DOMENICA XIX – C

Stendeva la notte un velo

sull’ultimo giorno da schiavi.

Sangue, agnello con azzimi,

Pasqua tra canti di salvezza.

O notte, gioiosa d’annunci:

È vicino il re della gloria?

«Sentinella, che attendi,

quanto resta della notte?».

«Viene il mattino, vigilate!».

L’anima mia anela a Dio,

come la cerva alle acque.

Corri veloce: è il Signore!

Gioite o servi del Signore

i cui fianchi sono cinti

per servire nella sua casa,

il Signore è qui e vi serve.

Nota introduttiva: la divina Scrittura, che oggi è letta, e la Parola di Dio, che ascoltiamo, attirano la nostra riflessione sulla natura del tempo.

Dio solo lo segna e lo misura, noi invece siamo da esso misurati. Per noi il tempo appare da una parte assai relativo (fugge in modo inesorabile) e dall’altra anche assoluto (non ha nessun temine di paragone). Il nostro pensiero fluttua nel tempo tra il tentativo di afferrare le situazioni e renderle permanenti (il dominio dell’Egitto su Israele, simbolo di ogni dominio del potente sul povero) e il tentativo d’interpretare la natura del tempo attraverso gli avvenimenti, i cambiamenti sia nell’ordine sociale che culturale.

La Parola di Dio si pone come interprete del tempo in quanto annuncia l’intervento critico del Signore sia di giudizio che di salvezza.

In questo tempo di attesa, fondato sulla promessa e l’autorità del Signore, ciascuno di noi si colloca sotto il giudizio in rapporto alle scelte che compie.

Chi poi irride la Parola di Dio come non veritiera, abbia in sé l’umiltà inquietante di non essere sicuro della verità di quello che pensa, essendo il suo pensiero limitato dalla sua esperienza e dal suo ragionamento.

PRIMA LETTURA                                             Sap 18,6-9

 

Dal libro della Sapienza

6 La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri,

perché avessero coraggio,

sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà.

La storia della salvezza procede da profezia ad adempimento e l’adempimento a sua volta è profezia di un altro evento. Così quella notte (la pasqua) fu già preannunciata ad Abramo (cfr. Gn 15,13-14: Allora il Signore disse ad Abram: «Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni. Ma la nazione che essi avranno servito, la giudicherò io: dopo, essi usciranno con grandi ricchezze»).

Sapendo bene. La conoscenza è sostenuta dalla certezza che quello che Dio ha annunziato si realizza davvero, nessuna delle sue parole cade a vuoto (cfr. Gs 21,45; 23,14; 1Sm 3,19). Da qui deriva l’aver coraggio anche in mezzo alle tribolazioni, perché la redenzione è vicina.

7 Il tuo popolo infatti era in attesa

della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici.

Quella è la notte, in cui si rivela il giudizio di Dio. La rilettura dell’Esodo, qui fatta, rivela una prima parte del giudizio nell’uccisione dei primogeniti durante la notte e una seconda parte nella morte del faraone e del suo esercito nel momento del passaggio del mare.

Quello che è giudizio di sterminio per i nemici per i giusti invece è la loro salvezza. Dopo la morte dei primogeniti essi escono dall’Egitto e attraversano quelle acque, che sono di annientamento per il faraone e il suo esercito.

La rilettura pasquale della redenzione in Cristo ci porta a conoscere il primo e fondamentale giudizio sul principe di questo mondo (Gv 16,11). Ad esso segue il giudizio salvifico su ciascuno di noi posti di fronte alla scelta della luce e delle tenebre (cfr. Gv 3,19-21: E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio). Il rifiuto si trasforma in giudizio, che diviene definitivo quando il Cristo verrà. È infatti scritto: E come è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione col peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza (Eb 9,27-28).

8 Difatti come punisti gli avversari,

così glorificasti noi, chiamandoci a te.

Come … così. La relazione è tradotta diversamente dallo Scarpat: «tu punisti gli avversari con lo stesso mezzo con cui ci glorificasti». Dio rende glorioso il suo popolo «chiamandolo a sé». La chiamata indica un venire all’esistenza. Il popolo schiavo inizia ad esistere quando diviene popolo di Dio. Chiamarlo a sé significa pure portarlo alla santa montagna perché egli riceva la Legge come patto nuziale con il suo Dio.

La chiamata è la continua attrazione, che Dio esercita su coloro che giustifica trasfigurandoli di gloria in gloria (cfr. 2Cor 3,18) a immagine del suo Figlio. Questi infatti, innalzato da terra, attira a sé tutti (cfr. Gv 12,32) e trasfigura il corpo della nostra miseria rendendolo conforme al corpo della sua gloria con il potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose (cfr. Fil 3,21).

9 I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto

e si imposero, concordi, questa legge divina:

di condividere allo stesso modo successi e pericoli,

intonando subito le sacre lodi dei padri.

La pasqua è chiamata offerta di sacrifici in segreto cioè all’interno delle case. Nella pasqua, prima della partenza, i figli santi dei giusti (lett.: dei buoni), fecero un patto (questa legge divina) fondato sulla concordia. È questa una virtù fondamentale che caratterizza il popolo di Dio che nasce dal patto. Essere concordi ha come effetto la condivisione sia dei successi (la redenzione, la manna, l’alleanza) come dei pericoli (nel viaggio e nelle insidie dei nemici come pure nella conquista della terra, come testimonia il libro di Giosuè).

Il cantare prima che avvenga la liberazione significa invocazione, rendimento di grazie e profezia.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 32

R/.       Beato il popolo scelto dal Signore.

Esultate, o giusti, nel Signore;

per gli uomini retti è bella la lode.

Beata la nazione che ha il Signore come Dio,

il popolo che egli ha scelto come sua eredità.   R/.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,

su chi spera nel suo amore,

per liberarlo dalla morte

e nutrirlo in tempo di fame.       R/.

L’anima nostra attende il Signore:

egli è nostro aiuto e nostro scudo.

Su di noi sia il tuo amore, Signore,

come da te noi speriamo.         R/.

SECONDA LETTURA                                    Eb 11,1-2.8-19

 

Dalla lettera agli Ebrei

Fratelli, 1 la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede.

Fondamento delle cose che si spera. La fede è il dono in virtù del quale aderiamo alle promesse divine a noi comunicate nella sua Parola in modo tale che il contenuto della promessa si radica in noi e diventa parte costitutiva del nostro modo di pensare e del nostro sentire (cfr. Rm 8,19-25). La radice della promessa è la speranza, energia dello Spirito Santo in noi che ci fa già pregustare le realtà celesti a noi comunicate dalla Parola, accolte dall’atto di fede e attuate dall’agape.

Prova di ciò che non si vede. La fede c’illumina con la luce della rivelazione, che risplende nella Parola di Dio e che raggiunge il massimo fulgore nell’Evangelo. Quest’illuminazione del nostro intelletto, che genera in noi la conoscenza amante delle realtà celesti, è la prova dell’esistenza delle realtà che non si vedono. Nel nostro spirito già gustiamo un pegno delle realtà celesti, che genera in noi beatitudine e pace, perché è il silenzio del dubbio e il desiderio del pieno possesso.

2 Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.

La definizione di fede, posta all’inizio di questo elogio degli antichi, è la nota che tutti li caratterizza. Rileggendo la loro storia alla luce di questa definizione, noi possiamo constatare come essi siano stati giustificati dalla fede in quanto hanno aderito alla Parola di Dio radicandosi con la speranza alle promesse e avendo lo sguardo interiore fisso sulle realtà invisibili. Per questo essi vissero le realtà visibili come un simbolo di quelle invisibili.

In tal modo i nostri antenati sono stati approvati da Dio, come ne danno testimonianza le divine Scritture.

La presente lettura salta il discorso riguardante la fede nella creazione (v. 3) e la fede di Abele, Enoc e Noè (3-7).

8 Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.

Obbedì. È questa la caratteristica esistenziale della fede (cfr. Rm 1,5; 16,26: l’obbedienza della fede). La fede è pertanto una risposta all’iniziativa di Dio, quale Egli si degna di esprimere mediante la sua Parola. Spesso la Parola di Dio si pone in un modo così discreto e quasi nascosto che se uno non vuole obbedire può farla coincidere con qualche sua convinzione o entusiasmo o segno d’immaturità o sogno giovanile. Nel caso di Abramo e Sara si trattava di rompere un loro ritmo di vita e immetterli in una strada da loro sconosciuta … alla loro età!

Uscì. È il primo comando che Abramo riceve (cfr. Gn 12,1). La fede lo rende straniero nella terra in cui sta per andare per riceverla in eredità.

9 Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa.

Abramo straniero. Questa estraneità è espressa nel dimorare sotto le tende. Egli sa di trovarsi nella terra promessa ma il Signore vuole che in essa egli viva come straniero. Questa è la situazione della fede, fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.

Egli trasmette questa stessa sua fede e le promesse ad essa legate sia ad Isacco che a Giacobbe, che conducono la sua stessa vita.

10 Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

Oggetto della fede di Abramo è la città celeste, invisibile agli occhi degli uomini perché solo la contemplano coloro che accolgono la promessa di Dio e radicano in questa la certezza della loro speranza.

I misteri di Cristo, contemplati attraverso i simboli, sono il principio del loro pensare e quindi del loro agire. Credere infatti significa pensare partendo da Dio.

11 Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso.

Con Sara è rilevato un altro aspetto della fede: la fedeltà di Dio a quello che ha promesso. Egli non può mai venir meno a se stesso. Sara crede al Signore e si dona totalmente a Lui, certa di diventare madre. Ella accetta non come se questo fosse l’ultimo tentativo ma perché crede nel suo Dio.

La promessa è riportata nel verso seguente ed è vista come già realizzata.

12 Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.

Sara e Abramo devono superare l’ostacolo della loro impotenza e lo superano aderendo pienamente alla promessa dell’invisibile Dio (cfr. Rm 4,16-22).

Per giungere a dare inizio alla stirpe numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che non si può contare, essi devono compiere con fede la loro unione coniugale avendo la certezza interiore che la promessa di Dio si sta adempiendo. Credere è essere posti di fronte a quell’impossibile che solo la Parola di Dio può rendere evento.

13 Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra.

Nella fede, «avendo la fede come compagna inseparabile» (s. Tommaso) anche nel momento della morte.

Senza aver ottenuto i beni promessi, cioè la terra, la discendenza e il significato pieno di questi beni.

Ma li videro (cfr. Gv 8,56) e li salutarono solo da lontano perché non potevano entrare nella Gerusalemme celeste prima che fosse fissata la pietra angolare, che è il Cristo, e il suo sangue non aspergesse le realtà celesti. Avendo visto e salutato da lontano la città dalle salde fondamenta, essi si dichiarano stranieri e pellegrini sopra la terra (cfr. Gn 23,4; 47,9; Sal 39,13).

Dichiararsi traduce il verbo greco dell’omologhia, la solenne professione della propria fede. Questa solenne dichiarazione di fede è testimonianza alle promesse divine da loro accolte come vere.

14 Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. 15 Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi;

Il contenuto delle promesse è pertanto la patria celeste e non quella terrena dalla quale erano usciti senza più volervi tornare.

Anche Giacobbe, che vi ritorna, ha tuttavia il desiderio di tornare alla terra da cui è partito perché là vi sono i segni di quella celeste.

16 ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.

Essendo cittadini di quella patria (cfr. 12,22-23), Dio li unisce a sé per sempre, unendoli al suo Nome e ponendo in loro la speranza della vita con la stessa risurrezione (cfr. Mt 22,32).

17 Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, 18 del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza».

Il sacrificio d’Isacco è l’espressione più alta della fede di Abramo e Sara. Il termine che collega tutta l’esperienza dei patriarchi è la promessa. In Isacco, erede delle promesse, Abramo è messo alla prova. La prova consiste nell’essere all’interno di due parole di Dio che appaiono tra loro contraddittorie (la parola della promessa e il comando di sacrificare il suo figlio Isacco, che Abramo ama, l’unigenito).

19 Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

Ma Abramo supera la prova credendo che Dio è capace di far risorgere anche dai morti. In tal modo Abramo conobbe pienamente il mistero del Figlio di Dio: la sua immolazione e la sua risurrezione, espressa come simbolo nell’immolazione e restituzione del figlio Isacco. «Infatti Isacco non fu solo figura del Cristo immolato ma anche del Cristo richiamato alla vita» (Crisostomo).

CANTO AL VANGELO                                    Mt 24,42a.44

R/.       Alleluia, alleluia.

Vegliate e tenetevi pronti,

perché, nell’ora che non immaginate,

viene il Figlio dell’uomo.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Lc 12,32-48

 

 Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, 32 Gesù disse ai suoi discepoli:

«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.

Il gruppo dei discepoli è chiamato piccolo gregge: sono i piccoli ai quali vengono rivelati i misteri del Regno perché così è piaciuto al Padre (10,21) come pure è piaciuto di dare loro il suo regno.

Dare il regno significa rendere partecipi i discepoli di Gesù della stessa regalità divina.

33 Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma.

Di fronte a questo bene ultimo, che il Padre ha riservato ai suoi eletti, vi è il comando di dare i propri averi in elemosina. L’elemosina, già raccomandata contro l’avarizia dei farisei e degli scribi (11,41), diventa il modo per acquistarsi il Regno e per farsi borse che non invecchiano e un tesoro sicuro nei cieli.

34 Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.

Il proverbio sintetizza l’insegnamento del Maestro e rivela ancora come nel cuore stia ogni scelta: chi ha il cuore nuovo cerca le cose di lassù e pensa alle cose di lassù e non a quelle della terra (cfr. Col 3,1-4).

Là dove Gesù regna ivi si desidera che il regno di Dio venga; più lo Spirito Santo penetra nel cuore dei discepoli più questi bramano le ricchezze proprie del regno.

35 Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese;

L’esortazione iniziale è giustificata dalla parabola che segue.

Siate pronti con le vesti strette ai fianchi, come quando fu celebrata la Pasqua in Egitto (cfr. Es 12, 11: ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti). Attendere il Signore vuol dire prepararsi a celebrare la Pasqua eterna come Egli ha detto: «Non la mangerò più finché non sia adempiuta nel Regno di Dio» (22,16).

E le lampade accese perché è notte e la Parola di Dio è lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori (2Pt 1,19).

Vi è un richiamo a Mt 25,1-13: la parabola delle vergini.

36 siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.

37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!

Nella parabola si sottolinea la venuta improvvisa del Padrone cui corrisponde il fatto che i servi subito gli aprono (36).

Il termine subito è al centro della parabola e ne consegue che il Signore si fa loro servo come fece durante l’ultima Cena (cfr. Gv 13,1ss; cfr. Lc 22,27: Io sto in mezzo a voi come colui che serve).

In questo sta l’essere beati, nel partecipare a questa cena nella quale lo stesso Signore serve.

Tuttavia questa beatitudine del grande Giorno della venuta è già anticipata nell’attesa, anche se questa si prolunga. Infatti attendere il Signore più che scoraggiare, sollecita la speranza che scaturisce dall’amore: più si attende con amore più cresce l’amore e più grande è la gioia.

«La Chiesa credette scorgere nella parabola dei servi in attesa un ritratto, più verosimile e vivo di altri, della propria situazione di ansiosa attesa del compimento della speranza, speranza che sembrava differita dalla sera alla mezzanotte, dalla mezzanotte al canto del gallo, mentre si rincuorava pensando: la notte è avanzata, il giorno è vicino (Rm 13,12)» (Dodd).

39 Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

L’improvvisa venuta del Figlio dell’Uomo è espressa con la parabola del ladro di notte che ritroviamo pure in Paolo (cfr. 1Ts 5,2). Nell’ora che non immaginate, come infatti Gerusalemme fu colta di sorpresa quando fu visitata (19,42ss) così anche voi, per questo ci comanda di tenerci sempre pronti.

41 Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».

Allora Pietro disse. Questa domanda introduce l’ultima parte del discorso che sottolinea la particolare responsabilità che hanno gli apostoli e quindi i capi della comunità in questo periodo di attesa del Signore. L’amministratore infatti è distinto dal resto della servitù non però in rapporto al padrone, del quale resta un servo come gli altri.

42 Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito?

Il Signore rispose: «La risposta viene data dal Signore, cioè dal Cristo risorto presente nella Chiesa» (Rossè, o.c., p. 519).

L’amministratore fidato e prudente. Così è chiamato, seguendo la tradizione d’Israele (cfr. Eb 3,5: Mosè fu fedele in tutta la sua casa come servitore), chiunque esercita un ufficio. «È il titolo con il quale venivano designati i responsabili nelle comunità paoline (1Cor 4,2; Tt 1,7)» (Rossé, o.c., p. 520).

Fidato in rapporto al padrone; prudente in rapporto all’amministrazione. Il suo compito è di dare alla servitù la razione di cibo a tempo debito. La sua saggezza consiste nel fatto che compie questo attendendo il padrone; anche se non sa quando arriverà, tuttavia è certo che arriverà. Quindi è beato se il suo signore lo trova a fare così (43).

43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. 44 Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.

La beatitudine tocca quindi tutti i servi che aspettano (37.38) e l’amministratore: i servi sono serviti dal Signore, l’amministratore è preposto a tutti i suoi averi (vedi parabola dei talenti Mt 25,21.23) cioè partecipa della sua signoria come è scritto: Il vincitore lo farò sedere presso di me sul mio trono (Ap 3,21).

45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi,

Può essere purtroppo che l’amministratore anziché essere fedele e saggio «trasformi la sua autorità in uno strumento di terrore e di dissolutezza» (Jeremias).

La prolungata assenza del Signore, anziché sollecitare l’attesa, diventa motivo per sfruttare la propria posizione sia percuotendo i servi e le serve (vedi i cattivi pastori in Ez 34,3-6) sia consumando i beni del proprio Signore mangiando, bevendo e ubriacandosi (cfr. Is 28, 7-13).

46 il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.

Il padrone di quel servo arriverà. L’improvvisa e inaspettata venuta del Signore mette fine a questa situazione che si chiude con una grave punizione dell’amministratore.

Lo punirà severamente, lett.: lo squarterà, sottolinea una terribile punizione significata da quanto segue: e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il termine infedeli si contrappone a fedeli (42).

47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.

A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

Il discorso si conclude con un giudizio che distingue il servo, che conosce la volontà del padrone, (vedi 11, 52: la chiave della scienza) da colui che non la conosce. Vi è quindi una distinzione tra coloro che hanno delle responsabilità cui il padrone affidando i suoi beni ha dato delle precise istruzioni e coloro che, sottoposti, non sono stati ammaestrati perché gli amministratori non erano fedeli.

Questo discorso si trova pure in Ez 33,1-9: il profeta è posto come sentinella. Il testo sembra alludere al fatto che purtroppo con gli amministratori si perdono anche di quelli della servitù. E questa perdizione è eterna, infatti «la parola molte o poche battiture non si riferisce all’estensione o al finire di uno spazio di tempo, bensì alla diversità del castigo» (S. Basilio).

Nella sentenza finale si distingue colui al quale fu dato molto da colui al quale fu affidato molto. Quanto è dato appartiene a chi riceve, quanto è affidato appartiene al proprietario.

Il Signore fa quindi dei doni per i quali chiede come essi sono stati utilizzati (vedi parabola delle mine, 19,11-27) e affida delle persone della cui vita chiede conto ancora di più che dei doni.

Abbozzo di conclusione

Il testo sembra distinguere il rapporto con i beni terreni che possediamo e con i beni che ci sono stati dati e affidati. Quale relazione deve esserci? È chiaro che è saggio amministratore quello che non pone in primo piano i beni terreni ma quelli affidati a lui dal suo Signore, cioè quelli spirituali e i fratelli.

Il tutto è visto alla luce del momento critico, che non è la morte ma la subitanea venuta del Signore. Bisogna relazionare tutto a questo momento critico in rapporto al quale il Signore comanda di vendere i nostri possedimenti e di amministrare con sapienza i beni che ci sono stati affidati.

Resta aperta una domanda: in che cosa consiste questa vendita? Essa è un atto reale storico che spaventa soprattutto se poniamo nei beni una nostra sicurezza e un mezzo utile anche per l’evangelizzazione.

La risposta a questo dilemma sta nella nostra conversione, che consiste nello stare dentro all’inquietudine del dilemma e lasciarci giudicare dalla Parola di Dio. Qui sta la conversione. La luce dell’azione scaturisce dalla tensione creatasi tra la Parola di Dio e la nostra coscienza e anche dello spostamento della nostra cura per i beni più preziosi che nella prassi della Chiesa è chiamata la salute delle anime.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Accolga il Padre la nostra preghiera e ci renda capaci nel suo Spirito di pregare come si conviene.

Padre misericordioso, esaudisci le preghiere dei tuoi figli.

  • Signore, che ci hai liberato dal nostro avversario e ci hai condotto dalle tenebre alla luce della tua conoscenza, libera ogni uomo dal peccato e donagli la pace del tuo amore, noi ti preghiamo.
  • Dona a tutti di cantare gli inni santi della nostra redenzione e di celebrare presto la pasqua nel tuo regno, noi ti preghiamo.
  • Concedi a coloro che hai scelto come amministratori dei tuoi beni, di essere saggi e pieni di attenzione e premura per i fratelli, che hai loro affidato, noi ti preghiamo.
  • Rendi gioiosa la nostra attesa del tuo Cristo e Signore nostro con canti inni e lodi spirituali in modo che l’abbondanza della tua Parola ci faccia pregustare la pace della tua casa, noi ti preghiamo.
  1. Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell’attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.