LE SFIDE DELLA VITA RELIGIOSA SECONDO PAPA FRANCESCO

Antonio Spadaro S.I.

Papa Francesco è un religioso, e dunque conosce per esperienza ciò di cui si parla. L’ultimo Papa religioso è stato il camaldolese Gregorio XVI, eletto nel 1831. La prima occasione per il Papa di affermare e condividere con chiarezza la sua identità di religioso è stata l’udienza/conversazione concessa all’Unione Superiori Generali degli Istituti religiosi maschili alla fine della loro 82a Assemblea Generale. In quella occasione il Papa ha detto: «Dovete essere veramente testimoni di un modo diverso di fare e di comportarvi. Ma nella vita è difficile che tutto sia chiaro, preciso, disegnato in maniera netta. La vita è complessa, è fatta di grazia e di peccato. Se uno non pecca, non è uomo. Tutti sbagliamo e dobbiamo riconoscere la nostra debolezza. Un religioso che si riconosce debole e peccatore non contraddice la testimonianza che è chiamato a dare, ma anzi la rafforza, e questo fa bene a tutti»[1]. Ecco la prima sfida che riguarda l’intimo di ciascuno di noi: riconoscersi peccatori.

Riconoscersi peccatori ai quali il Signore ha guardato

Nel pomeriggio del 19 agosto 2013 sono entrato per la prima volta nella camera di Papa Francesco a Santa Marta. Avevamo concordato quel giorno per l’intervista che poi apparve su La Civiltà Cattolica e altre riviste dei gesuiti. L’impressione che mi è rimasta di quel primo incontro è di un’accoglienza fluida e di un dialogo che non ammetteva un rapporto rigido tra intervistatore e intervistato. Eppure ero lì per porgli domande, anche impegnative, e avere risposte. Avevo uno schema da seguire eppure sin dall’inizio non sono riuscito a seguirlo. La prima domanda che gli feci, infatti, non era scritta nei miei appunti. Ed era: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?».

Lui, ricordo, mi fissò in silenzio. Pensavo di aver fatto un passo falso. Mi fece un rapido cenno per farmi capire che avrebbe risposto e poi mi disse lentamente: «Non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore». Francesco, continuando a riflettere, compreso, disse: «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”».

Nel 1974 padre Jorge Mario Bergoglio aveva partecipato alla XXXII Congregazione Generale della Compagnia di Gesù. Il primo decreto emanato da quest’assemblea mondiale di rappresentanti dell’Ordine inizia con la domanda: «Che cosa vuol dire essere gesuita?». La risposta fu: «Vuol dire riconoscersi peccatore, ma chiamato da Dio a essere compagno di Gesù Cristo, come lo fu Ignazio». Papa Francesco dunque mi ha parlato di sé alla luce di un carisma che tocca profondamente la sua identità.

Ecco dunque la prima sfida: come il nostro carisma ci aiuta a sentirci peccatori? Quale sfida specifica ci pone a partire dal fatto che ci sentiamo peccatori?

Essere orologiai e fotografi

La spiritualità dell’Ordine di appartenenza di Papa Francesco, quella ignaziana, la sua identità carismatica, è la «camera oscura» di elaborazione profonda e diremmo «chimica» delle esperienze di Bergoglio e del suo ministero episcopale prima e petrino poi. Ho appena curato gli scritti del Papa al tempo in cui era Provinciale dei gesuiti in Argentina nel volume Nel cuore di ogni padre (Rizzoli)[2]. Questi scritti però sono dedicati a un salesiano, don Enrique Pozzolli. Padre Bergoglio lo dipinge come orologiaio e fotografo, quale questo sacerdote era per passione: «aveva un orecchio molto fino per il tictac delle coscienze e un occhio portentoso per imprimere l’amore di Dio nei cuori. Sapeva mettere in sintonia col tempo di Dio l’intricato paesaggio di un’anima. Sapeva svelare i disegni di Dio su ogni vita».

Questo è il frutto del discernimento ignaziano. Ecco in sintesi la sfida del discernimento alla quale ci sprona Francesco: quella dell’orologiaio e quella del fotografo. In queste due immagini troviamo sia il Bergoglio provinciale dei gesuiti sia il vescovo che sposa la causa del curas villeros. Troviamo il rettore dello studentato dei gesuiti che spinge i giovani religiosi a lavorare con i più poveri, ma che pure li «obbliga» la domenica ad andare al Teatro Colón, prestigiosa istituzione della Capitale, perché entrambe le attività aiutano il cuore del gesuita in formazione a sintonizzarsi col ritmo della coscienza umana. Lì, nella polvere delle villas e nel palco lussuoso del teatro dovevano imparare a riconoscere l’immagine di Dio.

Ecco una seconda sfida: la sfida del discernimento che sa cercare e trovare Dio nella storia e non nelle idee.

Avere un pensiero aperto

«Sant’Ignazio – scrive Bergoglio in Nel cuore di ogni padre – non temeva di contemplare la realtà; sapeva anzi che “è a questo mondo che siamo inviati: i suoi bisogni e le sue aspirazioni sono un appello lanciato in direzione del Vangelo che noi abbiamo la missione di annunciare”». Quando ascoltiamo Francesco che ci parla di Chiesa in uscita e di conversione missionaria dobbiamo ricordare queste parole di decenni fa: i bisogni del mondo sono un appello verso il Vangelo. «Il fantasma da combattere è l’immagine della vita religiosa come rifugio davanti a un mondo complesso», aveva detto nel Colloquio con i Superiori Generali raccolto su Civiltà Cattolica.

Dunque: l’identità della Chiesa non è cosa separata e distinta dalla sua missione. La Chiesa, essendo una realtà viva, prende coscienza di sé nella storia, vivendo. Proprio come una persona. Per questo non è esentata dalla fatica e dal lavoro di una ricerca evolutiva. Per Francesco il mondo è sempre in movimento, e così deve esserlo la Chiesa: la prospettiva ordinaria, con i suoi metri di giudizio per classificare ciò che è importante e ciò che non lo è, non funziona. La vita dello spirito ha altri criteri. Il principio che sintetizza questa visione è spiegato distintamente nel celebre epitaffio sepolcrale di sant’Ignazio: Non coerceri maximo, contineri tamen a minimo, divinum est, che si potrebbe tradurre come: «Non esser costretto da ciò ch’è più grande, essere contenuto in ciò ch’è più piccolo, questo è divino». Questo motto è molto caro a Bergoglio. La percezione del divino contenuto nello spazio più piccolo e non ristretto dallo spazio più grande è un criterio fondamentale, dunque. Senza di esso si avrà – scrive ancora in Nel cuore di ogni padre – «il prete saltimbanco, che nel suo andirivieni mostra l’incapacità di rimanere fondato in Dio e nella storia concreta con cui è affratellato»; oppure si avrà «l’elaborazione di piani grandiosi senza alcuna attenzione alle mediazioni concrete che li dovranno realizzare»; oppure potrebbe causare l’arenarsi «nelle piccolezze di ogni momento senza trascenderle sul piano di Dio».

Dio è «sempre maggiore»: per Ignazio come per Bergoglio: il piano di Dio è più grande del mio progetto. Il processo è dunque davvero aperto: solo Dio ne conosce la conclusione e il frutto. È ben altro e ben più che il progetto umano, ed più delle nostre attese. Bergoglio usa un’immagine molto efficace di origine evangelica: «Veniamo incoraggiati a edificare la città, ma forse bisognerà abbattere il modellino che ci eravamo disegnati nella nostra testa. Dobbiamo prendere coraggio e lasciare che lo scalpello di Dio raffiguri il nostro volto, anche se i colpi cancellano alcuni tic che credevamo gesti». La pars destruens, che consiste nell’abbattere il «modellino», è funzionale a lasciare alle mani di Dio lo scalpello. Ecco un’altra nota interessante per comprendere l’azione di Francesco. E questa è anche la terza grande sfida del Papa ai religiosi.

Essere profeti

«La Chiesa deve essere attrattiva. Svegliate il mondo! Siate testimoni di un modo diverso di fare, di agire, di vivere! È possibile vivere diversamente in questo mondo. Stiamo parlando di uno sguardo escatologico, dei valori del Regno incarnati qui, su questa terra. Si tratta di lasciare tutto per seguire il Signore. No, non voglio dire “radicale”. La radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico. Io mi attendo da voi questa testimonianza. I religiosi devono essere uomini e donne capaci di svegliare il mondo». Queste le parole di Papa Francesco ai Superiori Generali. Ecco dunque la priorità della vita consacrata: «La profezia del Regno, che non è negoziabile. L’accento deve cadere nell’essere profeti, e non nel giocare ad esserlo. Naturalmente il demonio ci presenta le sue tentazioni, e questa è una di quelle: giocare a fare i profeti senza esserlo, assumerne gli atteggiamenti. Ma non si può giocare in queste cose. Io stesso ho visto cose molto tristi al riguardo. No: i religiosi e le religiose sono uomini e donne che illuminano il futuro».

Papa Francesco, nella sua intervista alla Civiltà Cattolica, aveva chiaramente affermato che i religiosi sono chiamati a una vita profetica. Questa è la loro peculiarità: «essere profeti che testimoniano come Gesù è vissuto su questa terra, e che annunciano come il Regno di Dio sarà nella sua perfezione. Mai un religioso deve rinunciare alla profezia. […] Pensiamo a ciò che hanno fatto tanti grandi santi monaci, religiosi e religiose, sin da sant’Antonio abate. Essere profeti a volte può significare fare ruido, non so come dire… La profezia fa rumore, chiasso, qualcuno dice “casino”. Ma in realtà il suo carisma è quello di essere lievito: la profezia annuncia lo spirito del Vangelo».

E allora ecco la quarta sfida: come essere profeti vivendo il proprio carisma religioso particolare? Per Papa Francesco occorre «rafforzare ciò che è istituzionale nella vita consacrata e non confondere l’Istituto con l’opera apostolica. Il primo resta, la seconda passa». Prosegue il Papa: «Il carisma resta, è forte, l’opera passa. A volte si confonde Istituto e opera. L’Istituto è creativo, cerca sempre nuovi cammini. Così anche le periferie cambiano e se ne può fare un elenco sempre differente».

Essere generativi

Un altro grave rischio per la vita religiosa è la sterilità. Se la Chiesa è Madre, non può non generare la vita dei suoi figli. Ma se la Chiesa si chiude in se stessa rimane sterile, inadatta alla vita. E così i pastori sono e devono essere padri e guide. E tuttavia, deve constatare Bergoglio, «uomini che all’inizio promettevano di guidare un gregge e hanno finito con l’accarezzare gatti angora», scrive in Nel cuore di ogni padre. La sopravvivenza di un ordine religioso per Bergoglio è un problema di opzione «per la fecondità o per la sterilità». Ed essere fecondi riguarda «il mistero della paternità nella fede» che «rappresenta sostanzialmente il mistero del dono divino che regala fecondità a chi vuole»: non c’è fecondità nella fede se non si lascia via libera all’azione del Signore.

La radice di questa visione paterna è Dio stesso: «Non è una figura assente. È il padre che accompagna la crescita, il pane quotidiano che alimenta, il misericordioso che si affianca nei momenti in cui il Nemico usa quei suoi figli. È il padre che, se è il caso, dà a suo figlio ciò che gli chiede, ma comunque e sempre lo accarezza». Questa paternità si fonda su una delle caratteristiche di ogni padre fondatore di un Istituto religioso: la «fecondità». Infatti «la grazia ricevuta, che definisce una particolare maniera di servire Dio, è destinata simultaneamente a vantaggio dello stesso fondatore e degli altri. E si trasmette ai suoi figli e alle sue figlie».

Il noviziato, per esempio, non è «un’accademia “per imparare cose sull’istituto”. Non è un esperimento di laboratorio. È “entrare in una famiglia”; è dare al giovane religioso che viene iniziato un insieme di verità sentite prima che comprese, che compongono la filosofia di una vita.       Noi chiamiamo dottrina questo nucleo di verità; e la sua fonte è il deposito della fede, la tradizione viva della Chiesa, il Magistero e la nostra specifica tradizione in quanto istituto. E la missione del formatore risiede, anzitutto, nell’inculcare un nucleo dottrinale nel cuore del formando e nell’insegnargli a comprenderlo». La dottrina dunque non è un sistema astratto di idee, una impalcatura ideologica o un «sacco» di verità da portarsi sulle spalle. È un insieme di verità prima sentite e poi comprese che danno forma a una vita.

Ecco la quinta grande sfida: stare con coloro che vivono «guardando con fecondità verso il futuro e offrendo risposte chiare al presente. Un atteggiamento assai diverso rispetto a chi si rifugia nel “si è sempre fatto così»”. Una tentazione frequente nella Chiesa è invece quella che Bergoglio definisce la «spiritualità dello struzzo», che consiste nel voler nascondere la testa chiudendosi o in una «bottega di restauro», come vorrebbero i tradizionalisti, o in un «laboratorio di utopia», come vorrebbe che cerca di restare sempre sulla cresta dell’onda, à la page. Tradizionalismo retrogrado e utopismo progressista sono i peggiori impedimenti a un fecondo atteggiamento generativo.

Il Papa ha poi insistito sul fatto che la formazione deve essere orientata non solamente alla crescita personale, ma alla sua prospettiva finale: il popolo di Dio. Formando le persone, bisogna pensare a coloro ai quali saranno inviati: «Bisogna sempre pensare ai fedeli, al popolo fedele di Dio. Bisogna formare persone che siano testimoni della risurrezione di Gesù. Il formatore deve pensare che la persona in formazione sarà chiamata a curare il popolo di Dio. Bisogna sempre pensare nel popolo di Dio, dentro di esso. Pensiamo a quei religiosi che hanno il cuore acido come l’aceto: non sono fatti per il popolo. Insomma: non dobbiamo formare amministratori, gestori, ma padri, fratelli, compagni di cammino».

Essere fratelli

«La fraternità religiosa — ha detto il Papa ai Superiori Generali —, pur con tutte le differenze possibili, è un’esperienza di amore che va oltre i conflitti. I conflitti comunitari sono inevitabili: in un certo senso devono esistere, se la comunità vive davvero rapporti sinceri e leali. Questa è la vita. Pensare a una comunità senza fratelli che vivono in difficoltà non ha senso, e non fa bene. Se in una comunità non si soffrono conflitti, vuol dire che manca qualcosa. La realtà dice che in tutte le famiglie e in tutti i gruppi umani c’è conflitto. E il conflitto va assunto: non deve essere ignorato. Se coperto, esso crea una pressione e poi esplode. Una vita senza conflitti non è vita».

In ogni caso però il conflitto va accompagnato: «Mai dobbiamo comportarci come il sacerdote o il levita della parabola del buon Samaritano che semplicemente passano oltre: «Ma mai, mai dobbiamo agire come gestori davanti al conflitto di un fratello. Dobbiamo coinvolgere il cuore».

La fraternità è qualcosa di molto delicato: è questa a mio avviso la sesta grande sfida del Papa per i religiosi. Nell’inno dei Primi Vespri della solennità di san Giuseppe del breviario argentino si chiede al Santo di custodire la Chiesa con ternura de eucaristía, “tenerezza eucaristica”. Ecco, per il Papa così bisogna trattare i fratelli: con tenerezza eucaristica: «Bisogna accarezzare il conflitto. Mi viene in mente – ha detto Bergoglio ai Superiori Generali – quando Paolo VI ricevette la lettera di un bambino con molti disegni. Paolo VI disse che, su un tavolo dove arrivano solo lettere con problemi, l’arrivo di una lettera così gli fece tanto bene. La tenerezza ci fa bene. La tenerezza eucaristica non copre il conflitto, ma aiuta ad affrontarlo da uomini».

Andare in missione

Per il Papa esistono certamente frontiere geografiche, e che bisogna essere disponibili alla mobilità. Ma ci sono anche le frontiere simboliche, le quali non sono prefissate e non sono uguali per tutti, ma «vanno cercate sulla base dei carismi di ciascun Istituto. Dunque si deve discernere tutto secondo il carisma proprio. Certamente le realtà di esclusione rimangono le priorità più significative, ma richiedono discernimento.

Il primo criterio è quello di inviare in queste situazioni di esclusione e di emarginazione le persone migliori, più dotate. Sono situazioni di maggiore rischio che richiedono coraggio e molta preghiera. Ed è necessario che il superiore accompagni le persone impegnate in questo lavoro». C’è sempre il rischio, ha ricordato il Papa, di lasciarsi prendere dall’entusiasmo, di mandare in frontiere di emarginazione religiosi di buona volontà, ma non adatti a quelle situazioni. Non bisogna prendere decisioni nel campo dell’emarginazione senza assicurare adeguato discernimento e accompagnamento.

Accanto a questa sfida dell’emarginazione il Papa ha citato altre due sfide sempre importanti: quella culturale e quella educativa nelle scuole e nelle università. In questo settore la vita consacrata può offrire un enorme servizio. L’educatore deve essere all’altezza delle persone che educa, deve interrogarsi su come annunciare Gesù Cristo a una generazione che cambia. Francesco, parlando con i Superiori Generali, ha insistito: «Il compito educativo oggi è una missione chiave, chiave, chiave!». E ha citato alcune sue esperienze a Buenos Aires sulla preparazione che si richiede per accogliere in contesti educativi bambini, ragazzi e giovani che vivono situazioni complesse, specialmente in famiglia: «Ricordo il caso di una bambina molto triste che alla fine confidò alla maestra il motivo del suo stato d’animo: “la fidanzata di mia madre non mi vuol bene”. La percentuale di ragazzi che studiano nelle scuole e che hanno i genitori separati è elevatissima. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Come annunciare Cristo a questi ragazzi e ragazze? Come annunciare Cristo a una generazione che cambia? Bisogna stare attenti a non somministrare ad essi un vaccino contro la fede». Ecco la chiave della missione: il realismo. Se non si nomina la realtà, anche nelle sfide più complesse, non si può andare davvero in missione: se non si nomina la realtà non si riconoscono le persone e i loro problemi. Questa è la settima grande sfida.

La sfida della gioia e della consolazione

 Vorrei parlare di questa sfida citando tre discorsi di Papa Francesco, dei quali due a braccio e spontanei. «E’ curioso, ma tante volte abbiamo paura della consolazione, di essere consolati. Anzi ci sentiamo più sicuri nella tristezza e nella desolazione. Sapete perché? Perché nella tristezza ci sentiamo quasi protagonisti. Invece nella consolazione è lo Spirito Santo il protagonista! E’ Lui che ci consola, è Lui che ci dà il coraggio di uscire da noi stessi. E’ Lui che ci porta alla fonte di ogni vera consolazione, cioè il Padre. E questa è la conversione. Per favore, lasciatevi consolare dal Signore! Lasciatevi consolare dal Signore!». Queste sono le parole che Papa Francesco ha pronunciato all’Angelus del 7 dicembre 2014.

Le accosto a quelle pronunciate nella Cattedrale di Tirana il 21 settembre 2014, parole pronunciate a braccio dopo aver ascoltato la testimonianza di martiri per la fede, un sacerdote e una religiosa: «L’unica consolazione viene da Lui. Guai a noi se cerchiamo un’altra consolazione! Guai ai preti, ai sacerdoti, ai religiosi, alle suore, alle novizie, ai consacrati quando cercano consolazione lontano dal Signore! Io non voglio “bastonarvi”, oggi, non voglio diventare il “boia”, qui; ma sappiate bene: se voi cercate consolazione altrove, non sarete felici! Di più: non potrai consolare nessuno, perché il tuo cuore non è stato aperto alla consolazione del Signore. E finirai, come dice il grande Elia al popolo di Israele, “zoppicando con le due gambe».

La terza citazione che vorrei fare riguarda alcune parole del Papa in un dialogo spontaneo con i gesuiti coreani, al di là di qualunque formalità che non fa parte dei discorsi ufficiali e che è stato registrato solamente su Civiltà Cattolica per come l’ho raccolto col registratore perché ero presente all’incontro: «C’è una parola che mi prende molto: consolazione. […] Il popolo di Dio necessita consolazione, di essere consolato, il consuelo. Io penso che la Chiesa sia un ospedale da campo in questo momento. Il popolo di Dio ci chiede di essere consolato. Tante ferite, tante ferite che hanno bisogno di consolazione… Dobbiamo ascoltare la parola di Isaia: Consolate, consolate il mio popolo! Non ci sono ferite che non possono essere consolate dall’amore di Dio. Noi in tal maniera dobbiamo vivere: cercando Gesù Cristo in modo da portare questo amore a consolare le ferite, a curare le ferite. […]. Ci sono molte ferite nella Chiesa. Ferite che molte volte provochiamo noi stessi, cattolici praticanti e ministri della Chiesa. Non castigate più il popolo di Dio! Consolate il popolo di Dio! Tante volte il nostro atteggiamento clericale cagiona il clericalismo che fa tanto danno alla Chiesa. Essere sacerdote non dà lo status di chierici di stato, ma di pastore. Per favore, siate pastori e non chierici di stato. E quando siete nel confessionale ricordatevi che Dio non si stanca mai di perdonare. Siate misericordiosi!» (Seoul, 15 agosto 2014)[3].

Si comprende come per Papa Francesco la consolazione è una sfida: quella di lasciarsi consolare perché nella consolazione non siamo noi ma Dio ad essere protagonista. E questa è forse la sfida missionaria e apostolica più grande perché «non possiamo essere messaggeri della consolazione di Dio se noi non sperimentiamo per primi la gioia di essere consolati e amati da Lui» (Angelus, 7 dicembre 2014). E forse proprio questa ottava grande sfida è quella in grado di sorreggere con efficaci alla spinta profetica che è la caratteristica fondante della vita religiosa.

[1] Antonio SPADARO, «“Svegliate il mondo!”. Colloquio di Papa Francesco con i Superiori Generali», in La Civiltà Cattolica 2014 I 3-17.

[2] PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni padre. Alle radici della mia spiritualità, Milano, Rizzoli, 2014

[3] Antonio SPADARO, «Il viaggio di Papa Francesco nella Repubblica di Corea. Custodia, Empatia Consolazione», in La Civiltà Cattolica 2014 III 403-418.