DOMENICA XVIII – C

Un soffio leggero di morte,

gelido silenzio del nulla,

il tutto di polvere ricopre,

consegnandolo alla terra.

Hai faticato, hai pensato

come accumulare beni,

ma ecco viene la morte

ed ogni presa si allenta.

Mani e occhi famelici,

sciacalli avidi di preda,

su quanto era a te caro

si buttano impietosi.

Misero sei davanti a Dio,

privo di luce pura e lieta:

non t’illuminò l’Evangelo,

pegno di vera ricchezza!

Non ti accolgono i poveri,

da te allontanati con odio;

insieme al ricco sei sepolto,

sotto gelida e greve pietra.

PRIMA LETTURA                                          Qo 1,2;2,21-23

Dal libro del Qoèlet

1,2 Vanità delle vanità, dice Qoèlet,

vanità delle vanità: tutto è vanità.

Vanità delle vanità, espressione che sottolinea il nulla dell’essere e dell’agire, la sua inconsistenza tanto che a mala pena si percepisce, come a fatica si percepisce il soffio della bocca quando si condensa a contatto con l’aria fredda. Egli ripete due volte l’espressione per sottolineare l’assoluta verità e conclude: il tutto è vanità. Non vi è nulla, sia nell’uomo che nella creazione, che possa sottrarsi a questa definizione.

La vanità, come la realtà paragonata al soffio, sottolinea pertanto due aspetti delle creature. Il primo è nell’ordine della creazione. Benché l’uomo sia creato a immagine e somiglianza di Dio, tuttavia proprio per questo egli è simile a ombra nel rapporto con l’essenza divina. Il secondo aspetto è nell’ordine della storia. Infatti tutta la creazione è stata sottomessa alla vanità, non per suo volere ma per volere di chi l’ha sottomessa, e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (Rm 8, 20-21).

La sapienza del saggio, in rapporto alla creazione e all’uomo e a quanto questi compie, constata che nulla dura per sempre; se se stesso e le sue opere sono inesorabilmente polverizzate nello spazio e nel tempo senza che di qualcuna di esse l’uomo possa dire: Ecco questa dura per sempre.

2,21 Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male.

Il Qohelet, infatti, ha visto che si dà il caso di un uomo che fatica con sapienza, sapendo bene il suo lavoro, con scienza, conoscendo esattamente quello che fa, e ottiene successo dalla sua fatica, ora costui dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Questo passaggio determinato dall’intreccio inesplicabile dei rapporti umani e che è al di fuori di ogni ragione umana basata sulla giustizia, rivela la vanità e il male abbondante che penetra tutto e genera quella tristezza che porta all’odio della vita e in base alla quale il Qohelet decide di togliere al suo cuore ogni speranza. Nemmeno lui infatti, con tutta la sua sapienza può sottrarsi a questa legge inesorabile della vanità, che è la legge stessa della morte, ed è perciò chiamata un grande male (lett.: una grande sventura).

Sulla base di questo sta l’esperienza della vita: più uno ha vita davanti a sé e meno ha esperienza più pensa di realizzare nella sua vita quello che desidera. Questi è soprattutto il giovane.

Più vita vissuta uno ha e meno possibilità più l’uomo sente il peso della vanità e dell’inutile scorrere del tempo e quindi si lamenta. Questi è soprattutto l’anziano.

Da qui il conflitto generazionale.

22 Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole?

Per allontanare il suo cuore da ogni illusione, dopo aver constatato il caso di chi è privato della sua parte, il saggio si pone questa domanda la cui risposta è certa. L’uomo nel suo cuore non smette di desiderare e volere, sottoponendosi a ogni fatica sotto un sole immutabile nel suo sorgere e tramontare.

Ma alla fine quale profitto c’è? Nessuno; quindi l’aspirazione (tradotto con preoccupazioni) del suo cuore è priva di consistenza per cui è inutile sperare che la propria fatica possa durare per sempre.

È bene quindi stare entro questo limite e agire con sapienza entro questi confini dell’esistenza.

23 Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!

Se infatti uno considera la sua fatica vede che tutti i suoi giorni sono dolori e il suo impegnarsi è solo un insieme di fastidi penosi. Come infatti quando abbonda la sapienza abbonda la sofferenza e più si conosce più si è nel dolore (cfr. 1,18) così più i giorni passano nella fatica più crescono sofferenza e dolore secondo la sentenza divina: Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita (Gn 3,17). L’applicazione della sapienza e della scienza al lavoro non diminuisce la sofferenza dell’uomo, ma l’aumenta.

In questa situazione anche il suo cuore, che aspira a possedere di più, non si riposa neppure di notte. Questa fatica diurna e la conseguente agitazione interiore notturna sono davvero vanità.«Tre motivi lo portano ad allontanarsi dalla speranza: il futuro incerto della sua fatica, la mancanza di senso ai suoi sforzi nel presente e la mancanza di tranquillità interiore per l’uomo che si affatica» (Zer-Cavod).

L’azione esterna si riflette nell’intimo e qui genera dolori e preoccupazioni penose. Il cuore, come simbolo della sua interiorità, non ha mai pace: è assalito sia dalle ansie che dalle angosce e attanagliato dai progetti per il futuro.

La vanità non è quindi solo una realtà che permea la creazione nelle sue dimensioni di tempo e di spazio ma entra, come fitta nebbia, anche nell’intimo dell’uomo e gli genera uno stato interiore di angoscia, di febbrile attività, di paura per cui l’uomo è sempre alla ricerca di ciò che gli dà sicurezza e pace.

SALMO RESPONSORIALE                              Sal 89 (90)

R/.       Signore, sei stato per noi un rifugio

di generazione in generazione.

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,

quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».

Mille anni, ai tuoi occhi,

sono come il giorno di ieri che è passato,

come un turno di veglia nella notte.                  R/.

Tu li sommergi:

sono come un sogno al mattino,

come l’erba che germoglia;

al mattino fiorisce e germoglia,

alla sera è falciata e secca.                  R/.

Insegnaci a contare i nostri giorni

e acquisteremo un cuore saggio.

Ritorna, Signore: fino a quando?

Abbi pietà dei tuoi servi!                       R/.

Saziaci al mattino con il tuo amore:

esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.

Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:

rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,

l’opera delle nostre mani rendi salda.                R/.

SECONDA LETTURA                                    Col 3,1-5.9-11

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi

Fratelli, 1 se (+ dunque) siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; 2 rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.

L’apostolo trae ora le conseguenze della nostra partecipazione al mistero di Cristo nel battesimo. Nel battesimo noi abbiamo vissuto la nostra pasqua nella sua pasqua. Siamo quindi morti e risorti in relazione agli elementi cosmici. In virtù del fatto che siamo conrisorti con Cristo vi è in noi una spinta verso l’alto, verso le cose di lassù. Esse diventano oggetto della nostra ricerca e del nostro pensiero.

Le cose di lassù non sono quelle proposte dalla filosofia, ad esempio quella platonica, esse sono invece lo spazio spirituale dove è Cristo seduto alla destra di Dio. Esse sono il regno di Dio e la sua giustizia (Mt 6,33).

Ora lo spazio spirituale del Cristo glorioso alla destra di Dio è già in noi. Nella nostra ricerca e nei nostri pensieri noi possiamo già pregustare le realtà di lassù. Noi, benché ancora nella tribolazione dell’attuale esistenza, possiamo sentire il sapore delle realtà di lassù e tenere il nostro spirito libero dalle contaminazioni delle realtà terrene. In queste infatti il sottile gioco delle passioni, che cercano di sublimarsi nella razionalità degli elementi cosmici, porta all’illusione di uscire dall’orizzonte terreno e d’immergersi nell’Assoluto. In realtà non è altro che la momentanea sospensione del gioco straziante dei nostri pensieri passionali nell’oblio del momento attuale nell’illusoria ricerca dell’Assoluto. Per noi cercare e pensare il Signore assiso alla destra di Dio è amarlo pur senza averlo visto e credere gioendo di una gioia indicibile e gloriosa (cfr. 1Pt 1,8).

In questo modo i credenti vivono sulla terra. Essi non si spogliano delle realtà terrene, ma vivono in esse obbedendo totalmente al loro Signore, che già è nei cieli e li attende per farli sedere nel suo stesso trono (cfr. Ap 3,21: Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono).

3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!

La parola apostolica ci rivela che in virtù del battesimo noi siamo morti. È avvenuta in noi una rottura con la vita precedente, che è la morte stessa. In rapporto al comune sentire degli uomini in noi è avvenuta una recisione, che c’impedisce ogni rapporto sia con gli idoli che con le forme ascetiche disciplinate dagli elementi cosmici. Una simile recisione, che aveva il suo simbolo nella circoncisione, fa in modo che le passioni non abbiano più un terreno favorevole nella nostra ricerca e nel nostro pensiero, ma esse si agitano in vuote parvenze prive di vita, che cercano ancora di esercitare il loro fascino sui credenti.

Noi siamo morti. «È stato sepolto il nostro primo uomo: non è stato sepolto nella terra, ma nell’acqua; non lo fece perire la morte, ma lo seppellì Colui che aveva fatto perire la morte» (Crisostomo, Biblia, o.c., p. 109).

Noi siamo morti a questo secolo e la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Per trovare la nostra vita vera dobbiamo relazionarci a Cristo ed è solo in Lui che noi la recepiamo nascosta in Dio.

La nostra vita non appare quindi esternamente e non si manifesta visibilmente se non in quelle virtù che l’apostolo elenca in seguito.

Noi viviamo quindi nascosti alle potenze spirituali e agli uomini con Cristo in Dio. Egli ci attira a sé con vincoli ineffabili d’amore, che non dobbiamo turbare con il rumore sia interiore che esterno dei movimenti passionali e delle fantasie.

Morire per vivere, questo è quanto accade in un battezzato.

4 Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

Non per sempre si rimane nascosti ma fino al giorno della manifestazione del Cristo. Questi infatti è destinato dal Padre a rendersi manifesto.

Con un inciso l’apostolo chiama il Cristo la vostra vita. Egli non è solo colui che ci fa vivere ma è il nostro stesso vivere, come insegna altrove: Per me vivere è Cristo e morire un guadagno (Fil 1,21). Il Cristo si colloca in noi come la nostra stessa vita, il principio che ci fa vivere e che determina la nostra esistenza secondo il suo mistero, quello della sua pasqua.

Pertanto ora in forza del suo mistero, noi siamo nascosti, allora nel suo manifestarsi noi saremo manifestati con lui nella gloria (cfr. 1Gv 3,2).

Perciò ora nel nostro corpo portiamo l’impronta della sua passione e morte, allora porteremo quella della sua gloria.

Ora «la perla è nascosta perché è nella conchiglia»[1] allora risplenderà dello stesso splendore dell’unica perla preziosa, il Regno dei cieli (cfr. Mt 13,46).

Questo compie il battesimo in noi. Noi sempre più siamo assimilati al Cristo nei suoi misteri. Perciò, come subito dice, non dobbiamo rivolgerci a ciò che è già morto in Lui ma tendere a essere sempre più con Lui nella vita.

Ora viviamo nella tensione tra la nostra vita nascosta in Cristo e il mondo che tende non all’essere ma all’apparire, allora ci sarà solo il Cristo nella gloria con i suoi eletti. Quello che è nascosto sta per manifestarsi.

5 Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra (lett.: le membra che sono sulla terra): impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria.

Fate morire, c’è una vita nel nostro corpo terreno, nell’Adamo terrestre, che deve morire. Signore avvolgimi nella tua Parola e in essa dà morte alle membra che sono sulla terra. Essa sola può uccidere in me l’uomo vecchio e le sue membra e far rivivere l’uomo nuovo: essa fa vivere in me Te, o Signore, nuovo Adamo, di cui tu mi fai tuo membro.

Dunque in rapporto a quanto ha detto precedentemente: Siete risorti con Cristo … siete morti (3,1.3)

Ciò che appartiene alla terra (lett.: Le membra che sono sulla terra), quelle del vecchio uomo con le sue opere (v. 9).

Lo stesso, Paolo afferma nella lettera ai Romani al cap. 6. Dopo aver parlato della nostra morte e risurrezione con Cristo nel battesimo, dice: né offrite le vostre membra come armi dell’ingiustizia (6,13) e qui dice: fate morire.

Segue l’elenco delle nostre membra sulla terra.

Impurità (oppure: fornicazione). Infatti il corpo non è per la fornicazione ma per il Signore (1Cor 6,13). In Gal 5,19 è detto: le opere della carne che sono, fornicazione. Alle membra sulla terra corrispondono le opere della carne.

Immoralità (oppure: impurità), quella a cui furono consegnati coloro che trasformarono la gloria dell’incorruttibile Dio in similitudine d’immagine di corruttibile uomo, di uccelli, di quadrupedi, e di rettili (Rm 1,23-24) per cui prima del battesimo le nostre membra erano a servizio come schiave dell’impurità (Rm 6,19). Anche questa è opera della carne (Gal 5,19). L’impurità si contrappone alla santificazione.

Molto bello è 1Ts 4,1-8 in cui c’è lo stesso tema di questa parte di Colossesi: 1. camminare e piacere a Dio come fa Paolo; in Col 3,7 è detto: nelle quali anche voi camminavate un tempo.

La volontà di Dio è la santificazione nostra che è trattenersi dalla fornicazione. Santificazione e fornicazione si contrappongono in modo diretto perché l’una e l’altra toccano il corpo: se nel nostro corpo c’è la fornicazione allora tutto passa attraverso di essa e diventa amarezza, se c’è la santificazione, la presenza santificante dello Spirito, allora vi sono la gioia e i doni di cui parla in seguito nella lettera ai Colossesi.

Passioni. Sono le passioni vergognose che con il loro desiderio rendono schiavi di azioni dissolute le genti che non conoscono Dio (1Ts 4,5). A passioni disonorevoli Dio ha consegnato coloro che non lo riconoscono ma si sono dati all’idolatria (Rm 1,24).

Desideri cattivi (oppure: concupiscenza cattiva). Essa è racchiusa nell’ambito della carne (cfr. Gal 5,16) ed è l’istinto che spinge al male e che può essere dominato solo dall’essere crocifissi con Cristo, come è scritto: Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le passioni e le concupiscenze (Gal 5,24).

Infine l’apostolo nomina la cupidigia (o avarizia), cioè l’insaziabile brama dei beni. È questo un grave pericolo espresso a noi dallo stesso Signore: «Guardatevi da ogni forma di avarizia» (Lc 12,15). L’avarizia infatti sfocia nel peccato più grave, che è l’idolatria. Dall’idolatria deriva ogni perversione sessuale. Infatti il possesso delle ricchezze dà l’illusione di soddisfare i propri desideri. Per questo gli uomini si rendono schiavi del lavoro e delle altre fatiche per aver sempre più beni con cui soddisfare i propri desideri. L’idolo seduce sia nel farti desiderare le ricchezze sia nel loro uso.

[ 6 a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che disobbediscono.

I vizi sopra nominati sono la porta da cui entra l’ira di Dio per colpire coloro che disobbediscono [lett.: i figli della disobbedienza]. I codici più autorevoli tralasciano l’espressione i figli della disobbedienza, che sembra derivata da Ef 5,6. Essa circoscrive l’ira divina ai disobbedienti alla legge del Signore. Mentre la frase l’ira di Dio viene senza determinazione acquista un carattere escatologico. L’ira del giusto giudizio di Dio viene attraverso i vizi degli uomini come fuoco che incendia e distrugge. Solo quello che è nobile e prezioso rimane (cfr. 1Cor 3,11-13).

7 Anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi.

Lett.: In essi anche voi un tempo camminavate, quando vivevate in essi.

In simili vizi anche i credenti, cui l’apostolo si rivolge, camminavano quando come gentili vivevano in essi.

«in essi, non «in questi vizi» ma «in quelle membra». Paolo sembra parlare di una realtà duplice di due tempi: quella che si è realizzata nel mistero e che deve realizzarsi nel quotidiano sia in modo negativo (morire) e positivo (rinnovarsi). Il dono è fatto, ma si realizza progressivamente in questo crescere quotidiano in Dio. Siamo già nel Cristo però dobbiamo rivestirci di Lui: una specie di creazione continua, Dio crea continuamente l’uomo nuovo» (d. U. Neri, appunti di omelia, s. Antonio, 8.2.1972).

Egli ricorda ai discepoli la precedente loro vita perché non si sentano più attratti ad essa dall’esempio di coloro che ancora vivono in questi vizi. L’annuncio apostolico ha infatti loro rivelato come sotto l’apparenza del piacere si nasconda il fuoco dell’ira divina che già brucia l’esistenza dei figli della disobbedienza.

Per questo con coraggio essi devono dimenticare la loro vita passata e lottare contro quanto prima amavano e condividevano con gli altri pagani.

L’esperienza battesimale è sempre viva in noi e l’energia che ne promana è sempre operante per distruggere in noi ogni forma di vizio e portarci alla virtù opposta.

8 Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni dalla vostra bocca.

Il verbo deporre (tradotto con gettare via) richiama a noi il battesimo. In esso è avvenuta la spogliazione del corpo della carne perché il battesimo è la circoncisione di Cristo (2,11).

«Ci sono diverse immagini: il corpo della carne che ha le membra, il vecchio uomo che ha le opere; la fornicazione ecc. fanno parte intima dell’uomo: è una cosa molto forte, sono sue membra. Ora noi non siamo più nelle membra del peccato da commettere il peccato» (d. U. Neri, appunti di omelia, s. Antonio, 8.2.1972).

Dal momento che non apparteniamo più a questo mondo perché il battesimo ha operato una separazione nell’essere e nell’esistere, ogni giorno noi dobbiamo deporre tutto quello che fa parte dell’uomo vecchio, cioè della nostra vita precedente il battesimo. Sono queste le opere delle tenebre contrapposte alle armi della luce (Rm 13,12); è la condotta precedente, quella dell’uomo vecchio che si corrompe in rapporto alle passioni ingannatrici (Ef 4,22).

L’apostolo presenta ora un nuovo elenco di vizi che rovinano il rapporto con il prossimo.

Al primo posto sta l’ira. Essa è un fuoco che immediatamente si accende nell’animo quando i rapporti con il prossimo si alterano. Spegnere un simile fuoco in modo che non accenda tutta la nostra esistenza (cfr. Gc 3,6) è proprio dell’acqua battesimale. È trasformare in noi i pensieri di giudizio e di condanna del prossimo in perdono e preghiera per tutti.

Alla collera è associato l’animosità (o sdegno). Esso è il fuoco dell’ira che divampa e crepitando porta alla cattiveria. Questa consiste nel far il male e in noi è il lievito vecchio che c’impedisce di fare la festa di pasqua con azzimi di sincerità e di verità (cfr. 1Cor 5,8). Essa deve scomparire dai nostri pensieri perché questi possano diventare perfetti (cfr. 1Cor 14,20).

Gli insulti «indicano l’imprecazione con la quale coscientemente si dice il falso» (E. Lohse, o.c., p. 259).

Infine il turpiloquio (o discorsi osceni) è l’oltraggio accompagnato da espressioni irrepetibili e vergognose.

Il battesimo è pertanto l’energia che, se accolta in noi, fa scomparire una simile forza di morte. Noi dobbiamo credere a questa energia battesimale, che ha il suo principio nello Spirito Santo, per distruggere ogni forma di vizio che ancora recepiamo in noi stessi.

Questo lo si deve fare ora, istante per istante, senza rimandarlo a un domani. Il taglio è netto e non si può guardare indietro.]

9 Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni

Chi è privo della rigenerazione vive nella menzogna ed è perciò menzognero tutto il suo linguaggio. Chi invece è rigenerato come figlio di Dio è nella verità. Per questo l’apostolo proibisce la menzogna tra di noi. Se davvero abbiamo conosciuto Cristo non possiamo più mentirci a vicenda perché nessuna menzogna viene dalla verità (1Gv 2,21). La menzogna infatti appartiene al menzognero e padre della menzogna (Gv 8,44).

Essa è scomparsa da noi quando nel battesimo ci siamo svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni. Per mentire bisogna riprendere i vecchi abiti, il modo di vivere conforme alla condotta di prima. In un certo senso questi vecchi abiti se ne stanno lì vicino a noi e ci vogliono sedurre invitandoci a rivestirli anche solo per un poco. Passata la novità della vita in Cristo, siamo sottoposti alla seduzione di tornare alla vita precedente anche se in grado minore.

La spogliazione riguarda l’intero uomo vecchio, che è stato crocifisso con Cristo (cfr. Rm 6,6) e quindi nella croce del Signore hanno trovato la morte le azioni caratterizzate dai vizi elencati in precedenza. Se il battesimo ha compiuto un’azione così violenta da essere definita morte, ci vuole un’altrettanta azione violenta da parte nostra per riappropriarci di ciò di cui ci siamo spogliati.

Qui sta la forza del cristiano. Essendo egli entrato nel dominio di Cristo se si lascia agire dallo Spirito Santo, il cristiano è sottratto al modo di vivere proprio di chi non conosce o non vuole conoscere Dio. Essere liberati dal dominio del peccato significa che non solo l’esterno ma anche l’intimo nostro è sottratto dalla forza seduttrice di esso.

Per questo il battesimo – dicono i nostri padri – opera in noi efficacemente nella conversione e nelle lacrime, che sgorgano dalla sorgente battesimale, che in noi zampilla fino alla vita eterna.

Dice s. Massimo il Confessore: «Fin quando infatti la nostra mente è turbata dal peccato, noi non possiamo trovar perdono: poiché non ancora abbiamo raccolto degni frutti di penitenza. E il frutto della penitenza è tranquillità dell’anima; e la tranquillità è cancellazione del peccato. E non ancora noi abbiamo una perfetta tranquillità, ora essendo turbati dalle passioni, ora sgombri di esse. Pertanto non abbiamo perfettamente conseguito la remissione dei peccati»(Discorso ascetico, 44).

10 e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato.

È proprio dell’uomo nuovo, il vero Adamo, rinnovarsi per la conoscenza. La nostra conoscenza è iscritta dentro colui che ha creato l’uomo nuovo. Rivestiti di Cristo, l’uomo nuovo, noi ora partecipiamo secondo l’uomo esteriore al processo generale di corruzione, ma secondo l’uomo interiore ci rinnoviamo di giorno in giorno (cfr. 2Cor 4,16).

Nell’intimo pertanto ci rinnoviamo nella conoscenza. Questa è il timone della nostra esistenza. Se infatti scegliamo di conoscere secondo l’uomo esteriore, noi ci corrompiamo nella conoscenza e siamo irretiti dalle passioni (cfr. Ef 4,17s); se invece accogliamo in noi l’uomo creato secondo l’immagine di Dio, noi sfuggiamo nell’intimo alla corruzione della morte e recepiamo in noi il principio della vita, che è un incessante rinnovarsi. Quell’immagine, che la colpa aveva invecchiato, ora si rinnova (cfr. Erveo, Biblia, o.c., p. 121).

Tutto questo avviene in rapporto a quello che scegliamo di conoscere dirigendo verso di esso la nostra esistenza. La redenzione quindi inizia con il darci la possibilità di scegliere e di operare liberamente questa scelta. Nell’energia della libertà consiste la grazia, che nel nostro determinarci per il bene diventa operante. La grazia divina c’iscrive dentro l’immagine di colui che ci ha creato ed imprime alla nostra vita spirituale uno stupendo dinamismo di somiglianza sempre più perfetta con il Cristo al punto da sentire leggero il momentaneo peso della nostra tribolazione perché noi non guardiamo alle cose che si vedono ma a quelle che non si vedono (2Cor 4,17.18).

Più noi ci conformiamo a Cristo, lo sguardo sempre più si fa interiore e contempla le realtà eterne perché siamo rinnovati nella stessa immagine, di gloria in gloria, come dallo Spirito del Signore (2Cor 3,18).

Aimone osserva: «Si rinnova. Ci sono due rinnovamenti: uno subitaneo, che avviene nel battesimo; l’altro che avviene ogni giorno, quando, impegnandosi nella lettura delle sacre Scritture, uno si sforza di comprendere di Dio ciò che prima ignorava; da lui ogni giorno la mente è rinnovata. Ci può essere anche un terzo rinnovamento: dopo il peccato, mediante la penitenza» (Biblia, o.c., p. 121).

11 Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.

Il dinamismo, che il battesimo imprime alla nostra esistenza e che consiste nel conformarci sempre più a Cristo (qui), porta a eliminare le differenze di ogni genere sia quelle stabilite dalla Legge (Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione) sia quelle nate in seno alle Genti (barbaro o Scita, schiavo o libero).

Cristo è il principio che unifica tutto non eliminando la distinzione ma togliendo la divisione.

Cristo infatti è tutto in tutti. Relazionando a sé greco e giudeo, barbaro e scita, schiavo e libero, Gesù toglie alle differenze la loro incomunicabilità. Egli, che è il capo, è presente in ciascun membro per mettere in rapporto tutti a sé e tra di noi superando ogni divisione (cfr. Gal 3,28: Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù). Il battesimo ci ha immersi nell’unico corpo (cfr. 1Cor 12,13: E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito).

Più Gesù ci riempie di sé, divenendo tutto in tutti, più noi recepiamo l’essere in Lui come primario rispetto alle nostre peculiarità. Chi è greco non si recepisce diverso dal giudeo perché entrambi siamo discendenza di Abramo, giustificati mediante la fede (cfr. Gal 3,29: E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa). Chi è circonciso non si sente diverso da chi ha il prepuzio perché Abramo credette prima di essere circonciso (cfr. Rm 4,10 Come dunque gli fu accreditata? (S’intende: la giustizia) Quando era circonciso o quando non lo era? Non certo dopo la circoncisione, ma prima); Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura (Gal 6,15) Chi è chiamato barbaro o scita non odia chi è greco perché diverso, ma vede in lui un fratello. Allo stesso modo chi è schiavo non odia chi è libero sapendo che tutti siamo schiavi di Cristo e resi in Lui liberi (cfr. 1Cor 7,22: Lo schiavo che è stato chiamato nel Signore, è un liberto affrancato del Signore! Similmente chi è stato chiamato da libero, è schiavo di Cristo).

Chi è discepolo di Gesù vive questa comunione con tutti spinto dall’amore di Cristo per tutti.

CANTO AL VANGELO                                         Mt 5,3

R/.       Alleluia, alleluia.

Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Lc 12,13-21

 Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, 13 uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità».

«Il minore di due fratelli si lagna che il più vecchio gli rifiuti la sua parte d’eredità» (Jeremias). Chiamandolo Maestro riconosce in Lui un insegnamento fatto con autorità; Gesù non rifiuta di dargli questo insegnamento.

14 Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».

O uomo, chiamandolo con questo appellativo Gesù gli ricorda qual è la nostra condizione e anche il rapporto con Lui. Egli non deve rispondere alle necessità transeunti dell’uomo esercitando l’ufficio di giudice o di mediatore perché il giudizio e la mediazione da Lui compiuti si relazionano alla situazione spirituale nostra e quindi sono in rapporto alla nostra redenzione.

Il Signore, nel momento in cui non accetta di essere arbitro in un’eredità terrena legata alle antiche promesse, rivela l’altra eredità, quella spirituale, in quella terra che solo i miti ereditano (cfr. Mt 5,5). La vera eredità è nella mitezza che è frutto dello Spirito (cfr. Gal 5,22) e non nell’avarizia per la quale non si eredita il regno di Cristo e di Dio (cfr. Ef 5,5).

15 E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

L’avarizia o cupidigia per la quale l’uomo si arricchisce e custodisce i beni terreni non è la misura della vita. La vita è un dono di Dio che, per essere custodita, non è legata ai beni materiali.

I beni sono in relazione alla vita ma non stanno alla radice di essa. Nell’atto iniziale dell’esistenza si colloca Dio autore della vita stessa: è a Lui che bisogna indirizzare la nostra vita. Ogni ragionamento che esula da Dio nel pensare al futuro della nostra esistenza risulta stolto, come insegna la parabola che segue.

16 Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17 Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti?

Sir 11,18s può essere il testo che fa da sfondo alla parabola: C’è chi è ricco a forza di attenzione e di risparmio; ed ecco la parte della sua ricompensa: mentre dice: «Ho trovato riposo; ora mi godrò i miei beni», non sa quanto tempo ancora trascorrerà; lascerà tutto ad altri e morirà. Questo ricco proprietario di fronte all’abbondante raccolta della sua terra ragiona con se stesso e con la sua anima e non con Dio. Egli parte da una constatazione: Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? (17).

Interroga la sua cupidigia, mentre il luogo dove riporre i raccolti sono «il seno dei poveri, le case delle vedove, le bocche degli orfani e dei fanciulli» (Ambrogio).

18 Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.

La cupidigia lo fa giungere a questa conclusione: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Nota il possessivo miei che esclude la signoria di Dio, infatti lo stolto pensa: Non c’è Dio (Sal 14,1).

19 Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divèrtiti!”.

Infine l’avaro si rivolge all’anima sua come al suo bene supremo e le dice: Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni, riposati, mangia, bevi e divertiti. «La vita (ossia l’anima) è presentata in questo contesto secondo le categorie del giudaismo come proprietà di Dio, che è stata affidata all’uomo per un determinato periodo di tempo e di cui un giorno deve rendere conto a Dio che la chiede di ritorno» (Rengstorf). Nota come l’espressione riposati, mangia, bevi e divertiti abbiano un carattere escatologico: il Cristo dà il vero riposo (cfr. Mt 11,29: troverete ristoro … ), nutre con il suo Corpo e il suo Sangue e comunica la vera gioia.

20 Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”.

Questo proprietario ha creduto di trovare tutto questo nei suoi beni per cui dall’oracolo divino gli è detto: Stolto, perché non ha capito la legge fondamentale della vita, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua anima (trad.: vita) con la quale parlavi come se fosse in tuo potere disporne e perdendola perderai pure i tuoi beni: E quello che hai preparato di chi sarà? Questa domanda doveva porsela prima come fa il Qohelet che a lungo s’interroga sulla vana fatica di accumulare beni (5,6 – 6,7).

Il Signore conclude la parabola con la seguente sentenza:

21 Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

L’accumulare beni per se stessi e quindi non distribuire i propri beni ai poveri (v. 33), si contrappone all’arricchire davanti a Dio. Il possesso anche se minimo è sempre un coagulo che impedisce la libertà dello spirito. Questa conclusione sta in esatto parallelo con la conclusione della parte che segue, in cui Gesù dà delle norme ai discepoli sul come comportarsi riguardo ai due beni preziosi che tutti possediamo: l’anima e il corpo.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Il Signore benedica i suoi figli raccolti in santa assemblea e ne ascolti le suppliche.

Ascolta, o Padre, la voce dei tuoi figli.

  • Guarda con bontà, o Signore la tua Chiesa, sulla quale è invocato il tuo Nome, e donale forza perché diffonda la parola evangelica in tutte le nazioni, noi ti preghiamo.
  • Signore, volgi a noi lo sguardo e concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua parola. Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù, noi ti preghiamo (cfr. At 4,29-30).
  • Il tuo Evangelo apra il cuore di ogni credente perché impari a condividere e a spezzare il pane con i più poveri, noi ti preghiamo.
  • Tu che spezzi i disegni dei potenti e dei ricchi, dona a tutti un cuore capace di riflettere sulla vanità del tempo presente e di arricchirsi solo davanti a te, fonte di ogni bene, noi ti preghiamo.
  • Signore della vita, vinci le resistenze degli uomini del nulla che seminano odio e morte, converti i loro cuori con la tua misericordia e donaci di vivere i nostri giorni nella pace, noi ti preghiamo

O Dio, principio e fine di tutte le cose, che in Cristo tuo Figlio ci hai chiamati a possedere il regno, fa’ che operando con le nostre forze a sottomettere la terra non ci lasciamo dominare dalla cupidigia e dall’egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a te.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

[1] Crisostomo, Biblia, o.c., p. 109