DOMENICA XXIV – C – P. Giuseppe Bellia

La giovane vergine Israele,

passato che ebbe il mare,

danzò e piacque al Signore.

Ma subito ruppe il patto

con l’Amato nel deserto

e danzò per altri amanti.

Dal monte Dio la vide,

arse d’irruente gelosia

e voleva distruggerla.

E Mosè fu solo con Dio,

nel fuoco della sua ira,

e Dio si fece misericordia.

Un figlio lasciò la casa

una pecora era smarrita,

un padre lo attendeva,

un pastore la cercava.

Comprendono i giusti

la follia del pastore

e l’irrefrenabile gioia

del Padre sul figlio?

Ecco il nostro Dio!

Inaccessibile e santo,

annientato d’amore

per noi nel Figlio suo!

Ci colpisca il tuo amore

come freccia nel cuore,

distrugga diritti e reclami,

scendano calde lacrime.

PRIMA LETTURA                                        Es 32,7-11.13-14

 

Dal libro dell’Èsodo

In quei giorni, 7 il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire (lett.: salire) dalla terra d’Egitto, si è pervertito.

Dopo che il popolo ha costruito il vitello d’oro e Aronne ha dichiarato una festa per il Signore, allora il Signore comanda a Mosè di scendere.

Il tono del Signore è duro: «Và, scendi». A causa del peccato del popolo il Signore non vuole più trattenere Mosè presso di sé, ha come intenzione di chiudere il rapporto. Dice infatti:

il tuo popolo, il Signore non lo dichiara più suo perché c’è l’idolo di mezzo; ma essendo ancora Mosè puro, il Signore gli consegna l’intero popolo perché interceda per esso.

Che tu hai fatto salire dalla terra d’Egitto, così il popolo aveva detto: Questo Mosè, l’uomo che ci aveva fatto salire dalla terra d’Egitto (v. 1). Sembra che il Signore dica: Dal momento che tu lo hai fatto salire ora scendi da lui; sii tu a trattare con esso e fallo di nuovo salire da dove ora è disceso.

Si è pervertito, si è corrotto dall’integrità in cui il Signore lo aveva posto con i sacramenti secondo la Legge: la pasqua, il battesimo nel passaggio del mare (cfr. 1Cor 10,1-4).

8 Non hanno tardato ad allontanarsi (lett.: si sono allontanati velocemente) dalla via che io avevo loro indicato (lett.: comandato)! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire (lett.: salire) dalla terra d’Egitto”».

Hanno appena finito di pronunciare le parole del patto (24,7: Ciò che il Signore ha detto noi lo faremo e ascolteremo) che in pochi giorni (velocemente) si sono allontanati dalla via che io avevo loro comandata! È questo il primo dei dieci comandamenti che dichiara che il Signore è l’unico Dio e che non bisogna perciò adorare nessuna immagine (cfr. 20,19).

Ancora la Gloria del Signore li circonda e il terrore delle sue parole è in loro che si sono allontanati: è l’assurdo del peccato.

Il Signore ricorda con orrore il loro peccato, la fusione di un vitello, i riti di culto e la solenne proclamazione: «Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire (lett.: salire) dalla terra di Egitto». Questo grido è il cuore del peccato, è stravolgere il primo comandamento e attribuire all’idolo l’azione del Signore. È inesorabile per l’uomo cadere nell’idolatria. Quando non attribuisce a Dio le opere della creazione e della salvezza dapprima le attribuisce a degli uomini (in questo caso è Mosè che ha fatto salire il popolo) e poi agli idoli.

9 Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce.

Dopo la dura rivelazione del peccato del popolo, Mosè tacque, non aveva parole. Per questo il Signore riprese a parlare a Mosè. Egli comunica a Mosè quanto ha osservato di questo popolo, che ormai non gli appartiene più e quindi usa un tono distaccato con un accento di disprezzo.

Infatti il Signore lo definisce: un popolo dalla dura cervice. È di dura cervice, come un animale da soma che rifiuta il basto, cioè egli rifiuta di prendere su di sé la legge del Signore; il popolo dice sì con le labbra ma non ne vuol sapere di sottomettersi a quanto il Signore comanda (cfr. Mt 15,7-9).

10 Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione».

Ora lascia, che cosa significa lasciami se non offrire la possibilità della supplica? (s. Gregorio M.). È come se il Signore dicesse: Impediscimi (Teodoreto). Allo stesso modo Egli aveva cercato in Abramo uno che intercedesse per Sodoma. La sentenza di Dio è spezzata dalla preghiera dei santi (s. Girolamo).

Per mettere alla prova Mosè, Il Signore gli promette di fare di lui una grande nazione, che, anziché prendere il nome dai patriarchi, prenderà da lui il suo nome.

11 Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente?

Mosè non accetta la proposta del Signore e gli ricorda:

  1. a) che questo popolo, dal Signore disprezzato, è suo e non è di Mosè. Quindi il Signore non se ne può disfare; bisogna che se lo tenga, anche se esso è di dura cervice.
  2. b) che è Lui, non Mosè, ad averlo fatto uscire dall’Egitto con grande forza e con mano potente. Il Signore non può dimenticare quello che ha fatto e cancellarlo come se non lo avesse compiuto.

Se grande fu la sua forza nel liberare il suo popolo dalla schiavitù egiziana, più grande sarà la sua forza e più potente la sua mano nello strapparlo dall’idolatria. Mosè invita il Signore a compiere ancora una nuova e più profonda liberazione, quella dalla schiavitù del peccato, che si esprime nell’idolatria.

Mosè lo sa bene che il popolo è di dura cervice e perciò vuole trattenere l’ira divina e volgerla in misericordia in virtù di Colui che ora sta condannando Israele ma che presto scenderà Lui stesso per liberare il suo popolo.

Se il popolo è sterminato manca la continuità; si spezza il rapporto tra i segni operati in Egitto e il loro compimento.

12 Perché dovranno dire gli Egiziani: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra”? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo.

Gli egiziani, alla notizia dello sterminio del popolo, interpreterebbero male l’agire divino; non vi leggerebbero la sua misericordia ma il male. Se Dio ha iniziato a fare misericordia, la deve portare a compimento; Egli non può essere ostacolato dal peccato, ma deve combatterlo per manifestare una misericordia più grande, come è scritto: laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Rm 5,20).

Perciò con coraggio Mosè dice: Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. Mosè invita il Signore a non dar corso alla sua ira contro il popolo e a cambiare idea nei suoi confronti.

13 Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”».

Mosè va oltre la liberazione dall’Egitto e ne vede i fondamenti nel giuramento fatto ai padri, giuramento che non può essere spezzato perché Dio ha giurato per se stesso (cfr. Eb 6,13-18); Egli è pertanto profondamente impegnato nelle sue promesse e per sua sovrana decisione le deve portare a compimento.

Da nulla è impedito Dio se non da se stesso. L’adempiersi delle promesse non si fonda su noi e sulla nostra fede ma sulla sua Parola sancita dal giuramento.

La fede non è altro che scoprire questo nesso indistruttibile e aderirvi; in tal modo la fede diviene speranza.

14 Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

I Padri si sono posti il problema del «sentire» di Dio espresso nei termini: ira, furore, pentimento. Così risponde Agostino (Contra Advers. Legis, c. 20). Il pentimento non succede all’errore; l’ira non ha l’ardore dell’animo perturbato; la misericordia di Dio non ha il cuore sofferente di chi compatisce; lo zelo di Dio non ha la rabbia della mente; ma è chiamato pentimento di Dio il mutamento impensabile agli uomini delle cose costituite in suo potere; l’ira di Dio è la vendetta del peccato; la misericordia di Dio è la bontà di chi soccorre; lo zelo di Dio è la provvidenza con la quale non lascia che coloro che a Lui sono soggetti amino impunemente ciò che Egli proibisce. E Gregorio in modo mirabile dice: «Dio non muta il consiglio ma la cosa» (Moralia, lib. 20, c. 24), cioè crea una realtà nuova, come dice il Salmo: Crea in me , o Dio, un cuore puro (51,12).

«Questo è un brano molto incoraggiante che ci aiuta a mantenere anche nel peccato la speranza e la preghiera; dice s. Serafino di Saròv: «Non sempre possiamo fare le opere di misericordia ma sempre possiamo pregare». Questo ha fatto Mosè e questo ha fatto Gesù per tutti: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34)» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 11 marzo 1980).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 50

R/.       Ricordati di me, Signore, nel tuo amore.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;

nella tua grande misericordia

cancella la mia iniquità.

Lavami tutto dalla mia colpa,

dal mio peccato rendimi puro.   R/.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,

rinnova in me uno spirito saldo.

Non scacciarmi dalla tua presenza

e non privarmi del tuo santo spirito.      R/.

Signore, apri le mie labbra

e la mia bocca proclami la tua lode.

Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;

un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.                  R/.

SECONDA LETTURA                                     1Tm 1,12-17

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo

Figlio mio, 12 rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me,

L’apostolo attribuisce a Cristo Gesù Signore nostro la forza del suo ministero. E di questo rende grazie. L’energia del Cristo opera in noi in proporzione al nostro ringraziamento. Ringrazia chi è riconoscente per un dono ricevuto; chi invece attribuisce a sé il merito vuole essere ringraziato.

Dandogli la forza, il Signore lo ha reso degno di esercitare il ministero. Altrove Paolo afferma: Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me (1Cor 15,10).

13 che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede,

3

Egli si dichiara bestemmiatore perché aveva oltraggiato il Nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,9); persecutore come egli stesso dichiara in 1Cor 15,9: Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio; violento in quanto ha usato la violenza contro i discepoli del Cristo, cercando di cancellare il bel nome che è stato invocato sopra di noi (cfr. Gc 2,7).

L’apostolo si appella alla sua ignoranza che deriva dall’incredulità. Egli ignorava che Gesù era il Messia e quindi perseguitava mosso dallo zelo per la Legge di Mosè come se combattesse in difesa di Dio.

Dio ha avuto compassione del suo zelo mosso da ignoranza e lo ha illuminato con la conoscenza del suo Cristo.

14 e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.

In Paolo la grazia di Gesù, il Signore nostro, sovrabbondò. Non solo egli ebbe il dono della conversione ma fu costituito nel ministero apostolico.

La grazia è associata alla fede e all’amore. In questo modo la fede si contrappone all’incredulità e l’amore alla persecuzione.

15 Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io.

L’apostolo sintetizza in queste parole la missione del Cristo. La parola apostolica è degna di fede perché essi danno testimonianza a questo. Essendo la parola di testimoni è pure in sé degna di essere accolta.

La salvezza apportata da Gesù Cristo tocca tutti i peccatori e tra questi Paolo dichiara di essere il primo. Così commenta Agostino: «Nessuno fu primo tra i persecutori, nessuno quindi fu primo tra i peccatori» (Sermo 9).

Egli non si umilia esagerando ma per far apparire la misericordia del Salvatore, la cui iniziativa di salvezza è davvero gratuita in modo che nessuno debba disperare della sua salvezza. L’esperienza dell’apostolo in rapporto alla misericordia, che ha conseguito, è tale che gli fa sperimentare la sua situazione di peccatore da cui è stato salvato come la più grave in cui un uomo possa essere.

Il suo essere primo non implica pertanto un confronto con i peccati degli altri, quanto la percezione dell’abisso di miseria dal quale lo ha estratto il Signore Gesù.

16 Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.

Paolo, che si sentiva irreprensibile quanto alla Legge al punto da ardere di zelo nel perseguitare il Cristo nei suoi discepoli, non sapeva di essere un ammalato grave, che il Signore ha voluto curare per primo e ha voluto arricchire di doni incomparabili. Egli ha fatto questo manifestando in Paolo tutta la sua magnanimità. Gesù ha dimostrato di cosa è capace e quale larghezza d’animo Egli abbia nei confronti dei peccatori.

Così commenta Crisostomo: «Se sei empio pensa al pubblicano: se sei immondo pensa alla meretrice; se sei omicida osserva il ladro; se sei iniquo pensa al bestemmiatore, rifletti su Paolo prima persecutore e poi annunciatore … Che cosa è il peccato di fronte alla misericordia del Signore? Una tela di ragno che al soffio del vento scompare per sempre» (Hom 2 in Ps 50).

17 Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

L’animo dell’apostolo si scioglie nella lode a Dio come segno della sua gratitudine per la salvezza conseguita e per quella promessa ad ogni uomo in forza dell’Evangelo di cui egli è stato costituito ministro.

Dio è il Re dei secoli. Dionigi l’areopagita interpreta il secolo come l’essenza, l’ente, il tempo, la generazione, quello che è generato e che in ogni modo esiste (I Nomi divini, c. 5,7. e 10).

La professione di fede d’Israele nell’unico Dio incorruttibile e invisibile si è arricchita della meravigliosa e inaspettata redenzione operata dal Figlio di Dio, il Signore nostro Gesù Cristo.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

R/.       Alleluia, alleluia.

Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,

affidando a noi la parola della riconciliazione.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                        Lc 15,1-32

 

 Dal vangelo secondo Luca

Visto il contesto in cui si collocano le parabole del capitolo 15, esaminiamone ora la struttura interna:

  1. 1-2 costituiscono l’introduzione
  2. 3-10 prima parte
  3. 11-32 seconda parte.

Lo stacco tra le due parti è dato dal v. 11a: disse ancora.

Le prime due parabole sono strettamente collegate, la terza è sulla stessa linea, affine per il contenuto, ma si distingue dalle altre oltre che per la grande bellezza per la maggior complessità interna. Possiamo ora affrontare il testo versetto per versetto.

In quel tempo, 1 si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Questi versetti d’introduzione c’informano sull’uditorio di Gesù. Notiamo il diverso atteggiamento delle categorie che seguono Gesù: i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo i farisei e gli scribi mormoravano.

3 Ed egli disse loro questa parabola: 4 «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5 Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”.

Chi di voi: il discorso tocca direttamente gli interlocutori di Gesù.

Cento pecore: la grandezza di un gregge oscilla presso i beduini da 20 a 200 capi di bestiame minuto; chi possiede 100 capi ha un gregge di media grandezza, egli basta da solo a curarlo, senza ricorrere a guardiani e, quantunque non sia ricco, è benestante (Jeremias).

Nel deserto: all’infuori dell’altopiano centrale e della pianura di Esdrelon. La maggior parte del territorio era costituita, specie in Giudea, da aridi contrafforti montuosi e da sterminate lande desertiche. Per cui è normale per un gregge affidarsi a un continuo vagabondare in cerca di pascoli rari e stentati.

Va dietro a quella perduta: il pastore palestinese ha cura di contare il suo gregge la sera quando lo spinge nel recinto: la cifra di 99 sta ad indicare che il conteggio è appena avvenuto; tutti i conoscitori della Palestina sono concordi nell’attestare che è quasi impossibile che un pastore abbandoni semplicemente il proprio gregge al suo destino. Se deve andare alla ricerca di una bestia sperduta, egli affida il gregge ai pastori che condividono con lui il recinto del villaggio oppure lo sospinge dentro una grotta (Jeremias). Viene così sottolineata l’enorme differenza tra i sentimenti dell’uomo e quelli di Dio.

7 Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Il v. 7 usa la perifrasi vi sarà più gioia in cielo perché non si poteva attribuire un sentimento a Dio: ma il senso è «così Dio si rallegrerà di più…».

Anche Matteo riporta questa parabola (18,12-14) ma il contesto è diverso, poiché è rivolta ai discepoli e cambia anche il significato. Mt vuole mostrare la sollecitudine che Gesù pretende dai capi nei confronti dei fedeli, in particolare di quelli che si smarriscono. La relazione di Mt è forse più fedele al sottofondo veterotestamentario di questa parabola, rappresentato da Ez 32.

8 Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova?

In Palestina le donne usavano ornarsi la fronte con una catena di monetine, che rappresentano la loro dote, o il loro risparmio in caso di necessità. La dramma era una moneta d’argento di 4,39 gr. ed equivaleva a un denaro, che a sua volta rappresentava il salario giornaliero di un bracciante agricolo (Cfr. Mt 20,9-13): pertanto una dramma poteva considerarsi l’occorrente al fabbisogno giornaliero di una famiglia.

Accende la lucerna e spazza la casa: l’abitazione di un centro agricolo del tempo di Gesù era molto oscura all’interno poiché riceveva luce solo dalla porta; l’impiantito era di terra battuta ricoperto di canne; per cercare una moneta occorreva dunque rimuovere le canne nella speranza di sentirla tintinnare e spazzare accuratamente l’impiantito setacciando la polvere rimasta sotto le stuoie.

9 E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 10 Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

La conclusione è identica a quella della parabola precedente. La gioia di Dio, che ritrova il peccatore, è la gioia di un Dio che vince quando perdona, di un Dio che vuole la salvezza dei peccatori, L’uso del futuro ci sarà più gioia si deve intendere in senso escatologico: Dio si allieterà al giudizio finale quando – accanto ai molti giusti – egli potrà pronunciare e la sentenza di assoluzione anche sopra un peccatore pentito (Jeremias).

La terza parabola di questo capitolo, nota come «del figliol prodigo», dovrebbe più propriamente intitolarsi «dell’amore del Padre». Infatti, come nelle due precedenti, il centro focale del racconto non è tanto l’atteggiamento di chi si perde (in questo caso il figlio) quanto di colui che gli si muove incontro, cioè suo Padre. Come abbiamo detto, la parabola è affine per argomento alle precedenti, ma molto più ricca e complessa: è raccontato con dovizia di particolari l’abbandono della casa paterna da parte del figlio minore, così anche il ritorno e il dialogo del Padre coll’altro figlio. Tutto ridonda sulla figura del Padre: è lui il centro, il fulcro della parabola o meglio il suo amore simile a quello di Dio. Scopo di tutto il racconto è mostrare un amore che possa far capire come è grande l’amore di Dio.

Vediamo ora il testo.

11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli.

Disse ancora, come già visto, separa questo nuovo racconto dai due precedenti

Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze.

Al figlio minore, secondo Dt 21,17 spettava 1/3 dei beni. Ma se la trasmissione avveniva durante la vita del padre il figlio otteneva la proprietà dei beni non però la disponibilità (non poteva venderli) né l’usufrutto (rimaneva al padre fino alla sua morte). Nella parabola invece il figlio chiede ed ottiene la disponibilità dei beni: intende cioè organizzare indipendentemente la sua vita (Jeremias). E il padre non si oppone. Non dice una parola; fa quello che il figlio gli chiede.

13 Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.

In un paese lontano: si calcola che a quei tempi vi fossero quattro milioni di Ebrei della diaspora e 500.000 ebrei palestinesi.

14 Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.

Andò a mettersi al servizio (lett.: si unì): egli si unisce a un cittadino pagano. «Il verbo attaccarsi a qualcuno è utilizzato da Luca proprio per dire che non è lecito ad un giudeo unirsi a pagani» (Rossè, o.c., p. 610).

Dovendo occuparsi di animali impuri, egli rinnega praticamente la sua religione (cfr. Lv 11,7).

16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17 Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!

Carrube: un proverbio rabbinico dice: «Quando gli Israeliti sono costretti a mangiare carrube, si convertono» (cit. in Rossè, p. 611).

Rientrò in se stesso è un’espressione che significa pentirsi.

18 Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Avendo già avuto e dilapidato la sua eredità, non aveva più diritto né al cibo né al vestito: doveva guadagnarseli.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”.

Per un orientale ormai avanti con gli anni quello descritto è un atteggiamento del tutto fuori del comune e poco confacente alla sua dignità, anche se avesse veramente fretta.

Lo baciò: il bacio è il segno del perdono (Cfr. 2Sm 14,33).

22 Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23 Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa,

Il padre rovescia nel suo contrario la frase rimasta inespressa nel figlio (che avrebbe voluto guadagnarsi cibo e vestiti) (Jeremias).

L’abito di festa: significava alta distinzione; in oriente non si usavano decorazioni per i dignitari meritevoli, ma vesti preziose. L’abito nuovo è segno del tempo della salvezza. Letteralmente è chiamata la prima veste con un riferimento alla condizione iniziale.

Anello e sandali: l’anello va concepito come un sigillo e si dà a chi è investito di pieni poteri, i sandali erano un lusso ed erano portati solo dagli uomini liberi, il figlio non avrebbe più dovuto camminare a piedi nudi come uno schiavo.

Il vitello grasso: era molto raro mangiare carne e l’abbattimento del vitello ingrassato era occasione di festa per tutta la casa: l’invito a mensa è il segno della reintegrazione del figlio nella famiglia. Tutti devono sapere ed essere partecipi della ritrovata dignità del figlio.

A proposito di tutto questo brano vedi Gn 41,42ss.

24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Con un tipico parallelismo ebraico si ribadisce il mutamento avvenuto nel giovane.

25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27 Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28 Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29 Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31 Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

La parabola (diversamente dalle altre) ha un secondo vertice, un secondo episodio. Nella reazione del fratello maggiore (a cui peraltro il padre si rivolge con grande affetto) Gesù vuol fare intravedere l’atteggiamento di scribi e farisei che contestano la sua predicazione ritenendosi puri e perfetti e rifiutando di credere che l’amore di Dio possa superare l’abisso del peccato (cfr. Rm 5,20). La caratteristica di quest’ultima parte della parabola è di non avere una conclusione, una morale: essa si arresta bruscamente, l’esito rimane aperto; gli ascoltatori di Gesù devono accettare se partecipare o no alla festa. Gesù non li condanna e conserva una speranza per loro di vincere il proprio egoismo. La difesa della Buona Novella si presenta così contemporaneamente come un rimprovero e un tentativo di conquistare il cuore dei suoi avversari (Jeremias).

La parabola si chiude con l’espressione usata pochi versetti prima per descrivere la conversione del figlio e che richiama le chiuse delle altre due parabole; il culmine di tutto il capitolo 15 si ritrova proprio qui: nella gioia di Dio per i peccatori che si salvano. È la stessa gioia provata da Dio nella creazione; quando vide che ciò che aveva fatto era cosa buona: la conversione del peccatore lo riporta alla condizione primordiale di amicizia intima col creatore.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Carissimi, innalziamo suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità.

Ascolta, Padre, la nostra preghiera.

  • Perché nella Chiesa i poveri siano consolati, fasciati i cuori affranti e i potenti siano esortati all’umiltà e alla giustizia, preghiamo.

  • Perché i discepoli di Gesù, in quanto figli della luce, siano più saggi dei figli di questo mondo e diano testimonianza dei beni celesti, preghiamo.

  • Perché il Cristo sia l’unico e vero tesoro di coloro che tutto hanno abbandonato per seguirlo, preghiamo.

  • Perché anche nelle gravi tribolazioni non si spenga mai la speranza nelle promesse divine, preghiamo.

  • Per ………………………. e per ……..……………..…..   che tu oggi iscrivi nel libro della vita e per i loro genitori, padrini e madrine, perché tutti siano partecipi della tua benedizione e siano testimoni fedeli della tua misericordia, noi ti preghiamo.

O Padre, che ci chiami ad amarti e servirti come unico Signore, abbi pietà della nostra condizione umana; salvaci dalla cupidigia delle ricchezze, e fa’ che alzando al cielo mani libere e pure, ti rendiamo gloria con tutta la nostra vita.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.