Domenica XVI – C – di Giuseppe Bellia

Il caldo afoso del meriggio,

il dolore della circoncisione,

il fresco all’ingresso della tenda,

Abramo osserva la strada:

ecco apparire tre uomini,

che camminano verso di lui.

Vedendoli, sa chi sono,

si alza e corre incontro:

è il suo Signore e Dio!

Egli cammina sulla via

per visitare Abramo.

memore delle sue promesse.

PRIMA LETTURA                                            Gn 18,1-10a

Dal libro della Gènesi

In quei giorni, 1 il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno.

Apparve (lett.: si fece vedere). Il verbo «vedere» domina in questi primi versetti. Il Signore si fa vedere e Abramo lo può vedere.

Si segnala il tempo e il luogo della visione perché essa si cala nella storia di Abramo in un preciso momento della sua esistenza. Nell’ora più calda del giorno «il momento in cui appare il Signore ad Abramo è il momento più banale: questo è molto bello, è lo stesso nel Vangelo: Gesù chiama nei momenti più impensati e poi questo presentarsi improvviso di Dio, è già lì» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 10.2.1973).

Abramo è nella pura passività, nel momento più stanco della giornata. Ogni tempo è propizio per il Signore, non c’è momento in cui Egli non possa non apparire: di notte e di giorno, al caldo del giorno come qui o dopo il tramonto del sole come quando fece il patto con Abrahamo (c. 15). Appare ad Abramo senza segni straordinari di teofania, appare come Gesù nella sua prima venuta; solo nella fede Abramo lo riconosce.

Egli sedeva all’ingresso della tenda, «per vedere se c’era qualche viandante per farlo poi entrare in casa sua» (midrash agadà). Dall’amore per il prossimo fiorisce la visione di Dio, nascosto sotto l’immagine di tre viandanti.

2 Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, 3 dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo.

Egli alzò gli occhi e vide … vide, il verbo è ripetuto due volte a indicare un’intensità di visione, vi è il passaggio dalla visione fisica a quella spirituale. Infatti l’invocazione «Mio Signore» è segnata come sacra nel testo ebraico. Abramo sa bene a chi è davanti, sa che è il Signore e lui è polvere e cenere, come dice dopo.

Corse loro incontro, nel timore che essi procedano e non si fermino; Abramo li vuole trattenere. Egli vede, comprende, corre loro incontro e si prostra perché la visione incute timore per la maestà dei tre personaggi.

«Sul significato di questi gesti di Abrahamo: la corsa esprime da un lato la familiarità con Dio (cfr. il Cantico 1,4: Attirami dietro a te, correremo), una brama di avere Dio con sé; il saluto infatti è Signore: questo grande desiderio di Dio non fa dimenticare ad Abramo che il Signore è il Signore e lui è polvere e cenere. Le due formule «trovare grazia e passare» sono da leggersi in modo forte. «Trovare grazia» è come con Noè, «non passare» è l’arrestarsi di Dio. Vi è qui tutta la teologia della grazia» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 10.2.1973).

4 Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero.

Abramo si esprime in modo rispettoso per non accusare i suoi ospiti di avere i piedi sporchi; è un ristoro per tutto il corpo avere i piedi rinfrescati. Essendo il Signore, Abramo non può lavarli lui stesso; non può infatti prevenire il Signore perché nell’economia della redenzione è Lui che deve lavarli per primo.

Nel mistero Origene così legge: «Con ciò Abrahamo, padre e maestro delle genti, t’insegni come devi accogliere gli ospiti, e che tu lavi i piedi agli ospiti, tuttavia anche questo è detto in mistero: sapeva infatti che i sacramenti del Signore non si compiono se non nella lavanda dei piedi; ma non gli sfuggiva la severità del precetto detto, dal Salvatore: «Se non vi accoglieranno, scuotete anche la polvere, che si è attaccata ai vostri piedi, in testimonianza per loro. In verità vi dico che, nel giorno del giudizio, ci sarà più tolleranza per la terra di Sodoma che per quella città» (cfr. Mc 6,11). Voleva dunque prevenire, e lavare i piedi, che per caso non ci restasse un po’ di polvere, che potesse essere riserbata per il giorno del giudizio, da scuotersi a testimonianza dell’incredulità. Per questo dunque il sapiente Abrahamo dice: Si prenda dell’acqua, e si lavino i vostri piedi» (IV,2).

Accomodatevi sotto l’albero, sotto l’unico albero presente nell’accampamento. La sua unicità getta luce nel mistero che per la tradizione d’Israele indica la carne di Abramo che stava per generare nella sua vecchiaia, come è scritto: Poiché per l’albero c’è speranza: anche tagliato, si rinnova e i suoi rampolli non vengono meno, se invecchia nella terra la sua radice e nella polvere muore il suo ceppo, al sentore dell’acqua rigermoglia e mette rami come nuova pianta (Gb 14,7-9) (cfr. commento di rabbi Hananel).

Per noi, per i quali è giunta la pienezza dei tempi, l’albero è la croce di Gesù, l’albero della vita.

5 Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto».

Un boccone di pane, «i giusti dicono poco e fanno molto … egli parlò di un boccone di pane e imbandì un grande banchetto» (Radàq), e ristoratevi (lett.: rinfrancatevi il cuore), finemente la Scrittura annota come il cibo rinfranchi il cuore; non solo ristora le forze fisiche ma anche quelle interiori (cfr. Gdc 19,5; Sal 104,5).

Perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo, cioè io non chiedo nulla da voi se non quello di potervi ospitare e fare tutto quello che vi ho detto.

«Fa’ pure come hai detto». Con la loro risposta essi intendono confermare che quello che Abramo intende fare va loro bene. Essi ne accolgono il servizio.

6 Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce». 7 All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo.

La preparazione è caratterizzata dalla fretta e dalla corsa. Abramo non vuole trattenere a lungo i suoi ospiti perché sa che devono compiere il loro cammino. Infatti essi sono passati da Abramo ma la loro meta è Sodoma. Allo stesso modo coloro che amano il Signore lo servono con sollecitudine perché sanno che Egli deve compiere la sua missione.

Essi non sono pigri per non disgustare il Signore e udire su di loro la terribile sentenza: «Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso»; con quello che segue (Mt 25,26)

La Parola c’insegna che vi è una fretta che nasce dall’agitazione e una che nasce dal compimento dei tempi e dalla presenza del Signore. Cfr. Sal 119,32: Correrò per la via dei tuoi comandamenti; Is 40,31: ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi; Gv 20,4: Correvano insieme tutti e due; 2Pt 3,12: attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno!

8 Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.

Abramo serve alla loro mensa e non mangia con loro; egli è pronto a eseguire ogni loro comando. In realtà ora è il Signore a ricompensare il suo servo. Ad Abramo, che nulla attende, il Signore dà ora quello che aveva promesso. Tutto avviene non in base alle nostre attese ma alla sua misericordia che opera improvvisamente quello che ha promesso e ha fatto a lungo attendere.

«Stava in piedi, due pasti ci sono con Dio: qui e in Es 24,11 in ambedue i casi non c’è pasto comune: qui Dio solo mangia e là solo l’uomo mangia, il pasto in comune è solo nel N.T.» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 10.2.1973).

9 Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda».

Sara non si è mostrata agli ospiti considerando se stessa umile e povera nei loro confronti. Per questo essi la cercano e la ricompensano con il dono del figlio per il suo servizio e la sua modestia.

Dio cerca chi si nasconde e si fa piccolo agli occhi degli uomini; allo stesso modo Maria canta: Ha guardato l’umiltà della sua serva (il magnificat). Così il Signore cerca Sara per adempiere la promessa fatta ad Abramo.

Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio».

La visita culmina con la nascita d’Isacco, il figlio della promessa, espressione di gioia. Essa è preludio dell’Incarnazione sia nell’annuncio come nel simbolo. Il Cristo viene da Isacco,nasce da Madre vergine come Isacco nasce da madre impossibilitata ad avere figli.

La presenza di Dio e la sua Parola fecondante portano la gioia. È questa la natura dell’Evangelo, cioè portare gioia e quindi vi è sollecitudine e fretta perché tutto si compia.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 14

R/.       Chi teme il Signore, abiterà nella sua tenda.

Colui che cammina senza colpa,

pratica la giustizia

e dice la verità che ha nel cuore,

non sparge calunnie con la sua lingua. R/.

Non fa danno al suo prossimo

e non lancia insulti al suo vicino.

Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,

ma onora chi teme il Signore.               R/.

Non presta il suo denaro a usura

e non accetta doni contro l’innocente.

Colui che agisce in questo modo

resterà saldo per sempre.                    R/.

SECONDA LETTURA                                      Col 1,24-28

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi

Fratelli,24 sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.

Colpisce molto che «la mancanza» sia applicata a Cristo, alle sue prove. In Lui abita tutta la pienezza della divinità corporalmente (2,9) e le sue sofferenze non hanno raggiunto questa pienezza perché noi siamo ancora nella carne: fino a quando tutto il suo corpo, l’intera Chiesa, non sarà nella gloria e non avrà consumato l’unione sponsale con Cristo, fino allora, da parte di noi che siamo nella carne dobbiamo riempire ciò che manca alle sofferenze del Cristo. Per questo Paolo precisa nella mia carne.

Prezioso o Signore è vivere per noi nella nostra carne perché in essa completiamo la tua Passione e in tal modo siamo partecipi delle tue sofferenze e siamo sempre più resi conformi alla tua morte, ma gioiamo perché già gustiamo le gioie della risurrezione. Per questo la nostra vita tende al suo pleroma, alla misura dell’età del pleroma del Cristo (Ef 4,13).

«Completo quello che manca alle tribolazioni del Cristo nella mia carne per il Corpo di Lui. Paolo non poteva dire che manca qualcosa alla passione di Cristo; alla passione di Cristo non manca nulla; ciò che manca alla passione di Cristo nella mia carne. Devo lasciar patire il Cristo in me. Alla redenzione oggettiva del Cristo non manca nulla; c’è una incompletezza del Cristo mistico in ognuno: sono io che non ho ancora patito abbastanza: la passione oggettiva del Cristo redentore è più che abbondante e non vi manca niente. «Cristo è in agonia in noi fino alla fine del mondo»: Cristo ha bisogno di patire in noi fino alla fine del mondo. L’essere stesso del Cristo vivente in noi ha bisogno di scaricarsi in noi per amore (cfr. Atto di offerta di s. Teresina)» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerusalemme, 17.5.1980).

25 Di essa sono diventato ministro, secondo la missione (lett.: dispensazione) affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio,

Il ministero è regolato dalla dispensazione di Dio datami per voi [1]. Il disegno di Dio a favore dei colossesi si realizza mediante il ministero apostolico di Paolo. Esso ha come scopo quello di adempiere la parola di Dio. La Parola di Dio in sé è completa ma deve giungere al suo compimento attuando quello per cui essa è stata inviata (cfr. Is 55,11) coinvolgendo secondo il volere di Dio tutti quelli che incontra.

Tommaso così commenta l’espressione portare a compimento la parola di Dio. «Manifestare con la mia predicazione il compimento della parola di Dio: cioè, la dispensazione di Dio, e la preordinazione e la promessa dell’incarnazione del Verbo di Dio.

Oppure: la dispensazione eterna di Dio, con la quale ha disposto che le genti mediante Cristo si convertissero alla fede del vero Dio. Questo è ciò che bisognava portare a compimento: Ha detto e non farà? Ha parlato e non porterà a compimento? (Nm 23,29); La parola che esce dalla mia bocca non tornerà a me vuota, ma realizzerà tutto ciò che io ho voluto, e darà frutto (Is 55,11)» (Biblia, o.c., p. 53).

Per questo Paolo è segnato nella sua carne dalle tribolazioni di Cristo perché l’evangelo è il rivelarsi della croce di Cristo e la chiesa stessa nelle sue tribolazioni rende visibile il mistero di Cristo crocifisso, cuore dell’annuncio evangelico.

L’evangelo annunziato è vivo nella chiesa ed è il compiersi della parola di Dio sia in intensità che in estensione. La parola penetra nel fondo dell’essere e dell’esistere ed essa si estende sino ai confini della terra. Nulla la può impedire.

Ciascuno, secondo il dono ricevuto, deve portare a compimento questa parola non solo in rapporto a se stesso ma anche in rapporto a tutti gli uomini.

Più intensamente il cristiano accoglie la parola di Dio, più la espande in mezzo agli uomini.

26 il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi.

Il contenuto e quindi il compimento della parola di Dio è il mistero, le cui caratteristiche sono di essere stato nascosto da secoli e da generazioni nell’Antico Testamento ma ora è stato manifestato ai suoi santi.

L’apostolo usa il termine mistero senza definirlo con altre precisazioni. Solo in seguito egli preciserà che il mistero è Cristo in voi, speranza della gloria (v. 27).

Il mistero, come decreto divino e attuarsi dei suoi disegni, non è accessibile alla ragione umana. Solo Dio può rivelarlo all’uomo.

Questo mistero era nascosto da secoli e da generazioni, cioè non era stato rivelato alle generazioni precedenti, era taciuto per secoli eterni (Rm 16,25) benché costituisca il cuore propulsore delle scritture profetiche (ivi,26).

Per questo Aimone commenta: «Il mistero dell’incarnazione e della passione del Figlio di Dio e della redenzione del genere umano fu nascosto ai sapienti di questo mondo (cfr. Mt 11,25), ma è stato manifestato ai patriarchi ai profeti e a moltissimi giusti» (Biblia, o.c., p. 53).

L’economia della sua rivelazione, benché abbia la sua piena manifestazione nell’oggi tuttavia essa irradia la sua luce anche sui giusti dell’antica alleanza.

Essi hanno potuto salutarlo profeticamente ma ora il mistero è annunciato pubblicamente dagli apostoli.

Il tempo della sua rivelazione è adesso e destinatari della sua rivelazione sono i suoi santi. Questi sono tutti i credenti.

Tutti nella chiesa usufruiscono della rivelazione di Cristo; essa non è ristretta a una cerchia di privilegiati, ma dal momento che tutti i credenti sono eletti, la conoscenza del suo mistero riguarda tutti. Inoltre a questa conoscenza della fede non è più chiamato solo il popolo d’Israele, ma tutte le Genti.

Essa non è data nella stessa intensità perché il Signore dispensa la sua rivelazione secondo la capacità di conoscenza di ciascuno.

Questa conoscenza dipende dal grado di umiltà e di semplicità di cuore perché la luce della conoscenza risplende là dove il discepolo di Cristo è in tutto simile al suo Maestro, cioè nell’essere umile e mite di cuore.

27 A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria.

Ai santi, cioè ai discepoli del suo Figlio, Dio volle far conoscere la ricchezza della gloria di questo mistero in mezzo alle Genti. Diversamente da come pensa Israele, privo ancora della conoscenza del Cristo, in mezzo alle Genti si manifesta la ricchezza della gloria di questo mistero. Esso non si manifesta come un pallido riflesso di quella gloria che Dio destina a Israele, ma si manifesta con una sovrabbondante ricchezza di gloria, la gloria stessa dell’elezione, che consiste nel fatto che Cristo è in voi e lo è come la speranza della gloria. In voi – dice Paolo – che appartenete alle Genti, Cristo è presente con la sovrabbondante ricchezza della sua gloria, anche se questa ora è solo comunicata come speranza.

Sperare significa esser già dentro al dinamismo della gloria del Cristo che passa attraverso le tribolazioni delle sue sofferenze nella nostra carne.

Sulla presenza di Cristo in noi, cioè della sua inabitazione, vedi 2Cor 13,5; Rm 8,10; Ef 3,17.

Di questa piena rivelazione Paolo è ministro e il sigillo del suo ministero è l’impronta della passione di Gesù nel suo corpo.

Infatti è proprio con l’annuncio del santo Evangelo, che Cristo è in mezzo alle Genti e nel cuore dei credenti (cfr. 2Cor 1,19).

Con la predicazione evangelica il Cristo pone le basi perché tutti i credenti in Lui divengano pienamente partecipi della ricchezza di quella gloria che ora Egli ha nel Padre suo.

28 È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo.

Lo scopo quindi dell’apostolo è quello di annunciare Cristo per renderlo presente tra le Genti in modo che queste sperino di partecipare alla sua stessa gloria.

Ma l’annuncio raggiunge ogni uomo. L’insistenza con cui l’apostolo usa una simile espressione (per ben tre volte) rileva come questa sia la sua preoccupazione: ammonire e istruire ogni uomo con ogni sapienza.

Paolo vuole servirsi della multiforme sapienza, che è nell’Evangelo, per ammonire ogni uomo e istruire ogni uomo.

Ammonire significa anche «mettere in guardia, riprendere, ammaestrare» (Behm, GLNT). L’annuncio evangelico contiene quindi in sé anche ammonimenti rivolti personalmente a ogni uomo. Di questo compito l’apostolo è consapevole al punto che egli in At 20,31 dice di sé: «con lacrime ammonendo ciascuno di voi». Ammonire non è solo compito dell’apostolo ma dei membri della comunità gli uni nei confronti degli altri. «Essi devono vicendevolmente esortarsi ed assistersi con parole di conforto (1Ts 5,12.14; Rm 15,14; 2Ts 3,15)» (Lohse, o.c., p. 155).

All’ammonimento segue l’insegnamento. Dopo che l’uomo è reso attento sulla sua situazione, subentra l’insegnamento. Esso è il modo come l’evangelo viene accolto e custodito in virtù della tradizione apostolica.

È chiaro che l’apostolo compie questa esortazione e insegnamento rivolti a ogni uomo non solo direttamente, ma anche attraverso tutti coloro che collaborano all’annuncio evangelico.

Egli stabilisce così le note fondamentali dell’annuncio evangelico e la sua universalità. Esso è destinato a ogni uomo.

L’esortazione e l’insegnamento avvengono con ogni sapienza. Questa sapienza consiste nella vita secondo Cristo cioè nell’adeguarsi alla volontà di Dio.

Lo scopo dell’annuncio è presentare ogni uomo perfetto in Cristo. La perfezione consiste – come già ha detto – nell’essere santi, immacolati e irreprensibili al suo cospetto (1,22). E in seguito egli dice: Vi saluta Epafra, servo di Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non cessa di lottare per voi nelle sue preghiere, perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio (4,12).

«Paolo non è solo preso dalla stringente necessità di annunciare il mistero globale dell’unico Salvatore presente nella creazione e nella storia; ma la sua ansia è quella di far pervenire ad ogni uomo la sapienza, il mistero di cui Paolo è annunziatore universale; ma è anche preso dall’ansia di farlo pervenire singolarmente ad ogni uomo. Ad ogni uomo pervenga l’annuncio della Sapienza definitiva. Fare partecipare ogni uomo della pienezza e autorità della Sapienza: la via è gioire delle sofferenze nel mio corpo. La via della Croce e della morte garantisce l’annuncio» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerusalemme, 17.5.1980).

CANTO AL VANGELO                                      Cf Lc 8,15

R/.       Alleluia, alleluia.

Beati coloro che custodiscono la parola di Dio

con cuore integro e buono,

e producono frutto con perseveranza.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Lc 10,38-42

 Dal vangelo secondo Luca

La pericope ci presenta l’incontro familiare di Gesù con Marta e Maria. Vi è continuità con la missione dei settantadue (38).

Marta, probabilmente la sorella maggiore, si prodiga nell’ospitalità; Maria, invece, si mette nella schiera dei discepoli (cfr. 8,1) (39-40a).

Segue il dialogo tra Marta e Gesù che si conclude con la sentenza del maestro (40b-42).

Sebbene in modo diverso la pericope ha in comune con la precedente il fatto di presentarci la scuola del Messia.

38 In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.

Ospitò o accolse. Il verbo indica propriamente l’accogliere nella propria casa, sotto il proprio tetto e ricorre anche per indicare l’accoglienza di Zaccheo (18,6) e quella di Raab (cfr. Gc 2,25).

39 Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola.

Stava seduta ai piedi. È l’atteggiamento tipico del discepolo nell’atto di ascoltare: cfr. anche 8,35 e At 22,3. È singolare che una donna stia seduta ai piedi di un rabbi: con Gesù questo accade (cfr. Gv 4,27: si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna).

40 Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».

Era distolta. Il verbo indica un’occupazione per qualcosa che distrae da qualcosa d’altro a cui pure si vorrebbe tendere. Tale termine ricorre più volte nel Qohelet (Qo 1,13; 3,10) per indicare appunto l’occupazione vana, cioè quell’attività dell’uomo che non resta per sempre perché inesorabilmente distrutta dalle contraddizioni insite nel tempo (cfr. Qo 3: c’è un tempo per … e un tempo per …). La differenza essenziale tra l’attività di Marta e di Maria è che la prima, pur essendo necessaria, appartiene alla sfera della vanità, mentre la seconda appartiene alla sfera del Cristo e quindi dello Spirito. La separazione, che il Cristo opera tra le due attività, è già stata introdotta e preparata dal Qohelet nell’A.T. il Qohelet infatti indica l’inconsistenza e la vanità delle cose fatte sotto il sole e Gesù, presupponendo e accettando tale discorso, indica nel Regno e nella sua ricerca, la parte buona che non è tolta.

Non è quindi condannata l’attività di Marta ma lo spirito che la muove, come subito il Signore dice.

41 Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose,

Ti affanni. L’apostolo insegna: Di nulla vi preoccupate, ma in tutto, mediante la preghiera e la supplica con il rendimento di grazie, le vostre richieste siano rese note davanti a Dio (Fil 4,6). Affannarsi è agitarsi interiormente, perdere la calma di fronte alle cose da farsi, perché lo sguardo non è più rivolto a Dio: così fa Marta che è tutta occupata dal suo molteplice servizio e non ascolta la Parola. Il problema non sta in quello che Marta fa, ma in come lo fa: infatti se anche «si arresta» non lo fa per ascoltare il Signore, ma perché questi intervenga a suo favore.

Per evitare questo pericolo, il Signore ci esorta a non preoccuparci neppure per il cibo (12,22).

Ti agiti. È la conseguenza dell’affanno.

42 ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

La traduzione del versetto è controversa. Basilio così interpreta: «Il Signore non ha certo lodato Marta che si distraeva per il molto servizio, ma anzi dice: Ti preoccupi e ti agiti per molte cose; ma c’é bisogno di poco, anzi di una cosa sola; di poco, cioè, quanto ai preparativi, di una cosa sola quanto allo scopo, quello cioè di soddisfare alla necessità (Basilio dà in questo caso un’esegesi adattata di Lc 10,41ss. che, nel contesto, ha una portata di ben altro ordine e ampiezza e vuole contrapporre l’inutile agitazione per le molte cose esterne all’unica cosa che importa, che è l’ascolto della Parola del Signore). Del resto, non ignorate quale sia l’alimento che il Signore stesso apprestò ai cinquemila (cfr Mt 14,21).

E la preghiera di Giacobbe a Dio, è questa: Se mi dai pane da mangiare e un abito per vestirmi (Gn 28,20) e non: se mi dai delizie e lusso.

E che dice il sapientissimo Salomone? Dice: Ricchezza e indigenza non darmi, ma disponi per me il necessario e quanto è sufficiente, affinché, se sazio, io non divenga mendace e dica: “Chi mi vede?” e se nell’indigenza, io non rubi e giuri per il nome del mio Dio (Pr 30,8 ss.)».

Questa interpretazione si avvicina molto a quella prospettiva tipica del Qohelet che già abbiamo visto precedentemente (cfr. Qo 9,7-8).

Il punto discernente non è quindi esterno ma interiore: è nel cuore.

Il cuore di Maria è nella Parola, quello di Marta è nella preoccupazione, nell’affanno e nel turbamento.

Il principio fecondo dell’azione è la Parola viva ed efficace di Dio accolta nell’ascolto della fede. Chi parte da essa agisce compiendo azioni «sacramentali» cioè pregne del mistero di Dio. Chi invece parte dall’azione non esce dalla vanità.

Chi agisce in virtù della Parola corre ed è sollecito, chi invece fa dell’azione il principio del suo agire è ancora chiuso negli schemi razionali del suo pensiero e rischia di essere incredulo e di misurare tutto secondo i metri umani.

La contrapposizione non è quindi tra azione e contemplazione ma è in ciò che si sceglie come principio del proprio agire

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Dopo essere stati ai piedi del Maestro, affrettiamoci ad andare incontro al Signore che viene per nutrirci alla sua mistica Cena con le sue carni immacolate come di Agnello immolato.

Siamo solleciti nel servizio al Signore e in quello vicendevole.

Preghiamo e diciamo:

Attiraci a te, Signore, e correremo sulla tua via.

  • Visita, Signore, la tua Chiesa e fa’ scaturire per lei le sorgenti della salvezza perché tutti gli uomini possano abbeverarsi all’acqua viva dello Spirito,

  • Dona ai discepoli del tuo Cristo l’interiore illuminazione perché sappiamo vederti là dove tu hai posto la tua presenza, noi ti preghiamo.

  • Donaci di lavarci i piedi gli uni gli altri perché il gesto della misericordia cancelli la durezza del giudizio,

  • Dona a tutti, sia grandi che piccoli, di ascoltare il grido e il silenzio dei poveri per eliminare ogni ingiusta divisione creata dal peccato e non dalla natura dell’uomo,

  • Per tutti i rivolgimenti politici, perché ci sia pace tra tutte le famiglie della terra e gli uomini violenti e gli operatori di menzogna siano vinti dalla tua giustizia misericordiosa, noi ti preghiamo.

Padre sapiente e misericordioso, donaci un cuore umile e mite, per ascoltare la parola del tuo Figlio che ancora risuona nella Chiesa, radunata nel suo nome, e per accoglierlo e servirlo come ospite nella persona dei nostri fratelli.

Per Cristo nostro Signore.

Amen

[1] oikonomia 1 Cor 9,17 l’oikonomia è qualcosa di affidato che non si fa di propria iniziativa ma secondo la disposizione ricevuta. Cfr. Ef 3,2: la dispensazione della grazia di Dio 7: il dono della grazia di Dio.