DOMENICA XXIII – C

 

Camminava, errando, su aspri sentieri,

poca era la luce e denso il silenzio;

passo dopo passo … senza mai fine.

Stanco era il corpo e debole la mente,

stava seduto sul ciglio della strada,

in attesa. Fitte ombre scendevano.

In fioca luce egli avanzava lento,

gli passò accanto, illuminandolo

con una sola parola: «Seguimi».

L’uomo, seduto nel buio, si alzò,

con piede malfermo procedeva

sulle orme dell’altro su nuove vie.

Attraversò se stesso, il suo nulla,

vide la croce, la sua: ebbe paura,

la prese e si fece sempre più luce.

Cominciò a conoscere il suo Dio

e tutto si armonizzò nella croce,

sintesi e pace di tutte le creature.

E l’istante si fece eterno.

PRIMA LETTURA                                            Sap 9,13-18

 

Dal libro della Sapienza

13 Quale uomo può conoscere il volere di Dio?

Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?

Questa domanda ha una risposta negativa: nessuno. L’abisso che separa l’uomo da Dio, le vie di Dio che sovrastano le nostre come il cielo sovrasta la terra (cfr. Is 55,9) rendono impossibile all’uomo conoscere il volere di Dio, cioè il suo mistero nascosto da secoli nella sua mente (Ef 3,9).

Neppure il più fervido sentire religioso può portare all’immaginazione di che cosa vuole il Signore. Gli uomini hanno cercato con retto pensare secondo coscienza il volere di Dio fissandolo nella sublimità di un pensiero che, facendosi terso, riflettesse la luce della conoscenza divina.

L’effusione dello Spirito Santo nei credenti in Cristo diventa il principio della conoscenza della volontà di Dio: «Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio» (1Cor 2,9-10).

Per questo l’Apostolo prega: Non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate una conoscenza piena della sua volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale (Col 1,9). In virtù della sapienza e dell’intelligenza infuse dallo Spirito Santo si può avere la conoscenza piena della volontà di Dio.

14 I ragionamenti dei mortali sono timidi

e incerte le nostre riflessioni,

In quanto mortali gli uomini hanno dei ragionamenti timidi. Quello che l’uomo pensa e su cui riflette si chiude entro il confine della paura e dell’incertezza. Egli ha più problemi che certezze, più domande che risposte. Talvolta egli ama restare in questo stato di paura e d’incertezza per non essere obbligato a scegliere e a illudersi che non sia vero ciò che gli appare scomodo, quale la virtù.

Si pensa che la libertà consista appunto nel dubbio e nell’incertezza anziché collocarla nella verità.

Dobbiamo inoltre considerare che una simile definizione del pensiero umano, l’autore sacro lo applica anche ai più sublimi filosofi, quali Platone e Aristotile, che benché sublimi nei loro ragionamenti non giunsero alla pienezza della conoscenza.

15 perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima

e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni.

La ragione del procedere nel ragionamento in modo timido e incerto sta nel corpo corruttibile che appesantisce l’anima.

Non vi è più armonia tra il corpo e l’anima, cioè tra la sete di Dio e della sua sapienza e le esigenze del corpo. L’anima è asservita dal corpo alle sue necessità in modo che è impedita ad esplicare le funzioni che le sono proprie. Platone e i pensatori che lo hanno seguito, non conoscendo le ragioni di questa situazione di squilibrio e di oppressione, hanno pensato che il corpo sia la prigione dell’anima ed essendo tenda d’argilla sia destinato a disfarsi con la morte per lasciare libera l’anima nell’esplicare la sua attività intellettiva e filosofica; infatti, finché è racchiusa sotto la tende d’argilla la mente è oppressa ed è piena di preoccupazioni. In questa condizione essa non è afferrata dall’unico pensiero, che le dà gioia ed ebbrezza.

La rilettura fatta dal saggio del linguaggio platonico si fonda sulla rivelazione della Genesi: l’uomo è sì fatto dall’argilla ma il corpo è diventato corruttibile a causa del peccato; in questo stato di corruzione esso appesantisce l’anima e trasmette alla mente le preoccupazioni sulla sua situazione: fame, sete, vestito, malattia, età, morte. Ma il suo inizio e il suo destino finale non sono questi.

16 A stento immaginiamo le cose della terra,

scopriamo con fatica quelle a portata di mano;

ma chi ha investigato le cose del cielo?

Nel mondo visibile (le cose della terra, quelle a portata di mano) sappiamo bene come faticoso sia raffiguraci e scoprire le leggi della natura e il loro utilizzo: la storia ce lo insegna.

È talmente impossibile rintracciare le cose del cielo che se ne nega il valore e addirittura l’esistenza. Il mondo delle realtà spirituali (Dio, l’anima, l’immortalità) è da molti negato come al di fuori dell’orizzonte delle realtà immaginabili ed esplorabili e quindi confinato nei difficili discorsi dei filosofi e dei teologi.

Se si nega Dio e si nega in noi l’anima, come il soffio vitale uscito dalle labbra di Dio, tanto meno si cerca cosa vuole il Signore e quale sia il suo progetto.

17 Chi avrebbe conosciuto il tuo volere,

se tu non gli avessi dato la sapienza

e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?

Di fronte a questa impossibilità di conoscere la volontà di Dio, questi ha fatto dono della sapienza e ha inviato il suo santo spirito dall’alto.

La sapienza è identificata con lo spirito santo di Dio. Non solo Egli ha infuso nell’uomo l’anima ma ad essa Egli ha donato la sua sapienza, cioè la conoscenza della sua volontà, rivelata agli uomini dal suo stesso spirito.

Non vi è più semplicemente un processo di spiritualizzazione, che caratterizza il pensiero filosofico, ma un’iniziativa divina, per cui Egli si rivela e fa conoscere la sua volontà donando la sua sapienza.

La mente e l’anima dell’uomo non si rafforzano solo attraverso la lucidità del pensiero filosofico ma soprattutto per la presenza dello spirito santo di Dio in coloro che Egli sceglie come suoi amici.

18 Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra;

gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito

e furono salvati per mezzo della sapienza».

Sono qui espresse le attività della sapienza: raddrizzare i sentieri di chi è sulla terra, ammaestrare in ciò che è gradito a Dio e salvare.

La sua missione è universale, è estesa a tutti gli uomini, che sono sulla terra.

Essa viene in mezzo a noi e vedendo le vie tortuose in cui camminiamo ci porta su quelle dritte, ci fa conoscere ciò che Dio gradisce e ci salva strappandoci dalla nostra situazione destinata alla perdizione.

Già sono annunciate la missione e l’opera di Gesù, il Verbo di Dio, la Sapienza del Padre, che dona agli uomini i suoi insegnamenti, li salva dalle loro situazioni di morte e invoca dal Padre e dona loro lo Spirito Santo perché questi li guidi a tutta la verità, cioè alla piena e definitiva salvezza.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 89

R/. Signore, sei stato per noi un rifugio

di generazione in generazione.

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,

quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».

Mille anni, ai tuoi occhi,

sono come il giorno di ieri che è passato,

come un turno di veglia nella notte.                  R/.

Tu li sommergi:

sono come un sogno al mattino,

come l’erba che germoglia;

al mattino fiorisce e germoglia,

alla sera è falciata e secca.                  R/.

Insegnaci a contare i nostri giorni

E acquisteremo un cuore saggio.

Ritorna, Signore: fino a quando?

Abbi pietà dei tuoi servi!                       R/.

Saziaci al mattino con il tuo amore:

esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.

Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:

rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,

l’opera delle nostre mani rendi salda.                R/.

SECONDA LETTURA                                  Fm 1,9b-10.12-17

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Filèmone

Carissimo, 9b ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. 10 Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene.

Egli si definisce vecchio e in catene. Duplice è la sua dignità: anziano e nelle catene dell’Evangelo; in forza di questo egli supplica. Il rapporto che Paolo ha con Onèsimo è quello di padre a figlio. Il luogo del parto di questo figlio sono le catene dell’apostolo e quelle dello schiavo proprie di Onèsimo. Paolo prigioniero per Cristo Incontra Onèsimo reso schiavo dagli uomini e lo genera a Cristo. Da fuggitivo dal suo padrone nell’incontro con Paolo prigioniero, Onèsimo diviene libero e fratello del suo stesso padrone. Questa è la forza, che opera nell’Evangelo. Non è nella potenza e nella sublimità del linguaggio, che avviene la conversione, ma è nella debolezza accolta per Cristo.

Alla lettera l’ordine delle parole è diverso: Ti prego per il figlio mio, che ho generato nelle catene, Onèsimo. Paolo dice l’oggetto della mia supplica: il figlio mio, non dice subito il nome per non adirare Filèmone, ma lo dice alla fine, Onèsimo, dopo che gli ha annunciato quello che è avvenuto. Egli lo ricorda anche in Col 4,9 presentandolo all’intera Chiesa: fedele e amato fratello, che è dei nostri.

11 lui, che un giorno ti fu inutile, ma che ora è utile a te e a me.

L’apostolo gioca sul nome Onèsimo, che in greco significa utile.

12 Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore (lett.: lui, cioè le mie viscere).

Avendolo generato lo chiama le mie viscere, è parte intima di se stesso e lo ama tenerissimamente.

13 Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo.

Onèsimo è schiavo e Paolo non lo umilia in questo ma eleva il suo servizio (mi assistesse che in greco è mi servisse) facendolo ministro di lui, Paolo, che ora si trova in catene a causa dell’Evangelo. Egli ha accolto Onèsimo, in rappresentanza di Filèmone. Paolo ha accolto lo schiavo fuggitivo come un inviato del suo padrone. Qui sta la finezza dell’animo dell’apostolo, che sa leggere gli avvenimenti alla luce del’amore, che Dio ha per le sue creature.

14 Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario.

Benché Paolo senta di aver autorità su Filèmone, tuttavia non vuole trattenere presso di sé Onèsimo perché non vuole costringere il padrone a fare il bene ma egli deve agire spontaneamente dal suo cuore.

Paolo sa fermarsi alla soglia della coscienza dell’altro e sa rispettarne la libertà di scelta. Egli non vuole mai sostituirsi agli altri, insegnandoci come l’esercizio dell’autorità ha il suo limite nella coscienza dell’altro. Questi infatti non può agire se non perché così egli vuole.

15 Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre;

Il rapporto, che si attua nell’Evangelo, è eterno, resta per sempre. Il rapporto precedente sarebbe cessato, questo invece supera la contingenza del tempo e delle condizioni sociali e si fonda su un vincolo, che è eterno, perché si fonda su Gesù e in Lui sul rapporto con Dio.

16 non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.

fratello carissimo (cfr. Col 4,9) e non più schiavo. Come uomo (lett.: nella carne), nelle cose temporali, nel Signore, nelle cose spirituali (Girolamo). Il rapporto instauratosi in virtù della rigenerazione evangelica e quindi battesimale, ha fatto di Onèsimo un fratello carissimo prima di tutto per Paolo. L’apostolo recepisce che l’atto generativo fa di Onèsimo non solo un figlio ma anche un fratello perché il riferimento a tutti comune è il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Ora questa comunione non investe solo il rapporto spirituale ma anche quello umano, scritto nella carne. In Gesù non vi è più giudeo o greco, schiavo o libero, ma tutti siamo uno. Questa intrinseca unità, che non toglie le differenze esterne, deve sapersi esprimere nel rapporto tra cristiani perché tutti cogliamo la verità nel mistero e la rendiamo presente nella vita di ogni giorno e nelle nostre relazioni.

17 Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.

Amico, colui con il quale si vive in comunione e non si è a lui estranei. Filèmone deve pertanto accogliere non solo l’iniziativa di Paolo, quella di aver «riscattato» Onèsimo con il battesimo, ma di accogliere lo schiavo, che ritorna, con la stessa gioia e amicizia con cui egli attende l’apostolo e lo accoglie nella sua casa.

Come me stesso, Il rapporto tra Paolo e Onèsimo è così forte da recepire nell’uno la presenza dell’altro. In questo modo nella fede viene spezzata la schiavitù ed eliminata ogni distinzione. Così insegna il Signore: Il più grande sia come il più piccolo, colui che comanda come colui che serve. L’insegnamento apostolico elabora la Parola del Signore e ne sviluppa tutte le conseguenze.

CANTO AL VANGELO                                     Sal 118,135

R/.       Alleluia, alleluia.

Fa’ risplendere il tuo volto sul tuo servo

e insegnami i tuoi decreti.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Lc 14,25-33

 

 Dal vangelo secondo Luca

25 In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:

Una folla numerosa andava con Gesù; «andare con», è usato in Lc anche in 7,11 e in 24,15 (detto di Gesù che va con i discepoli di Emmaus). Esternamente si va con Lui ma in realtà è andare verso di Lui (26) e andare dietro di Lui (27). Gesù rivela il perché ora Egli stia camminando verso Gerusalemme e come ne è coinvolto chi diviene suo discepolo. Le numerose folle rappresentano i popoli che, ricevendo il battesimo, seguono il Cristo. A tutti Egli si rivolge.

Un’altra interpretazione: Le folle vanno con Lui ma ancora non lo seguono. Esse vanno per vedere i suoi segni, essere da Lui guarite ecc. Per questo Gesù pone loro la necessità della sequela.

26 «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre (lett.: e non odia suo padre, sua madre). Il termine odiare non va contro il quarto comandamento: onora tuo padre e tua madre (Es 20,12) e quindi non esprime un sentire nella propria carne, ma quest’odio nasce dallo Spirito che è amore: è odio che distrugge il mondo in noi per instaurare il Regno di Dio.

È quindi una parola dura che insegna al discepolo che nulla può essere anteposto alla sequela del Cristo e all’amore che lo lega a Lui fino a condividerne la stessa morte. Questo anziché annientare il rapporto naturale lo rende spirituale e quindi lo centuplica (cfr. 18,29: Non c’è nessuno che abbia lasciato … e non riceva molto di più nel tempo presente). Notiamo come la nuova versione traduca: e non mi ama più di quanto ami.

La moglie per la quale è scritto: I due saranno una sola carne (Gn 2,24), ma chi si unisce al Signore forma con Lui un solo spirito (1Cor 6,16s).

I figli, i fratelli, le sorelle per i quali è scritto: amerai il prossimo tuo come te stesso, e il Signore dice: mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (8,21).

E perfino la propria vita (lett.: anima) corrisponde a rinnegare se stesso (9,23). Senza questo distacco così radicale dalla propria esistenza e dai rapporti fondamentali di essa, non si può essere discepoli del Cristo. È illuminante l’accostamento a Dt 33,8-11. Il discepolo è messo alla prova in quello che ha di più caro e nelle relazioni, che fortemente lo caratterizzano, per dare testimonianza, come i figli di Levi, che il rapporto con il Signore e con il suo Evangelo, è più forte di tutto. Questo porta come conseguenza di testimoniare l’Evangelo della Croce non solo con le parole ma anche con la propria vita, come subito dice.

27 Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Operato questo distacco, l’altra condizione è portare la propria croce. Portare è un gesto fisico come è detto di Gesù: ed Egli portando la croce (Gv 19,17). Quindi è seguire uno che è condannato a morte e si sottolinea la disponibilità completa a dare la propria vita per Lui fino a condividerne la sorte piena d’ignominia.

Nelle pagine della nostra vita è scritto che incontreremo la Croce a noi destinata. Nel momento dell’incontro ciascuno conosce come la sta prendendo e portando dietro Gesù. La si può prendere in tanti modi soprattutto nel momento iniziale, che è quello più sconvolgente e nuovo rispetto alla vita precedente. Quando la Croce diviene quotidiana e unica perché sostituisce tutti i rapporti precedenti e si sostituisce ad ogni forma di amore e di relazione, allora essa è davvero la nostra e in noi è la stessa di Cristo.

La Croce è il silenzio dell’esistere per se stessi ed è il puro amore verso Dio e verso gli altri. Più essa penetra più immerge nel silenzio, da cui emerge l’amore puro.

28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: 30 “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.

31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.

Quanto Gesù dice, trova il suo riscontro nel modo di fare «del proprietario della costruzione, il cui fabbricato rurale mezzo incompiuto suscita gli scherni, e nel grande esempio del re sceso in guerra, che ha sottovalutato l’avversario e deve arrenderglisi a discrezione» (Jeremias).

  1. Gregorio M.: «Dobbiamo programmare tutto ciò che facciamo. Ecco, secondo la parola di Gesù Cristo, se uno vuol costruire una torre, prepara il danaro necessario. Se, dunque, vogliamo costruire la torre dell’umiltà, dobbiamo prepararci contro gli ostacoli di questo mondo. E la differenza tra un edificio terreno e un edificio celeste è questa: che l’edificio terreno lo si costruisce raccogliendo il danaro che serve, quello celeste invece distribuendo e donando il danaro. Per quello i fondi li facciamo, raccogliendo ciò che non abbiamo; per il celeste, invece, lasciando anche quello che abbiamo» (Hom. 37,6).

33 Così (+ dunque) chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Dunque, collega a quanto precede; prima di fare la scelta per Cristo, invita a far bene i calcoli e ad esaminare bene quanto si sta per fare perché fare le cose a metà è peggio che non farle.

«Il pensiero di Gesù è molto radicale, come mostra soprattutto la seconda parabola; perché chiedere la pace significa l’arrendersi senza condizioni» (Rengstorf).

Così dunque, è la prima parola conclusiva del discorso che direttamente si riferisce ai beni materiali, ma indirettamente a tutto quanto precede. La parola greca tradotta con averi, «nel N.T. designa generalmente gli averi terreni (14 volte)» (Delling).

Così dunque chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Il verbo rinunciare, corrisponde nelle parabole a calcolare (28) e a esaminare (31); rinunciare, già riscontrato in 9,61 (trad.: mi congedi) ha acquistato molta importanza nell’uso successivo per indicare la sequela del Cristo.

«Rinunciare è rendersi estranei al diavolo, e alle passioni della carne, alle parentele carnali e alle amicizie umane e a quella consuetudine di vita che si oppone all’integrità del Vangelo della salvezza. E cosa più necessaria ancora, è a se stesso che rinuncia chi si spoglia dell’uomo vecchio con le sue azioni» (S. Basilio).

Odiare (26), portare la propria croce (27), calcolare (28), esaminare (31) sono tutte azioni che si riepilogano nel rinunciare; nel diventare cioè, estranei a tutti e a tutto, non per isolarsi in un vuoto egoismo, ma per entrare in una vera comunione con Cristo e in Lui con tutti e con tutto.

Il centro di tutto è il portare la Croce; qui si verifica la nostra sequela e si attua nel modo più radicale. Qui infatti vi è l’amore per Cristo come sequela incondizionata e rinuncia totale. Le mani che abbracciano e portano la Croce non possono stringere null’altro.

PREGHIERA DEI FEDELI

Al Padre, che abita una luce inaccessibile; che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere (1Tm 6,16), s’innalzi ora la nostra preghiera.

Ascolta, o Padre la preghiera dei tuoi figli.

  • Illumina o Padre la tua Chiesa con la conoscenza dell’Evangelo perché, protesa nell’adempimento della tua volontà, insegni agli uomini a raddrizzare i loro sentieri per accogliere il tuo Cristo, noi ti preghiamo.

  • Guarda con compassione gli uomini, appesantiti nell’anima da un corpo corruttibile, e invia loro il tuo Santo Spirito, perché possano gustare quanto soave è la tua misericordia, noi ti preghiamo.

  • Dona ai discepoli del tuo Figlio di seguirlo portando la croce fino alla rinuncia dei loro beni per dare testimonianza al tuo regno nella giustizia e nell’amore, noi ti preghiamo.

  • A quanti cercano la verità con rettitudine di coscienza, concedi la luce della tua sapienza perché gioiscano nella pace della tua salvezza, noi ti preghiamo.

  • Per tutti i fratelli provati nell’anima e nel corpo, siano da confortati e sostenuti dalla nostra gioiosa carità, noi ti preghiamo.

O Dio, tu sai come a stento ci raffiguriamo le cose terrestri, e con quale maggiore fatica possiamo rintracciare quelle del cielo; donaci la sapienza del tuo Spirito, perché da veri discepoli portiamo la nostra croce ogni giorno dietro il Cristo tuo Figlio.

Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen.