DOMENICA XXII – C

Poveri, piccoli, deboli

che nulla contate, venite

alla mensa del Regno.

O tu che annunzi l’Evangelo,

dov’è preparata la mensa?

Dovremo fare tanta strada?

Voi che avete fame e sete,

lavatevi i piedi e ristoratevi

la mente e il cuore stanchi.

Il Padre vi ha rivelato il Figlio,

venite a Lui voi spossati

e trovate in Lui respiro.

Se lo spirito non dispera,

anche il corpo si solleva

e la pace scende in noi.

Spezza il pane all’affamato,

offri il tuo calice all’assetato:

questa è la tua eucaristia.

Sii mensa pronta al povero,

veste pulita a chi è spoglio,

consolazione a chi è afflitto.

Se l’ultimo posto occuperai,

perché assiduamente servirai,

il Regno dei cieli erediterai.

PRIMA LETTURA                   Sir 3, 19-21.30-31 (NV)  [LXX 3,17-20.28-29]

Dal libro del profeta Siràcide

17 Figlio,

compi le tue opere con mitezza,

e sarai amato più di un uomo generoso.

Letteralmente la sentenza sapienziale dà rilievo alla mansuetudine: Figlio, compi le tue opere con mitezza. La mitezza è l’irradiazione della sapienza che abita in chi ascolta il Signore ed è guidato dal suo timore. La mitezza quindi è l’espressione esterna dei doni che la sapienza pone in colui che per essa si affatica. Essa è lodata in Mosè (cfr. Nm 12,3: Ora Mosè era molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra); caratterizza Davide (cfr. Sal 131,1 LXX: Ricordati, Signore, di Davide e di tutta la sua mitezza) e Gesù si pone come modello di chi vuole essere mite e umile di cuore (cfr. Mt 11,29: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore).

L’effetto della mitezza è espresso nelle parole che seguono: e sarai amato più di un uomo generoso. La mitezza è più amabile dela generosità perché dà pace agli uomini e li fa stare al sicuro presso chi è mite.

18Quanto più sei grande, tanto più fatti umile,

e troverai grazia davanti al Signore.

Misura della grandezza è quella data dalla responsabilità ricevuta e dai doni da amministrare. Il potere può accecare la mente ed esaltare il cuore e diventare veicolo delle passioni con cui opprimere gli altri ed esaltare se stessi.

L’umiltà è in realtà la piccolezza ed è lo stesso termine usato dalla Madre di Dio nel suo cantico: ha guardato l’umiltà della sua serva (Lc 1,48). Esso indica l’umile condizione di ogni uomo anche se esaltato dagli altri. Tutti dobbiamo tener presente chi siamo ed esaltare il Signore per le grandi opere che fa attraverso coloro che ha reso grandi tra gli uomini. La piccolezza quindi è stare entro il confine della nostra esistenza e non immaginarci al di là di esso. Dio visita coloro che sono umili e fa loro grazia.

Questo versetto è commentato dalle parole dell’angelo a Maria: ella ha trovato grazia presso Dio proprio perché Dio ha guardato la sua umiltà, la sua umile condizione. In nulla in lei esternamente si coglieva il suo essere destinata come Madre del Cristo. È scritto infatti: Tutta la gloria di lei, la figlia del re, è nell’intimo (Sal 44,13 LXX).

[19 Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi,

ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.

20 Perché grande è la potenza del Signore,]

20b e dagli umili egli è glorificato.

Il testo proposto alla proclamazione tralascia il v. 19 e la prima parte del v. 20 che dice: Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti. Perché grande è la potenza del Signore. Se vuoi essere accolto nell’intimità del Signore, sii mite, e, considerando quanto grande sia la potenza del Signore, vivi con mansuetudine e umiltà sapendo che il Signore «ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi (Lc 1,51-53).

Al contrario dagli umili egli è glorificato. Il Signore manifesta la sua gloria in chi è umile e il suo giudizio in chi è orgoglioso e vuole esaltare se stesso sopra gli altri uomini. Umili sono coloro che hanno consapevolezza  del giudizio di Dio.

28 Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio,

perché in lui è radicata la pianta del male.

29 Il cuore sapiente medita le parabole,

un orecchio attento è quanto desidera il saggio.

Lett.: Cuore di saggio, l’intimo del saggio medita le parabole, cioè la parte più recondita della sapienza e non si scoraggia di fronte ad esse perché sa che Dio è capace di dare la sua luce ai semplici come è scritto: la testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice (Sal 19,8).

Lett.: Orecchio di chi ascolta è brama del saggio. Chi si fa discepolo del saggio per essere ammaestrato lo rallegra perché nulla è più gradito per chi insegna che avere orecchi attenti.

La parola entra in un orecchio attento e penetra nell’intimo del cuore dove è custodita e meditata (cfr. Lc 2,19: Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore).

L’orecchio che si chiude a ciò che è vano e si apre alla verità impedisce al veleno della menzogna di penetrare nell’intimo del cuore e di annientare la vita con la stoltezza dei vizi capitali.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 67

R/.       Hai preparato, o Dio, una casa per il povero.

I giusti si rallegrano,

esultano davanti a Dio

e cantano di gioia.

Cantate a Dio, inneggiate al suo nome:

Signore è il suo nome.              R/.

Padre degli orfani e difensore delle vedove

è Dio nella sua santa dimora.

A chi è solo, Dio fa abitare una casa,

fa uscire con gioia i prigionieri.             R/.

Pioggia abbondante hai riversato, o Dio,

la tua esausta eredità tu hai consolidato

e in essa ha abitato il tuo popolo,

in quella che, nella tua bontà,

hai reso sicura per il povero, o Dio.                  R/.

SECONDA LETTURA                                Eb 12,18-19.22-24a

Dalla lettera agli Ebrei

Fratelli, 18 non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, 19 né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola.

Il rapporto tra le due economie è visto alla luce dei segni che l’accompagnano. L’antica economia era caratterizzata da segni visibili che incutevano timore.

Essa era sotto il cielo: il luogo dove fu emanata la Legge era tangibile.

Il fuoco ardente era esso pure visibile: la sua fiamma infatti saliva fino al cielo (cfr. Dt 4,11).

Oscurità, tenebra, tempesta accompagnano la manifestazione al Sinai.

Squillo di tromba e suono di parole. La voce divina, che promulgava le dieci parole, aveva la forza di una voce simile al suono della tromba (cfr. Ap1,10).

Nella Pentecoste è avvenuto il compimento della teofania del Sinai, come insegna s. Girolamo:

«Tutto quello che è avvenuto al Sinai è avvenuto pure al Sion.

Là a causa del terremoto tremò il monte, qui la casa degli apostoli.

Là tra fiamme di un fuoco e sfolgoranti folgori risuonò il turbine dei venti e il fragore dei tuoni, qui con la visione delle lingue di fuoco venne dal cielo un suono come di vento impetuoso.

Là il suono della tromba fece risuonare le parole della Legge, qui la tromba evangelica risuonò per bocca degli apostoli» (s Girolamo, lett. A Fabiola).

22 Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e 23 all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova.

Il monte di Sion è, secondo la profezia, il luogo dove si raduna non solo Israele ma anche tutti i popoli. Questo si è attuato con la Pentecoste, avvenuta secondala tradizione al Sion. Qui dalle lingue come di fuoco è nata la Chiesa di Cristo, il luogo dove tutti i credenti sono adunati nell’unità della fede, nella speranza fondata su salde promesse e infine nel vincolo della carità.

Alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste. A quella città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso (Eb 11,10), attesa da Abramo e da lui salutata come da lontano.

E a miriadi di angeli. Essendoci la riconciliazione, gli angeli esercitano nei nostri confronti il loro ministero (cfr, Eb 1,14: Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?).

All’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti. Alle prime generazioni dei credenti, che già hanno dato la loro testimonianza. Possiamo dire che quanti entrano nella Gerusalemme celeste diventano primogeniti nell’unico Primogenito e diventano per noi Padri.

Al Dio giudice di tutti. In Cristo noi siamo passati dalla morte alla vita e il giudizio per i credenti è già compiuto (cfr. Gv  5,24: In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita).

Agli spiriti dei giusti portati alla perfezione. Sono i giusti della prima alleanza, la cui giustizia è stata portata alla perfezione in Cristo, in cui essi avevano creduto e sperato e che avevano atteso con grande desiderio.

Al Mediatore della Nuova Alleanza. A Cristo, Mediatore di un’alleanza nuova più perfetta di quella di Mosè che era in rapporto alla Legge.

Note

«È innegabile un certo cambiamento: al Sinai la manifestazione di Dio è accompagnata da segni tangibili e molto forti, tanto da terrificare i presenti; ora invece il monte è molto più dimesso (il monte Sion è poco più che una blanda collina), si parla di una città, Gerusalemme, accostata all’aggettivo celeste, e di un’adunanza festosa di uomini e angeli, attorno a e al suo sangue sparso. Insomma, si assiste ad un processo di “interiorizzazione”: non grandi segni esteriori, ma una liturgia composta e lieta, ricca di tantissime presenze invisibili.

Questa è una splendida immagine della Chiesa e della liturgia cristiana (o di come dovrebbero essere), ma un processo simile si è verificato anche per l’ebraismo, quando, perduto il tempio, il culto è entrato nelle sinagoghe e nelle case, assumendo aspetti interiori simili ai nostri. Qualcosa del genere sta avvenendo, a quanto ci dicono amici recentemente conosciuti, anche nel mondo islamico: anche se non è ancora una linea maggioritaria, sta tuttavia emergendo, specie nella diaspora, un altro Islam, quello della testimonianza e non del sistema, quello dell’interiorità e non del legalismo, fondato su una lettura spirituale e non fondamentalista del Corano. Allora il testo di oggi può essere inteso anche come un grande sguardo profetico sul cammino dei popoli e delle fedi, per la speranza e la pace di tutti» (F. Scimè, Note omiletiche).

CANTO AL VANGELO                                     Mt 11,29ab

R/.       Alleluia, alleluia.

Prendete il mio giogo sopra di voi, dice il Signore,

e imparate da me, che sono mite e umile di cuore.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Lc 14,1.7-14

 Dal vangelo secondo Luca

1 Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.

Gesù è a tavola di sabato in casa di uno dei capi dei farisei. Il sabato è il tempo e la mensa è il luogo dell’insegnamento di Gesù.

Ed essi sono i farisei, nemici di Gesù, stavano ad osservarlo (cfr. 6,7) perché conoscono già il suo comportamento e il suo insegnamento sul sabato.

7 Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti:

Ora lo sguardo di Gesù si allarga agli invitati che si scelgono i primi posti. Egli racconta loro una parabola. A prima vista, quanto il Signore sta per dire appare più delle norme sul come comportarsi a tavola, ma poiché questa è una parabola contiene un insegnamento nascosto.

8 «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te,

Quando sei invitato a nozze da qualcuno. Il termine nozze traduce un termine aramaico sottostante che significa sia banchetto che nozze (Jeremias). La scelta del termine nozze fatta dall’evangelista indirizza già l’insegnamento verso il Regno dei cieli.

Da qualcuno, l’indeterminato allude velatamente alla gratuità della chiamata divina.

Non ti porre al primo posto, come chiederanno i figli di Zebedèo al Signore (cfr. Mt 20,20-28).

Nota come dopo questo episodio alcuni testi antichi riportino questi insegnamenti sul posto a tavola.

9 e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto.

Venga è il termine tipico della parusia.

L’ultimo posto «perché nel frattempo gli altri posti sono stati occupati» (Jeremias). La vergogna, è la confusione propria di chi non ha diritti davanti a Dio.

10 Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali.

L’ammonimento a scegliere l’ultimo posto rivela il mistero dell’Incarnazione. All’attuale umiliazione, cui Gesù volontariamente si è sottomesso, succederà la glorificazione e lo stesso accade al discepolo che lo segue. Egli lo vuole all’ultimo posto perché il Padre nell’ultimo giorno gli dica: “Amico, vieni [lett.: Sali] più avanti!”.

Avrai onore [lett.: gloria]. È la gloria stessa del Cristo che viene comunicata al discepolo.

11 Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Questa sentenza conclusiva dice il capovolgimento operato nel momento del giudizio finale: infatti il futuro rimanda a quel momento e il passivo sarà umiliato/sarà esaltato sottolinea l’azione divina. «In tal modo la regola di mensa diviene punto di partenza per un ammonimento escatologico che mira al banchetto celeste e invita alla rinuncia a ogni pretesa di autogiustificazione dinanzi a Dio e ad un’umile considerazione di se stessi» (Jeremias).

12 Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. 13 Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

La conversazione del Signore prosegue; dopo essersi rivolto agli invitati, ora si rivolge all’ospite e infine a uno dei presenti (15 ss.) con la parabola della grande cena che chiude questa conversazione.

Non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, come invece afferma un antico proverbio: il rango degli ospiti onora chi invita.

E tu abbia il contraccambio qui in questa vita. Come infatti l’elemosina, la preghiera e il digiuno vanno compiuti davanti a Dio che vede nel segreto, così la misericordia verso i poveri anticipa il momento della risurrezione dei giusti quando il Signore, padre degli orfani e difensore delle vedove (Sal 68,6), darà a ciascuno secondo le sue opere. Il dono ai poveri è prescritto dalla Legge (cfr. Dt 14,28-29). Esso è il segno della benedizione di Dio alla terra. Gesù lo rende segno dell’agire di Dio la cui benedizione è la risurrezione riservata ai giusti.

Chiamare poveri, storpi, zoppi e ciechi vuol dire imitare Dio nel giorno del giudizio, come rivela la parabola che segue. Infatti il pranzo e la cena, pasti quotidiani, sono diventati un banchetto. È il banchetto del regno di cui parla la parabole seguente.

Quando si prende gloria gli uni dagli altri e non si cerca la gloria che viene da Dio solo (cfr. Gv 5,44) non si può credere alle parole di Gesù e ci si chiude nella propria casta disprezzando coloro sui quali Dio ha già posto il suo occhio per farli eredi del regno come dice l’apostolo Giacomo: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del Regno che ha promesso a quelli che lo amano? (2,5). Le quattro categorie di poveri, qui elencate, sono le stesse che accolgono l’invito alla festa di nozze di cui parla la parabola che segue.

L’insegnamento di Gesù afferma che la chiamata divina è gratuita e che gratuito deve essere l’agire per ottenere ricompensa nella risurrezione dei giusti. Giusti si è quindi agendo con la stessa bontà divina. La parola di Gesù opera un rovesciamento. Si è infatti portati a chiamare i propri simili. Gesù vuole che l’invito si estenda piuttosto ai poveri. «Il parlare in blocchi contrapposti – “non invitare i tuoi amici … ma invita i poveri” – è semitico e deve tradursi: “non invitare soltanto gli amici….ma invita piuttosto i poveri» (Rossè, o.c., n. 42, p. 578).

La vera gioia non è tanto stare con i propri amici ma con coloro che Dio ha scelto, i poveri. Essa si fonda sulla speranza della ricompensa divina.

Appunti di omelia                                           Gerico, 25. 10. 1972

  1. Umberto Neri: alla fine è detto: beato chi mangia il pane del Regno… questo fa capire che è un discorso parabolico – colui che ha chiamato te e lui: nessuno ha un diritto: c’è chi chiama e dispone del banchetto: – venendo (9) è il termine tipico della parusia – Sono importanti i termini che sottolineano chi torna indietro e chi va avanti – vergogna, è la confusione di chi non ha diritti davanti a Dio – gloria (vedi il servo nel Nuovo Testamento). Vedi i due sensi della parabola: 1) il modo come ci si giudica in rapporto alla salvezza: ce se ne giudica indegni (mettersi all’ultimo posto è il ritenersi indegni). Questo è possibile solo per opera dello Spirito. 2) dimensione endoecclesiale: è importante occupare l’ultimo posto nella comunità dei chiamati. La seconda parabola anticipa tutti i termini della parabola del banchetto che viene dopo: da una parte l’assoluta gratuità della salvezza, non si è chiamati in virtù delle opere (non si può dare niente in ricambio) e dall’altra l’alternativa assoluta che esiste tra la retribuzione in questa vita e nell’altra (o si ha qui o si ha là). Questa alternativa è radicale come unica è la retribuzione.

  1. Giuseppe Dossetti: prima del passaggio del comportamento all’interno della comunità penso ci sia un confronto di chiamati. Colui che è arrivato per primo ignora se il padrone abbia invitato persone più degne di lui. Vi è prima il raffronto con la sinagoga e poi quello all’interno della Chiesa. La frase: chi si umilia…. ricorre più volte nell’Evangelo – penso a un’applicazione concreta – 2 Cor 11,7 Paolo dice: mi sono abbassato per innalzare voi e questo è avvenuto quando vi ho annunziato il Vangelo gratis. Quando uno nel predicare l’Evangelo rinunzia ai diritti stessi che l’Evangelo gli dà, si mette in una posizione reale di umiliazione – 2 Cor 12,21: è vero che anche nei confronti degli amministratori dei beni di Dio, bisogna stare attenti perché Dio ha dei mezzi potenti… basta che sgarrino che vi sono mezzi potenti di umiliazione. Non immaginavo che questi casi entrassero in questa parola dell’Evangelo.

PREGHIERA DEI FEDELI

C.: Preghiamo, fratelli e sorelle carissimi, Dio Padre onnipotente per la pace di tutta la Chiesa e per la salvezza di ogni uomo. Preghiamo insieme e diciamo:

Padre Santo, infondi in noi lo Spirito della mitezza e dell’umiltà.

  • Dio misericordioso, che ascolti la preghiera della tua Chiesa, non abbandonarci alla durezza dei nostri cuori perché non possiamo vivere senza il tuo Spirito di umiltà e di mitezza, noi ti preghiamo.

  • Per tutti gli afflitti dal terremoto per la perdita delle persone care o per la distruzione delle loro case, perché ripongano in te Signore ogni speranza e trovino nei fratelli solidarietà e conforto, noi ti preghiamo

  • Luce e sorgente della luce, illumina nel tuo Figlio il cuore dei più giovani perché il loro orecchio si faccia attento all’ascolto della tua Parola, noi ti preghiamo.

  • Signore, che hai costituito pastori e maestri nella tua Chiesa, suscita in loro la sete ardente della tua conoscenza e l’amore per il servizio stando all’ultimo posto, noi ti preghiamo.

  • Creatore dei popoli, che a ciascuno hai dato la sua terra, infondi in tutti uno spirito di contrizione perché tutti si adoperino a spegnere il fuoco della guerra con l’acqua che ristora e il pane che nutre, noi ti preghiamo.

O Dio, che chiami i poveri e i peccatori alla festosa assemblea della nuova alleanza, fa’ che la tua Chiesa onori la presenza del Signore negli umili e nei sofferenti, e tutti ci riconosciamo fratelli intorno alla tua mensa.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.