bastone di Dio, la cima della collina e le mani alzate che diventano pesanti e sono rese fermezza, stabilità, verità (il termine ebraico emunàh è ricco di molteplici significati) perché sostenute da Aronne ed Cur, come le mani di Gesù sono tenute sollevate dai chiodi. Egli in croce, alzato sulla cima della collina, combatte nei cieli, sulla terra e sotto terra le potenze avverse rappresentate in Amalèk.

Come Mosè così il Cristo sale sulla collina con la verga di Dio, cioè la sua croce e su di essa stende le sue braccia fino alla sera, fino a che tutto non sia compiuto.

11 Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk.

In Mosè le mani si appesantiscono per la debolezza della natura umana ed egli viene meno nell’intercessione per cui Amalèk vince quando egli abbassa le braccia.

Per la lettura tipologica vedi Origene.

«E avvenne che, quando Mosè levava le mani, Israele era più forte, ma quando le abbassava, era più forte Amalèk.

Allora ha il sopravvento Gesù allora vince, quando Mosè eleva le mani. Il popolo era invece vinto da Amalèk, quando Mosè non teneva più le mani elevate, ma abbassate: questi sono coloro ai quali vien detto: Se credeste a Mosè, credereste anche a me (Gv 5,46) ed Ecco, mi volete uccidere perché non osservate la Legge (Gv 7,19). Dal momento che la Legge e le opere della Legge non esistono più presso coloro che, mentre cercano di stabilire la propria giustizia, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio (Rm 10,3), le mani di Mosè si sono abbassate: è più forte l’incredulità, il popolo è vinto» (Omelie su Giosuè, p. 50).

12 Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole.

13 Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.

Le mani di Mosè non possono reggere da sole il peso di questa lotta per cui è sostenuto da Aronne e Cur

Solo così le sue mani divengono fermezza (traduzione letterale) fino al tramonto del sole. Il termine tradotto con «fermezza» può anche significare «fedeltà, fede, verità». Così annota Rashi di Troyes nel suo commento all’Esodo: «Le braccia di Mosè furono levate con fede verso il cielo, con preghiera ferma e fiduciosa».

Allo stesso modo il Cristo con le braccia stese sulla croce combatte per noi contro l’avversario e lo sconfigge. Il segno della sua vittoria è il grido prima di morire. Egli, dopo aver sconfitto l’avversario, si addormenta placidamente sulla croce e dal suo fianco, squarciato dalla lancia, sgorgano l’acqua e il sangue, compiendo in sé tutti i misteri profeticamente prefigurati nella Legge.

Questa tipologia è diffusa nell’insegnamento dei Padri ed è quindi patrimonio dottrinale della Chiesa di Cristo. La lotta spirituale viene quindi sostenuta dalla preghiera.

Note

Dalla lettera del testo traspare il mistero che soggiace.

Dio giura per il suo trono di compiere questa guerra non contro la carne e il sangue ma contro quelle potenze spirituali che agiscono attraverso Amalèk (v. 16).

Dal momento che la nostra lotta non è contro l’uomo ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti (Ef 6,12), noi dobbiamo armarci e combattere con Gesù.

Che significa che Mosè tiene le mani alzate mentre Gesù combatte e l’esito della vittoria di Gesù dipende dalle mani alzate di Mosè? A questo risponde mirabilmente Origene nel commento sopra riportato. Gesù vince quando in Mosè appare il segno dell’innalzamento della croce, egli invece è sconfitto quando la lettera prevale sullo spirito.

La battaglia spirituale è vinta da Gesù in noi quando comprendiamo che la Legge è spirituale; Gesù in noi è vinto quando non lo vediamo presente nell’Antico Testamento; allora Mosè ha le mani abbassate e prevale Amalèk; allora lo Spirito non è più vivificante e la lettera uccide (2Cor 3,6) colui che legge.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 120

R/.       Il mio aiuto viene dal Signore.

Alzo gli occhi verso i monti:

da dove mi verrà l’aiuto?

Il mio aiuto viene dal Signore:

egli ha fatto cielo e terra.                      R/.

Non lascerà vacillare il tuo piede,

non si addormenterà il tuo custode.

Non si addormenterà, non prenderà sonno

il custode d’Israele.                  R/.

Il Signore è il tuo custode,

il Signore è la tua ombra

e sta alla tua destra.

Di giorno non ti colpirà il sole,

né la luna di notte.                    R/.

Il Signore ti custodirà da ogni male:

egli custodirà la tua vita.

Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,

da ora e per sempre.                R/.

SECONDA LETTURA                                     2Tm 3,14-4,2

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo

Figlio mio, 14 tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso 15 e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù.

In queste parole sono tracciate le linee della tradizione e del suo intrinseco rapporto con le sacre Scritture. Il dato di partenza è l’insegnamento da parte di uomini conosciuti. Essi non sono degli estranei, ma sono dentro la trasmissione apostolica. Il secondo momento è lo stare saldi in quello che si è appreso e credervi fermamente. Questa saldezza è il contrario di quanto si dichiara nella lettera agli efesini: Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore (4,14).

Da una parte vi è l’apprendimento da parte di uomini e donne conosciuti e dall’altra vi è il rapporto diretto con le divine Scritture, che Timoteo conosce fin dall’infanzia. Da qui apprendiamo quanto sia importante istruire i bimbi sulle divine Scritture.

Questa intrinseca e vivente unità tra la tradizione e le divine Scritture fa in modo che la Chiesa sia il luogo dove la dottrina del Signore, trasmessa dagli apostoli, rimane inalterata nelle generazioni. In questo luogo, che è la Chiesa, colonna e fondamento della verità (1Tm 3,15), le divine Scritture hanno la forza d’istruirci per la salvezza, perché è proprio della santa Scrittura essere incentrata su Cristo Gesù e annunciare in Lui la salvezza. La lettura della sacra Scrittura nella Chiesa porta alla fede salvifica in Cristo Gesù. Questo è il principio unificante di tutta la Parola di Dio.

Notiamo come alla base del verbo greco tradotto con istruire vi sia la sapienza. Questo verbo ricorre in 2Pt 1,16 con significato negativo. Vi è quindi una sapienza fondata sulle Scritture, che porta alla salvezza, e una sapienza basata sui miti. Le due sapienze si contrappongono.

16 Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

L’apostolo c’indica quale finalità abbia tutta la Scrittura, che è ispirata da Dio, che non è soggetta ad interpretazione privata perché è Parola annunciata dallo Spirito Santo.

L’utilità della Scrittura ha come suo proprio l’insegnamento. Essa è il costante riferimento per quanti nella Chiesa insegnano perché in essa trovano la verifica di quanto affermano ed è attraverso di essa, che sono garantiti d’insegnare secondo la tradizione apostolica.

La divina Scrittura è utile per convincere perché chi l’ascolta spezza in sé la durezza del cuore e l’ostinazione del proprio pensare. La Parola mette in luce la perversione di ragionamenti nascosti, essendo la spada a doppio taglio che penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito (cfr. Eb 4,12).

La correzione è raddrizzare il proprio cammino secondo la volontà di Dio, che ha nella divina Scrittura il luogo del suo manifestarsi perfetto.

Educare nella giustizia significa far passare dallo stadio di bimbi, bisognosi del latte dei primi rudimenti al nutrimento solido proprio di quelli che mediante l’esperienza, hanno le facoltà esercitate a distinguere il bene dal male (Eb 5,14).

La Scrittura pertanto letta e amministrata nella Chiesa ha come scopo di rendere l’uomo di Dio completo. Uomo di Dio è chiunque, uomo e donna, appartenga a Dio e nella sua umanità rivela questo rapporto. La Scrittura lo rende completo, cioè lo fa giungere all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo (Ef 4,13).

In questo modo l’uomo di Dio è ben preparato per ogni opera buona. In 2,21 l’apostolo scrive che ognuno deve essere come un vaso purificato e pronto per ogni opera buona. Opera buona è quella che Dio compie attraverso di noi, qualora ci veda puri e maturi per compiere il suo volere.

4:1 Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno:

L’apostolo ricapitola il mistero di Gesù Cristo nel suo compimento: noi attendiamo il suo giudizio, la sua manifestazione e il suo regno. Su questo si fonda la nostra speranza. Questo saldo convincimento sul suo giudizio, la sua manifestazione e il suo regno è la forza del nostro esser cristiani e del nostro perseverare senza venir meno a causa della tribolazione o dello spegnersi in noi del fervore iniziale.

2 annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento.

Nell’attesa del Signore questo è il compito di chi è posto a capo dei fratelli. Il primo dovere, che incombe è quello di annunciare la Parola. Essa non va mai taciuta ma simile al banditore, l’uomo di Dio deve proclamare la Parola.

Questa proclamazione non è soggetta alla prudenza umana perché deve esser fatta sempre e con insistenza al momento opportuno e non opportuno. Non bisogna privare i propri fratelli della Parola nelle sue varie espressioni: ammonisci, rimprovera, esorta. Come egli stesso è stato formato a questa scuola, così deve formare gli altri.

Tutto questo non deve esser fatto con durezza e asprezza ma con ogni magnanimità e insegnamento. Egli deve aver pazienza nel suo insegnamento e esser largo nel suo spirito, senza fretta o agitazione, senza insultare o adirarsi ma con bontà e mitezza.

CANTO AL VANGELO                                      Cf Eb 4,12

R/.       Alleluia, alleluia.

La parola di Dio è viva ed efficace,

discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                         Lc 18,1-8

 

 Dal vangelo secondo Luca

1 In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:

Il Signore c’insegna che il modo per attenderlo è pregare e non tanto andare alla ricerca dei segni della sua venuta.

Pregare è necessario per vincere la seduzione dei falsi profeti che annunciano la presenza del Figlio dell’Uomo.

Aggiunge che è necessario pregare sempre. Di questo ci dà l’esempio l’Apostolo all’inizio della lettera ai Romani (1,10: chiedendo sempre nelle mie preghiere), ai Corinzi (1,4: ringrazio continuamente il mio Dio per voi), ai Filippesi (1,4: prego sempre con gioia per voi), ai Colossesi (1,3: noi rendiamo continuamente grazie a Dio… per voi) ai Tessalonicesi (1,1-2: ringraziamo sempre Dio per tutti voi; 2,1-3: dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi), a Filemone (4: rendo sempre grazie a Dio ricordandomi di te).

Questo sempre deriva dal fatto che bisogna in ogni tempo essere pronti ad accogliere il Signore. La lunga attesa della preghiera può stancare per questo aggiunge: senza stancarsi mai. Questo verbo ricorre solo in Paolo.

Precedentemente Gesù ha vietato ogni calcolo riguardante la sua venuta e ha fondato tutto sulla fede che a sua volta si alimenta nella preghiera. Nel tempo intermedio dell’attesa il discepolo è sottoposto alla tentazione di stancarsi e di perdersi d’animo perché non può varcare la soglia della fede ed entrare nella visione (17,22: desidererete vedere…) per questo il Maestro ci dice di non stancarci e lo stesso esorta l’apostolo: non stanchiamoci di fare il bene (Gal 6,9 vedi 2Ts 4,13); presenta inoltre se stesso come modello (2Cor 4,1: avendo ottenuto misericordia, non ci perdiamo d’animo. In greco è lo stesso verbo che prima è stato tradotto non stancarsi): «per la misericordia che gli è stata concessa cresce in lui la forza di non perdersi d’animo. Paolo non si lascia distogliere dal suo ministero da nessuna cattiveria, ma prosegue senza stancarsi» (GLNT, Grundmann). In Ef 3,13 Paolo chiede alla Chiesa di non perdersi d’animo per le sue tribolazioni. «La tribolazione è quella che nasce dalla situazione escatologica sospesa tra quanto è già avvenuto e quanto non si è ancora realizzato» (ivi)

Rifacendosi a Nm 21,5: siamo nauseati di questo cibo leggero (un’antica versione greca detta di Simmaco traduce: ci siamo stancati di questo cibo leggero) si può dire che la preghiera è un nutrimento come la manna data come un dono, ma che è disprezzata perché è considerata un cibo leggero e spregevole.

2 «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3 In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.

Vengono contrapposte due figure: nel giudice si esprime il potere, nella vedova la debolezza e l’impotenza. La contrapposizione è accentuata dal fatto che il giudice non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno e ne era consapevole (4). L’unica cosa che restava alla vedova da fare era di andare da lui e dirgli sempre la stessa cosa: fammi giustizia contro il mio avversario. Questa preghiera è la stessa degli eletti e quindi lascia intravedere il senso nascosto della parabola. Gli eletti infatti chiedono giustizia contro un avversario che non è di carne e sangue, ma è il diavolo stesso, il nostro avversario (cfr. 1Pt 5,8), l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte (Ap 12,10).

Gesù ci adombra nella vedova, che da una parte ha un giudice iniquo e dall’altra un avversario crudele. Il confronto sta solo tra la situazione impossibile della vedova e il giudizio divino che non si compie subito, come è detto in Qo 8,11: Poiché non si dà una sentenza immediata contro una cattiva azione, per questo il cuore dei figli dell’uomo è pieno di voglia di fare il male.

Da qui deriva per gli eletti una possibilità di scoraggiamento.

4 Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5 dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».

L’insistenza della vedova dal giudice definita molesta, lo obbliga a fare giustizia perché non venga continuamente a importunarmi. In greco il verbo tradotto con importunare significa letteralmente: fare dei lividi, percuotere in faccia (è usato da Paolo in 1Cor 9,27 ed è tradotto: tratto duramente).

La preghiera non ha termine fino a quando non viene esaudita. Nel tempo della prova (cioè dell’apparente silenzio di Dio) la fede o si rafforza o viene meno.

6 E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto.

«Il giudice disonesto non è messo in rapporto a Dio perché gli è simile ma perché gli è dissimile. Il Signore vuole mostrare come coloro che con perseveranza pregano Dio fonte di giustizia e di misericordia devono essere certi di essere esauditi dal momento che la perseveranza di chi supplicava prevalse presso il giudice iniquo al punto che fu esaudito il suo desiderio» (Agostino).

7 E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo?

Gli eletti sono coloro che gridano giorno e notte verso Dio perché sono nella grande tribolazione (Ap 7,12) e attendono i giorni del Figlio dell’Uomo (17,22) e quindi affrettano l’intervento divino.

Leggi Sir 35,17-24. Gridare è pure meditare la Legge del Signore giorno e notte (Sal 1,2). Anche questo è attesa.

8 Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Vi dico che farà loro giustizia prontamente. L’espressione prontamente si contrappone a per un certo tempo egli non volle (4). A differenza del giudice iniquo Dio agisce prontamente come dice il Salmo: Gridano e il Signore li ascolta, li salva da tutte le loro angosce (33,18); e il profeta afferma: È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia attendila, perché certo verrà e non tarderà (Ab 2,3).

Ma il Figlio dell’uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra? Questa domanda conclusiva incastona la parabola nel discorso sul giorno. Essa è fatta per stimolare i discepoli a perseverare nella preghiera di fronte alla grande tribolazione e a coloro che cercheranno di abbattere gli animi col dire: «Dov’è la promessa della sua venuta?» (2Pt 3,4. Leggi l’intero brano 3,3-10).

La preghiera è quindi fondamento dell’attesa e ci fa resistere alla tentazione. «Il Signore dice: Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Che cos’è entrare in tentazione, se non uscire dalla fede? La tentazione infatti cresce nella misura in cui diminuisce la fede come al contrario la tentazione diminuisce nella misura in cui la fede cresce» (Agostino).

  1. Giuseppe Dossetti: Stancarsi, avere a noia Gn 27,46 Simmaco; Nm. 21,5 Simmaco (questo testo è cruciale) Is 7,16 Simmaco: aver a noia. Nei LXX invece c’è: “sono sdegnato”. Partendo da Nm 21,5 Simmaco. la preghiera è un nutrimento come la manna data come dono, ma che è disprezzata perché considerata come cibo leggero e spregevole.
  2. faccio lividi, percuoto in faccia; è un tormento (parallelo 1Cor 9,27). Ce n’è abbastanza per dire che bisogna insistere nella preghiera e prendere questo cibo anche se fa nausea; che bisogna insistere, non dargli pace. La preghiera non è solo per noi, ma per le cose più universali, la fame e la sete di giustizia. (appunti di omelia, Gerico 6.11.1972)

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Misericordioso è il Signore e si muove a compassione per quanti lo supplicano con insistenza.

A Colui che legge i cuori eleviamo fiduciosi la nostra preghiera.

Ascolta, o Padre, la nostra preghiera.

  • Perché nel cuore di ogni cristiano vibri la preghiera dello Spirito e della Chiesa come ardente desiderio della sua venuta, preghiamo.

  • Perché l’annuncio evangelico evidenzi nella coscienza di ogni uomo il vivo desiderio della redenzione, preghiamo.

  • Perché la preghiera dei figli d’Israele trovi la sua pace nel Cristo accolto e benedetto, preghiamo.

  • Perché tutti i credenti nell’unico Dio di Abramo facciano leva sulla preghiera per ottenere il dono della pace, preghiamo.

O Dio, che per le mani alzate del tuo servo Mosè hai dato la vittoria al tuo popolo, guarda la tua Chiesa raccolta in preghiera; fa’ che il nuovo Israele cresca nel servizio del bene e vinca il male che minaccia il mondo, nell’attesa dell’ora in cui farai giustizia ai tuoi eletti, che gridano giorno e notte verso di te.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.