« La visione antropologica di Papa Francesco interpella la missione della vita consacrata »

Bruno Cadoré OP

(28 maggio 2015)

Preambolo

La parola « interpella » indica un momento favorevole da cogliere, ed invita al contempo a prendere seriamente in considerazione, all’interno dei nostri Istituti di vita consacrata, gli appelli lanciati da Papa Francesco a tutta la Chiesa affinché essa si lasci generosamente pervadere dalla « gioia dell’evangelizzazione». È nostro proposito, con l’aiuto della Commissione teologica dell’USG, approfittare della presente assemblea, in questo Anno della via consacrata, per imbastire delle prime risposte a tale « interpellanza ». Sebbene i discorsi che verranno espressi si baseranno principalmente sull’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, sarà naturalmente opportuno collocare la riflessione di Papa Francesco sulla Chiesa e sull’evangelizzazione in un insieme di insegnamenti magisteriali di vari livelli, come le tre recenti encicliche sulla Carità, la Speranza e la Fede, i due recenti sinodi sulla Parola di Dio e sulla nuova evangelizzazione e la trasmissione della fede, nonché le prime conclusioni del Sinodo straordinario sulla famiglia.

Si tratta dunque, partendo da questa lettura dell’insegnamento del Papa, di individuare i punti in cui egli mette in evidenza gli aspetti specifici di ciò che può e deve essere il contributo della vita consacrata alla missione della Chiesa; si tratta inoltre di vedere come tale insegnamento può orientare il servizio dei superiori generali. Lungo il percorso sono apparsi alcuni temi che, approfonditi, potrebbero contribuire al rinnovo di una teologia della vita consacrata, mantenendo con questo « modo di vivere » nella Chiesa un dialogo esigente.

Per questo sembra veramente necessario imperniare il nostro discorso su una teologia della Chiesa, in quanto è essa stessa « missione d’evangelizzazione », istituita come Chiesa nella dinamica della missione di Cristo stesso, fondata sul mistero della Passione e Risurrezione del Figlio, abitata dal mistero della Trinità, configurata dalla potenza dello Spirito a Cristo nella sua missione per la salvezza del mondo. È ovviamente impossibile riprendere tutti i testi più importanti a sostegno di tali affermazioni, ma la riflessione sulla missione della vita consacrata nella Chiesa deve certamente dedicare tempo ai testi di riferimento più importanti (anche in questo caso di vari livelli magisteriali) come Gaudium et Spes e Lumen Gentium, Ecclesiam Suam, Evangelii Nuntiandi, Vita Consecrata.

In altre parole laddove la vita consacrata – per vari motivi come : l’evoluzione degli Istituti, l’impronta della globalizzazione, le complementarità e tensioni tra culture e nazioni, una certa « funzionalizzazione» della vita consacrata attiva (quella maschile caratterizzata soprattutto dalle funzioni clericali; quella femminile, facilmente ridotta alle opere sociali) – si preoccupa prevalentemente della sua istituzionalizzazione, è probabilmente maggiore l’urgenza di collocarsi nella prospettiva del divenire della Chiesa nel mondo.

In questo orizzonte sarà indispensabile pensare ai carismi della vita consacrata, in quanto sono dati alla Chiesa per aiutarla ad essere ciò che è e ciò che diventa.

La parola « interpella » invita dunque non solo ad una valutazione – già di per sé importante poiché questo anno si dovrà ovviamente svolgere una  valutazione realistica e coraggiosa,  evitando però di sfociare nell’« auto-centramento » – ma anche ad un « rinnovo », cercando di capire meglio come l’insegnamento di Papa Francesco chiama in modo rinnovato la vita consacrata a svolgere pienamente ed interamente, in nome dei carismi a lei affidati, il suo ruolo nella missione della Chiesa.

Un’antropologia della creatività

Papa Francesco ha forse una proposta antropologica specifica? Questa domanda è stata il punto di partenza della Commissione teologica dell’USG in questi ultimi due anni.

Essa richiama un momento del dialogo di P. Spadaro con il Papa[1]. Il punto è sapere come, in tempi di grandi mutamenti, l’umano può capire se stesso in modo diverso rispetto al passato. La risposta del Papa si basa su un testo di San Vincenzo di Lérins[2] e conclude : « Si cresce nella comprensione della verità. […] Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a far maturare il proprio giudizio. Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita della comprensione. […] Le forme nelle quali si esprime la verità possono essere multiformi, e questo è anzi necessario per trasmettere il messaggio evangelico nel suo significato immutabile » (p. 132). Questa risposta richiama una convinzione riguardante l’umano: l’essere umano è caratterizzato dalla sua crescita e dalla sua capacità di capire se stesso. Sono allora da considerare due elementi essenziali: da un lato, questa capacità di auto-comprensione è animata dalla ricerca della verità; dall’altro, attraverso questo processo di crescita può essere stabilita l’unità. È per questo motivo che, di fronte ai mutamenti del tempo presente, è così importante avviare un’opera di discernimento, alla quale la Chiesa deve dare il proprio contributo con la sua riflessione e presenza tra la gente. Nel cuore della Chiesa, le diverse tradizioni di vita consacrata possono assumersi l’incarico di essere la « memoria evangelica » di questo appello a rischiare la mobilità per la missione. Rischio che si può prendere, nelle contraddizioni e conflitti del mondo, basandosi sulla verità e l’unità considerate un dono che ci precede e, contemporaneamente, l’orizzonte della promessa (Gv 17, 11).

Si potrebbe esprimere diversamente questa convinzione dicendo che l’essere umano è capace di creatività. Per rispondere all’urgenza del rinnovo dell’evangelizzazione, questa qualità è certamente essenziale. È però opportuno che essa sia a sua volta guidata. Attraverso gli insegnamenti di Papa Francesco, si possono individuare alcuni criteri per assicurare l’accompagnamento e la promozione di tale creatività.

Il primo criterio – non perdere mai di vista l’umano – è quello che garantirebbe la « validità del pensiero » : « L’uomo è alla ricerca di se stesso. […] Quando un’espressione del pensiero non è valida ? Quando il pensiero perde di vista l’umano, quando addirittura ha paura dell’umano o si lascia ingannare su se stesso. […] Il pensiero della Chiesa deve recuperare genialità e capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il suo insegnamento » (p. 133)[3].

Tre parole chiave indicano le condizioni più favorevoli allo sviluppo di questa creatività (cfr. il suo colloquio con le riviste gesuitiche) : dialogo, discernimento, frontiere. Il dialogo, che « permette sempre di avvicinarsi alla verità che è dono di Dio, e di arricchirsi  vicendevolmente »[4]. Attraverso il dialogo si possono costruire ponti invece di innalzare muri. Il discernimento che permette di cercare e trovare Dio in tutte le cose : « Dio è all’opera nella vita di ogni uomo e nella cultura : lo Spirito soffia dove vuole » (p. 171). Le frontiere sottolineano il dramma della frattura tra Vangelo e cultura[5] : « Voi siete chiamati a dare il vostro contributo per sanare questa frattura che passa anche attraverso il cuore di ciascuno di voi e dei vostri lettori» (p. 172)[6].

Oltre ad un’unica « cultura dell’incontro », l’antropologia esposta nella succitata Esortazione valorizza il ruolo che svolge nella missione della Chiesa il mirare alla comunione – potremmo dire, il promuovere la capacità  di comunione dell’umano – poiché « evangelizzare è rendere presente al mondo il Regno di Dio » (EG 176), annunciando un Vangelo della promozione umana (EG 178), della fraternità e della giustizia (EG 179)[7]. Questa comunione sarà anche il frutto dell’integrazione serena e gioiosa della diversità culturale (« La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio s’incarna nella cultura di chi lo riceve», EG 115). L’inculturazione (che potremmo chiamare « trasculturazione ») è costitutiva della comunione ecclesiale (« Se ben intesa, la diversità culturale non minaccia l’unità della Chiesa », EG 117). L’evangelizzazione, nell’ottica della comunione ecclesiale, si integra nella storia attraverso la modalità della speranza : « La vera speranza cristiana, che cerca il Regno escatologico, genera sempre storia » (EG 181). Papa Francesco, nella sua lettera alle persone consacrate, le invita a « svegliare il mondo », non proponendo utopie ma sapendo creare « altri luoghi » in cui si vive la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco. Questo appello è realistico poiché non si può dimenticare che, anche se considerata nell’orizzonte della speranza, la storia umana è caratterizzata da ostacoli alla comunione – ristrettezza di idee, paure e malintesi -, che tali proposte di utopie possono rimuovere.

« Io sono una missione su questa terra »

Si legge nell’Esortazione : « La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sra­dicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere se stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, gua­rire, liberare. Lì si rivela l’infermiera nell’animo, il maestro nell’animo, il politico nell’animo, quelli che hanno deciso nel profondo di essere con gli altri e per gli altri. Tuttavia, se uno divide da una parte il suo dovere e dall’altra la propria vita pri­vata, tutto diventa grigio e andrà continuamente cercando riconoscimenti o difendendo le proprie esigenze. Smetterà di essere popolo.» (EG 273).

Questa citazione rivela un elemento chiave dell’antropologia esposta da Papa Francesco, e si ricollega ad una convinzione espressa già da Paolo VI : « L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono testimoni » (Evangelii nuntiandi, 41). Da quando è stato eletto, molti, nella Chiesa o al di fuori di essa, sono colpiti dalla libertà di parola e dai gesti significativi di Papa Francesco. Egli illustra questo tratto antropologico che vogliamo sottolineare così: con il suo comportamento, il messaggero è anche messaggio. Si tratta di mettere in valore non tanto l’esemplarità di un comportamento esterno, quanto la qualità dell’impegno di una persona che mantiene la parola. La parola di Papa Francesco, profondamente radicata nel desiderio di Vangelo, è come un invito lanciato ad ognuno a osar tener federe alla propria parola, osar attingere alla fonte del Vangelo la sua forza di autenticità, e in fin dei conti, osar credere nella propria capacità di missione. Ciò che probabilmente colpisce tanto le persone è questo appello a « tener fede alla propria parola » nella conversazione del mondo, non per enunciare innanzitutto dottrine teoriche, ma piuttosto, abbracciando tali dottrine, per rivolgersi alle persone sulla base della propria esperienza umana e credente. In tal modo gli interlocutori incontrano veramente qualcuno, possono riconoscersi nelle sue parole personali e, soprattutto, si sentono chiamati a prendere a loro volta la parola, partendo dalla propria esperienza.

Spesso nella Chiesa ci si interroga sul nesso tra carisma e istituzione. Sarà probabilmente uno dei temi sviluppati nella nuova versione che si sta preparando di Mutuae relations. Il ministero di Papa Francesco dà un’indicazione sull’ottica da cui considerare e realizzare tale nesso : vi è come una premessa all’enunciazione teorica di questo legame, ossia l’impegno delle persone, l’impegno personale di ognuno, in una stessa dinamica di missione, la quale è appunto ciò che congiunge carisma e istituzione, carisma e gerarchia. Senza tale impegno, le persone non si troverebbero coinvolte nel « racconto » della missione della Chiesa, basato sul « racconto » della missione di Cristo stesso.

Come sappiamo, Papa Francesco considera con vivissima attenzione il fatto che l’umano è in crescita (si potrebbe parlare di un’antropologia della crescita delle persone, cfr. EG 169). Tale attenzione lo porta a sottolineare degli aspetti essenziali dell’« umanità del missionario », che cresce man mano che questi si impegna nella missione di Cristo.

Il primo è certamente quello a cui lui stesso ricorre quando, rispondendo alla domanda ‘chi è Papa Francesco’, dice : « Io sono un peccatore ». Un’umiltà che invita subito il missionario ad avere speranza nella misericordia divina che annuncerà. Un’affermazione che inoltre apre l’umano, nella sua capacità di crescita, alla dimensione spirituale di crescita attraverso il mistero del perdono. Non c’è scollegamento tra queste due dimensioni dell’umano, così come c’è un’unità nella provvidenza del Dio creatore e salvatore.

Adottando il titolo che pare fosse già stato dato ad una prima stesura dell’Esortazione apostolica sinodale, Papa Francesco pone al centro della sua visione antropologica la « capacità di gioia », di cui si può ricordare che è direttamente legata all’incontro con Cristo (EG 3), corrisponde ad un atteggiamento globale di chi sa « conservare un cuore credente, generoso e semplice » (EG 7), e traccia il cammino del passaggio quaresimale a Pasqua (EG 6). In fondo, adottando questo titolo, il Papa sottolinea quanto sia importante sviluppare l’umanità dell’evangelizzatore in questi tempi in cui il rinnovo dell’evangelizzazione è una sfida prioritaria per la Chiesa : « La dolce e confortante gioia di evangelizzare anche quando occorre seminare nelle lacrime. […] Possa il mondo del nostro tempo – che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella, non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti o ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo » (EG 10). In questa prospettiva, l’evangelizzazione consiste nel « condividere una gioia », o anche nell’« offrire un banchetto » (EG 14), e questo porta il Papa a parlare della « gioia missionaria » (EG 21).

Il terzo aspetto dell’umanità del missionario è il suo essere  « in cammino verso Dio ». Qui possiamo far riferimento a Lumen Fidei, in cui la figura di Abramo è al centro dell’evocazione dell’umanità credente. Questo aspetto deve essere probabilmente collegato all’affermazione secondo cui « il credente è uno che fa memoria » (EG 13). Se l’evangelizzazione è il primo compito della Chiesa, siamo chiamati ad accrescere continuamente la consapevolezza dell’essere « un popolo in cammino verso Dio » (EG 111)[8]. La Parola di Dio deve dunque essere considerata veramente il centro di qualsiasi attività ecclesiale (contemplazione della Parola e del mondo, EG 154)[9], e le fondamenta dell’evangelizzazione attraverso la quale è possibile  diventare « discepoli missionari » (EG 120).

In « travaglio di esodo » : la sfida spirituale della Chiesa in missione

Al centro dell’antropologia che sviluppa Papa Francesco nel suo insegnamento c’è una « spiritualità dell’esodo», di cui tre aspetti possono essere particolarmente pertinenti per individuare importanti orientamenti per la missione della vita consacrata.

Il primo potrebbe essere espresso in forma di paradosso : mentre la vita consacrata si radica nella tradizione monastica della « fuga mundi », della rinuncia alle cose del mondo (cfr. i tre voti) e a tutto ciò che non è Dio, Papa Francesco chiama ad « uscire » e a raggiungere le persone nelle periferie esistenziali[10]. Non sono forse questi, per l’appunto, i luoghi più intensamente caratterizzati dalle « logiche del mondo » ? Allo stesso tempo dobbiamo ricordare che l’invito del Papa è accompagnato da una critica spesso severa della « mondanità spirituale ». La risoluzione di tale paradosso richiede due approcci complementari. Il primo è la critica dei tentativi che ognuno può fare – anche nella vita consacrata – per « costruire » il proprio mondo a immagine delle pressioni della mondanità del  mondo (globalizzazione, consumismo, connecting people…) : il mondo da cui « fuggire » non è ovviamente « il mondo dato », ma piuttosto « il mondo costruito » a immagine dell’umano e nel quale si deve imparare a lasciarsi liberare da ogni forma di schiavitù. Il secondo approccio, proprio in risposta alla chiamata a raggiungere i « margini » dell’esistenza umana, consisterebbe nel diventare segno di contraddizione, non tanto attraverso questa o quella azione che definiremmo profetica, ma attraverso un’esperienza umana in cui la vita si svolge e l’azione si elabora in una dinamica di fraternità critica nel mondo, partendo dagli emarginati del mondo. Una critica della mondanità del mondo basata su una solidarietà fraterna con i margini di questo mondo. Una fraternità critica partendo dal rovescio del mondo, in cui la solidarietà con la « fraternità  degli scossi » (J. Patočka) farebbe da leva e da punto d’appoggio per ridare al mondo la sua stessa speranza. Una fraternità espressa da Papa Francesco quando sottolinea il ruolo che deve svolgere in questo « esodo » la compassione per i membri del corpo sofferente di Cristo oggi.

Il secondo aspetto della spiritualità dell’esodo missionario è l’essere in essa coloro che «fanno passare ». Gli insegnamenti di Papa Francesco permettono di individuare almeno quattro « passaggi », determinanti nella sua visione dell’umano[11] profondamente radicata nel mistero pasquale, riportati di seguito:

  • passaggio alla priorità data a Dio. La vita consacrata è consacrata a qualcuno, è la sequela di una persona, Gesù Cristo, che manifesta che Dio ha amato per primo il mondo. È la sua risposta a questo amore (EG 39). L’opzione per la persona del Figlio ha quattro conseguenze: i religiosi sono chiamati a promuovere la dignità umana (EG 55) ; la vita consacrata al Dio di misericordia dà un’opportunità di imparare come affrontare le debolezze umane (EG 12) ; considerare ciò che Dio vuole che noi facciamo prima di considerare ciò che noi vogliamo fare (insistendo sul « noi » che sottolinea la dimensione comune, segno del Regno – EG 79) ; la mobilità è importante (EG 21) e le strutture devono servire la missione (EG 26);
  • passaggio alla celebrazione della vita come dono di Dio dedicato agli altri, che è la fonte della gioia dell’evangelizzazione (EG 24). Tale celebrazione, radicata nella fede in Gesù crocifisso e resuscitato, sostiene il discernimento alla luce del Vangelo (EG 78);
  • passaggio alla solidarietà con i mondi contemporanei, basato sulla convinzione che Dio si è schierato a favore dell’umano, restando accanto ai deboli e ai peccatori (EG 10). Nel fare la scelta della fraternità, la vita consacrata è segno escatologico (EG 87);
  • passaggio a una dinamica di incontro e dialogo, un’eco al movimento della kenosi del Figlio (Fil 2, 1-11). Le comunità devono essere aperte agli altri, mettendo la comunione al servizio della missione (EG 80). Qui si può suggerire che, in questo lavoro di « passaggio», è importante dare la priorità al tempo rispetto allo spazio (EG 222-225), privilegiando sempre la temporalità dei dinamismi a lungo termine, piuttosto che il mantenimento degli spazi stabiliti del momento presente con le sue sistemazioni, le sue sicurezze e i suoi poteri.

Infine un terzo aspetto della spiritualità dell’esodo consiste nelle valenze determinanti per la « sacramentalità della comunione missionaria ». Il travaglio di esodo consiste in effetti nel far nascere il popolo di Dio, far nascere ognuno come appartenente al popolo di Dio, e questa appartenenza costituisce il punto d’appoggio più sicuro della creatività della missione.

  • Il popolo di Dio deve svilupparsi unendo l’impegno dei diversi protagonisti della comunione. Papa Francesco sottolinea in particolare tre grandi sfide per questo tempo di rinnovo dell’evangelizzazione. La prima è il considerare lo spazio e il ruolo che hanno i laici nella Chiesa : « È cresciuta la coscienza dell’identità e della missione del laico nella Chiesa » (EG 102) : come consideriamo i laici legati ai nostri Istituti (come oggetto della nostra cura pastorale, come collaboratori, come formati, sostenuti e dati alla Chiesa come protagonisti dell’evangelizzazione ?). La seconda è garantire nella Chiesa una presenza femminile più incisiva: « Ma c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa » (EG 103) : a che punto siamo nello sviluppo dei nostri compiti pastorali ? E, più radicalmente, come collochiamo il rapporto essenziale tra la vita consacrata maschile e la vita consacrata femminile ? (potrebbe essere molto significativo l’esempio della nostra reazione riguardo alla distinzione tra « membri » e « invitati » al Sinodo dei Vescovi). La terza è considerare i giovani come protagonisti dell’evangelizzazione : « È necessario, tuttavia, rendere più stabile la partecipazione di queste aggregazioni [di giovani] all’interno della pastorale d’insieme della Chiesa » (EG 105) : come consideriamo il nostro impegno pastorale con i giovani, sono questi innanzitutto « destinatari» della nostra cura pastorale o protagonisti della pastorale della Chiesa ?
  • Nel mondo contemporaneo, la dinamica dell’evangelizzazione invita ad andare verso coloro che sono alla ricerca di verità e a dialogare con loro, osando correre il rischio di questa « conversazione», in particolare nel contesto « laicizzato» che caratterizza molte società contemporanee. Un simile dialogo deve essere stabilito in particolare con il mondo scientifico : « Quando alcune categorie della ragione e della scienza vengono accolte nell’annuncio del messaggio, quelle stesse categorie diventano strumenti di evangelizzazione » (EG 132). La teologia deve essere in dialogo con le altre scienze (EG 133) : in che modo le nostre tradizioni, i nostri istituti universitari e di ricerca promuovono questo dialogo?
  • Al centro del rinnovo dell’evangelizzazione deve esserci la preoccupazione per i poveri e per una Chiesa povera che dia uno spazio concreto alla liberazione e alla promozione dei poveri (EG 187), alla solidarietà (EG 188), alla compassione davanti all’altrui sofferenza (EG 193) : « L’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica » (EG 198). Questo impegno di una Chiesa povera (EG 198) con e per i poveri si inserisce in un’antropologia politica, sottolineando il valore della dignità di ogni persona, la nobiltà del lavoro politico, l’irriducibile responsabilità comune, la cura dei fragili (EG 209) e la difesa della vita (EG 213-214). È opportuno qui insistere sul fatto che la vicinanza ai poveri deriva dal riconoscimento, da parte dei religiosi e dei membri della Chiesa, della loro stessa vulnerabilità (cfr. EG 85). Quando i membri della Chiesa toccano la carne che soffre di Cristo nei poveri e negli esclusi, possono essi stessi scoprire la forza della tenerezza e darne testimonianza (EG 241). Altrimenti l’opzione per i poveri resterebbe sempre l’opzione dei più forti che si chinano verso i più deboli, e sarebbe ancora troppo volontaristica, e ignorerebbe la forza della tenerezza che sorge laddove si riconoscono vulnerabili da ambedue le parti.

L’essere in travaglio di esodo ha non tanto a che fare con le teorie quanto con i gesti e gli orientamenti concreti dati alle comunità e alle istituzioni nella Chiesa, con la ferma convinzione che il « rischio dell’esodo» rafforzerà il popolo di Dio e la sua gioia di essere in missione. Alla fine di questa analisi troppo breve, si può dire che Papa Francesco sviluppa una specie di antropologia politica evangelica, impostata su tre dinamiche : una solidarietà esistenziale con i poveri, che costituisce un punto d’appoggio solido per una critica gioiosa e benevola delle logiche del mondo che attraversano la Chiesa; un’integrazione dei carismi della vita consacrata nella dinamica della sacramentalità  della Chiesa ; la speranza di una comunione di cui è capace l’umano per come è stato creato.

Il servizio del superiore generale

Entrare in travaglio di esodo, certo, ma come ? Se la vita consacrata ha in qualche modo l’incarico di essere « memoria evangelica» di questo appello, come può essa stessa rispondere a questo appello ? Invece di sviluppare, sulla base di quanto appena espresso, un discorso su quel che potrebbe essere l’impegno « teorico » della vita consacrata secondo la dinamica di rinnovo dell’evangelizzazione, il proposito qui è di interrogarsi su come può un superiore generale contribuire ad accompagnare l’Istituto affidatogli affinché esso possa mettere il proprio carisma al servizio della dinamica auspicata da Papa Francesco per la Chiesa[12]. Ricordiamo quattro ambiti che potrebbero animare la nostra riflessione comune e forse condurci ad individuare qualche tema che vorremmo affidare alla Commissione teologica per i suoi futuri lavori.

Promuovere la formazione permanente delle persone e delle comunità

Nella succitata prospettiva della creatività, il superiore è certamente invitato, nella sua funzione, a dare priorità all’accompagnamento delle persone (e non solo delle persone « difficili » che spesso accaparrano l’attenzione dei superiori). Potrà così essere svolto un servizio d’istituzionalizzazione del carisma, grazie alla quale il carisma sarà realmente « cammino di gioia » delle persone, nella misura in cui queste assumeranno nella propria parola e nel proprio impegno la gioia di questo « desiderio del Vangelo». È qui che potrebbe avere senso la necessità di resistere alle « tentazioni degli operatori pastorali», ma anche la promozione della formazione permanente, del radicarsi nella Parola di Dio, nonché l’incoraggiamento a far della vita consacrata un cammino di fede (e non solo di pratica regolare della fede). In effetti, all’assemblea plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica di novembre scorso è stato sottolineato che una delle grandi sfide per i nostri Istituti è quella della formazione permanente. Una formazione permanente che sostenga davvero il movimento di rinnovo del contributo che la vita consacrata offre alla dinamica di rinnovo dell’evangelizzazione. Da questo punto di vista, la formazione permanente deve essere considerata, più che un apprendimento di nuove conoscenze (teologiche, pastorali, psicologiche, sociologiche), una proposta di approfondire continuamente il proprio itinerario spirituale, di stabilire al centro della storia personale di ognuno una relazione viva con Dio e con il prossimo in Dio. Nell’orientare la riflessione comune verso questa prospettiva, è opportuno naturalmente mantenere la consapevolezza che non sempre il superiore generale ha la possibilità di promuovere la dinamica di formazione permanente, ma che noi potremmo, in occasione dell’Anno della vita consacrata, unire i nostri sforzi e dare un segnale chiaro.

Tale riflessione potrà essere l’occasione di interrogarsi sul ruolo che svolgono nelle nostre vite e realtà ciò che Papa Francesco definisce le « tentazioni degli operatori pastorali. » In effetti, si può considerare, in diversi aspetti, che queste « tentazioni » richiamino difficoltà incontrate nei nostri propri Istituti e che il compito dei superiori sia non solo di individuare queste tentazioni e di mettere in guardia  contro di esse, ma anche di avviare con i membri dell’Istituto un lavoro di vigilanza e di « resistenza ». Tra i punti sottolineati dal Papa, si possono segnalare : i tre mali degli operatori pastorali : individualismo, crisi d’identità, calo del fervore (EG 78) ; lo scoraggiamento di fronte alla diffidenza generalmente manifestata verso il messaggio della Chiesa (la cultura mediatica e alcuni ambienti intellettuali), e la fuga in una « mondanità » che permetta « di essere come tutti gli altri » (EG 79) ; il rischio di relativismo pratico (EG 80) o del « grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa » (EG 83) ; l’accidia egoista, con la tentazione di « preservare spazi di autonomia personale » e di fuggire da qualsiasi impegno (EG 81, ma anche EG 88) ; considerando il modo in cui si sviluppa talvolta il nostro rapporto con i ministeri, come potremmo analizzare questo rifugiarsi così frequentemente nella funzionalizzazione ? Da un punto di vista più istituzionale, come non sentire l’appello del Papa a sviluppare un rapporto giusto con i progetti, lasciando spazio anche al senso di sconfitta, ad una spiritualità della Croce (EG 85 : EG 96 : « Quante volte sogniamo piani apostolici, espansionistici, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali sconfitti? » Ci lasciamo tentare dalle spiritualità del benessere e le teologie della prosperità (EG 90), se non altro per spirito « concorrenziale » o di « marketing » ? I discorsi del Papa invitano certamente a osare sviluppare una teologia e una spiritualità che lascino spazio alla sconfitta, imparando così a vivere in Cristo, e in comunione con la fraternità religiosa e tutta la Chiesa, le sconfitte e i fallimenti che riguardano tutti, da un punto di vista  fisico, psicologico, morale e sociale.

È bene collocare in questa prospettiva di formazione permanente « integrale » l’accompagnamento delle persone. Il servizio del superiore generale, in effetti, per promuovere il desiderio di ognuno di vivere l’incontro personale con Cristo (EG 264), cercherà di promuovere le condizioni in cui si vive la gioia dell’essere discepolo missionario (il che suppone l’appello instancabile a immergersi nel mistero della Parola di Dio), anche nei suoi aspetti più « crocifiggenti » rispetto ai nostri desideri spontanei di autorealizzazione e di benessere (EG 42 ; 86 ; 91). Si potrebbe dire che si fa così servitore di una spiritualità  dell’evangelizzazione : l’incontro personale con l’amore di Gesù che ci salva (EG 264), il piacere di essere popolo di Dio (EG 268), la fiducia nell’azione misteriosa del Risorto e del suo Spirito (EG 275), la forza missionaria dell’intercessione (EG 281). Questo si ricollega anche al capitolo 5 dell’Esortazione, e agli sviluppi su Maria, Madre dell’evangelizzazione (EG 284). Più fondamentalmente, la formazione permanente deve probabilmente essere sempre aperta ad essere un cammino privilegiato d’evangelizzazione dei membri stessi dell’Istituto (EG 164). Tutti abbiamo bisogno di essere destinatari del « primo annuncio » del Vangelo, chiamati da missionari a non smettere mai di diventare discepoli (EG 266).

Promuovere la consapevolezza del dover rispondere insieme all’unica missione della Chiesa

Come collocare la vita consacrata nella  dinamica dell’evangelizzazione presentata dal Papa ? Si legge nel n° 130 : « Lo Spirito Santo arricchisce tutta la Chiesa che evangelizza anche con diversi carismi. Essi sono doni per rinnovare ed edificare la Chiesa. Non sono un patrimonio chiuso, consegnato ad un gruppo perché lo custodisca; piuttosto si trat­ta di regali dello Spirito integrati nel corpo ec­clesiale, attratti verso il centro che è Cristo, da dove si incanalano in una spinta evangelizzatrice. Un chiaro segno dell’autenticità di un carisma è la sua ecclesialità, la sua capacità di integrarsi armo­nicamente nella vita del Popolo santo di Dio per il bene di tutti ». Il lavoro di discernimento nella vita consacrata deve essere condotto in questo orizzonte dell’ecclesialità.

Quando si affronta la questione della missione della vita consacrata nella missione della Chiesa oggi, secondo gli orientamenti dati da Papa Francesco, non si può non considerare la recente lettera rivolta alle persone consacrate in occasione dell’inaugurazione dell’anno dedicato alla vita consacrata nella Chiesa universale. Ricordiamo che il Papa individua per questo anno gli obiettivi che rappresentano indubbiamente delle linee forti per il contributo della vita consacrata all’edificazione della Chiesa che egli auspica. Guardare il passato con gratitudine; vivere il presente con passione (« Gesù è ancora il nostro primo amore, come ci siamo prefissi quando abbiamo professato i nostri voti ? ») e diventare « esperti di comunione » ; abbracciare il futuro con speranza. E formula le sue aspettative riguardo alle persone consacrate: essere vivi di gioia ; risvegliare il mondo proponendo utopie e sapendo creare altri luoghi in cui si vive la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco ; essere esperti in comunione ; uscire da se stessi per andare alle periferie esistenziali ; interrogarsi su ciò che chiedono Dio e l’umanità di oggi[13].

Far posto alla crisi dell’impegno comunitario

Di fronte a ciò che egli stesso definisce « una crisi dell’impegno comunitario» (capitolo 2), il Papa sottolinea la necessità di fare un « discernimento evangelico» (EG 50) e  mantenere la « sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi»  (EG 51). Nel leggere questo capitolo appare piuttosto chiaro che le realtà della vita consacrata sono confrontate alle stesse sfide, perché attraversate dalle stesse dinamiche e logiche che strutturano i mondi contemporanei. Si possono allora individuare, se non tutte per lo meno alcune di queste sfide, tutti appelli ad una vigilanza speciale da parte dei superiori generali.

Globalizzazione dell’indifferenza (EG 54) : molti dei nostri Istituti sono internazionali, e i loro membri sono esposti a queste stesse disparità, e a questa stessa indifferenza (per esempio : Ucraina, Medio Oriente, Centrafrica…).

Crisi finanziaria (EG 55) ed economia dell’esclusione (EG 53) : interrogarsi sugli investimenti degli istituti, sulle politiche di solidarietà, a cominciare dal proprio istituto.

Logica del consumo, che alimenta questa logica di un’economia squilibrata : come fare il punto sul livello di vita degli Istituti, non solo delle persone (spesso piuttosto semplice), ma anche delle comunità e delle istanze generali.

In che modo restare vicini a, con, dalla parte delle vittime delle disparità sociali che generano la violenza (EG 60) ? In che modo questa solidarietà nata dalla compassione ha un impatto concreto sulle riorganizzazioni dei nostri istituti e delle nostre strutture ?

Se gli istituti di vita consacrata sono chiamati a proporre « utopie », certamente il problema si pone loro di sapere come le « logiche della mondanità » segnano la vita delle persone e delle comunità, come coinvolgere le persone nelle comunità, e qual è il proposito comune dell’istituto. Di nuovo può essere applicato il metodo di Papa Francesco per il quale l’appello all’evangelizzazione deve essere accolto dagli stessi protagonisti dell’evangelizzazione. È a questo prezzo che avviene realmente l’entrata in « travaglio di esodo ».

Discernere per realizzare  il carisma ed aiutare  la Chiesa nella missione

Alcuni temi di riflessione sembrano realmente cruciali, se vogliamo evitare affabulazioni pessimistiche, analisi della realtà miopi, o dichiarazioni d’intenti velleitarie.

Il principale rischio, secondo me, è quello delle ingiunzioni paradossali. Alcuni esempi :

  • vivere l’impegno della consacrazione religiosa nel (o del) contesto di secolarizzazione (o laicizzazione), o per lo meno di «diffusa indifferenza relativista » (EG 61), e considerare che tale contesto talvolta « ha comportato un accelerato deterioramento delle radici culturali », o mettere in causa nel contesto contemporaneo « la razionalizzazione che secolarizza » : è forse questa l’analisi più giusta possibile della realtà ? (EG 62-63) ; come evitare di rinchiuderci in un giudizio negativo della cultura globalizzata (espressa da EG 77) ?
  • domanda rispetto alla credibilità della Chiesa come istituzione (EG 65), quando talvolta le nostre istituzioni religiose si irrigidiscono nella misura in cui si sentono indebolite ;
  • discutere della crisi della famiglia (EG 66), legata in parte all’individualismo che « favorisce uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone, e che snatura i vincoli» (EG 67), senza interrogarsi sull’impatto che questo ha sulla natura dei legami comunitari ;
  • mettere in valore il fatto che « è imperioso evangelizzare le culture per inculturare il Vangelo» (EG 69), senza però tener sempre conto dei mutamenti culturali nello stabilire dinamiche e ritmi della vita consacrata quotidiana (per esempio, come tener conto della cultura « tecnica e scientifica » in questo processo d’inculturazione ? cfr. le difficoltà ad integrare comunitariamente le nuove reti sociali) ;
  • sottolineare il valore della pietà popolare e delle nuove forme di vita religiosa (EG 70), senza trovare sempre come accoglierle e integrarle nella spiritualità e nelle devozioni stabilite in una data tradizione ;
  • questo si ricollega ad un’altra tensione, quella tra la necessità di «un’evangelizzazione che illumini i modi nuovi di relazionarsi con Dio, con gli altri e con l’ambiente, e che susciti i valori fondamentali » (EG 74), e la sfida di accogliere queste culture contemporanee nel cuore di una tradizione spirituale, accogliendo le nuove generazioni che le portano. Qui si colloca la sfida di aprirsi alla creatività degli altri, e in particolare delle nuove generazioni e delle culture diverse dalla cultura di fondazione, per quanto riguardo la vita, la celebrazione, la condivisione di fede e della Parola, i modi di incontrarsi con la gente.
  • Questo sarebbe probabilmente del tutto ovvio se dedicassimo tempo a discernere le ricchezze e le sfide di questa « cultura inedita [che] palpita e si progetta nella città » (EG 73), e a misurare quanto siamo segnati da una caratteristica di queste culture urbane : « quello che potrebbe essere un prezioso spazio di incontro e di solidarietà spesso si trasforma nel luogo della fuga e della sfiducia reciproca » (EG 75) ;

In conclusione

Come avrete capito, la sfida di questo appello a partecipare pienamente al rinnovo dell’evangelizzazione non deve portare la vita consacrata ad elaborare nuovi piani strategici. È più un appello a sviluppare un modo « spirituale» di affrontare le sfide e i rischi dell’evangelizzazione oggi. È un invito ad una spiritualità di tutta la creatività, mossa dalla speranza di comunione. È una spiritualità del dono generoso di sé, e del coraggio di prendere dei rischi, preferendo accettare la sconfitta piuttosto che stabilirsi nelle false sicurezze dell’immobilismo. È una spiritualità della resistenza alla mondanità che consiste nello « scegliere la fraternità » mistica e contemplativa (EG 91), dando così la testimonianza essenziale per l’evangelizzazione della comunione fraterna (EG 99), dell’essere molto attenti ad evitare la « mondanità spirituale » (EG 93) e del rifiutare qualsiasi compiacenza  verso la « guerra tra cristiani » (EG 98) di cui si possono vedere chiaramente delle tracce nei rapporti ancora molto concorrenziali tra le opere dei consacrati.

 In fondo l’Anno della vita consacrata è probabilmente una possibilità data a tutte le persone consacrate di imboccare il « cammino dell’esodo», lungo il quale la priorità assoluta non è costruire istituzioni, ma accogliere la salvezza da Cristo, lasciarsi salvare da Cristo, accogliere con sempre maggiore gioia l’annuncio dell’avvicinarsi del Regno e, in tal modo, lasciare lo Spirito Santo rendere continuamente più creative, per il Regno, le relazioni di comunione fraterna e di solidarietà pastorale.

[1]Le Pape François. L’Eglise que j’espère. Entretien avec le Père Spadaro, sj, Coll. Champs Essais, Flammarion, Paris, 2014 – trad. F. Ewé ; H. Nicq ; F. Livi – éd. or. 2013, p. 131 ss.

[2] – Testo di san Vincenzo di Lérins letto nell’Ufficio delle Letture, il venerdì della XXVII settimana del Tempo ordinario. In risposta alla domanda: « Non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo? », San Vincenzo di Lerins risponde : « Vi sarà, certamente. […] Bisognerà tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento. […]E’ necessario dunque che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa. Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto ». E poi la frase che citerà il Papa nella sua risposta : Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età ». 

[3] – Cfr. i«tempi di genialità » nella storia della Chiesa, per esempio quello del tomismo, dice il Papa, p. 133

[4] – Intervista Civilta Cattolica, giugno 2013, cfr. p. 170.

[5] – Cfr. Evangelii  Nuntiandi, 20.

[6] – Ricordiamo i discorsi del Papa nella sua recente Lettera alle persone consacrate, che invita ad interrogarsi su ciò che chiedono Dio e l’umanità oggi.

[7] – Nella Lettera alle persone consacrate, Papa Francesco li chiama ad essere« esperti in comunione ».

[8] – Nella Lettera alle persone consacrate, Papa Francesco dice di aspettare dai consacrati che escano da loro stessi per andare alle periferie esistenziali.

[9]Verbum Domini 1, citato in EG 174.

[10] – Cfr. Contributo di Fratel Henry Donneaud, op, alla Commissione teologica dell’USG, Roma, 1° ottobre 2014 : Revisiter la fuga mundi à la lumière de la critique de la « mondanité spirituelle » par le Pape François.

[11] – Cfr. Contributo di Padre Budi Kleden, svd, alla Commissione teologica dell’USG, Roma, 1° ottobre 2014 : « Passing over » : a theological vision for religious life ».

[12] – Per riprendere il primo tema proposto : « Come esercitare il servizio del superiore generale per promuovere la missione proposta da Papa Francesco ? ».

[13]Lettera apostolica a tutti i consacrati, 21 novembre 2014.