DOMENICA XX – C

Tema che accomuna la vicenda del profeta Geremia e l’insegnamento evangelico è la scelta. Questa non è compiuta in una luce di eroicità o di tentativo di uscire dal comune vivere degli uomini ma avviene in forza di un’operazione della Parola di Dio che, simile a spada, penetra nell’intimo. È la Parola che ha fatto di un Geremia riluttante un profeta coerente fino in fondo a quella Parola così scomoda e così poco conciliante con i capi del popolo, che amano piuttosto i profeti che sanno adattare la Parola di Dio alle circostanze in modo che serva a creare l’illusione di un intervento benevolo di Dio nonostante la grave situazione di ribellione del popolo.

È la Parola che fa del discepolo di Gesù un suo seguace, reso capace di condividere la sorte del Maestro non in forza di un entusiasmo o di un interesse ma di una sequela spoglia di tutto che accoglie in se stessa lo scandalo della croce senza annullarlo nei torrenti impetuosi delle vane parole umane e dei propri ragionamenti ma accogliendolo nel nulla del proprio interiore silenzio e di una consegna fatta di debolezza e di coscienza del proprio essere peccatori.

La profezia scaturisce dal Mistero di Dio rivelatosi in Cristo e non dalle logiche dei superbi nel pensiero del loro cuore, dei potenti che stanno sul trono e dei ricchi che sono sazi (cfr. Magnificat).

PRIMA LETTURA                                         Ger 38,4-6.8-10

Dal libro del profeta Geremìa

In quei giorni, 4 i capi dissero al re: «Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male».

I capi hanno già deciso di condannare a morte Geremia. In precedenza lo avevano rinchiuso in prigione (37,15). Solo il re ha il diritto di pronunciare la sentenza di morte.

Essi non amano la verità, ma desiderano attuare i loro piani perciò vogliono che i profeti annuncino in nome del Signore quello che essi ritengono utile perché i guerrieri e il popolo non si scoraggino.

Essi accusano Geremia di non cercare il benessere (lett.: pace) del popolo. Per i capi la parola di Geremia nasce dal suo cuore cattivo che vuole il male del suo popolo.

Si nota la loro arte, che è quella di sempre: partire da una situazione «psicologica», lo scoraggiamento, per rifiutare la Parola di Dio. L’importante non è la verità ma l’essere su di morale.

Ci si può chiedere perché mai si preferisca l’illusione di un bene effimero e transitorio e non invece la ricerca sincera della verità, inizio della pace.

In ogni generazione ci sono uomini sia nella società che nella chiesa che pensano che il bene sia non affrontare le situazioni fino in fondo ma restare in superficie eventualmente rifacendosi a modelli passati come garanzia anche per il presente e non hanno il coraggio di andare a fondo per cui accusano quanti sono illuminati da Dio di essere gente che scoraggia e toglie energie per affrontare il presente.

Speriamo che non siano uccisi ed emarginati coloro che nello Spirito santo hanno la chiarezza spirituale di chi sa procedere nel cuore stesso della realtà indicando la via giusta da seguire.

5 Il re Sedecìa rispose: «Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi».

Di fronte all’ipocrisia dei capi che vogliono che il re sentenzi la morte di Geremia, questi dichiara la sua impotenza nei loro confronti. Egli sa bene che la sua parola non vale nulla ma serve solo ad avvalorare quanto essi decidono per coprire con la sua autorità i loro propositi.

Questo accade anche oggi. Vi sono uomini che vogliono piegare con ogni mezzo l’autorità al loro disegno in modo che quello che essi pensano abbia forza vincolante e in questo modo con la loro violenza fanno del male ai piccoli e vogliono impedire il cammino dello Spirito di Dio. Ma è scritto che non prevarranno.

6 Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremìa con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremìa affondò nel fango.

I principi agiscono con Geremia come agirono i fratelli con Giuseppe (cfr. Gn 37,22-24).

Dal momento che il re non ha pronunciato la sentenza di morte, essi non vogliono su di sé il sangue di Geremia. La morte avverrà, secondo loro a causa della prigione.

Di Geremia e di Giuseppe si dice lo gettarono. Il verbo è molto forte e indica un’esclusione. Di essi si attende la morte, ormai per i fratelli come per i capi sia Giuseppe che Geremia sono gettati fuori dalla comunità e sono come sepolti nella cisterna.

E così Geremia affondò nel fango. Geremia sprofonda lentamente nel fango fino a esserne completamente coperto e morire, come è scritto: Salvami dal fango, che io non affondi, liberami dai miei nemici e dalle acque profonde (Sal 69,15).

[7 Ebed-Mèlech l’Etiope, un eunuco che era nella reggia, sentì che Geremia era stato messo nella cisterna. 8 Ora, mentre il re stava alla porta di Beniamino,] Ebed-Mèlech uscì dalla reggia e disse al re:

«Il percorso dalla reggia, che era a sud, fino alla porta di Beniamino era assai pericoloso perché i nemici lanciavano frecce e pietre all’interno della città. Ma Ebed-Mèlech espose la sua vita e non badò al pericolo per salvare Geremia. Egli non aspettò il ritorno del re alla reggia per timore che Geremia sprofondasse completamente nel fango» (M. Bolà).

9 «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città».

Il servo del re giudica davanti a Sedecia il comportamento dei capi chiamandoli quegli uomini con una sottile nota di disprezzo.

Avendo infatti gettato Geremia nella cisterna, essi lo hanno condannato a morire non solo perché sprofonda lentamente nel fango ma anche perché, segregato, gli è tolto il pane che il re aveva comandato di dargli (cfr. 37,21).

10 Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre (lett.: trenta) uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia».

Giustamente il testo ebraico dice trenta uomini perché il servo del re va con un drappello di soldati in modo che sia mascherata la sua missione; il drappello serve anche per difendere Geremia dai suoi nemici.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 39

R/.       Signore, vieni presto in mio aiuto.

Ho sperato, ho sperato nel Signore,

ed egli su di me si è chinato,

ha dato ascolto al mio grido.                 R/.

Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose,

dal fango della palude;

ha stabilito i miei piedi sulla roccia,

ha reso sicuri i miei passi.                    R/.

Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,

una lode al nostro Dio.

Molti vedranno e avranno timore

e confideranno nel Signore.                  R/.

Ma io sono povero e bisognoso:

di me ha cura il Signore.

Tu sei mio aiuto e mio liberatore:

mio Dio, non tardare.                R/.

SECONDA LETTURA                                        Eb 12,1-4

Dalla lettera agli Ebrei

Fratelli, 1 anche noi, circondati da tale moltitudine (lett.: nugolo) di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa (lett.: lotta, competizione) che ci sta davanti,

Dopo l’elenco di coloro che vissero e fecero l’imposssible in forza della loro fede, e sono tanti nel dare a noi testimonianza, l’autore c’inivita a fare come loro, anzitutto a deporre il peso, che si precisa essere il peccato che ci assedia o meglio che ci avvince e ci seduce. Esso ci appesantisce e c’impedisce di correre, come è scritto: correrrò per la via dei tuoi comandamenti perché stai dilatando il mio cuore (Sal 119,32). Deporre il peccato significa correre con perseveranza senza mai lasciarsi abbattere da esso. Correre è compiere una gara, una lotta contro tutti gli ostacoli che si frappongono nel cammino.

2 tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio.

Per correre e compiere bene la nostra gara e vincere la nostra lotta contro il peccato, bisogna tenere fisso lo sguardo su Gesù. Questo sguardo è la fede, da Lui originata e portata a compimento. Più interiormente si guarda Gesù più si è rafforzati nell’agire in modo conforme ad essa e attraverso le prove varie della vita Gesù la porta a compimento. Il suo itinerario terreno è il modello e la forza della nostra sequela. Gesù era nella gioia del suo essere il Figlio di Dio e poteva sottrarsi alla sofferenza, ma non volle per adempiere perfettamente la volontà del Padre che lo destinava alla croce. Gesù di fronte alla volontà paterna, disprezzò il disonore, accettò di essere umiliato con una morte così infame e orribile subita per noi e per questo ora siede alla destra del trono di Dio. Su quel trono siedono coloro che si sono umiliati e lo hanno seguito sino in fondo.

3 Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.

Pensate attentamente e non con leggerezza e superficialità come si fa di fronte a un messaggio che riteniamo noto. Su Gesù bisogna riflettere attentamente come egli si sia comportato di fronte ad un’ostilità così grande di coloro che si sono scagliati con veemenza contro di Lui e da questo ricevere forza di perseverare nella corsa senza stancarsi e pensando che è impossibile proseguire e quindi perdendosi d’animo. Da Gesù e soprattutto dalla sua Passione viene a noi la forza di perseverare nella lotta fino a giungere alla piena vittoria.

4 Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.

Una simile lotta richiede una resistenza che porta a versare il proprio sangue perché il peccato è talmente radicato in noi da impregnare tutto: pensieri, parole, azioni, intimo sentire in modo che più che sradicarlo si cerca di contenerlo. Ma la vera lotta consiste nell’opporgli una totale resistenza al punto da sradicarlo versando sangue.

CANTO AL VANGELO                                       Gv 10,27

R/.       Alleluia, alleluia.

Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore,

e io le conosco ed esse mi seguono.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Lc 12,49-53

 Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, 49 Gesù disse ai suoi discepoli:

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!

Il fuoco. Varie sono le interpretazioni:

1) il fuoco indica la stessa divisione: il Cristo interpreta la natura di questo fuoco quando aggiunge: «Pensate che Io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione» (Tertulliano).

2) Il fuoco è la Parola di Dio, essa già brucia ma deve compiersi nel mio sacrificio, vedi Sal 118,140: infuocata è la tua parola assai (Basilio).

3) Il fuoco è lo Spirito (passi in cui il fuoco è connesso allo Spirito: 3,16; At 1, 5;2, 3; 2,19) che deve ancora essere comunicato perché il Signore non è stato ancora immerso (= battezzato) nella sua morte (vedi Gv 7,39: non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato); per questo Egli aggiunge: e quanto vorrei che fosse già acceso!

50 Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!

Perché lo Spirito scenda ci vuole la vittima che deve essere immolata per cui, parlando della sua morte, il Signore dice: Ho un battesimo nel quale sarò battezzato (come dice il Sal 69,2: l’acqua mi giunge alla gola) e come sono angosciato (questa traduzione assai comune è messa in discussione da molti interpreti oppure: e come ne sono interamente dominato, indica in tal modo che il Signore anela con tutto se stesso verso la sua Passione in cui tutto è compiuto (vedi Gv 19,30).

51 Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. 52 D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; 53 si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Come fa altrove, il Signore coinvolge i suoi discepoli in questa corsa verso la Passione.

Contrappone due parole per indicare la presente situazione: la pace che tutti si aspetterebbero dal Messia è ora sostituita dalla divisione (Mt 10,34: spada).

«La divisione tocca la stessa famiglia ed è reciproca; essa attinge il fondo degli spiriti ed è perciò radicale e reciproca. Viene citato Mi 7,6 portando ad esso modifiche significative, infatti nel profeta è il peccato che divide e quindi la divisione è peccato. Da questo risulta che la pace messianica non è secondo il mondo e non si opera sul piano della carne. Il principio della divisione è il Cristo stesso» (d. U. Neri, appunti di omelia). Solo dopo che si è optato per il Cristo si ricompone l’unità non più fondata sulla carne, ma sullo Spirito.

Toccato dalla spada dello Spirito, che è la parola di Dio (Ef 6,17), l’intimo di una persona recepisce il silenzio interiore del sentire, simile alla morte. In questo silenzio si dissolvono anche i vincoli del sangue e si recepisce un solo rapporto quello con il Cristo nello scandalo della sua croce. In questa intelligenza interiore si colloca la scelta della sequela non più condizionata da fattori esterni ed emotivi ma fondata sul puro atto della fede, che diviene la beatitudine dell’amore.

Note

«Alcune osservazioni: 1) La teologia della Parola nell’ultimo stadio sbocca in una rivelazione personale; quindi l’intenzione ultima del dato rivelante del N.T. sboccia nella teologia delle persone. 2) connessione tra 49 e 50 è forte: il battesimo è nello Spirito Santo che è fuoco: anche Gesù viene battezzato nello Spirito in quanto fuoco divorante. È chiaro che, immessa nel mondo l’energia dello Spirito, la pace è turbata (vedi Atti). 3) Divisione vedi Pentecoste: le fiamme di fuoco che discendono singolo per singolo. E questa divisione tocca tutti anche i nuclei più intimi, quale una piccola famiglia. Nell’Apocalisse il Cristo è detto avere gli occhi pieni di fuoco, che sembra essere lo Spirito. In fondo sono persuaso che non riusciamo ad attribuire abbastanza importanza allo Spirito» (d. G. Dossetti, omelia, Gerico 12.10.72).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Il fuoco dello Spirito accenda i nostri cuori e faccia salire la nostra preghiera come incenso soave al cospetto di Dio.

Ascoltaci, Signore, a gloria del tuo Nome.

  • Signore dona alla tua Chiesa di saper leggere i segni dei tempi per attuare la tua volontà e compiere la sua missione di annuncio della salvezza, noi ti preghiamo.

  • Effondi nei discepoli del tuo Cristo il dono dello Spirito perché sappiano essere coerenti alla tua Parola e affrontare la tribolazione e l’incomprensione come accadde ai tuoi profeti, noi ti preghiamo.

  • Illumina le nazioni con la luce evangelica perché abbandonino la seduzione dell’errore e s’incamminino nella via della verità, noi ti preghiamo.

  • Rivesti di fortezza i tuoi poveri perché non vengano mai meno e aderiscano con tutto se stessi al tuo Cristo, noi ti preghiamo.

O Dio, che nella croce del tuo Figlio, segno di contraddizione, riveli i segreti dei cuori, fa’ che l’umanità non ripeta il tragico rifiuto della verità e della grazia, ma sappia discernere i segni dei tempi per essere salva nel tuo nome.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.