Domenica  XII – C – di Giuseppe Bellia

 Il tempo lento e silente

tutto con oblio copre:

in sé ogni vita spegne.

Chiuso e abbandonato,

spento da parole vuote,

il Cristo sempre ama.

Ancor oggi agonizza

debole e sconfitto,

dai molti rifiutato.

In silenzio scrutalo:

un torrente di grazia

esce dal costato ferito.

Bevi alla sua sorgente:

estasi nell’oblio dell’io,

croce presa con forza.

PRIMA LETTURA                                        Zc 12,10-11;13,1

 

Dal libro del profeta Zaccaria

Così dice il Signore:

10 «Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione (lett.: di suppliche): guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito.

Poiché il Signore fa grazia, Egli riversa sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di suppliche. Essi trovano grazia ai suoi occhi e quindi lo possono supplicare perché si sono convertiti.

Nel misterioso rapporto nostro con Dio serve a poco – se non addirittura risulta un danno – ricondurre tutto al ragionamento. Egli certo riversa grazia nei cuori ma è pur vero che la riversa dove trova già una disponibilità ad accoglierla e ad esprimersi in suppliche. Nel nostro pensiero abbiamo bisogno di stabilire un prima e un dopo: è prima la grazia o è prima la disponibilità nostra? Su questo la dottrina dei Padri, soprattutto in Agostino, ha già risposto: è prima la grazia. Ma nel nostro spirito dove tutto avviene nell’istante eterno il nostro spirito recepisce la grazia e recepisce pure la supplica e resta libero nell’accettare l’una e l’altra.

Per questo Dio sovrabbonda in grazia perché noi giungiamo ad accogliere la supplica.

Questa s’incentra nello sguardo a Lui, che è colui che essi hanno trafitto.

Dice il Signore: Guardando a me, che sono colui che essi hanno trafitto, si riverserà su di loro uno spirito di grazia e di suppliche.

Essi sono attratti da questo spettacolo (cfr. Lc 23,48) e da Lui che morendo dona lo Spirito (Gv 19,30) si effonde lo spirito di grazia e di suppliche; è detto infatti: tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto (Lc 23,48). Egli innalzato sulla croce attira a sé tutti e tutti lo vedono, come annuncia l’evangelista Giovanni: «E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37).

I titoli di figlio unico e di primogenito sono propri di Gesù nel suo essere il Figlio di Dio (l’Unigenito) e nel suo essere il Figlio dell’uomo (il Primogenito).

Egli quindi sarà pianto quando sarà conosciuto; più lo conosceranno ricevendo dalla sua pienezza grazia su grazia più lo piangeranno nelle suppliche.

Sono queste le lacrime della purificazione che, come c’insegnano i nostri maestri spirituali, purificano lo sguardo interiore e preparano alla visione di Dio, come c’insegna il nostro unico Maestro.

12 In quel giorno grande sarà il lamento a Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo.

Non sappiamo chi sia Adad-Rimon, ma probabilmente era un personaggio famoso all’epoca del profeta il cui lutto nella pianura di Meghiddo ebbe un’eco grandissima. Alcuni lo riferiscono a Giosia, altri ancora a un re di Damasco (cfr. 1Re 15,18: Ben-Hadàd, figlio di Tab-Rimmòn).

«Alcune frasi di Zaccaria hanno una grande importanza nel NT, come questi due vv. : il pianto di cui qui si parla è in un contesto di attuazione delle promesse di Dio, di grazia e di vittoria (come il pianto della Maddalena).

  1. 10 lo spirito di grazia e di supplica è l’espressione della creatura redenta dall’amore di Dio che piange di gioia. v. 10 grazia e benevolenza nei LXX «comprensione».

Colui che è stato trafitto è l’Eletto di Dio che espia per i peccati di molti (cfr il Servo di Jahvè nel deutero – Isaia); l’inviato di Dio è all’inizio della sua missione, radicalmente rifiutato, fino a essere ucciso. Per tutto lo svolgersi della sua missione, l’inviato di Dio è respinto e rifiutato, le piaghe gli sono inflitte dai suoi fratelli; ma Dio manda uno Spirito nuovo, trasformando il cuore del popolo in uno spirito di benevolenza e compassione. C’è un nuovo guardare che non suscita più l’odio, ma un pianto di dolcezza e di amore.

Cfr. Mt 24 e Ap 1: viene ripreso il testo di Zaccaria (che va letto in continuità fra i c. 12 e 13); c’è in Zac 12,10 una punta della rivelazione dell’AT che confluisce nel NT. La profezia si distende dall’AT al tempo terminale; dopo che l’Inviato da Dio è stato ucciso, Dio inaugura una fonte di purificazione e di lavacro che annulla il peccato dell’uomo – pur che la si riconosca – donde il pianto immersione nel costato aperto del Cristo crocifisso. Quando lo Spirito del Cristo opera in noi la conoscenza del nostro peccato, il pianto che nasce è quello della gioia del perfetto condono dei peccati. Anche i peccati perdonati nella penitenza e nella Eucaristia devono essere lavati da questo pianto ulteriore, terminale: immerso nell’Agnello sgozzato e trionfatore.

Questo pianto fa parte in modo essenzialissimo della nostra confessione di Cristo: ci vuole uno sforzo speciale per guardare Gesù crocifisso (cfr Is 52-53): umanamente fa ribrezzo; alla luce dello Spirito, Cristo si rivela, è giustificato nello Spirito (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 12.6.1971).

13:1 In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità».

Questa sorgente zampillante non può appartenere a questa creazione perché non c’è acqua sotto il cielo, che abbia il potere di lavare il peccato e l’impurità. Anche la Gerusalemme terrena appartiene a questa creazione per cui nulla in essa ha una simile capacità. Noi dobbiamo perciò scrutare quale sia mai quel giorno in cui ha cominciato ad esservi una simile sorgente. Contemplando il Cristo, la cui carne ha come inizio lo Spirito santo dall’utero della Madre di Dio, noi contempliamo questa sorgente, che esce dal suo fianco squarciato. Essa è lo stesso Spirito Santo nell’economia sacramentale. Quando nella Chiesa si attua l’opera della nostra redenzione, lo Spirito scaturisce dal Cristo nei segni sacramentali dell’acqua e del sangue. In questo effluvio «visibile» dello Spirito noi ci laviamo dalle nostre colpe e ci mondiamo dalle nostre impurità.

Resta ancora misterioso come questa sorgente laverà la casa di Davide e gli abitanti di Gerusalemme. Queste categorie fondamentali del popolo d’Israele troveranno nel Cristo crocifisso la loro purificazione e santificazione. Mentre Israele cerca il figlio di Davide e desidera il ritorno a Sion, egli s’incammina verso il Cristo Gesù, come sua purificazione e santificazione e come compimento della sua attesa.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 62

R/.  Ha sete di te, Signore, l’anima mia.

O Dio, tu sei il mio Dio,

dall’aurora io ti cerco,

ha sete di te l’anima mia,

desidera te la mia carne

in terra arida, assetata, senz’acqua.                 R/.

Così nel santuario ti ho contemplato,

guardando la tua potenza e la tua gloria.

Poiché il tuo amore vale più della vita,

le mie labbra canteranno la tua lode.                 R/.

Così ti benedirò per tutta la vita:

nel tuo nome alzerò le mie mani.

Come saziato dai cibi migliori,

con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.         R/.

Quando penso a te che sei stato il mio aiuto,

esulto di gioia all’ombra delle tue ali.

A te si stringe l’anima mia:

la tua destra mi sostiene.         R/.

SECONDA LETTURA                                      Gal 3,26-29

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati

Fratelli, 26 tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù,27 poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.

Essere figli di Dio è essere in Cristo Gesù. Si entra in questa nuova dimensione ontologica, per cui non siamo più schiavi soggetti al terrore ma figli oggetto del suo amore, credendo in Cristo Gesù. Il credere si esprime nell’atto sacramentale dell’essere battezzati in Cristo, cioè nel suo nome, e del conseguente rivestirsi di Cristo. Ci si può chiedere in che modo Cristo si fa nostra veste. Gesù non si colloca davanti a noi come un modello da essere imitato, ma si pone in noi – nel nostro essere, esistere e pensare – per diventare il principio vitale nostro. Mediante la fede noi  – in noi stessi – ci rapportiamo a Lui ed Egli nel suo Spirito Santo si relaziona a noi e fa morire le nostre membra, che sono sulla terra, liberandoci dall’inganno delle passioni e inclinandoci alle virtù, che in Lui hanno la loro ragione. Lo Spirito Santo prende dal Signore il seme razionale di ogni virtù e lo trapianta in noi e dà a noi il compito di lavorare il giardino interiore e d’irrigarlo con le lacrime della compunzione e dell’amore.

La nostra crescita in Cristo rivela l’azione potente del battesimo, che sempre più c’immerge nell’essere di Cristo, che non ha fine, perché non vi è limite a Cristo. Questo rapporto si fa unità; noi diveniamo uno con Lui, l’Unigenito, al punto che il Padre non ci separa più da Lui e ci accoglie nella sua stessa generazione divina.

«Se infatti Cristo è Figlio di Dio e tu lo hai rivestito, avendo il Figlio in te stesso ed essendo divenuto a Lui simile, gli sei strettamente connesso, sei tutt’uno con Lui» (s. Giovanni Crisostomo ad lc.).

Rivestiti di Lui, la veste bianca, scompare la nostra vergognosa nudità, per la quale Adamo si nascose.

28 Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.

Nell’atto in cui ci riveste di Cristo, il battesimo toglie ogni tipo di distinzione creata dalla Legge, dalla storia e dalla stessa natura. Tutto è trasceso e ciascuno come singolo e nel rapporto con tutti gli altri comunica all’unica forma del Cristo e la rivela in se stesso.

Giovanni Crisostomo commenta: «Tutti avete un unico aspetto, una sola forma, la forma di Gesù Cristo. V’è cosa che più di questa possa incutere timore? Un uomo che prima era un greco, un giudeo, uno schiavo, ora si muove nella figura non di un angelo, non di un arcangelo, no, nella figura del Signore stesso, e rappresenta Cristo nella sua persona».

Scompare quello che uno era in precedenza e in tutti appare un unico aspetto, un’unica forma, quella di Cristo, ed è questo l’Uno che resta per sempre, cioè Cristo.

Il pretendere nella Chiesa che l’essere secondo la carne generi distinzioni di qualsiasi tipo è delimitare la forza unificante dell’essere in Cristo con il rischio stesso di annullarla. Il pretendere che queste categorie abbiano valore determinante nei rapporti interni alla comunità cristiana rende mondano il nostro stare insieme e impedisce alla stessa Eucaristia di manifestare tutte le sue potenzialità.

Cristo è tutto: fondamento della nostra fede, acqua del nostro lavacro, nostra veste, l’Uno e a Lui noi apparteniamo, come subito dice.

29 Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

L’apostolo considera ora un’altra conseguenza del battesimo, che ci ha fatto essere di Cristo: il nostro rapporto con Abramo. In Gesù noi diventiamo discendenza di Abramo senza passare per la circoncisione dei figli d’Israele. Anche per questi infatti non basta la discendenza fisica dal patriarca, ma è necessario credere come Abramo ha creduto. Ora non vi è altra possibilità di credere se non in Cristo Gesù.

Infatti propriamente solo il Cristo è seme di Abramo ed erede secondo la promessa (cfr. 3,15-16). Essendo noi uno nell’Unigenito, l’eredità delle promesse è stata fatta anche a noi e siamo chiamati propriamente discendenza di Abramo.

Appunti omiletici

«La fede è fede in Cristo, che si è rivelato però sempre in un modo che implica sottomissione; e se siamo eredi, tuttavia non siamo entrati nell’eredità, perciò dobbiamo assoggettarci al decreto divino che [tutto] sospende [nel]l’attesa del Cristo.

  1. 26 è la fede in Cristo, che ci fa figli. Ciò corrisponde al Prologo di Giovanni: ha dato il potere di diventare figli di Dio. Il passaggio dalla condizione di uomo a quella di figlio avviene per la fede in Cristo Gesù.; fede che si aggancia alla voce dello Spirito.
  2. 4,6: E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! (versetto capitale). La fede non dipende da fattori fortuiti: Paolo dice che in noi c’è un testimone, lo Spirito Santo, che fa della nostra fede un fatto oggettivo. Bisogna per noi metterci all’ascolto dello Spirito e invocarlo molto perché ci faccia ascoltare la sua voce» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 27.10.1973).

«d. Giuseppe: I versetti 26-29 traggono la conclusione di tutto il capitolo. Siamo figli di Dio per mezzo della fede in Cristo Gesù. Prima eravamo in questo carcere e ora la fede spalanca le porte e ci fa entrare in quel seno del Padre, dove prima era solo il Figlio.

  1. Umberto: In Cristo Gesù è il luogo dove noi siamo, è la dimensione ontologica della fede, che ci fa essere uno in Cristo.
  2. Giuseppe: e ci fa rivestire il Cristo non nel senso di metterci una cappa bella e buona, ma ci fa essere uno in Lui. Il v. 28: Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù è la fondazione sovrannaturale dell’egualitarismo cristiano. L’egualitarismo razionale allinea tutti nella stessa linea, ma sono tanti: non trova un principio ontologico di unità ma fa di tanti tutti uguali. L’egualitarismo soprannaturale fa cessare di essere quello che si è e ci fa essere uno: non si tratta più di una fila lunghissima di persone allineate, ma si diventa uno in Cristo.

Giovanna: v. 26. La Legge è pedagogo e Gesù è Maestro. In 1Cor 4,15 (Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo) è contrapposto l’essere pedagoghi a un solo padre. L’esperienza della fede si concreta nell’essere figli e non so fino a che punto questo sia esplicitato all’interno della Chiesa. C’è ancora la possibilità di avere molti pedagoghi mentre l’insegnamento nella Chiesa è generante.

  1. Giuseppe: Quando cerchiamo delle ricette ci mettiamo sotto i pedagoghi: si è maestri in Cristo quando si genera alla fede.
  2. Umberto: Riguardo a questa alternativa ci sono le Lettere pastorali. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie (2Tm 4,3). Rifiuta invece le favole profane, roba da vecchierelle (1Tm 4,7). Al loro numero appartengono certi tali che entrano nelle case e accalappiano donnicciole cariche di peccati, mosse da passioni di ogni genere, che stanno sempre lì ad imparare, senza riuscire mai a giungere alla conoscenza della verità (2Tm 3,6-7).
  3. 29: Una volta superata l’economia della Legge potrebbe sembrare che è superata la storia stessa, ma con il Cristo si diventa figli di Abramo perché con il Cristo si è immessi in tutta la grazia e la verità dell’Antico Testamento.
  4. Giuseppe: Ancora una volta riprendo tutte le cose dette nei giorni passati. Possiamo dire così: noi ci liberiamo dal peccato, che è in noi, nella misura in cui compiamo un atto di fede profondo in Cristo che ci giustifica. Più l’atto di fede è pieno, limpido, incondizionato, senza pudori, più il nostro essere è rigenerato nella giustizia e santità e la radice del male è estinta. Tutte le nostre opere devono essere generate da questo atto di fede. Come il Figlio è ubbidiente così le nostre opere buone devono essere compiute in Cristo Signore. E solo in questo atto di fede noi possiamo cogliere tutte le tappe della divina economia, altrimenti queste tappe c’imbrogliano perché non cogliamo l’unità del disegno di Dio. Quest’unità è colta dall’atto di fede. Anche la Bibbia diventa un insieme di pagine stracciate, così la vita nostra non è gradita e non diventiamo figli nel Figlio» (appunti del dialogo omiletico, Monteveglio, 20.4.1977).

CANTO AL VANGELO                                       Gv 10,27

R/.       Alleluia, alleluia.

Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore,

e io le conosco ed esse mi seguono.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                        Lc 9,18-24

 

 Dal vangelo secondo Luca

18 Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?».

Gesù prega come prima della Trasfigurazione (29). La sua preghiera rivela il suo rapporto con il Padre, dona la fede a Pietro e Lo manifesta nella gloria agli apostoli. È Lui infatti che bisogna conoscere superando il livello di opinione che caratterizza le folle.

I discepoli sono con Lui. Egli li coinvolge e li prende dentro nella sua preghiera. Benché Gesù non abbia ancor dato loro lo Spirito Santo, i discepoli avvertono di esser illuminati nella loro conoscenza dalla preghiera del loro Maestro. Solo in virtù di questa, con la quale Egli vuol loro far conoscere chi è, essi possono proclamare la loro fede in Lui.

Altrove Egli dichiara: «Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27). Questa rivelazione, che il Figlio fa del Padre, è comunicata a chi Egli vuole, cioè ai piccoli. Fuori della rivelazione si resta nell’opinione.

19 Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».

Le risposte, che gli apostoli danno alla sua domanda, sono le stesse che Erode riceve alla sua corte (7-8). Gesù li interroga con la domanda stessa che tutti si fanno su di Lui. Egli parte da queste opinioni che lo racchiudono entro figure profetiche, che appartengono al passato e che impediscono di cogliere la novità.

20 Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».

Pietro a nome di tutti risponde: il Cristo di Dio. Questa espressione si rifà a Sal 2,2: contro il Signore e contro il suo Cristo. Il Salmo è letto, nella Chiesa delle origini, come la glorificazione di Gesù, Servo di Dio, contro la congiura di Erode e di Ponzio Pilato, delle genti e dei popoli d’Israele (cfr. At 4,25-28).

L’espressione ricorre pure nella Passione (cfr. 23,35) e prepara pertanto la rivelazione successiva che di questa il Signore fa. Non si può pertanto capire che Egli è il Cristo se non nella sua Passione e Risurrezione.

Quindi questa confessione fa comprendere come Gesù è al centro della lotta cosmica che coinvolge tutti sia nell’ambito delle potenze spirituali come in quello dei popoli e dei loro capi. Gesù è quell’unico, che non ha modelli o simili, contro il quale si alleano coloro che odiano Dio. I sapienti e i potenti non possono sopportarlo e cercano di negarlo e farlo rinnegare ai suoi discepoli, riducendolo a un’opinione o a un personaggio tra i tanti.

Tutto questo accade perché il Padre non rivela Gesù ai dotti e ai sapienti ma Lo rivela ai piccoli. Perché questo è il suo beneplacito (Lc 10,21).

21 Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno.

Il Signore comanda severamente di tacere. È un comando carico di minacce. Anche la pericope della Trasfigurazione si conclude con lo stesso divieto (v. 36). È compito del Padre rivelare il suo Cristo nella Passione, e nella sua gloriosa Risurrezione, come Egli fa nella Trasfigurazione (v. 35).

Questo divieto nasce anche dal fatto che la rivelazione non può esser accolta da tutti ma solo da coloro che si sono fatti piccoli. Gli altri la fraintenderebbero perché la rivelazione del Cristo non può esser contenuta dentro le categorie del pensiero nostro.

Pavel Florenskij nella sua opera La colonna e il fondamento della verità a proposito dei sapienti e dei piccoli citati sopra, così annota:

«Sì, Dio «ha nascosto» tutto ciò che unicamente si può definire degno di essere conosciuto «ai dotti e ai sapienti» e «lo ha rivelato ai piccoli» (Mt 11,26). Sarebbe violenza ingiustificata alla Parola di Dio interpretare «i dotti e i sapienti» come «pseudo/dotti» e «pseudo/sapienti» ma che poi in realtà tali non sono, come anche ravvisare nei «piccoli» dei sapienti virtuosi. Il Signore senza alcuna ironia ha detto proprio quello che voleva dire: la vera sapienza umana, la vera razionalità umana sono insufficienti proprio in quanto umane. Allo stesso tempo l’«infanzia» mentale, il difetto di quella ricchezza mentale, la quale impedisce di entrare nel Regno dei Cieli, può essere la condizione per acquisire la sapienza spirituale. La pienezza di tutto è in Gesù Cristo e perciò si può ottenere la sapienza solo per Lui e da Lui. Tutti gli sforzi umani tormentosamente compiuti dai poveri sapienti per attingere la conoscenza sono vani. Come goffi cammelli essi sono oberati dalle loro conoscenze, e come acqua salmastra la scienza può soltanto acuire la sete del sapere senza mai dissetare l’intelletto ardente. Invece il «giogo soave» del Signore e il Suo «peso leggero» danno all’ intelletto ciò che non dà (né può dare) il peso crudele, gravoso e molesto della scienza» (p. 26).

I sapienti infatti ritengono stolta la croce del Cristo, che Egli subito annuncia.

22 «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

Soffrire molto. Le sofferenze del Cristo derivano dal rifiuto da parte del suo popolo causato dall’incomprensione: i capi e il popolo non riescono e non vogliono cogliere la novità che in Lui si rivela. Chiusi in se stessi, lo rigettano, lo fanno soffrire nella Passione e lo condannano a morte. Così facendo, non fanno altro che adempiere le Scritture. Chi si fa piccolo davanti al Cristo comprende che le Scritture si adempiono in Lui e si converte alla sapienza della croce.

Essere rifiutato. Questo verbo si trova nel Sal 118,22 citato in 20,17 (la pietra che i costruttori hanno scartata) e da Gesù applicato a se stesso. Egli è la pietra rifiutata da coloro che costruiscono la Casa d’Israele (anziani, sommi sacerdoti e scribi) e dalla sua generazione (17,25) ma che Dio ha scelto come testata d’angolo del nuovo edificio, la Chiesa (cfr. Ef 2,20).

Egli è rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi: sono le tre categorie che formano il sinedrio, la suprema autorità del popolo. Ci soffermiamo brevemente su di esse.

Anziani. «È lecito supporre che gli anziani, in quanto rappresentanti del privilegiato patriziato gerosolimitano, di regola fossero seguaci del partito sacerdotale sadduceo. In ogni caso i numerosi sinonimi usati in Giuseppe, nel N.T. e nel Talmud per indicare gli anziani rivelano concordemente che gli anziani sedevano e votavano nel sinedrio quali rappresentanti della nobiltà laica (sono chiamati i primi del popolo 19,47; i primi della città; i capi del popolo; i notabili; i maggiorenti ecc.). La loro debolezza rispetto alle altre due componenti del sinedrio è rispecchiata anche dalle formule del N.T. che nominano i sinedriti generalmente in quest’ordine: sommi sacerdoti, scribi, anziani. Nella maggior parte dei testi i sommi sacerdoti stanno al primo posto (formalmente erano ancora il gruppo dominante, mentre in realtà il potere era passato da molto tempo agli scribi), gli anziani all’ultimo» (Bornkamm) .

Luca, che non è dentro al mondo ebraico, è assai impreciso nel denominare le autorità.

Capi dei sacerdoti. «Sono le massime autorità del Tempio: il sommo Sacerdote e il capitano del Tempio che occupa il rango più elevato dopo il sommo Sacerdote. Lo assiste nel culto e ha il posto d’onore alla sua destra. A lui spetta la supervisione del culto e del clero, oltre al supremo potere di polizia del Tempio; i capi delle mute settimanali e giornaliere; i guardiani del Tempio (22,4.52) in numero non inferiore a sette; i tesorieri (non meno di tre) incaricati di amministrare le entrate e le uscite del patrimonio del Tempio. Tutti costoro mettono il Cristo tra i trasgressori» (Schrenk).

Scribi. «I rabbini costituivano una casta chiusa, a cui apparteneva, di pieno diritto, cioè a titolo di scriba, solo quel discepolo di provata formazione e cultura, il quale nell’ordinazione aveva ricevuto lo spirito di Mosè, raccogliendone la successione. L’alta considerazione di cui i rabbini godevano presso il popolo (cfr. Mc 12,38s; Mt 23,6ss) era dovuta alla loro conoscenza della Scrittura e della tradizione orale, nonché delle dottrine esoteriche di contenuto cosmologico, teosofico ed escatologico custodite con una rigida disciplina dell’arcano. Dal punto di vista sociologico essi sono i diretti successori dei profeti in quanto conoscitori del divino volere che annunciano con l’insegnamento, il giudizio e l’esempio» (Jeremias).

È messo a morte, come tutti i profeti. Ma a differenza di questi, Egli risorge il terzo giorno. Si attua così la parola del Sal. 118,22:  è sì rifiutato dai suoi, ma Dio lo sceglie.

23 Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.

Le conseguenze di questa rivelazione fatta agli apostoli toccano tutti (a tutti) ed è un insegnamento dato con una certa continuità (diceva).

La sequela è libera (vuole) e ha delle condizioni ben chiare:

rinneghi se stesso. «È la rinuncia completa al proprio essere. Non devo più assicurarmi da me la vita, ma al contrario, accettando decisamente la mia morte, farmi assicurare da Cristo, seguendolo». (Forster).

«Cristo non dice soltanto di non risparmiare e di non avere riguardo per se stessi, ma con rigore ancora più grande esorta a rinunziare a sé, il che vuol dire: non aver niente a che vedere e a fare con se stessi ma abbandonarsi ai pericoli e alle lotte, senza avere reazioni come se fosse un altro a soffrire» (S. Giovanni Crisostomo).

Solo così il discepolo può prendere la Croce. In questo termine è rivelato di qual morte Gesù deve morire e la stretta comunione del discepolo con Lui. Il rinnegamento di sé si rende visibile nel momento in cui si prende la croce, altriemnti si giunge a rinnegareil Cristo.

Luca aggiunge ogni giorno. Questa espressione è frequente. Ogni giorno banchetta il ricco (16,19), è chiesto (11,3) e spezzato (At 2,46ss) il pane; Paolo afferma: ogni giorno muoio (1Cor 15,31).

Nel quotidiano si inserisce pure la Croce accolta non solo una volta per sempre, ma ogni giorno.

24 Chi (+ infatti) vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

Infatti. Spiega quanto ha detto precedentemente. Il Signore precisa che nella sua sequela si gioca la propria esistenza: la si perde o la si salva.

Questa pericope ha il suo centro nel termine: deve, è necessario (22). «In Luca questa parola ricorre per esprimere il volere di Dio manifestato nella Legge (11,42; 13,14; 22,7; At 15,5). Gesù condanna l’interpretazione dei rabbini e afferma la vera interpretazione che Lui solo può dare (13,16).

La sua propria vita, attività e passione, in particolare, appare a Gesù nella luce del divino volere, che si riassume in un deve, è necessario, quello della divina sovranità, che è presente fin dalla storia dell’infanzia (2,49), ne determina l’azione (4,43; 13,33; 19,5) e lo guida alla passione e morte e per esse alla gloria (9,22; 17,25;24,7.26; At 1,16; 3,21; 17,3).

Questo deve affonda le proprie radici nella volontà di Dio espressa nella Scrittura, alla quale egli si adegua incondizionatamente» (Grundmann).

«Lc 9,23: Gesù non insegna ascesi e mistiche speciali; per arrivare a Dio dopo Gesù c’è una cosa sola: il mettersi di fronte alla croce di Gesù a quest’uomo umiliato e trafitto. Perdere l’anima vuol dire (cfr. Col ed Ef) “rinunziare perfino alle proprie vie spirituali” (vedi S. Teresina). Cfr 9,25-26: non ci si deve vergognare dello scandalo della Croce della via cosi spoglia che il cristianesimo insegna: guardare a un uomo crocifisso.

Nelle poche righe di Zaccaria c’è tutta la nostra possibilità di guardare a Cristo» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 12.6.1971).

PREGHIERA DEI FEDELI

Preghiamo fratelli e sorelle carissimi perché su di noi si riversi lo Spirito Santo e rincuorati dalla grazia del Cristo eleviamo al Padre suppliche accalorate.

Ascolta, o Padre, la nostra supplica.

  • Per la santa Chiesa perché sia raccolta da tutti i popoli nel Regno di Dio, preghiamo.
  • Perché su tutti gli uomini scenda lo Spirito Santo e ciascuno, esperimentando la grazia, non sia più dominato dall’odio ma da un pianto di dolcezza e di amore, preghiamo.
  • Perché tutti i popoli si facciano piccoli e umili, conoscano chi è Gesù e ne accolgano il giogo soave e il peso leggero, preghiamo.
  • Perché i suoi discepoli accolgano le esigenze della sequela e non si vergognino della via spoglia della Croce, preghiamo.
  • Perché i deboli e gli oppressi trovino nella carità dei credenti in Cristo sollievo alle loro sofferenze, preghiamo.

Fa’ di noi, o Padre, i fedeli discepoli di quella sapienza che ha il suo maestro e la sua cattedra nel Cristo innalzato sulla croce, perché impariamo a vincere le tentazioni e le paure che sorgono da noi e dal mondo, per camminare sulla via del calvario verso la vera vita.

Per Cristo nostro Signore.

Amen