DOMENICA XVII – C

Ridente dall’alto è Sodoma,

terribile è il grido che da lei sale,

grida di oppressi e di peccato.

Nessuno in lei teme Dio?

Nessun giusto vi è gradito?

Cinquanta, quarantacinque, dieci.

«Abramo, poiché tu mi chiedi,

non solo per cinquanta giusti,

ma anche per dieci tutti salvo».

«Signore, sono polvere e cenere

davanti a te, mio Dio, un nulla,

annientato dalla tua gloria!».

Giunge la nostra preghiera

dall’ombra dell’essere,

insistente, al trono di Dio.

Per strade oscure avanza,

grida su sentieri di lacrime,

e fluisce nel silenzio di Dio.

Carne nostra tu sei, Dio,

fatta di lacrime e grida,

cotta d’amore sulla croce.

PRIMA LETTURA                                            Gn 18,20-32

Dal libro della Gènesi

In quei giorni, 20 disse il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. 21 Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!».

È il grido dell’oppressione. Cfr. Is 5,7: Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi. È il grido dei figli d’Israele oppressi dagli egiziani (cfr. Es 3,9;22,22s). è il grido dei poveri (Gc 5,4).

«Sul grido di Sodoma la tradizione rabbinica individua il grido dei poveri ma mi pare che sia il grido del peccato» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 12.2.1973).

Prima di discendere a Sodoma, Dio scende presso Abramo per rivelargli il suo disegno. Infatti il Signore attende l’intercessione di Abramo.

Allo stesso modo Egli rivela il suo disegno alla Chiesa in modo che questa interceda per la salvezza delle nazioni. Le genti cercano d’interpretare i tempi, alla Chiesa è dato il dono della profezia per leggere «i segni dei tempi». È scritto in Is 9,11-12: Quanto sono stolti i principi di Tanis! I più saggi consiglieri del faraone sono uno stupido consiglio. Come osate dire al faraone: «Sono figlio di saggi, figlio di re antichi»? Dove sono, dunque, i tuoi saggi? Ti rivelino e manifestino quanto ha deciso il Signore degli eserciti a proposito dell’Egitto. Alla Chiesa, che si pone in ascolto, Dio rivela i suoi disegni, come è scritto in Gr 23, 18.22: Ma chi ha assistito al consiglio del Signore, chi l’ha visto e ha udito la sua parola? Chi ha ascoltato la sua parola e vi ha obbedito? … Se hanno assistito al mio consiglio, facciano udire le mie parole al mio popolo e li distolgano dalla loro condotta perversa e dalla malvagità delle loro azioni.

22 Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore.

Dal Signore, per suo ordine, si allontanano i due angeli del servizio, chiamati dalla Scrittura uomini perché in essi vi è l’immagine anticipata del Figlio fattosi uomo.

Per i Padri, essendo apparse le tre divine Persone ad Abramo, sono il Figlio e lo Spirito Santo a scendere a Sodoma. È questo un anticipo della missione del Figlio e dello Spirito Santo in seno all’umanità simboleggiata in Sodoma.

23 Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? 24 Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? 25 Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?».

Abramo intercede perché è amico di Dio. La nostra amicizia con Gesù, come rivelazione del segreto del Padre, è la forza della nostra preghiera d’intercessione. Cfr. Gv 15,15: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi».

Abramo pensa ancora che vi sia un resto in Sodoma rappresentato da cinquanta giusti, che osservano la legge del Signore scritta nel loro cuore. Ad essi il Signore deve guardare perché essi non periscano insieme agli empi subendo la loro stessa sorte. Il testo non si pone ancora il problema, affrontato in Giobbe della sorte dell’empio riservata al giusto e viceversa. Tutto si concentra in un punto di leva, che è l’intercessione di colui che Dio dichiara giusto in virtù della fede, cioè Abramo.

26 Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo».

«Comunione tra la grazia fecondante data ad Abramo e Sara e il giudizio su Sodoma; il giudizio di Dio consiste in due aspetti: uno salvifico e l’altro di condanna» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 12.2.1973).

27 Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: 28 forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque».

Cenere, come Sodoma. Abrahamo giunge a toccare il suo nulla e questo diventa il punto di appoggio per diventare ardito e audace. L’umiltà è rivelazione della nostra nullità nel momento in cui ci lanciamo verso Dio.

29 Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». 30 Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». 31 Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». 32 Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».

«Sulla preghiera di Abramo: «Deh non si adiri» indica che Abramo sente che non ha il diritto di pregare: sarebbe blasfemo pregare se non ci fosse la misericordia. Abramo prega di poter pregare e sente di esporsi: la preghiera è di per sé un rischio; è un mettersi sulla breccia (Sal 106): è un esporsi al pericolo» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 12.2.1973).

Abramo si ferma ai dieci, non va oltre «il racconto rispetta appieno il carattere di unicità e straordinarietà assoluta che compete al messaggio dell’Uno che opera per molti salvezza ed espiazione (Is 53,5.10); si trattava infatti, di qualcosa che gli uomini non potevano attendersi né dedurre logicamente» (v Rad).

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 137

R/.       Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:

hai ascoltato le parole della mia bocca.

Non agli dèi, ma a te voglio cantare,

mi prostro verso il tuo tempio santo.                 R/.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:

hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.

Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,

hai accresciuto in me la forza.  R/.

Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;

il superbo invece lo riconosce da lontano.

Se cammino in mezzo al pericolo, tu mi ridoni vita;

contro la collera dei miei avversari stendi la tua mano.  R/.

La tua destra mi salva.

Il Signore farà tutto per me.

Signore, il tuo amore è per sempre:

non abbandonare l’opera delle tue mani.           R/.

SECONDA LETTURA                                      Col 2,12-14

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi

Fratelli, 12 con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.

Due sono le operazioni del Battesimo: essere stati consepolti con Cristo ed essere risorti con Lui. Vi è una morte e una vita.

In che modo si esprime la risurrezione in noi? Mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. Credendo nella potenza di Dio che si è soprattutto manifestata risuscitando Cristo dai morti anche noi siamo strappati dalla morte del peccato e trasferiti nella vita divina.

La circoncisione di Cristo, di cui prima ha parlato, si è attuata partecipando alla pasqua del Signore nel rito del battesimo.

Per noi vivere è diventare nella coscienza, nella conoscenza e nell’amore trasparenti all’evento battesimale e quindi al rapporto che in esso si è realizzato con Cristo.

Nel battesimo, cioè nell’immersione nell’acqua, noi siamo stati sepolti insieme con Cristo. L’atto della sepoltura, espresso nel battesimo, opera ancor oggi i suoi effetti. Noi non possiamo distaccarci dai desideri della carne, insiti in noi, in forza di qualche ascesi perché non vi è dottrina che possa sottrarci agli elementi del mondo, ma solo credendo alla forza di morte che agisce nel nostro essere stati sepolti con Cristo.

Ma la morte sarebbe un triste tramontare al mondo se in noi non operasse la vita. In virtù dell’essere emersi dalle acque battesimali in noi è già presente la vita di Gesù risorto, che cresce sempre di più in noi in rapporto alla fede che abbiamo nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.

In Gesù risorto si esprime la potenza di Dio che opera efficacemente anche in noi che in Lui crediamo. La fede è l’energia di grazia a noi comunicata perché possiamo accogliere in noi l’energia divina, contenuta in germe nel battesimo.

Segno dell’avvenuta morte e risurrezione è il fatto che quello che prima era impossibile a causa dell’infermità della carne, ora è diventato possibile, cioè la vittoria sul peccato e il pregustare la vita nuova in Cristo. D’ora in poi non si tratta più di lottare solo contro il peccato e la sua forza di morte ma di progredire nella conoscenza del nostro vivere in Cristo risorto. In Lui la nostra esperienza della sofferenza è già trasfigurata nella luce della risurrezione.

La nostra croce, che ogni giorno dobbiamo prendere, è il luogo dove sempre più moriamo e si rivela in noi la vita nuova del Cristo.

13 Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe

L’apostolo si rivolge ora ai credenti in Cristo, che prima appartenevano alle Genti. La loro condizione precedente era quella di essere morti per le loro trasgressioni della legge del Signore, scritta nei loro cuori e per la loro situazione d’incirconcisi nella carne. Con il termine incirconcisione l’apostolo non si riferisce al gesto fisico quanto al significato di essa. Per Israele infatti la circoncisione, ereditata da Abramo, è il ricordo dell’alleanza con Dio e quindi del rapporto con la sua legge (cfr. Gn 17,10). I gentili invece non hanno nessun segno che ricordi loro l’osservanza della legge del Signore se non la loro coscienza (cfr. Rm 2,15: essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono). I credenti invece hanno ricevuto la circoncisione di Cristo, in forza della quale sono stati spogliati nel loro corpo di ogni rapporto con la carne, soggetta agli elementi del mondo.

Il Padre ci ha richiamato alla vita nel momento in cui siamo stati battezzati e ci siamo uniti a Cristo per formare un solo corpo con Lui. La sua stessa vita di risorto è diventata la nostra vita perché in Lui Dio ci ha perdonato tutte le precedenti trasgressioni in modo da non essere più debitori della carne.

Questo ci fa comprendere come la distruzione del peccato e la vita nuova in Cristo siano azioni proprie di Dio in noi, che Egli mette in atto quando noi accogliamo Gesù nella nostra vita aderendo al suo evangelo.

La distruzione del peccato è avvenuta in virtù del perdono di Dio e «in virtù della risurrezione ci ha liberati dalla facilità di peccare. Infatti dopo che saremo diventati per natura immortali, non potremo mai più peccare» (Teodoro, Biblia, o.c., p. 87).

14 e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.

La nostra redenzione richiedeva che fosse annullato il documento scritto contro di noi. Possiamo pensare che questo documento, le cui disposizioni ci erano sfavorevoli, sia prodotto dalla Legge, che il Signore ha dato a Mosè sul monte Sinai (cfr. Es 24,3: Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo!») e che ha scritto nel cuore di ogni uomo.

Essa, giudice imparziale alleato con la nostra coscienza, è il nostro avversario, con il quale è impossibile mettersi d’accordo (cfr. Mt 5,25) e che quindi pronuncia contro di noi una sentenza di morte a causa del nostro assenso al peccato e della nostra incapacità di assolvere.

Il documento, che è contro di noi, è il debito da noi contratto nei confronti della Legge. È questo un debito inassolvibile, che si è trasformato per noi in maledizione (cfr. Gal 3,13: Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno).

Gesù crocifisso si è messo dentro il debito di ogni uomo e lo ha fatto suo e Dio lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.

È necessario che ognuno di noi, comprendendo quello che è avvenuto nel battesimo, si collochi davanti al suo debito, che non può essere cancellato con le sue opere meritorie – come insegnano i saggi d’Israele – ma solo con un atto della divina clemenza.

Ora questo atto scaturisce in Dio dalla croce del suo Cristo. La cancellazione del nostro debito è pertanto un fatto storico: è la morte di Gesù sulla croce partecipata a noi con il battesimo in cui siamo stati circoncisi con la circoncisione spirituale del Cristo, in cui è stata annullata in noi la forza invincibile del peccato.

«Perciò anche noi siamo fuori dalla Legge,poiché siamo passati, mediante la forma del battesimo, alle realtà future, ordinando la nostra vita in conformità al battesimo» (Teodoro, Biblia, o.c., p. 87).

Difatti secondo Teodoreto il «chirografo è anche il nostro corpo. Mediante il nostro corpo infatti commettiamo ogni opera iniqua […]. Il Dio Verbo, dunque, assunse la nostra natura; la conservò libera da ogni peccato e cancellò i documenti del debito sciaguratamente scritti in essa da noi» (ivi).

CANTO AL VANGELO                                     Rm 8,15bc

R/.       Alleluia, alleluia.

Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi,

per mezzo del quale gridiamo: Abbà! Padre!

R/.       Alleluia

VANGELO                                                        Lc 11,1-13

 Dal vangelo secondo Luca

1 Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».

La domanda ha come scopo quello di entrare in un rapporto nuovo con il Maestro. Insegnando a pregare Gesù immette i suoi discepoli nello stesso suo rapporto con Dio.

Il discepolo ha ascoltato Gesù pregare (pregava infatti forte) e ha notato come la preghiera di Gesù sia diversa da quella di Giovanni e chiede a Gesù di pregare come Lui. Pertanto si può dire il Padre nostro solo in Gesù e nel suo Spirito ed è la preghiera che definisce il cristianesimo: qui c’è tutto l’A.T. nell’inveramento che Gesù opera.

2 Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:

“Padre,

sia santificato il tuo nome,

Padre. La formula breve: “Padre” può tradire la traduzione del famigliare: “Abba” (cfr Gal 4,6; Rm 8,15), usato da Gesù (Mc 14,35). Egli partecipa ai suoi discepoli la sua stessa familiarità con Dio.

Sia santificato il tuo Nome. Dio stesso si rivela nella storia con il suo Nome (quello che rivela in Gesù: Padre). La rivelazione è qui chiamata santificazione perché, nel portare a compimento il suo disegno, si farà conoscere quale veramente è: il Padre santo. La santità ci mette in rapporto con la sua trascendenza (cfr Is 6,3), la paternità con il suo amore per noi e la cura soprattutto dei più piccoli.

Il luogo dove egli manifesta la sua santità sono i suoi figli. La santificazione del Nome diventa la norma suprema dell’agire e la forza della testimonianza.

venga il tuo regno;

Venga il tuo Regno (17,20-21; 22,14-18).

Questa preghiera affretta il ritorno del Signore e quindi il compimento dalla Pasqua (22,16: finché non sia compiuta nel Regno di Dio) che è la venuta del Regno (22,18: «Non berrò più del frutto della vite finché non venga il Regno di Dio»). «Il futuro è già efficacemente presente, come segno, nell’attività di Gesù. I discepoli pregano per l’arrivo di un evento che già li coinvolge; se ne aspetta la piena, decisiva e definitiva manifestazione» (Rossé o. c., p. 422).

3 dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,

Al Signore, che provvede ai piccoli del corvo che gridano a Lui (cfr. Sal 147,9), si chiede, come a Padre buono, il pane quotidiano. Di questa mansione divina sono incaricati nella chiesa delle origini i sette (cfr. At 6,1ss).

Quotidiano, questo termine traduce una parola di difficile interpretazione. Alcuni Padri propongono sovrasostanziale e quindi con chiaro riferimento alla Parola e all’Eucarestia.

4 e perdona a noi i nostri peccati,

anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,

I nostri peccati, a differenza di Mt che usa il termine debiti. Questa specificazione, che dà all’invocazione un carattere più spirituale e meno giuridico sottolinea l’universalità del peccato sviluppata da Paolo nella lettera ai Romani (cc. 1-3). Mt usa debiti per combattere l’idea dei farisei che ci possano essere dei giusti. (Del resto questo è sottolineato anche da Lc nella seconda parte della preghiera là dove usa la parola: debitore). Questa richiesta esprime la certezza di essere stati perdonati. «Scaturisce quindi per l’uomo perdonato la possibilità e l’esigenza di perdonare sempre, di adottare verso gli altri il comportamento che Dio ha avuto verso di lui: soltanto allora il perdono divino, già ottenuto, sarà definitivo» (Rossé, o. c., p. 425).

e non abbandonarci alla tentazione”».

Tentazione. È la grande tribolazione degli ultimi tempi (cfr. Ap 7,14) per vincere la quale il Signore comanda di pregare (22,40-46). La preghiera consiste nel non venire meno nel momento della prova, ma di perseverare sino alla fine, guidati dall’amore del Padre.

5 Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, 6 perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; 7 e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, 8 vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.

Segue la parabola dei tre pani (5-8) o dei tre amici. Dopo averci trasmesso il contenuto della preghiera il Signore ci trasmette il modo di essa e i suoi tempi. Questa parabola appartiene alla categoria di quelle ovvie che hanno come scopo quello di convincere; quelle paradossali invece hanno lo scopo di dare una rivelazione.

L’amico, essendo colui che usa la massima libertà, è impudente e viene nell’ora più impensata, la mezzanotte. Egli è sollecitato da un altro amico giunto all’improvviso. E poiché si trova in questa necessità non esita ad andare dall’amico a chiedergli quei tre pani che sono la misura del pasto di una persona. La formula che introduce la parabola: Se qualcuno di voi ha un amico si può in tendere, secondo lo Jeremias, come: potreste immaginare che qualcuno tra voi … cui viene riposto: impossibile Nessuno!

La parabola andrebbe letta quindi così: Potreste immaginare che se qualcuno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti – quell’uno – di voi dall’interno gli risponda: non mi importunare …? Potreste immaginare una cosa simile? Risposta: Impossibile, non lascerà nei guai l’amico che lo prega!. In tal modo, prosegue Jeremias, la parabola corrisponde all’uso dell’ospitalità orientale e così soltanto essa riceve tutta la sua forza.

Il v. 7 mette in risalto le grandi difficoltà che l’amico importunato deve superare e che anche l’altro ben conosce.

La porta è già chiusa «Il chiavistello, una trave o una spranga di ferro, è fatto scorrere attraverso gli anelli che si trovano sui battenti della porta; l’apertura del chiavistello è complicata e faticosa e fa molto rumore disturbando tutta la famiglia che con lui dorme nell’unica stanza» (Jeremias).

Questa insistenza, che caratterizza il testo e che nasce dalla necessità urgente e imprevista (l’amico giunto da un viaggio), segna il passaggio al commento della parabola (9-13) in cui è ripreso il termine bussare.

Chiedere, cercare, bussare indicano un’insistenza con Dio sicuri di essere esauditi come conferma il v. 10.

Il v. 8 sottolinea come l’amico importunato esaudisca l’amico non solo per amicizia ma anche per la sua invadenza. «Ciò di cui ha bisogno: allarga l’orizzonte della parabola alle domande concrete della vita cristiana» (Rossé, o. c., n.49, p. 429).

9 Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10 Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

11 Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? 12 O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? 13 Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Il Signore chiude con una sentenza, che dapprima è rivolta ai discepoli e poi a ogni uomo indistintamente. Chiunque si rivolge a Dio e chiede, ottiene e a lui si aprono le porte della misericordia (9-10).

Ascoltiamo ancora Jeremias: «Chiunque chiede riceve. Questa breve sentenza a mo’ di proverbio ha manifestamente origine dall’esperienza del mendicante: nel mendicare occorre soltanto essere tenaci, non ci si deve lasciare o respingere da parole dure, e allora si riceve qualcosa … Gesù applica la saggezza del mendicante ai discepoli: come il mendicante insistendo fa aprire la mano degli uomini che gli sono vicini, per quanto duri di cuore, quanto più dovete sapere voi che la nostra perseveranza nella preghiera apre le mani del nostro Padre celeste!».

In questa prospettiva anche il rapporto più forte, quello di padre e figlio, serve come riferimento evidente e certo per capire la bontà del Padre celeste che non solo dà i doni buoni come dà ogni padre, ma dà il dono dello Spirito Santo al quale sono contrapposti serpe e scorpione, segno della potenza del nemico (10,19).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Ammoniti dalla preghiera di Abramo e confortati dall’insegnamento del Signore uniamo la nostra preghiera a quella della Chiesa, sparsa su tutta la terra.

Preghiamo con fede e diciamo:

Volgi il tuo sguardo, o Padre, alla nostra supplica.

  • Perché tutti i credenti riscoprano la preghiera come audacia filiale e come forza che tutto ottiene in Cristo Signore, preghiamo.
  • Perché tutti gli uomini siano riconciliati con il Padre e, illuminati dalla luce evangelica, trabocchino della grazia dello Spirito santo, preghiamo.
  • Perché le autorità civili cerchino la pace e il bene comune, preghiamo.
  • Perché ogni uomo, in qualsiasi situazione si trovi, esperimenti la bontà del Padre, l’amore misericordioso del Figlio e l’inebriante soavità dello Spirito Santo, preghiamo.

Rivelaci, o Padre, il mistero della preghiera filiale di Cristo, nostro fratello e salvatore e donaci il tuo Spirito, perché invocandoti con fiducia e perseveranza, come egli ci ha insegnato, cresciamo nell’esperienza del tuo amore.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.