Domenica XV – C – di Giuseppe Bellia

Non nei cieli, densi di misteri,

non nei profondi abissi marini,

abita la Parola del Signore.

Entra in te stesso e ascolta:

qui è la Parola del tuo Dio,

fonte limpida del tuo essere.

Un mormorio sale dal cuore,

è lo Spirito, soffio della vita,

energia che tutto rinnova.

Lasciamoci impregnare,

cuore, mente ed anima,

dall’amore per Iddio!

Scendeva quella strada,

lentamente il sacerdote,

al ricordo del tempio santo.

La preghiera d’Israele

saliva a Dio dall’altare

in lievi volute d’incenso.

Ecco un uomo sulla via,

semivivo. Egli osservò

e passò dall’altra parte.

Chi sei tu che t’avvicini?

È tuo nemico, che fai?

Perché non prosegui?

Scende l‘amore divino,

olio di consolazione

e vino di speranza.

PRIMA LETTURA                                            Dt 30,10-14

 

Dal libro del Deuteronòmio

Mosè parlò al popolo dicendo:

10 «Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima.

Obbedirai, sta in rapporto al precedente: ogni bene deriva dall’osservanza dei comandamenti nella quale gioisce il Signore (v. 9: Il Signore tuo Dio ti farà sovrabbondare di beni in ogni lavoro delle tue mani, nel frutto delle tue viscere, nel frutto del tuo bestiame e nel frutto del tuo suolo; perché il Signore gioirà di nuovo per te facendoti felice, come gioiva per i tuoi padri).

Notiamo come la voce del Signore, nostro Dio, si ode nella sua parola scritta in questo libro della legge. L’ascolto e l’osservanza dei comandamenti è segno della conversione, il ritorno al Signore nostro Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima. L’intelligenza dell’uomo e la sua vita si orientano verso il Signore in modo totale. Chi si converte abbandona la stoltezza del suo sentire e si orienta al Signore con tutto se stesso indagando con il suo pensiero quale sia la sua volontà espressa nella sua Parola e determinando la sua volontà nel volerla eseguire.

La conversione è pertanto un movimento dell’intimo, che è illuminato da Dio con una precisa sua parola, e ad essa aderisce. Essa scaturisce quindi dalla conoscenza di Dio. Se Dio non si fa presente, la conversione è una nostalgia ma non è luce nel presente. La conoscenza è amore; infatti in Dt 6,5 è scritto: Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Conoscerlo in noi stessi è lo stesso che amarlo. Per questo Egli fa risuonare la sua Parola nella Chiesa perché ogni uomo possa vedere la salvezza (cfr. Lc 3,6) e possa quindi amarlo.

11 (+ Poiché) Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto (oppure: meraviglioso) per te, né troppo lontano da te.

La Parola si è fatta vicina a noi e noi possiamo udirla; infatti il comando risuona nell’oggi della nostra storia e della nostra esistenza come un ordine che non richiede una mediazione interpretativa e neppure proviene da così lontano (come ad esempio accadde al Sinai) al punto che noi non riusciamo più capirlo e quindi non possiamo fare quello che il Signore vuole.

La Parola riempie l’oggi, anzi è l’oggi perché in essa si ricapitola sia il passato come memoria che il futuro come profezia e noi cessiamo di essere tesi tra un passato che non c’è più e un futuro che ancora non esiste e viviamo nel presente creato dalla Parola di Dio.

La Parola di Dio, pur risuonando nella storia, è eterna per questo risuona sempre nell’oggi di ogni uomo e di ogni avvenimento senza risentire di nessun impoverimento dovuto alle situazioni storiche in cui è risuonata.

12 Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”.

Spiega quanto ha detto in precedenza: troppo meraviglioso, alto. Se infatti il comando fosse in cielo, ci vorrebbe qualcuno che potesse ascoltare il linguaggio celeste e tradurlo nel linguaggio umano. Ci vorrebbero uomini che potessero salire al cielo e avere una tale conoscenza di Dio da poter comprendere il suo linguaggio e tradurlo agli uomini.

Con questo non si nega l’origine divina della Legge, ma si afferma che il Signore ha parlato con noi con la stessa tenerezza con cui parla un padre con suo figlio per farsi capire.

13 Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”.

Di là dal mare esprime la lontananza fisica. Il mare grande, solcato dalle navi e dove Dio si diverte il Leviatan (cfr. Sal 104,26) esprime grandi difficoltà, avventure e pericoli senza numero.

Essa quindi non è una parola avvolta dal mistero della lontananza e del mito per cui è necessario che ci siano sapienti forti e coraggiosi che vadano a prenderla e la comunichino al popolo perché possa osservarla.

La Parola è sì misteriosa e contiene parabole e arcani dei tempi antichi (Sal 78,2) ma essa risuona in seno al suo popolo ed è compito dei saggi rivelarne il significato.

14 Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».

Al contrario la Parola, pur essendo divina, è molto vicina a te, è pronunciata e scritta nella tua lingua e, pur non esaurendo il suo mistero, si adatta a te perché è nella tua bocca e nel tuo cuore. Essendo l’uomo a immagine e somiglianza di Dio, ha nel cuore quella Parola che lo fa essere; dal suo intimo essa irradia nella sua mente e nelle sue parole e illumina la sua scelta.

Il testo c’insegna che ogni uomo, che rientra in se stesso, può trovare questa unica Parola e riceverne quella luce che gli consente di discernere il bene dal male. La Parola non coincide con la coscienza ma ne è il principio che la illumina e la indirizza verso il bene. La rivelazione, come dono della Legge, esplicita con maggior forza questo rapporto con la Parola creatrice e plasmatrice e rivela a noi uomini la nostra storia. Il passaggio dalla coscienza di essere uomini posti di fronte alla scelta del bene e del male alla conoscenza di essere dentro la storia della salvezza nelle sue varie fasi è dato dalla rivelazione.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 18

R/.       I precetti del Signore fanno gioire il cuore.

La legge del Signore è perfetta,

rinfranca l’anima;

la testimonianza del Signore è stabile,

rende saggio il semplice.          R/.

I precetti del Signore sono retti,

fanno gioire il cuore;

il comando del Signore è limpido,

illumina gli occhi.         R/.

Il timore del Signore è puro,

rimane per sempre;

i giudizi del Signore sono fedeli,

sono tutti giusti.           R/.

Più preziosi dell’oro,

di molto oro fino,

più dolci del miele

e di un favo stillante.    R/.

SECONDA LETTURA                                      Col 1,15-20

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi

15 Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile,

primogenito di tutta la creazione,

Immagine del Dio invisibile.

Immagine cfr. 2Cor 4,4: qui la definizione di Cristo, immagine di Dio è legata allo splendore dell’Evangelo della gloria di Cristo. Potremmo dire che, poiché il Cristo è immagine di Dio, il suo Evangelo è di gloria, cioè risplende in esso la stessa gloria che è in Cristo, immagine di Dio.

Tutto in Cristo è immagine del Dio invisibile; nella sua natura divina in quanto è della stessa sostanza del Padre, nella sua natura umana in quanto unita alla natura divina nell’unica persona del Figlio e nell’Evangelo, che è la sua Parola, che resta visibile nella sua Chiesa e nella quale noi contempliamo la sua immagine gloriosa.

Egli è immagine perché in Lui abita tutta la pienezza della divinità corporalmente (2,9). Corporalmente perché l’immagine invisibile di Dio diventa visibile in Lui, fatto per poco tempo inferiore agli angeli e glorificato alla destra di Dio. L’immagine del Dio invisibile diviene visibile senza subire alterazione e diminuzione perché tutta la pienezza della divinità inabita corporalmente in Lui.

Primogenito di tutta la (lett.:ogni) creazione. Primogenito indica il rapporto che il Figlio del suo amore ha con ogni creazione celeste, terrena e degli inferi. Egli è diventato primogenito nel momento in cui prese la nostra carne: Maria partorì il Figlio suo, il Primogenito (Lc 2,7). Non solo diventò nostro primogenito come è detto: primogenito di molti fratelli (Rm 8,29), ma è diventato primogenito di ogni creazione perché nel Nome di Gesù ogni ginocchio si piega delle realtà celesti e terrestri (cfr. Fil 2,10) e infatti quando introduce il Primogenito nel mondo lo adorano tutti gli angeli di Dio (Eb 1,6).

Primogenito pertanto è un termine di relazione con la creazione, come Unigenito lo è con il Padre. Ogni creatura, di qualsiasi natura essa sia, ha in Cristo la sua ragione di origine e di essere e il suo fine. Egli, generato prima di ogni creatura, è la ragion d’essere (il logos) di ciascuna di esse e di tutta la creazione nel suo insieme. In quanto primogenito, ciascun ordine della creazione porta la sua impronta e a Lui tende.

16 perché in lui furono create tutte le cose

nei cieli e sulla terra,

quelle visibili e quelle invisibili:

Troni, Dominazioni,

Principati e Potenze.

Tutte le cose sono state create

per mezzo di lui e in vista di lui.

Essendo Gesù l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creazione, Egli è pure il luogo nel quale tutte le creature hanno origine dalla volontà creatrice del Padre. La sua natura umana, in forza della quale il Figlio è il Cristo, è l’archetipo in virtù del quale tutto è creato. Ogni creatura deve il principio del suo essere e del suo esistere al Padre attraverso il Cristo e in questi ha la sua ragion d’essere, cioè il suo logos, come c’insegna s. Massimo il Confessore.

Nessuna creatura, in qualsiasi ordine della creazione, sfugge a questo rapporto. Gesù quindi è il centro compaginante tutta la creazione nel suo insieme ed è il principio dell’armonia e dell’unità di tutte le cose. I vari ordini della creazione si armonizzano tra loro e si servono vicendevolmente per l’intrinseco rapporto che hanno con il Cristo, il Primogenito di ogni creazione, proprio perché Gesù è da sempre l’immagine del Dio invisibile. Per l’intrinseco rapporto che Egli ha con il Padre suo, di cui è l’immagine unica, tutte le creature nel loro essere fanno a Lui riferimento come alla causa della loro origine. Così infatti ha voluto Dio che il Figlio del suo amore, il suo Unigenito, nel suo disegno divenisse il principio di tutta la creazione, nella sua varietà in Lui ricapitolata e assoggettata alla sua signoria per essere il luogo della regalità del Padre, come c’insegna l’apostolo in 1Cor 15,24: poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza.

Perché non si pensi che vi sia qualche creatura che sfugga, nell’atto creativo, al rapporto con il Cristo, l’apostolo precisa: tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili. I due ambiti della creazione, i cieli nei quali vi sono le creature invisibili e la terra abitata da quelle visibili sono in relazione al Cristo. Nessuno può trascendere la sua natura umana ed appellarsi eventualmente al solo suo essere Dio.

L’elenco, che segue, enumera alcune potenze spirituali, che esercitano il loro dominio sulla creazione: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Benché simili potenze possano avere il titolo divino (cfr. 1Cor 8,5) tuttavia esse non sono Dio come invece lo è il Cristo, dal quale dipendono e che ne distruggerà il potere (cfr. 1Cor 15,24). Egli infatti è a loro superiore (cfr. Ef 1,21) In esse vi è pure un tentativo di separarci da Cristo (cfr. Rm 8,38).

17 Egli è prima di tutte le cose

e tutte in lui sussistono.

Nel rapporto con la creazione (tutte le cose) il Cristo non è ad essa contemporaneo, ma è prima. Prima indica una relazione, impossibile ad esprimersi con le nostre parole, tra il tempo in cui tutto è posto e l’eternità in cui Egli è. Il prima quindi non è in ordine temporale ma riguarda l’essere. L’essere del Cristo è quello stesso del Figlio del suo amore e nell’atto in cui l’essere divino si determina come il Padre e il Figlio non perde la sua intrinseca unità e non suppone nessuna successione temporale. Al contrario il tutto, che si esprime nel molteplice di tutte le cose, ha nel Cristo il luogo della sua origine dal Padre senza essere coeterno a Dio.

«Dicendo che Egli è prima di tutte le cose, mostrò che Egli è sempre, la creazione invece è divenuta» (Basilio, adv. Eunom. 4 (MPG 29,701).

Il confine tra l’eternità e il tempo è l’umanità di Gesù, posta come principio ontologico di tutte le creature invisibili e visibili e originata dallo Spirito Santo nel grembo verginale di Maria, la Donna, nella pienezza dei tempi (Gal 4,4).

Nel Cristo pertanto tutte le cose sussistono, in Lui hanno la loro armonia, la loro unità e compattezza e in Lui sempre più sono unificate e ricapitolate.

Nella sua umanità Gesù è la sintesi benefica della natura divina con quella umana, del mondo visibile con quello invisibile, del tempo e dell’eternità. Tutto nel suo ordine proprio in Lui s’incontra e si armonizza in quell’unità meravigliosa e beatificante che fa in modo che Dio sia tutto in tutte le realtà (cfr. 1Cor 15,28).

18 Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.

Egli è principio,

primogenito di quelli che risorgono dai morti,

perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.

Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. La Chiesa è chiamata il Corpo, di cui il Cristo è il capo. Quindi il rapporto tra la Chiesa e Cristo è di tale natura che il Cristo non può essere senza la Chiesa come la Chiesa senza Cristo. Nella lettera agli Efesini appare che Cristo è capo come termine ultimo della sua glorificazione e della sua signoria su tutte le cose (1,22) e lo diede capo su tutte le cose alla Chiesa, che è il suo corpo, la pienezza di Colui che riempie tutte le cose in tutti.

Quindi la Chiesa è con Cristo all’apice di tutta la sua glorificazione e diventa quindi con Lui pleroma cioè pienezza.

Il riscatto della Chiesa e la sua unione indissolubile a Cristo fanno della Chiesa il luogo dove tutta la creazione converge ricapitolata. La sua fuga verso la distruzione e la morte si riassorbe e diviene il ritorno all’unità nella Chiesa in Colui che è il principio, Gesù.

Non solo lo spazio della creazione è riscattato dalla dispersione, ma anche quello del tempo, che si esprime nella storia. Infatti nella «storia» del Cristo e in quella della Chiesa avviene la ricapitolazione del tempo.

Gesù, infatti, come il principio raduna nell’unità tutte le creature, che non hanno più nei principi vari un loro percorso unificante ma lo hanno in Lui, che è «il principio dei principi» e come primogenito dai morti Egli fa della sua Chiesa il luogo dove gli uomini possono passare dalla morte alla vita.

Come nella creazione Egli esplica la sua signoria dominando su tutte le creature di ogni ordine, così nella Chiesa Gesù esprime il suo amore per noi «volendo mostrare la sua intima comunione con noi. Colui, infatti, che è così in alto e superiore a tutti, si unì a coloro che sono in basso» (Crisostomo, Biblia, o.c., p. 31).

Egli è il Principio. In Ap 3,14 Egli dichiara di se stesso: il Principio della creazione di Dio; qui invece il Cristo è dichiarato in modo assoluto il Principio. In Gv 1,1 si proclama: In principio era il Verbo, qui apprendiamo che Egli stesso è il Principio. L’uso assoluto non nega la sua generazione dal Padre. Ma poiché il Padre ha voluto che in Lui tutto avesse il suo inizio per questo l’apostolo lo proclama il Principio di fronte al quale nulla è principio. In Prov 8,22 la Sapienza dichiara di se stessa: Il Signore mi ha avuta principio della sua via. La via del Signore è la sua stessa azione. All’inizio di essa vi è la Sapienza.

Primogenito dai morti. In 1Cor 15,20 si dice che il Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che si sono addormentati. Egli quindi, passando attraverso la morte, è diventato la primizia dei morti. Ora se la primizia è viva, tutti coloro che in Lui si sono addormentati già vivono in Lui. In Ap 1,5 riprende il titolo di Colossesi in una serie di altri titoli cristologici. In At 26,23 si dichiara che è profezia il fatto che il Cristo sia il primo dalla risurrezione dei morti, «cioè, di quanti sono generati mediante la risurrezione» (Tommaso, Biblia, o.c., p. 34).

19 È piaciuto infatti a Dio

che abiti in lui tutta la pienezza

La sovrabbondanza dei titoli elencati precedentemente, che rilevano il primato del Cristo in rapporto a tutto, ha qui la sua motivazione. L’elezione divina, espressa nel è piaciuto, è il motivo che ha posto il Cristo come il principio e il primo di tutto.

Al Padre è piaciuto che abiti in lui tutta la pienezza. Nel Cristo, veramente uomo, il Padre ha fatto abitare tutta la pienezza. In Lui uomo non è avvenuta nessuna diminuzione benché Egli abbia svuotato se stesso nell’assumere la forma dello schiavo (Fil 2,7) e si sia umiliato fino alla morte e alla morte di croce (ivi,8). Entrando nel mondo, il Figlio non ha subito nessuna diminuzione anche se nell’economia della redenzione Gesù è apparso spogliato di quella gloria che aveva presso il Padre prima che il mondo fosse (cfr. Gv 17,5).

L’apostolo vuole che professiamo tutta la sua pienezza perché non ci lasciamo ingannare dall’apparenza visibile dell’umiltà del suo essere uomo e Lo consideriamo perciò diminuito quanto alla pienezza della sua divinità che in lui abita corporalmente (2,9). Il suo svuotarsi non è in rapporto al suo essere ma al tempo della sua dimora tra noi. Però quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti (Eb 2,9).

Egli è da sempre e per sempre consustanziale al Padre e nel suo essere uomo Gesù non ha perso la sua consustanzialità al Padre perché al Padre è piaciuto che abitasse in lui tutta la pienezza. La divinità non abitò in Lui solo per partecipazione come accade per noi (cfr. 2Pt 1,4) ma pienamente.

20 e che per mezzo di lui e in vista di lui

siano riconciliate tutte le cose,

avendo pacificato con il sangue della sua croce

sia le cose che stanno sulla terra,

sia quelle che stanno nei cieli.

Come in Cristo il Padre tutto ha creato così a Dio è piaciuto per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose. Non solo Gesù ha il primato su tutto per il fatto che in Lui abita tutta la pienezza ma anche Egli è il Redentore mediante il quale il Padre riconcilia tutto finalizzandolo al suo Figlio (in vista di lui).

La riconciliazione, espressa come la rappacificazione di tutte le creature sia terrene che celesti, avviene con il sangue della sua croce, [cioè per mezzo di lui].

L’apostolo pone l’attenzione nel sangue perché è in esso che è sancita l’alleanza, che dà pace a tutte le creature sia sulla terra che nei cieli. Mediante il sangue di Gesù versato sulla croce avviene la redenzione in tutti gli spazi sia sulla terra che nel santuario di Dio (Ap 11,19).

Tutte le creature si riconciliano tra di loro e con Dio rapportandosi al sangue redentore della sua croce. Il suo è l’unico e perfetto sacrificio che si fa presente in ogni rapporto come forza che distrugge ogni inimicizia e crea pace con Dio e con tutte le realtà terrene e celesti.

Dal momento che in Lui abita tutta la pienezza della divinità corporalmente (2,9), Egli si fa presente a tutto e a ciascuno come il Redentore. Solo Lui può rendersi presente anche come uomo a tutto e a tutti come Colui che fa pace togliendo l’inimicizia.

Il principio di unità e di pace non è in noi ma è solo in Cristo.

«Sangue della croce: Sangue ancor più prezioso perché effuso nella prova di un terribile martirio ed ignominie, principio della redenzione.

Gli esseri del cielo: non sappiamo la loro storia; tutti sono stati riconciliati: anche gli esseri celesti hanno bisogno, per essere quello che devono essere, del Sangue di Cristo: dipendono da Lui anche nella creazione. Anch’essi hanno bisogno di essere stabiliti nel loro ordine di grazia dal Cristo.

Sono creati per Lui e anche loro fanno parte di questa grande opera di riconciliazione. Il Sangue di Cristo raggiunge anche gli angeli, e il loro rapporto definitivo con Dio, la loro gloria, è dipendente dal Sangue della Croce di Cristo.

Assoluta e incondizionabile l’estensione totale della redenzione che si compie in Cristo, unico salvatore; redenzione nostra ma anche degli angeli. Il Cristo ricapitola anche la loro storia e il Cristo totale è capo della Chiesa totale (che comprende anche gli angeli)» (G. Dossetti, appunti di omelia, Gerusalemme, 12.5.1980).

Nota marginale

La Legge data a Mosè rileva la corrispondenza esistente tra la Parola di Dio e la legge di natura, quindi la Legge approva quanto è conforme e condanna con minacce quanto è difforme.

Gesù il Figlio di Dio, essendo al centro della creazione come suo principio di esistenza e di redenzione, è posto dal Padre come l’armonia dell’universo nel suo tutto e nelle sue singole parti. Coloro che obbediscono al Cristo si armonizzano all’azione dello Spirito Santo che, distruggendo, in forza del sacrificio di Cristo, ogni principio disgregante immesso dal satana, porta a ricapitolare tutte le cose in Cristo.

I cristiani, che vivono in conformità all’Evangelo, si adeguano a questo processo di redenzione. Per questo essi abbandonano ogni forma di violenza e di odio perché la forza di attuazione è l’amore.

CANTO AL VANGELO                                 Cf Gv 6,63c.68c

R/.       Alleluia, alleluia.

Le tue parole, Signore, sono spirito e vita;

tu hai parole di vita eterna.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Lc 10,25-37

 

 Dal vangelo secondo Luca

La pericope nella sua veste si presenta come il dialogo tipico del rabbi interrogato da un discepolo. In questo caso il discepolo è un dottore della legge che si finge tale per tentarlo (vedi sotto).

Pone la domanda fondamentale (25). Gesù risponde invitandolo alla ricerca (26) e il dottore risponde con esattezza (27). Gesù conclude il dialogo (28).

Il dottore lo riprende, volendo giustificare se stesso, «egli vuole giustificare il fatto di aver interrogato Gesù, benché conosca già l’opinione di quest’ultimo» (Jeremias) (29). Gesù risponde con la parabola (30‑35) e facendo la domanda conclusiva (36). Il dottore con la risposta che dà «evita di pronunciare l’odiata parola samaritano» (Jeremias) (37a). Segue il congedo definitivo di Gesù (37b).

25 In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?».

Mettere alla prova. Tale verbo indica in Lc (cfr. anche 11,16) l’opposizione dei nemici di Gesù, che si manifesta attraverso le domande subdole che gli vengono poste.

Lo stesso verbo è utilizzato anche per le tentazioni, che Gesù subisce nel deserto da parte del Satana (4,2).

La vita del Signore è stata quindi contrassegnata dalla tentazione, sia da parte degli avversari che del satana stesso, ma egli è rimasto senza peccato (cfr Eb 4,15). Non dobbiamo perciò temere perché Egli conosce la tentazione e ci soccorrerà nelle nostre (cfr. Eb 2,18).

La tentazione nel passo, che stiamo meditando, è dovuta alla domanda del dottore della legge: «Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». La stessa domanda la ritroveremo nel passo del giovane ricco (18,18). Ma vi è una differenza sostanziale: là il giovane ricco pone la domanda in buona fede, senza secondi fini, mentre qui il dottore della legge vuol mettere in difficoltà Gesù; egli infatti non sta cercando un ammaestramento, perché già conosce molto bene la Legge.

26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». 27 Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso».

La domanda del dottore della legge pone Gesù di fronte ad una problematica trattata da tutti i maestri d’Israele: qual è il compendio di tutta la Legge? Quale comando la riassume?

Il Signore trovandosi di fronte alla tentazione del dottore della legge, non risponde direttamente, ma invita il suo interlocutore a leggere egli stesso la Legge.

L’esperto della legge cita appunto due passi, uno del Deuteronomio (6,5; passo che tutti gli israeliti recitano ogni giorno) ed uno del Levitico (19,18), riunendoli in un unico comandamento: il comandamento fondamentale di amare Dio e il prossimo. Questa unificazione fa comprendere come per giungere a Dio è necessario passare per il prossimo. È pur vero anche che non si può amare il prossimo senza amare Dio.

28 Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

29 Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?».

Il dottore della legge, dopo aver provato Gesù su quale fosse il comandamento più importante da seguire, gli pone un’altra domanda imbarazzante, che faceva discutere tutti i maestri del tempo: chi è il mio prossimo?

Tra i rabbi di Israele era opinione diffusa che il prossimo da amare (cfr. Lv 19,18) fosse essenzialmente il connazionale o correligionario. Talvolta i componenti dei gruppi religiosi in Israele tentavano di escludere dal concetto di prossimo anche coloro che non facevano parte della loro setta: così i farisei non ritenevano loro prossimo un non fariseo.

Era tuttavia concetto diffuso che l’avversario e il nemico non solo non fossero il prossimo, ma che fosse giusto odiarli.

Già Gesù, in 6,27-35, aveva condannato questa interpretazione limitativa di Lv 19,18 secondo cui l’amore è dovuto al prossimo, ma l’odio è per il nemico. Gesù al contrario afferma la necessità di amare anche il nemico e in tal modo allarga il concetto di prossimo a definire tutti gli uomini (cfr. anche Mt 5,44).

Nella parabola Gesù va ancora oltre, poiché ribalta la domanda e capovolge la definizione di prossimo; non preoccuparti tanto di chi sia il tuo prossimo, è la risposta di Gesù nella parabola, poiché ti si rivelerà quotidianamente nella vita concreta, comportati invece come samaritano, cioè sii tu prossimo agli altri.

30 Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32 Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”.

La parabola, con cui Gesù risponde alla domanda del dottore della legge, prende spunto da un fatto che doveva essere sicuramente reale: la strada infatti che scende da Gerusalemme a Gerico si snoda per 27 Km attraverso il deserto di Giuda.

È quindi possibile che tale strada fosse infestata dai briganti e che Gesù narrando tale fatto richiamasse alla mente degli ascoltatori episodi non di rado accaduti.

La presenza di un sacerdote e di un levita lungo la strada (vv. 31.32) è anch’essa una possibilità molto reale: famiglie sacerdotali e levitiche abitavano presso Gerico e nei periodi di servizio al tempio si spostavano a Gerusalemme percorrendo quella strada.

Gesù descrive il sacerdote e il levita, personaggi che per la loro carica godevano di molto prestigio tra gli israeliti, come codardi e senza cuore e ad essi contrappone un samaritano (vv. 33ss).

I samaritani sono considerati dagli israeliti degli eretici meritevoli del più profondo disprezzo: tra le due parti regnava un grande odio.

Il contrasto tra il sacerdote e un levita da una parte, e il samaritano dall’altra deve essere suonato agli orecchi degli uditori di Gesù, giudei osservanti, stridente. Gesù vuole in tal modo sottolineare l’assolutezza del comandamento dell’amore.

Anche questo samaritano doveva essere un personaggio reale: molto probabilmente si tratta di un commerciante che compiva spesso quella strada, tanto da conoscere gli alberghi che su di essa erano posti.

36 Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?».

37 Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Compassione. La traduzione di tale termine greco è un po’ limitativa: esso indica infatti la modalità di comportamento tra gli uomini. La traduzione sarebbe quindi bontà, fedeltà: indica cioè questo termine quel sentimento che Dio vorrebbe presente nei rapporti fra gli uomini.

Nel nostro passo tale bontà “è fatta” dal Samaritano: indica la prova completa dell’amore verso il prossimo.

Note

Amerai il Signore Dio tuo è Dio tuo perché tu sei suo popolo: è Dio, è tuo.

Da tutto il tuo cuore cioè il tuo amore ha origine là dove ha origine il tuo cuore e non ci deve essere nulla nel tuo cuore che non ami Dio e nulla essere all’origine del tuo cuore che non sia l’Amore di Dio cioè il suo stesso Spirito che è in te l’Amore e dal quale riceve vita il tuo stesso amare. Da tutto il tuo cuore in cui è stato effuso lo Spirito che grida in te: Abbà, Padre. Più lo Spirito pervade il mio cuore e da tutto il mio cuore proclama: Abbà, Padre, più io divengo figlio nel Figlio Unigenito e Primogenito.

Appunti di omelia dialogata Gerico 18.9.1972

  1. Umberto Neri: La risposta del dottore è monca: manca «il Signore è tuo Dio». È proprio per questa assolutezza di Dio che chiede che tutto il nostro essere si esaurisca nell’amore in Lui. I sufi dicono: «hai forse due cuori?»: il cuore totalmente si deve dare al Signore: solo in Gesù che assume su di sé l’amore per i fratelli noi possiamo amare anche i fratelli. Noi radicalmente siamo incapaci di amare Dio senza averlo trasformato in un idolo per parzializzare il nostro rapporto con Lui. Contrapposizione sacerdote/levita e samaritano: contrapposizione tra puro e impuro per definizione. L’uno e l’altro nel caso non programmato si rovesciano davanti a Dio in base alla misericordia o no. In tale modo il discorso ritorna a quanto Gesù dice: Misericordia voglio e non sacrificio. Essere diventato prossimo: l’adempimento del precetto ama il prossimo si esprime in due momenti: 1) farsi prossimo (si avvicinò contrapposto a scostarsi del sacerdote) 2) usare misericordia a tutti (l’uomo incappato nei ladri non è qualificato, non importa chi sia). In questo incontro si verifica realmente chi siamo e si manifesta ciò che è puro e impuro.

appunti di omelia, Monteveglio 1985

Don Giuseppe Dossetti: E quando Gesù ha elencato le varie operazioni, allora pone la domanda e rivela la verità ultima della parabola che è un’autobiografia del Signore. Chi ti pare che sia stato prossimo di quell’uomo? Ecco la domanda rovesciata, solo lo straniero a questo mondo poteva compiere questa operazione di salvezza. Con questa domanda e risposta Egli rivela il carattere autobiografico e rivela quanto ha fatto in rapporto all’uomo. Egli solo è così vicino all’uomo da essere suo Salvatore.

Sr. Agnese M.: mi ha molto colpito questo inizio, Egli vuole giustificare se stesso spostando il problema all’esterno, facendo la casistica e l’elenco della casistica. Non troverai nessuno prossimo se lo cercherai così, perché solo Dio è prossimo, Egli rompe la barriera facendosi prossimo dell’uomo, il prossimo è il Signore e tu fa’ lo stesso, cioè fa’ come me, è l’assimilazione a Cristo, è farsi prendere, ama Lui e in Lui troverai la forza di farti prossimo, perché Egli si è fatto prossimo fino alla morte. In Lui solo c’è la capacità di rompere la barriera della morte. È una cosa che può provocare la compassione e il desiderio di tuffarsi in questo amore.

PREGHIERA DEI FEDELI

A Dio che si è fatto prossimo a noi nel suo Figlio Unigenito s’innalzi ora la nostra preghiera.

Ascolta i tuoi figli, o Padre

  • Apri Signore le nostre orecchie perché ascoltiamo la tua Parola e le nostre menti perché la comprendiamo in modo che le nostre mani divengano diligenti nel fare quello che tu ci comandi, noi ti preghiamo.
  • Tu che hai distrutto ogni barriera e ti sei fatto a noi prossimo per curare le nostre ferite non adirarti contro le nostre durezze e incomprensioni verso gli uomini ma abbi pazienza con noi perché impariamo a diventare prossimo di chiunque è nell’indigenza e nella necessità, noi ti preghiamo.
  • Tu che ci hai lavato i piedi e ci hai comandato, come Signore e Maestro, di lavarci i piedi gli uni gli altri accogli la supplica di coloro che comprendono che il loro prossimo non è lontano ma è davanti, noi ti preghiamo.
  • Come faranno gli uomini a far cessare gli odi e le guerre? Signore squarcia il velo della leggerezza e della superficialità perché i tuoi discepoli si accorgano del momento in cui negano con i loro fatti il tuo amore per ogni uomo, noi ti preghiamo.

Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’anima di tutta la legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo.

Egli è Dio e vive e regna nei sec