DOMENICA XXVII – C

Dal silenzio, deserto di Dio,

vibrò l’una e prima Parola,

scintillio di luci, iride di spiriti.

Tempo, spazio, suono soave,

armonia d’amore e di pace,

in Dio danzano le creature.

«Violenza e rapina!», urla,

poi silenzio, volto di morte

su corpi lacerati e spenti.

La Parola corre alla fine,

il servo sospira al riposo!

Parole, enigmi d’infinito.

PRIMA LETTURA                                          Ab 1,2-3;2,2-4

Dal libro del profeta Abacuc

Premessa La profezia nei primi due capitoli si articola nella supplica del profeta al Signore e nella risposta di questi ad Abacuc.

Il profeta infatti vede in visione il grave danno (fondato sulla violenza e l’oppressione) causato dai caldei che stanno per invadere il paese. Egli comprende come Dio li abbia scelti per punire il suo popolo. Ma dopo aver compreso il giudizio divino, il profeta argomenta con il Signore: 1) il popolo d’Israele è più giusto dei caldei; 2) i caldei trattano gli uomini come i pescatori trattano i pesci; 3) sacrificano ai loro dei e non al Signore per la vittoria loro concessa dal Signore; 4) lo scopo dei caldei non è quello di compiere la volontà del cielo, ma di mangiare avidamente e d’ingrassare con il bottino dei nemici.

Nel c. 2 il Signore risponde appellandosi al suo giudizio che il profeta deve mettere per iscritto e che resta perciò una parola incancellabile.

1,2 Fino a quando, Signore, implorerò aiuto

e non ascolti,

a te alzerò il grido: «Violenza!»

e non salvi?

Di fronte alla visione profetica Abacuc grida al Signore e grida tutta la violenza, che egli vede compiere dai nemici al suo popolo, violenza che è sproporzionata alla colpa.

Lo strumento, che Dio usa per punire il suo popolo, non corrisponde alla sua giustizia. L’unica via che resta al profeta è quella di gridare al Signore e di chiedere il suo intervento salvifico, allo stesso modo che ha esaudito Abramo quando intercedeva per Sodoma. Ma Dio resta in silenzio.

3 Perché mi fai vedere l’iniquità

e resti spettatore dell’oppressione?

Ho davanti a me rapina e violenza

e ci sono liti e si muovono contese.

Dio mostra al profeta il suo giudizio imminente con un’apparente impassibilità: Egli non interviene. Questo sconcerta il profeta, che tuttavia non si arrende, continua a gridare e a portare davanti al Signore la grave situazione creatasi con l’oppressione, la rapina e la violenza. Il grave disordine è alimentato da liti e contese.

Il profeta c’insegna come non ci dobbiamo scoraggiare di fronte al silenzio di Dio, ma dobbiamo insistere perché l’unica parola dell’uomo verso Dio è la supplica insistente, come in più passi c’insegna Gesù stesso.

È vano il tentativo di racchiudere Dio entro gli schemi del nostro pensiero anche spirituale, Dio non agisce in base a delle leggi, fossero pure quella della retribuzione (come ampiamente espone il libro di Giobbe), ma agisce in rapporto alla sua misericordia che si commuove di fronte alla supplica e all’umiliazione dell’uomo. Egli tace per provocarci e spingerci ad una preghiera insistente e audace.

2,2 Il Signore rispose e mi disse:

«Scrivi la visione

e incidila bene sulle tavolette,

perché la si legga speditamente.

In riposta alla lunga supplica del profeta, esposta nel c. 1, il Signore vuole che quanto gli sta per rivelare sia scritto in modo molto chiaro perché si legga speditamente. La sua Parola deve restare come memoriale della verità della profezia, che egli comunica ad Abacuc e deve esser letta in modo chiaro da chiunque sia in grado di leggere.

3 È una visione che attesta un termine,

parla di una scadenza e non mentisce;

se indugia, attendila,

perché certo verrà e non tarderà.

La situazione attuale è racchiusa entro un termine, ha una scadenza.

Come in tutta la Parola di Dio, anche qui è importante la rivelazione del tempo e la natura di esso. Bisogna saper conoscere i tempi e saper affrontare le situazioni secondo il loro proprio, quindi anche saper affrontare i tempi segnati dalla tribolazione.

È proprio della Parola di Dio leggere gli avvenimenti specifici nella storia, collocandoli nella visione globale del disegno di Dio in modo tale da ricevere la sua interpretazione dal tutto e di donare luce sul tutto. In questo modo chi legge un testo specifico della divina Scrittura non solo riceve intelligenza su quel determinato episodio ma anche sulla situazione, che sta vivendo per l’intima connessione delle parti con il tutto. Infatti tutto converge verso quell’unità, costituita dal Cristo nel suo mistero e da qui s’irradia la luce sull’intero corpo della divina Scrittura e sulla Chiesa e di conseguenza su tutta l’umanità.

4 Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,

mentre il giusto vivrà per la sua fede».

Il momento della tribolazione è quello in cui soccombe chi non ha l’animo retto, cioè non è fondato sulla Legge del Signore.

Al contrario il giusto vivrà per la sua fede. Questa celebre espressione in questo contesto può significare quanto è detto di Abramo: e credette nel Signore e gli fu computato a giustizia (Gn 15,6). Il giusto, che osserva la legge del Signore e che ha quindi l’animo retto, vivrà in forza della sua fede nella Parola del Signore, che il profeta ha scritto come testimonianza del suo avverarsi.

L’apostolo Paolo cita questa frase nella lettera ai Romani quando fa la sintesi del suo evangelo: La giustizia di Dio infatti in esso si rivela da fede in fede, come è scritto: il giusto vivrà dalla fede (1,17) Giusto, secondo Origene, «è inteso sia di colui che è nella legge affinché creda pure ai vangeli, sia di chi è nei vangeli, affinché creda pure alla legge e ai profeti. Infatti l’una cosa senza l’altra non arreca la pienezza della vita» (Lettera ai Romani, p. 38).

La fede ci fa quindi entrare nel dinamismo armonico della Parola di Dio, che trova la sua puntuale rivelazione nella divina Scrittura proclamata dalla Chiesa di Dio.

La Parola di Dio è infatti partecipe della pienezza di Dio ma la sua dispensazione avviene secondo i tempi e i momenti stabiliti dal Padre.

Credere è quindi accogliere tutta la pienezza della Parola, che entrando nel tempo, si comunica attraverso il dinamismo promessa/compimento.

Colui che è nella promessa e crede al compimento vive nella beata speranza e recepisce in se stesso la forza vitale del Signore; per questo egli vive in forza della fede.

Giusto pertanto è chi crede nell’intrinseca unità delle divine Scritture, ne coglie l’armonia di esse come membra che si relazionano al tutto, che è Cristo.

La giustizia, che viene dalla fede, è pertanto la visione, che illumina la nostra intelligenza e nel particolare del nostro vivere nel tempo, ci fa essere nel tutto, che è Cristo, nell’esplicarsi del suo mistero, che rapidamente giunge alla sua pienezza nella Chiesa, il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose (Ef 1,23).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 94

R/.       Ascoltate oggi la voce del Signore.

Venite, cantiamo al Signore,

acclamiamo la roccia della nostra salvezza.

Accostiamoci a lui per rendergli grazie,

a lui acclamiamo con canti di gioia.                  R/.

Entrate: prostràti, adoriamo,

in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.

È lui il nostro Dio

e noi il popolo del suo pascolo,

il gregge che egli conduce.      R/.

Se ascoltaste oggi la sua voce!

«Non indurite il cuore come a Merìba,

come nel giorno di Massa nel deserto,

dove mi tentarono i vostri padri:

mi misero alla prova

pur avendo visto le mie opere».            R/.

SECONDA LETTURA                                   2Tm 1,6-8.13-14

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo

Figlio mio, 6 ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani.

Ravvivare, perché è tendenza dell’uomo ad affievolirsi nel fervore; «come il ferro se non lo si usa si arrugginisce così l’anima se non si esercita frequentemente nella lettura. Per cui Davide dichiara beato l’uomo che medita giorno e notte nella legge del Signore» (Cornelius A Lapide, ad locum).

Il dono di Dio. In 1Tm 4,14 l’apostolo raccomanda di non trascurare il dono dato a Timoteo mediante la profezia e l’imposizione delle mani. Il dono appartiene a Dio ed è dato per l’edificazione di tutti. Trascurare significa non tenerne conto e quindi lasciare che si spenga. Il dono è trascurato e si spegne quando chi lo riceve cura solo se stesso ed è simile ai pastori, che la profezia condanna in Ezechiele (cfr. c. 34). Curare se stessi è l’amore folle per la propria vita ed è il disprezzo per quella altrui, che il cattivo pastore finalizza alla propria gloria. Le sue stesse amicizie, in genere con potenti e ricchi, sono finalizzate alla sua gloria; per questo disprezza l’umile gregge del Signore e lo abbandona in preda ai lupi rapaci.

7 Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.

Lo spirito di timidezza nasce dal turbamento del cuore. Dice il Signore: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). La timidezza è legata alla poca fede (cfr. Mt 8,26; Mc 4,40: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?») In Ap 4,21 i pusillanimi sono nominati prima degli increduli. La timidezza consiste nel misurarsi con gli altri e nel valutare chi è più forte e chi è più debole: ne deriva il servilismo con i forti, la tracotanza con i deboli.

Ad essa si contrappone la forza, spesso unita allo Spirito Santo. Essa consiste nella fermezza, che deriva dal servizio al Signore e alla sua Parola, e consiste nell’accettare tutti senza fare distinzioni personali.

Segue infatti la carità, che è il vero modo di relazionarsi con tutti, senza separazione dal Cristo, perché è Lui la fonte dell’amore nella sua Chiesa e in ognuno dei suoi membri. L’amore si fonda sulla forza perché attua il superamento di tutte le barriere difensive e gli attacchi offensivi a chi dichiariamo nemico.

Come ultima virtù è citatala la prudenza. Con questo termine si denomina la moderazione nelle scelte e la capacità di tenere a bada le proprie passioni: l’ira, la concupiscenza e l’avarizia, che rendono il comportamento dell’uomo stolto e imprudente.

8 Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.

Dopo queste esortazioni l’Apostolo tira una conclusione: Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro. La vita del discepolo tende a questo momento critico, in cui deve dare testimonianza al Signore e potrebbe vergognarsi di darla. Se infatti è dominato dallo spirito di timidezza e non di forza, il discepolo, posto di fronte alla scelta della testimonianza, non ha coraggio e cade. Privo dello Spirito Santo, egli si vergogna anche dell’apostolo, perché gli insinuano che se egli è in carcere, egli ha commesso qualcosa di grave e che quindi bisogna diffidare di lui. Certamente l’apostolo ha sentito queste voci da parte di coloro che hanno solo l’apparenza e non il nome cristiano e che cercano di adattare il messaggio evangelico alle strutture mondane in modo che non si subisca più alcuna persecuzione a causa del nome di Gesù.

Per questo egli aggiunge: ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Qui sta il proprio del dono di Dio: esso è forza, che proviene da Dio, per partecipare con l’apostolo alle sofferenze procurate dagli uomini, che rifiutano l’Evangelo. Essi non solo rifiutano la Parola ma vogliono costringere quanti l’annunciano al silenzio minacciandoli con condanne al carcere, alla tortura e alla stessa morte.

[nei vv. 9-12 l’apostolo professa la sua fede con un inno, da cui trae le note del suo ministero].

13 Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù.

Modello. L’insegnamento di Paolo è modello di quanti succedono nel ministero apostolico e di quelli che crederanno (cfr. 1Tm 1,16). «Si ha il modello quando si descrive con tale chiarezza qualche cosa con le parole che più che ascoltarla la si vede». (Quintilliano, Istituzioni, L. 9.).

Cristo Gesù è la sorgente della fede e dell’amore, che si comunicano al credente. In forza della fede e dell’amore gli insegnamenti apostolici sono sani e sono perciò un modello da imitare. Il criterio dell’apostolicità, oltre la trasmissione esterna mediante l’imposizione delle mani, si fonda sulla fede e sull’amore, nota inconfondibile della sana dottrina.

14 Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.

Il bene prezioso che ti è stato affidato; con questa espressione s’intendono le sane parole trasmesse dall’Apostolo e che le Chiese, mediante i loro pastori, custodiscono in modo integro. Il bene prezioso può essere custodito solo mediante lo Spirito Santo che abita in noi. La presenza dello Spirito Santo garantisce alla Chiesa nel suo insieme di custodire il bene prezioso, l’eredità apostolica. Tutti i credenti, in quanto dimora dello Spirito Santo, sono abilitati a custodire questo dono secondo il proprio di ciascuno: i pastori nell’insegnamento e tutti i credenti nell’ascolto e nel discernimento. Infatti l’insieme dei credenti ha in sé il dono di discernere la stessa voce dei pastori, se cioè essa è conforme alla voce dell’unico e buon Pastore.

CANTO AL VANGELO                                       1Pt 1,25

R/.       Alleluia, alleluia.

La parola del Signore rimane in eterno:

e questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                        Lc 17,5-10

 Dal vangelo secondo Luca

5 In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: 6 «Accresci in noi la fede!».

Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.

Intervengono ora gli apostoli, il fondamento della Chiesa, e dicono al Signore: Accresci in noi la fede.

La fede, come fiducia incrollabile in Dio, è l’unica forza che supera gli ostacoli costituiti dagli scandali e vince la nostra resistenza a perdonare e a pentirsi. Gesù risponde che la fede, come dono di Dio all’uomo, è tanto potente che una minima quantità, quanto un granellino di senape, è sufficiente per compiere cose naturalmente impossibili quali che un gelso (lett.: sicomoro) sia sradicato e trapiantato nel mare.

Il granellino di senapa è grande quanto una capocchia di spillo. «Le radici del sicomoro sono così resistenti, che quest’albero può rimanere piantato nella terra per 600 anni, malgrado le burrasche e i venti» (Stoeger).

La domanda degli apostoli è importante perché ci fa comprendere come la fede sia dono del Signore e in quanto sottoposti alle prove, noi rischiamo di perderla (cfr. Lc 18,18: il Figlio dell’uomo venendo troverà ancora la fede sulla terra?).

Di fronte a questa possibilità ciò che conta non è tanto fare delle scorte quanto credere perché è proprio l’atto di fede, che agli occhi dell’uomo appare ben piccola cosa, ad avere in sé una forza straordinaria. Colui che crede, nella sua situazione di piccolo e povero (senza la pretesa di avere con Dio un rapporto che obblighi questi come potrebbe sembrare per i giusti) ha in sé la forza di compiere ciò che è impossibile. Tutto questo si fonda sull’imperscrutabile disegno di Dio che sceglie i piccoli e i poveri e li fa eredi del Regno. Solo ponendosi in questa situazione, che ci è propria, e rinunciando ad ogni pretesa di merito obbligante il Signore, si può credere in modo efficace. Infatti ci può essere il rischio di trasformare la nostra stessa fede in un merito con il quale pensiamo di obbligare Dio a fare quello che gli chiediamo.

Ma l’autosufficienza esclude l’amore: chi ama dipende da colui che ama per una scelta libera, come insegna la parabola che segue.

7 Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? 8 Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”?

La pericope precedente termina con: vi obbedirebbe. La fede non diviene un potere simile alla magia, essa è un’umile soggezione al proprio Signore (5-6) in una totale dipendenza da Lui. L’immagine della mensa ritorna per mettere in risalto due verbi che dicono il rapporto nostro con il Signore, come pure, per il suo grande amore, del suo con noi: stríngiti le vesti ai fianchi e servimi. In noi lo richiede la nostra condizione di schiavi, in Lui l’amore con il quale ci ha amati sino alla fine (cfr. Gv 13,1ss).

Rimboccarsi la veste è uguale a cingersi i fianchi (12,35-38). Negli Evangeli è usato solo da Luca.

Servire è il termine sul quale Gesù fonda la differenza radicale tra il suo insegnamento e quello della tradizione dei maestri d’Israele come pure della filosofia pagana.

9 Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

Avrà forse gratitudine verso quel servo?, Il Signore non ci deve nessun ringraziamento perché di nulla è nostro debitore, noi siamo servi per natura, Egli quindi può comandarci senza che noi possiamo pretendere qualcosa da Lui.

Ciò che è sorprendente è che Lui ha assunto la natura dello schiavo e in essa si è obbligato a servirci. Tutto avviene in un modo così mite e umano che ci è come impossibile coglierlo. Abituati a un rapporto forzato di dipendenza, come possiamo pensare che il Signore si è fatto servo? Infatti Egli a noi si è relazionato come Colui che ha eseguito gli ordini ricevuti dal Padre suo e si è talmente fatto servo da relazionarci alla nostra libertà in modo tale da non pretendere da noi nessuna gratitudine. Non che Egli non abbia diritto come Signore e Redentore ma vuole che noi la esprimiamo dall’intimo di noi stessi perché abbiamo compreso quanto grande è il suo amore per noi.

10 Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Siamo servi inutili. Quello che è stato fatto per obbedienza al Signore non è qui definito inutile, ma l’espressione sottolinea l’umiltà dei servi: Poveri servi noi siamo. Abbiamo solo compiuto il nostro dovere e il nostro debito. «Noi non abbiamo meritato la lode di Dio, e tutte le nostre buone opere non giustificano alcuna pretesa dinanzi a Lui» (Jeremias).

La pretesa del fariseo al contrario si fonda sul fatto di avere dei diritti davanti a Dio. (cfr. Lc 18,9-14; il fariseo e il pubblicano). Vedi al contrario R. Johanàn ben Zakkài: «Se avrai praticato molto la Torà, non vantartene: perché per questo sei stato creato» (Sentenze dei Padri, 11,8).

Il termine greco tradotto con «inutili» contiene in sé l’idea di necessità a significare che Dio non ha nessun giovamento o utilità da noi, è tutto puro dono, è il suo puro amore che muove Dio a servirsi di noi. Perciò noi lo confessiamo Signore, nel senso che è tutto, e noi siamo servi inutili, cioè nulla (cfr. 1Cor 9,16 sg: l’apostolo non ha nessuna ricompensa perché svolge un ministero affidatogli e comandatogli).

Gesù stesso, facendosi servo, si è posto nella categoria della non necessità nel senso che si è posto in relazione a noi come se non Egli non fosse necessario, pur essendolo, perché la nostra scelta fosse libera. Quanto più noi, in rapporto ad altri, che ci accingiamo a servire, dobbiamo recepire la nostra non necessità, non tanto perché se non ci siamo noi ci sarebbe un altro, ma per instaurare una relazione che generi nell’altro la certezza che noi non creiamo nessuna dipendenza sua da noi, ma che il nostro servizio è teso a renderlo libero.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Preghiamo il Padre, che dona ogni bene, di rinnovare in noi l’effusione del suo Santo Spirito, perché viviamo gli uni in armonia con gli altri come membra dell’unico corpo, il Cristo.

Preghiamo e diciamo:

Ascoltaci, o Signore misericordioso

  • Accogli Signore la preghiera della tua Chiesa perché nella forza dell’Evangelo spezzi le catene ai prigionieri, doni la luce agli erranti e conduca tutti gli uomini nell’unico ovile del Cristo, preghiamo.

  • Fa’ risplendere la tua luce evangelica perché ogni mente sia illuminata dalla verità e ogni uomo proclami che Gesù è il Signore a tua gloria, preghiamo.

  • Dirigi i passi di coloro che osservano la tua Legge sulla via della salvezza perché possano accogliere il Cristo e benedirlo, preghiamo.

  • Infondi nei potenti lo spirito del tuo timore perché giungano alla sapienza del cuore e cerchino con sincerità la pace, preghiamo.

O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senape, donaci l’umiltà del cuore, perché cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.