Domenica XIII – C – di Giuseppe Bellia

Luce radiosa della città santa,

che giungi su noi serena,

tu dischiudi il nuovo giorno.

Notti oscure, ombre di morte,

divengon il tuo splendore:

albe radiose, foriere di vita.

Vita ritmata dal lento arare,

dal seme caduto nei solchi,

dalla Parola, messe piena.

Croce, pianto di speranza

nel lento morire a se stessi,

inizio di una nuova vita.

Sequela, che urti la carne,

gemito dello Spirito di Dio

in chi serve con amore.

«Il primo v. dell’evangelo di oggi «Gesù indurì la sua faccia per andare verso Gerusalemme» dà il tono a tutta la liturgia di oggi; tutta la vita di Gesù è stato un atto di fermissima adesione alla Volontà del Padre»

(d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1971).

PRIMA LETTURA                                       1 Re 19,16b.19-21

 

Dal primo libro dei Re

16 In quei giorni, il Signore disse a Elìa: «Ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto».

Eliseo il nome può avere due significati: «Dio è principe» oppure «Dio è per me salvezza».

AbelMecolà è nella valle del Giordano.

Come profeta al tuo posto dal momento che il profeta, sotto il ginepro, aveva chiesto di morire.

19 Partito di lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safàt. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo.

Incontrò non volutamente ma per caso; egli infatti si stava dirigendo verso Damasco.

Eliseo figlio di Safàt non gli chiese se fosse lui, probabilmente lo conosceva già.

Costui arava con dodici paia di buoi non significa che egli fosse alla guida di dodici paia di buoi, ma che per arare il suo campo, assai grande, prima della semina ci volevano dodici paia di buoi, egli infatti guidava il dodicesimo. Il campo della sua famiglia era molto vasto ed egli controllava gli aratori arando lui stesso con il dodicesimo. Il numero dodici può avere una carica simbolica in riferimento alle tribù d’Israele.

Elìa, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello.

Elia passa accanto a tutti gli aratori e sull’ultimo, Eliseo, getta il suo mantello; la scelta cade spesso sull’ultimo. Il mantello è segno del suo essere profeta (mantello di peli Zac 13,4); con esso si è coperto il volto davanti alla presenza del Signore (v. 13).

Si ha questo gesto anche nella scelta della sposa (Rt 3,9; Ez 16,9).

20 Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elìa, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò».

Eliseo abbandona subito il campo e i buoi, ma chiede al profeta il permesso di congedarsi dai suoi restando con loro un po’ di tempo e quindi lo seguirà. Qui sta la differenza con le chiamate evangeliche.

Elìa disse: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te».

La frase del profeta, così come è tradotta, è già interpretativa e di facile comprensione.

Così come suona nel testo originale invece è di difficile comprensione: «Và torna perché che cosa ho fatto a te (?)». Un autore ebraico così interpreta: « a baciare tuo padre e tua madre, come hai detto, e poi torna da me, poiché è quanto ho fatto per te, poiché le meraviglie e i segni che ho compiuti li ho fatti anche per te, anche tu ne farai di simili se verrai dietro a me». La Vulgata traduce: «poiché quello che toccava a me, io l’ho fatto».

Se la frase è intesa in senso interrogativo: «perché che cosa ho fatto a te?» si può interpretare: «Considera a attentamente quello che ho fatto per te, non tornare indietro: agisci!»; oppure: «Ti ho forse costretto a unirti a me? Sta a te indagare quanto è stato fatto e che cosa Dio ti comandi. Io non ho nulla da comandarti» (Calmet).

21 Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elìa, entrando al suo servizio.

Allontanatosi da lui per baciare i suoi, Eliseo prese il paio di buoi con cui arava e li uccise per cuocerne la carne al fuoco e per la fretta che aveva di seguire il profeta non si procurò la legna ma bruciò gli attrezzi dell’aratura e fece un grande banchetto per la gioia di poter seguire il profeta.

Mettendosi al suo servizio si mise pure alla sua scuola e non solo imparò dalle sue parole ma dal suo tenore di vita.

«Il brano della vocazione di Eliseo va visto nel suo contesto: Elia ha fatto una semplice preghiera al Signore; ha detto: «Tutto è distrutto, sono rimasto solo», ma il Signore gli dice va e gli dà la forza di conferire la regalità e la potenza profetica (ad Eliseo); e pronuncia una parola che è giudizio: la condanna dei reprobi (che si manifesta nella strage) e la salvezza degli eletti. Dio giudica, essendo Lui la santità e la giustizia, anticipando talora il suo giudizio finale in interventi salvifici nella storia della salvezza. Questo spiega la forza di Elia, nonostante la povertà dei gesti e le adesioni della gente: così un sol gesto basta per strappare Eliseo dalla sua vita abituale: non rimane più spazio per nessun altro interesse e rapporto. Certo quello che Eliseo fa non è “simpatico”: lascia la sue cose e se stesso: ubbidisce come aveva obbedito Elia; è un gesto difficile l’obbedienza dell’uno e dell’altro, l’obbedienza di Elia è la rinuncia al suo potere profetico, è il dono della maturità piena nello Spirito; Eliseo è solo agli inizi e lascia le sue cose; obbedisce con una certa libertà ancora, fa festa, brucia l’aratro e via!

Poi il Signore ne chiamerà altri: la storia è fatta così: di chiamate di Dio. Basta che teniamo le orecchie aperte e sentiamo bene le prime parole. «Fora il mio orecchio, Signore, perché io ti ascolti». L’ultimo v. dice che Eliseo serviva Elia: in senso concreto, nelle forme più umili» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1971).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 15

R/.       Sei tu, Signore, l’unico mio bene.

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.

Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».

Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:

nelle tue mani è la mia vita.      R/.

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;

anche di notte il mio animo mi istruisce.

Io pongo sempre davanti a me il Signore,

sta alla mia destra, non potrò vacillare. R/.

Per questo gioisce il mio cuore

ed esulta la mia anima;

anche il mio corpo riposa al sicuro,

perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,

né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.        R/.

Mi indicherai il sentiero della vita,

gioia piena alla tua presenza,

dolcezza senza fine alla tua destra.       R/.

SECONDA LETTURA                                     Gal 5,1.13-18

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati

Fratelli, 1 Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.

La liberazione, che Cristo ha operato, parte dal nostro intimo per raggiungere il mondo esterno. La Legge invece parte dalle realtà visibili, gli elementi cosmici, per raggiungere la coscienza.

Se il nostro intimo, il cuore secondo le divine Scritture, è liberato allora noi non siamo più sottoposti agli elementi esterni, indicati dalle categorie della Legge, quali il puro e l’impuro, il santo e il profano.

Liberati nella coscienza da ogni giogo di schiavitù in rapporto a ciò che appartiene a questa creazione, il comando dell’apostolo è quello di stare saldi nell’insegnamento evangelico.

13 Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.

L’essere chiamati ci fa essere quello che non eravamo: eravamo schiavi, ci ha fatti liberi. Questa libertà non è solo libertà da un tiranno esterno, ma da quanto interiormente ci tiranneggia e che fuori di Cristo è chiamato libertà. Nell’atto in cui Dio ci ha chiamati, ci ha posto nella libertà, quella che Lui stesso possiede, ci ha fatti partecipi della sua natura divina. Essere nella libertà equivale essere nello Spirito, cioè esser mossi non più dal principio della carne con le sue passioni corruttrici, ma dal principio dello Spirito, che ci fa essere in Cristo Gesù.

Liberati dal giogo di schiavitù della Legge, che assoggetta la carne nel timore di Dio, ai credenti in Cristo non si apre la via del ritorno al vivere secondo la carne. Non è questa l’alternativa che era propria del periodo in cui dominava la Legge: o si obbediva ai desideri della carne oppure si disciplinava l’istinto cattivo con le norme della Legge e con il timore dei castighi che essa minaccia e con la speranza delle ricompense che essa dona. Oggi nell’evangelo l’alternativa è tra la libertà e l’essere schiavi; essere cioè giustificati in forza della fede in Cristo oppure cercare nelle nostre opere il merito della giustificazione. Ma questa via è rischiosa perché può aprire la nostra mente a ragionamenti in apparenza spirituali ma che, aggirando la Legge, diventano un pretesto per agire secondo la carne. L’istinto passionale, che porta l’uomo a pensare e a fare cose abominevoli, è sublimato mediante pensieri, che si appoggiano apparentemente alla Legge – quindi includono in sé la Parola di Dio – ma che la svuotano e l’annullano mediante precetti umani, che pretendono di essere interpretativi della stessa Parola di Dio. Questa è libertà nella carne ma non nello Spirito. Chi è nello Spirito vive nella fede operante mediante l’amore (v. 6); è quindi figlio che crede e ama il Padre e accoglie con gioia la sua volontà nella propria vita, assieme alla grazia dell’operare secondo questa volontà.

Chi è libero nello Spirito giunge a un’apparente contraddizione, come dice subito l’apostolo: mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Nella sequela evangelica, la legge dell’amore ci mette a servizio gli uni degli altri. Qui sta la verifica. Chi segue davvero l’evangelo vede comparire nel suo spirito l’amore come servizio vicendevole. L’apostolo interpreta il comando nuovo dell’amore come disponibilità al servizio vicendevole.

Essere libero è dunque essere schiavo. Questo è vero in Cristo. Per noi Egli si è fatto schiavo fino a dare la vita per noi. Facendosi schiavi, Egli è stato venduto come prezzo della nostra libertà. Vi è schiavitù e schiavitù, come vi è libertà e libertà.

14 Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».

Questa parola evangelica appare come l’adempimento della legge stessa in quanto realizza il comando, che ne esprime la sintesi, il motivo di fondo costante a ogni comandamento e quindi ne è la pienezza.

L’evangelo, che Paolo predica, non rappresenta quindi una rottura o una novità, al contrario esso realizza pienamente i contenuti della Legge, molto più che l’osservanza dei suoi precetti, quali la circoncisione.

15 Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!

Le discussioni riguardanti i precetti della Legge sono talmente accese tra i galati che rischiano di farli nemici tra loro al punto da distruggersi a vicenda. In tal modo per voler osservare i precetti esterni della Legge con le conseguenti discussioni porta a negare l’essenza della Legge stessa e si cade quindi nella contraddizione: lo zelo per la Legge porta all’odio per il fratello.

16 Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne.

La nostra vita è definita più volte nella divina Scrittura un cammino. Questo avviene nell’ambito della carne. La carne, nel linguaggio biblico, è la dimensione della nostra esistenza dominata dalla legge del peccato.

Lo Spirito, donato da Gesù nel battesimo e nella crismazione, diviene il principio del nostro agire (v. 18: se vi lasciate guidare dallo Spirito), il luogo dove viviamo e progrediamo nel nostro cammino (v. 25). La via, che è il Cristo, può essere solo percorsa nello Spirito e da Lui guidati; la Vita, che è il Cristo, ci è comunicata solo nello Spirito; alla verità, che è il Cristo, ci conduce solo lo Spirito, come è scritto: «Lo Spirito della verità vi guiderà vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13).

Il rapporto con lo Spirito è la condizione per non soddisfare il desiderio della carne. L’uso del singolare ne sottolinea l’intensità invincibile senza lo Spirito. Nessuno infatti può dominare istinti, desideri, impulsi, che si concentrano su se stessi e tendono alla soddisfazione di quello che desideriamo.

Il verbo: non soddisfate si può interpretare stando al greco come non portate a compimento. Non il desiderio deve essere compiuto in noi ma il mistero del Crocifisso, che, sulla Croce, dichiara: «Tutto è compiuto».

17 La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.

Noi ci troviamo in questa situazione, di essere cioè nella carne, che ha i suoi desideri e vuole conseguire le sue aspirazioni. Essa è la sfera immediata del nostro esistere, del nostro relazionarci e determinarci come persone. Ora tutto quello che noi siamo in questa esistenza incentrata sul nostro io è contrario allo Spirito. Per questo lo Spirito, che abita in noi, non è accolto pacificamente nella nostra esistenza. Egli, come potenza del Cristo, che inabita in noi, ha i suoi desideri che sono contrari a quelli che noi recepiamo nella nostra esistenza terrena. L’opposizione è talmente forte che noi non riusciamo a fare quello che vorremmo. Essendo noi luogo dello scontro dei desideri della carne e di quelli contrari dello Spirito, ci troviamo paralizzati sia nel nostro volere che nel nostro agire. Tuttavia è necessario uscire da questa situazione e si esce scegliendo o la carne o lo Spirito. La scelta non si ferma solo al desiderio ma coinvolge il fare. È qui che si manifesta se in noi opera lo Spirito od opera la carne. La scelta libera di aderire allo Spirito si tramuta in forza per vincere in noi i desideri della carne (cfr. Rm 8,13: se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con lo Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete). La vittoria sulla carne (che coincide con il nostro io racchiuso nella sfera terrena) è tutta dello Spirito, a noi sta l’adesione allo Spirito rinunciando al nostro modo di vivere seguendo il nostro sentire.

18 Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.

La presenza dello Spirito nei credenti in Cristo e il loro lasciarsi guidare dallo Spirito li libera dal dominio della legge. Questa infatti domina là dove vi è la carne, cioè la legge ha rapporto con l’uomo naturale, racchiuso entro i confini della sua esistenza terrena ed è l’accusatrice imparziale del suo agire contro Dio sia attraverso la coscienza che la Parola rivelata.

«Dal testo ai Galati, mi sembra importante cogliere nei versetti precedenti (v. 11-12) la parola da cui non si può tornare indietro – se si torna indietro si distrugge lo scandalo della croce! La croce non può non essere scandalosa: la croce è il perdere la faccia, è scandalo. È per questo che Gesù «indurì la sua faccia»: è un atteggiamento interiore che si traduce anche all’esterno perchè la croce gli appare per quello che è: di fronte a questo scandalo Gesù indurisce la sua faccia.

È solo a patto di perdere la faccia che si diviene liberi: la libertà del cristiano non può essere vagliata se non attraverso la vergogna che la croce comporta» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1971).

CANTO AL VANGELO                               1Sam 3,9; Gv 6,68c

R/.       Alleluia, alleluia.

Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta:

tu hai parole di vita eterna.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                        Lc 9,51-62

 Dal vangelo secondo Luca

51 Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme

Annotazione temporale. Le parole che la esprimono sono ricche di significato non tanto cronologico, ma teologico.

Mentre stavano compiendosi. La stessa espressione è in At 2,1 (stava per finire, lett.: stava per compiersi). Vedi anche 1,57; 2,6; 2,21 (furono passati; lett.: furono compiuti), 2,22 (venne lett.: si compì). Il verbo significa: giunge a compimento un tempo stabilito da Dio, tempo sacro intangibile, costituito da sempre.

Nell’A.T. questa espressione si trova in Gr 25,12 riguardante i settant’anni dell’esilio; con questo sono tre i momenti in cui essa ricorre: l’esilio; il ritorno di Gesù al Padre; il dono dello Spirito Santo alla Chiesa.

in cui sarebbe stato elevato in alto (lett.: I giorni della sua assunzione).

Assunzione. Nella lingua della Bibbia questa parola significa: l’atto di sollevare, assumere.

Più tardi designa la morte in genere. Con questo significato è usato da Luca; è possibile che si sia pensato anche all’elevazione (o al ritorno) a Dio che comincia con la morte e trova il suo compimento nell’ascensione come è descritta in At 1,2.11. Vi è un riferimento all’assunzione di Elia (2Re 2,11ss); con questa differenza che Elia è sollevato da terra su di un carro di fuoco, Gesù dalla sua propria potenza (Delling). Assumere, sollevare trova il suo corrispondente in ebraico nel verbo afferrare: in tutta la passione il Padre afferra Gesù, lo conduce nelle profondità della morte per portarlo accanto a sé nella gloria.

Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme (lett.: Indurì il suo volto per andare verso Gerusalemme). Indurire il volto ricorre nei profeti nella versione greca: Ez 6,2 (rafforza il tuo volto); 13,17 (id.); 13,8 (rafforzerò il mio volto, è Dio che parla); Gr 3,12 (id.): è prendere una decisione irrevocabile; è rendersi insensibile ad ogni richiamo che non sia la voce del Padre; Gesù continuamente è tentato anche da coloro che gli sono vicini. Questo indurimento è necessario come rifiuto di ogni compromesso e per dare compimento alle Scritture che lo riguardano (cfr Is 50,5-8 dove ricorre l’espressione: «rendo la mia faccia dura come pietra»).

52 e mandò messaggeri davanti a sé.

Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. 53 Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme.

I messaggeri, citazione di Mal 3,1 (vedi 7,27: il Battista): è un segno messianico.

I samaritani. Nel sec. VIII gli Assiri trapiantarono in Samaria gruppi di abitanti orientali di altra nazionalità e religione in luogo della popolazione deportata (2Re 17,24). Il popolo misto che ne nacque praticava una religiosità nella quale elementi religiosi israeliti si erano amalgamati con altre tradizioni straniere (cfr. 2Re 17,25ss). Da qui la separazione con i giudei. I samaritani costruirono un tempio sul Monte Garizim che fu distrutto nel 128 a.C. Essi continuarono il loro culto sul monte e ad attendere un loro messia. Erano simpatizzanti dei romani contro i Giudei (Rengstorf).

54 Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?».

Giacomo e Giovanni reagiscono nella linea veterotestamentaria appellandosi ad Elia (2Re 1,9-12). Come Pietro in precedenza così ora Giacomo e Giovanni rifiutano la Passione, sono i tre più intimi, testimoni della gloria del Tabor.

55 Si voltò e li rimproverò. 56 E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Gesù li rimprovera perché non si ricordano della sua dottrina e della bontà evangelica (Girolamo) come è scritto: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano (6,27).

57 Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». 58 E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».

Per la strada si uniscono a Lui dei discepoli. L’evangelo sceglie tre casi.

Un tale (Mt 8,19: uno scriba) quindi un uomo che ama situazioni privilegiate e il danaro. Egli si offre spontaneamente di seguire Gesù, dovunque egli vada. La sequela non deve porre condizioni. Essa è condivisione totale della sorte del Maestro. Seguirlo nella strada che sale a Gerusalemme significa accogliere su di sé la stessa obbedienza fino alla morte di croce di Gesù. Questa via, che Gesù percorre fisicamente, arricchendola del suo insegnamento, diviene la via del Signore (cfr. At 18,25) che ogni discepolo deve percorrere.

Alla sua pretesa di sicurezza e forse di gloria, il Maestro contrappone la sua situazione: le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi. Nel sottofondo si sente il salmo 104,17ss: mentre la Provvidenza di Dio si cura di tutte le creature, quanto invece è riservato al Figlio dell’uomo non è neppure quello che dal Padre è provveduto a questi animali. Volpi e uccelli sono coloro che abitano in luoghi desolati e di abbandono. Nel salmo 84,4 il passero ha un nido nella Casa del Signore, ma il Figlio dell’uomo non ha dove chinare il capo se non sulla Croce come è scritto: e declinato il capo diede lo Spirito (Gv 19,30).

59 A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». 60 Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».

Gesù prende l’iniziativa. Il discepolo risponde: Permettimi, si ritiene a Lui soggetto però ritiene possibile una dilazione; prima, non c’è nulla che si possa anteporre al Regno (cfr. Mt 6,33 cercate prima…); di andare a seppellire mio padre, come comanda il quarto comandamento.

Gesù risponde: lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Questa frase di difficile interpretazione, la si può intendere in questi modi:

il Regno è la vita, tutto il resto è morte: il Regno sta a questo mondo come la vita alla morte; vedi otri nuovi messi a disposizione per il vino nuovo (5,38) (d. U. Neri).

Nell’A.T. si trovano due categorie cui è proibito seppellire il proprio padre; il sommo sacerdote (Lv 21,11) perché non deve contaminarsi e il nazireo (Nm 6,6ss) perché il nazireato del suo Dio è sul suo capo. Gesù mentre chiama e manda ad annunziare l’Evangelo, conferisce una santità sacerdotale che separa l’eletto dalla morte e l’Evangelo stesso è il nazireato che sta su di lui rendendolo santo al Signore e separato dai suoi stessi familiari;

Nella comunione con lui sono annientati il potere e il diritto della morte e in luogo del lamento funebre, che è una parte importante della sepoltura (cfr. 7,22), subentra il lieto annunzio dell’irruzione del regno di Dio (cfr. At 2,22ss; ecc.; 1Cor 15,20ss) (Rengstorf).

L’urgenza di annunciare il Regno non può essere sottoposta, in questo momento, a nulla, neppure a questo dovere filiale fondamentale. Il non eseguirlo, per comando di Dio, ha valore di testimonianza, è un segno profetico (cfr Gr 16,1-13: divieto al profeta di sposarsi; Ez 24,15-24: divieto di fare lutto per la morte della moglie).

61 Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». 62 Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Questo terzo caso, proprio di Luca, non permette nessun indugio nella sequela di Cristo come Elia aveva invece permesso ad Eliseo (1Re 19,20). La rinuncia va compiuta subito. La risposta proverbiale di Gesù, nell’immagine dell’aratro, sottolinea da una parte l’impossibilità di tornare indietro (Fil 3,13; Gv 6,6) e dall’altra la mano ferma nel lavoro e l’attenzione totale ad esso. Voltarsi indietro è infatti contrario a indurire il proprio volto (51).

«C’è poi da considerare i primi vv. del Vangelo: Gesù non colpisce i Samaritani ostili. Ha indurito la-faccia e proprio per questo risparmia con misericordia questa gente. Tutto quello che Gesù ha già accettato in sé non gli impedisce la misericordia; però questo non impedisce la durezza degli avvertimenti che dà a quelli che lo seguono. Non ti resta nulla: né il guanciale, né i precetti della Legge, né quel po’ che era stato lecito a Eliseo – c’è un prima della vocazione cristiana (Gesù dà respiro ai Samaritani), ma c‘è un dopo, per i chiamati al Battesimo. I cristiani sono più dei profeti: non c’è tolleranza non c’è respiro. Dopo la chiamata di Gesù non c’è più nulla di scandaloso per il cristiano: lo scandalo dà la vera libertà. Dio ha diritto di chiederci le mutilazioni più assurde e impensate; guai a noi se conserviamo il buon senso e non arriviamo fino in fondo alla logica della croce! Gesù parla senza parole, ma viene il momento in cui ci chiede tutto e ci chiede di accettare fino in fondo lo scandalo della Croce. Arrendiamoci: non resistiamo: quando molliamo tutto, il Signore ci dà la gioia e la pace della fede in Cristo Gesù» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1971).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Riuniti nel giorno del Signore, prima di spezzare il Pane con gioia e semplicità di cuore, eleviamo al Signore la nostra preghiera.

Padre della vita, guarda i tuoi figli e ascoltaci

  • Padre santo illumina il nostro sguardo interiore con la luce della verità che a noi rivelasti per mezzo di Gesù, tuo Figlio, noi ti preghiamo.
  • In virtù dell’unico Pane spezzato, che sparso è diventato uno, così raccogli, o Signore, la tua Chiesa dai confini della terra nel tuo regno, noi ti preghiamo.
  • A noi, che hai dato un cibo e una bevanda spirituali per la vita eterna, concedi, o Signore, l’umile confessione dei nostri peccati, perché il nostro sacrificio sia puro e non sia bestemmiato il tuo Nome santo, noi ti preghiamo.
  • La lampada della fede non si spenga nelle nostre mani, i nostri fianchi restino cinti nel servizio e la nostra vita arda per il desiderio della venuta del Signore. Tutta la Chiesa nello Spirito dica: Vieni Signore. Preghiamo.

O Dio, che ci chiami a celebrare i tuoi santi misteri, venga la tua grazia e passi il mondo presente, perché la nostra fedele attesa di Cristo nel generoso servizio dei fratelli, si tramuti in gioia nella sua venuta.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.