ASSEMBLEA USG

Roma, 25-27 maggio 2016

Vita consacrata: radicali nella profezia”

Sintesi dei gruppi di lavoro

Profezia della vita consacrata

1. Scambio sulla relazione di P. Canistrà

La relazione di Padre Saverio è stata apprezzata da tutte le tavole per chiarezza e profondità. In particolare sono stati individuati i seguenti aspetti rilevanti.

La profezia aiuta una migliore comprensione della teologia della vita consacrata, specialmente attraverso la visione dei tre modelli in cui può presentarsi. La profezia può essere testimoniata anche nella forma dell’assenza, del silenzio e della vulnerabilità; oggi essa richiede la pazienza. Essa non è vista come in passato principalmente in chiave politica, ma è riferita a tutta la vita religiosa e non tanto agli individui, ma alle comunità. Une volta la vita religiosa era identificata con la profezia; oggi questa posizione si deve guadagnare con la testimonianza.

E’ fondamentale il compito del leader nella vita religiosa; egli deve essere guida profetica quando si tratta di decidere se stare ed essere martire o se lasciare e salvare la vita. Noi siamo maggiormente impegnati nei problemi della quotidianità e non ci occupiamo di questi temi essenziali. Non è semplice mantenere l’attenzione alla profezia della vita consacrata, perché c’è la preoccupazione quotidiana della gestione delle opere a causa dei costi economici e delle carenze di personale. Il leader deve tenere desta la profezia della comunità ed evitare l’appiattimento sulla quotidianità.

La radicalità può essere meglio compresa alla luce della profezia. La profezia ha una stretta relazione con i segni dei tempi; tale relazione deve essere approfondita criticamente; non è stata approfondita la profezia nel suo aspetto “ad extra” e missionario, che annuncia, denuncia e si compromette con la realtà del mondo; occorre evidenziare la stretta relazione con la missione della vita consacrata, in particolare in riferimento ai poveri, alla giustizia e ingiustizia, al martirio. Occorre anche maggiormente evidenziare la profezia della nostra vita fraterna.

La relazione fa sorgere anche numerosi interrogativi: Come parlare di profezia in una Congregazione di anziani, anche se talvolta gli anziani sono più felici di tanti religiosi giovani preoccupati per la vita quotidiana? Come mantenere viva la radicalità della profezia nella formazione in un contesto sociale che ha una mentalità e uno stile di vita contrario? Come cercare di superare la ricerca delle comodità e sicurezze che danno forza e visibilità, ma allontano dalla testimonianza profetica e dalla vicinanza alla gente? Come restare nella storia senza confondersi con la cultura odierna? Come formare i giovani religiosi alla vita di comunità, senza assumere lo stile dei presbiteri diocesani? L’aspetto escatologico non rischia di indurre a una certa passività e incapacità ad affrontare le sfide odierne? Quali sono le sfide fondamentali della vita consacrata di oggi? Siamo chiamati a essere profeti o a essere pazienti se non lo siamo?

2. Identità della vita consacrata: profezia e radicalità

Prima e terza domanda

E’ necessario affrontare con più chiarezza l’identità della vita consacrata e ritornare all’identità carismatica di ogni istituto. Oggi si comincia a parlare maggiormente di profezia; finora la realtà della testimonianza e della presenza esprimevano lo stesso significato. La nostra profezia dovrà andare verso un radicamento in Gesù, al fine di superare l’attivismo e l’impegno esclusivamente sociale. La profezia della vita consacrata consiste nella “sequela Cristi”, nell’essere “memoria Jesu”, nella nostra amicizia e intimità con Gesù, più che nel fare e nell’essere indaffarati.

La profezia si radica già nel nostro battesimo e ci chiede di essere discepoli di Gesù. La dimensione profetica si perde a causa di una uniformità dei nostri Istituti, senza specificità che caratterizzi ciascuno. Oggi la profezia è vista e vissuta nei nostri Istituti in modo meno clericale; si è consapevoli dell’inganno e dell’attrattiva del potere e della forza. Nel tempo la profezia è stata vista in modi diversi che si integrano: denuncia, testimonianza, discernimento. In alcuni Istituti si nota il venir meno della profezia degli inizi, che bisogna allora riprendere. I casi di abuso sono una contro profezia e sembra che ci vorrà un’altra generazione per costruire una nuova immagine di come la gente ci possa vedere come profeti; lo stesso si può per i nostri scandali finanziari.

Senza radicalità non c’è profezia; se la vita consacrata è utile, essa dovrà essere radicale. E’ necessario accostare radicalità e profezia; la prima da sola non esprime a sufficienza l’identità della vita consacrata; la profezia offre maggior ricchezza alla vita consacrata. D’altra parte non bisogna contrapporre radicalità e profezia; esse non si escludono, anzi si integrano a vicenda. La profezia della vita consacrata aiuta ad approfondire maggiormente le nostre radici e la nostra identità di consacrati. Se non siamo radicali, non possiamo essere profeti

3. Espressioni della profezia della vita consacrata

Seconda domanda

Le tavole si sono concentrate maggiormente sulle espressioni della profezia della vita consacrata, ossia sulla seconda domanda, probabilmente perché alla prima domanda aveva già dato ampio spazio la relazione di P. Saverio. La profezia della vita consacrata si esprime attraverso le sue tre caratteristiche fondamentali: vita fraterna, missione e vita spirituale.

3.1. Profezia della fraternità

La profezia della vita consacrata deve manifestarsi nella vita comunitaria. Oggi sembra mancare la testimonianza comunitaria; bisogna passare da una profezia individuale a una profezia comunitaria. La comunione nella comunità rende visibile la profezia della fraternità. E’ importante sottolineare l’importanza della dimensione comunitaria della profezia; è il gruppo più che l’individuo a essere profetico nella vita religiosa. La profezia della fraternità si evidenzia meglio in comunità internazionali che vivono l’esperienza interculturale. Si tratta di una comunità e fraternità aperte anche agli altri: laici, famiglie, giovani, altre religioni, …

3.2. Profezia della missione

La missione specifica di ogni istituto deve trovare espressioni profetiche. Va superata innanzitutto la mentalità del numero, della quantità e della grandezza delle opere, che spesse volte è un criterio esclusivo per valutare una istituzione anche di tipo ecclesiale. La cultura attuale apprezza maggiormente le situazioni che manifestano la forza, potenza ed efficienza, mentre il messaggio evangelico privilegia la logica del piccolo seme, della minorità e della minoranza, dei piccoli e dei semplici. L’attenzione esclusiva al numero e alla quantità ci rende “morbosamente” attaccati agli spazi, alle istituzioni, a stili di vita formali, che diventano una contro testimonianza, ci rendono schiavi delle istituzioni e vanificano la profezia.

La missione per essere profetica deve essere inoltre riferita alla realtà. Secondo l’Evangelii gaudium, non dobbiamo solo considerare che il tempo è superiore allo spazio, ma anche che il reale precede l’ideale. Ciò vale soprattutto per le Congregazioni di vita attiva e quindi inserite nella realtà sociale; la missione incarna la profezia del carisma nelle situazioni reali di ogni giorno, in cui le comunità vivono e operano in mezzo alla gente e insieme alla gente. Non c’è profezia senza incarnazione nel tessuto delle povertà geografiche ed esistenziali e nelle periferie. E’ necessaria quindi una inserzione storica nella realtà

Abbiamo numerosi ministeri profetici: servizio ai malati di AIDS e nelle prigioni, lavoro per i marginalizzati e per gli scarti della società; impegno per la giustizia e la non-violenza. I nostri fondatori sono stati profeti, perché hanno saputo leggere i segni dei tempi e dare risposte. La profezia si esercita attraverso l’ascolto delle necessità e bisogni, attenzione alle urgenze, lettura dei segni dei tempi; la profezia esige quindi l’esercizio del discernimento.

3.3. Profezia della vita spirituale

Noi siamo presenti in un mondo dove Dio è assente; la nostra vita parla, anche se noi non parliamo esplicitamente di Dio; per questo i consacrati devono essere appassionati per Dio e testimoniarlo con la vita. E’ difficile che la vita religiosa riesca oggi a parlare di Dio, perché è vista come una realtà confortevole, ricca e stabilizzata nelle sue sicurezze. Istituto dagli altri. La profezia, espressa attraverso la dimensione escatologica, ci invita a giustificare la nostra identità non a partire dalla funzionalità e dai compiti che svolgiamo, ma dalla destinazione finale che ora viviamo nella forma dell’incompletezza, dell’attesa, della fragilità, dell’umiltà, del nascondimento, della marginalità e della pazienza.

Per essere profetica la vita consacrata deve comunicare spiritualità, anche nella fraternità e nella missione; c’è infatti anche una mistica della fraternità e una mistica della missione. Solo una vita spirituale intensa e profonda che alimenta la fraternità e la missione, è in grado di manifestarne la profezia. C’è una mistica della fraternità da coltivare attraverso la spiritualità della comunione e la cultura dell’incontro. C’è una mistica della missione da coltivare attraverso la dedizione generosa, la concentrazione sul servizio, la visibile appartenenza a Dio, alla comunità, ai fratelli, lo svuotamento da se stessi. La concentrazione su Dio, sulla comunità, sui fratelli da servire ci aiuta a superare la mondanità spirituale.

Accanto alla mistica della fraternità e della missione ci vorrà anche una ascetica della fraternità e della missione, da apprendere specialmente attraverso i cammini formativi. E’ il superamento dell’autorealizzazione, dell’autoreferenzialità del narcisismo attraverso la kenosi che porta al generoso dono di sé. Anche la fine di un Istituto può essere considerato come una testimonianza profetica, come per esempio la rinuncia al pontificato di papa Benedetto

Impegno per migranti e rifugiati

1. Risposta ad accogliere i migranti

La composizione dei gruppi linguistici nella loro diversità ha permesso di comprendere i modi diversi di risposta all’accoglienza dei migranti. Lo scambio ha offerto la possibilità di conoscere diverse esperienze in atto e nello stesso tempo le situazioni dei diversi paesi

In Medio Oriente per gli istituti che sono presenti l’accoglienza dei migranti è una questione drammatica e urgente in paesi come Libano, Siria, Iraq, Kurdistan, Giordania, Turchia, …; occorre fare di tutto perché i cristiani rimangano nei loro paesi. Un problema urgente riguarda i cristiani che hanno lasciato il loro paese, soprattutto siriani e iracheni, e che ora sono fermi alle frontiere e non hanno ancora una collocazione stabile: non possono proseguire pe rl’Europa e non possono rientrare nelle loro terre.

In Europa ci sono comunità che hanno accolto qualche famiglia o qualche rifugiato; anche alcuni laici collegati con qualche comunità hanno accolto rifugiati; ci sono comunità che collaborano con associazioni o comuni o agenzie che accolgono migranti; si lavora con la Caritas; si sono messi a disposizione dei migranti locali o edifici vuoti; alcuni confratelli si sono resi disponibili a insegnare la lingua della nazione; in alcuni luoghi viene offerto cibo, possibilità di prendere il bagno, assistenza medica; vengono accolti minori non accompagnati in centri di formazione professionale con alloggio, sovvenzionati dai comuni; si aiuta a trovare lavoro. Ci sono diverse situazioni di migranti in Europa con bisogni particolari, per i quali occorrono risposte specifiche; basti pensare alle famiglie, ai minori non accompagnati, ai diversi paesi di provenienza, alle situazioni di salute. Anche in questo caso dell’Europa occorre avere attenzione in particolare per i migranti cristiani. Fa male pensare che in queste situazioni drammatiche ci sono quelli che pensano ai loro affari.

In Africa dove è presente guerra, povertà o conflitti etnici si aiuta la gente sul posto, onde prevenire le migrazioni in Europa; si lavora in campi per rifugiati o si educano, soprattutto i giovani, per offrire motivazioni e supporti per la crescita del paese; si cercano aiuti internazionali per favorire lo sviluppo e affrontare le diverse sfide. Si segnalano in particolare le situazioni del Sud Sudan, del Rwanda e del Kenia; c’è anche la fuga dai paesi sub sahariani, che richiedono di essere aiutati sul posto; si riesce invece a fare poco per la situazione dell’Eritrea.

In Stati Uniti e Canada c’è il problema dell’accoglienza dei ‘latinos’ e di coloro che fuggono attraverso la frontiera messicana e che sono illegali nel paese o di provenienti dal Medio Oriente.

2. Resistenze all’accoglienza

In Medio Oriente i cristiani si sentono abbandonati dall’Occidente e i religiosi presenti tra loro devono trovare le vie per sostenerli, incoraggiarli, motivarli. La demografia favorisce i mussulmani e orami si è spezzato l’equilibrio che si era costruito; anche questo crea incertezza sulla sorte dei cristiani in questi paesi. Davanti all’accoglienza dei mussulmani in Europa, alcuni cristiani del Medio Oriente si sentono traditi e abbandonati dagli stessi cristiani europei.

In Europa ci sono paure e resistenze tra i confratelli e anche tra la popolazione. L’aiuto da dare ai rifugiati mussulmani e cristiani costituisce un dilemma che coinvolge le comunità e le province. Resta da approfondire il problema di una paventata invasione islamica o islamizzazione dell’Europa. C’è la paura che tra i rifugiati islamici si infiltrino dei terroristi e che i migranti che non trovano lavoro possano favorire la criminalità. La concentrazione di troppi rifugiati in uno stesso luogo crea paure e diffidenze. Sono le stesse paure che i religiosi sentono dalla gente e che non sanno sempre come affrontare; sono le paure che nei paesi creano xenofobia e creazione di muri. A noi vedere come aiutare la gente a superare paure e pregiudizi; in alcuni casi ci sono però paure, resistenze e atteggiamenti xenofobi anche tra i religiosi. Si è più favorevoli ad accogliere famiglie, che ad accogliere singoli o giovani. Talvolta nelle comunità ci sono religiosi anziani che non sono in gradi di assicurare l’assistenza; mentre i religiosi giovani sono troppo occupati. Ci sono comunità pronte ad accogliere ma ci sono inerzie burocratiche o paure da parte della popolazione vicina. Non sembra che ci siano forti resistenze all’accoglienza; si ha invece la percezione dell’impotenza davanti a un fenomeno così massiccio e di fronte all’inerzia degli stati.

3. Altre modalità di accoglienza

Oltre l’intervento immediato di fronte all’emergenza degli arrivi e dell’integrazione, ci sono altre forme che permettono di far fronte al problema del’immigrazione.

Innanzitutto si tratta di favorire la crescita della pratica della “advocacy” della “lobby” presso organismi internazionali. Per esempio esprimere apprezzamento per ciò che fa la popolazione di Lampedusa per l’accoglienza crea opinione pubblica favorevole. In particolare bisogna domandarsi come aiutare i cristiani rifugiati specialmente in Medio Oriente, creando un’opinione pubblica più attenta e una maggior consapevolezza tra i politici.

L’educazione è una priorità in quei paesi che sono minacciati dall’esodo delle loro popolazioni, specialmente cristiane; è necessario sostenere strutture educative forti per mantenere le popolazioni nei loro paesi di origine; un buon sistema educativo è un’azione preventiva necessaria, che permette anche di riconciliare le popolazioni.

Occorre rendere consapevoli del problema dei rifugiati, specialmente nei paesi africani come Kenia, Nigeria, Sud Sudan, ma anche Pakistan, Afganistan, …; costituire Commissioni tra Congregazioni religiose che operano in queste aree di crisi e realizzare progetti comuni.

Vi è la necessità di lavorare in rete con la “Caritas” e tra le Congregazioni religiose.

Don Francesco Cereda SDB

SINTESI DELLA SECONDA GIORNATA

L’intervento di P. Saverio ci ha aiutato a mettere a fuoco il significato del tema di questa assemblea: la “radicalità della profezia”. Le tre rappresentazioni di profezia che ci ha offerto hanno aperto il nostro dibattito e hanno avviato il confronto. Il suo intervento si è concluso con l’invito a passare da “una strategia di mantenimento” (che serve solo a ritardare l’esito finale) a “una strategia di formazione che permetta ai religiosi, o almeno alla parte più valida e sana di essi, di interrogarsi sul senso della loro vocazione, di operare un serio discernimento e di attuare concrete decisioni di vita”.

La relazione del P. Heinz Kulüke si è inserita in questa stessa prospettiva, presentandoci una serie di dimensioni concrete della nostra vita religiosa dove siamo chiamati a operare questo passaggio di strategia. Egli ha introdotto la nozione di “decostruzione e ricostruzione”, che abbiamo assunto nei lavori dei gruppi come chiave del discernimento.

È mio compito riassumervi ora brevemente le dimensioni sulle quali i gruppi hanno operato questo discernimento e gli elementi che ritengono importanti per questa operazione decostruttiva e ricostruttiva.

Farò seguire poi un breve tentativo di sintesi interpretativa.

Sintesi dei tavoli

I gruppi hanno concordano sulla necessità di operare dei cambiamenti in prospettiva di profezia e non solo di mantenimento. Tale consenso è basato su tre considerazione preliminari.

a) La realtà di oggi è già de-costruita e fluida, tuttavia persistono delle rigidità nelle mentalità, nelle tradizioni, nelle sicurezze personali e istituzionali. È dunque necessario che la de-costruzione tocchi la mente e il cuore dei religiosi.

b) Tale decostruzione ha un orizzonte fondamentale: il ritorno all’essenziale, al vangelo, a una vita spirituale profonda.

c) Questo esercizio non è una novità. Le decostruzioni sono l’esperienza della Chiesa durante tutta la sua storia. Su questa capacità di ri-costruirsi continuamente si gioca la fedeltà ai nostri carismi. Sono proprio i nostri carismi che devono stare continuamente aperti. Si tratta di una decostruzione che suppone una grande capacità di discernimento nello Spirito.

Senza fare un elenco di quanto emerso, che risulterebbe ripetitivo e noioso, posso dirvi che i gruppi hanno individuato cinque campi più urgenti rispetto ai quali questa azione di descotruzione e ricostruzione si rivela allo stesso tempo urgente e complessa.

1. Il campo sul quale tutti i gruppi si sono confrontati è quello della formazione. Così si esprime un gruppo: «Nella formazione sia iniziale che permanente dobbiamo ancora trasformare molto, perché il cammino di conformazione a Cristo nella nostra umanità è più detto che accompagnato realmente e pedagogicamente».

Tra le varie indicazioni concrete per un cambiamento reale emergono in particolare le seguenti:

a) E’ determinante la formazione inziale, che deve essere non solo una trasmissione di contenuti, ma una vera esperienza spirituale.

b) Il contatto con i poveri deve diventare un elemento cardine della formazione, sia iniziale che permanente. I poveri ci insegnano, ci fanno uscire dalle nostre comodità.

c) La formazione deve evitare di essere eccessivamente accademica. Essa deve coltivare capacità umane per la missione.

d) Dobbiamo lavorare innanzitutto sulla dimensione umana di ogni religioso, soprattutto oggi quando molti entrano nella vita consacrata “feriti dalla vita attuale”. E’ sulla struttura umana che si può “destrutturare” e “ricostruire” ogni persona, per renderla idonea a fare comunità ed a gestire la missione.

2. Il cambiamento dell’immagine di Dio. È proprio la rappresentazione che abbiamo di Dio che condiziona la nostra vita e la nostra missione. I gruppi non hanno approfondito questo tema, ma riconoscono che è determinante e che avrebbe meritato più attenzione.

3. L’immagine di noi stessi. Un gruppo si è espresso in questo modo:

« Dobbiamo imparare a rivedere l’immagine che abbiamo di noi stessi e della nostra “perfezione”. E occuparci non di curare solo le ferite altrui, ma anche le nostre».

Vengono indicati due esercizi di integrazione positiva delle nostre fragilità: preparare i confratelli ad invecchiare bene; interrogarci sui confratelli che vivono situazione di grande fragilità, sia nel campo sessuale che nell’attaccamento al denaro.

4. L’interculturalità. Così si esprime un gruppo:

« Il dialogo è un grande valore e una forte sfida. Occorre imparare ad essere aperti ad ascoltare e dire cose diverse da quello che ciascuno pensa e crede. Si vede per esempio nell’esperienza del Consiglio generale. L’interculturalità è un cammino molto difficile e lungo. Si fa esperienza dell’esistenza di forti preconcetti. Questo non dipende solo dalle differenti culture, ma anche delle singole persone e dal loro carattere. La crisi viene dai pregiudizi; la soluzione sta nel purificare i pregiudizi. La struttura più difficile da trasformare è il pensiero poco evangelico che ci portiamo dentro».

Nella sfida del dialogo interculturale appare fondamentale che fin dalla formazione iniziale i religiosi apprendano a vivere la loro vita consacrata nella loro propria cultura e nello stesso tempo che abbiano uno sguardo critico sulle loro culture. Infatti, l’obiettivo comune è la cultura del Vangelo, e questa cultura è il fermento di unità all’interno di ogni Congregazione.

5. La vita comunitaria. Un gruppo si è così espresso: « La vita comune non deve essere solo una condivisione di spazio e di tempo, ma deve portare a condividere idee, esperienze, fragilità, impressioni. La Comunità è madre e figlia sia perché genera, sia perché ha bisogno di essere alimentata ogni giorno». Su questo campo è stata espressa la consapevolezza di un necessario superamento di individualismi per una conversione a una maggiore identificazione con la propria comunità, attraverso una reale fraternità.

Sintesi dei gruppi linguistici

La relazione di Ángel Fernández Artime ha stimolato i gruppi linguistici ad affrontare un altro campo decisivo nel quale vivere la profezia della vita religiosa: quello dell’uso povero e solidale dei beni delle nostre istituzioni religiose.

Il lavoro dei gruppi ha fatto emergere una grande varietà di problemi, che segnalano la complessità di questa dimensione della vita religiosa, complessità rispetto alla quale ci sentiamo poco preparati.

Una considerazione generale condivisa riguarda il fatto che i religiosi non possono più ignorare o delegare le problematiche economiche e devono avere una formazione di base minima. Più diversificata è la convinzione sull’opportunità di avvalersi di competenze laiche. Anche se queste sembrano essere ormai indispensabili, appare saggio non delegare mai del tutto la gestione dei beni del proprio istituto e di operare dei controlli regolari.

Nella tentativo di fare sintesi dei molteplici dati emersi dai gruppi, possiamo riassumere in quattro parole le convinzioni che sono state condivise.

a) Trasparenza

I gruppi insistono sulla necessità di imparare a vivere la trasparenza e a rendere conto della gestione economica fin dall’inizio della vita religiosa. Questo favorisce una mentalità di apertura e di sincerità. La trasparenza richiede necessariamente l’intercomunicazione tra di differenti membri di una Congregazione e i rispettivi Consigli (generali, provinciali, locali). Anche la valorizzazione e la competenza delle diverse commissioni economiche favorisce la correttezza nella gestione dei beni. Bilanci, preventivi, resoconti finanziari sono molto importanti per la trasparenza.

b) Comunicazione e corresponsabilità

La collegialità nella gestione dei beni e la comunicazione precisa e corretta a tutti i livelli sono la via per giungere ad atteggiamenti evangelici di giustizia e di sincerità. L’autorità non può essere esercitata a questo livello da una sola persona.

c) Vigilanza

Non è saggio lasciare le questioni finanziarie in mano a un solo economo, a una sola persona. È indispensabile avere delle costanti verifiche e una regolare revisione contabile.

d) Solidarietà

Non va mai dimenticato che i beni appartengono a tutta la Congregazione e che essi hanno un senso solo in vista della missione. I nostri beni in ultima istanza appartengono ai poveri. Al nostro interno, abbiamo province ricche e province povere. Ci sono anche diversità nel vivere la povertà a seconda dei contesti culturali. Non è raro constatare come in alcune culture entrare nella vita religiosa corrisponda a diventare più ricchi rispetto alle proprie famiglie di provenienza. Nello spirito del vangelo va incrementata la comunione dei beni all’interno della propria Congregazione. Anche se ci sono difficoltà oggettive a trasferire il denaro da un paese a un altro, occorre cercare la modalità per una vera condivisione delle risorse economiche.

La tentazione del potere è stata evidenziata in tutti i gruppi, come conseguenza dell’uso non trasparente e libero del denaro.

Tentativo di sintesi interpretativa

Provo ora a riassumere, prima concettualmente, poi con un immagine, quello che sembra essere sta la presa di coscienza di questo incontro. Per farlo, mi riferisco non solo ai lavoro dei gruppi, ma anche ad alcuni scambi informali avuti con alcuni di voi.

Ciò di cui abbiamo preso coscienza in questi giorni è la difficoltà che abbiamo tutti di passare dalla gestione di quello che fino ad ora abbiamo realizzato (il compiuto), alla profezia come disponibilità a dire qualcosa da parte di Dio, quello che Egli intende ancora donare al mondo e quindi non è ancora realizzato.

Questa è la sfida: passare dal rimanere prigionieri di ciò che è compiuto (la gestione dell’esistente), anche a nome di una certa concezione di fedeltà, alla profezia come capacità di dire una parola da parte di Dio: da ciò che già è in atto a ciò che Dio promette per noi e per il mondo intero. Dal compiuto alla promessa.

In questo momento siamo in affanno rispetto a entrambe le cose: sempre meno in grado di gestire quanto ci è stato trasmesso (in termini di personale, di opere, di mentalità, di strutture) e in difficoltà a ascoltare una parola nuova da parte di Dio, quella che ci sta dicendo attraverso gli appelli delle sofferenze umane.

Un gruppo ha detto: ci si rende conto che c’è urgenza di “cambiare”, ma ci sembrano essere carenti i mezzi (di ogni genere: teoretici, biblici, psicologici, socio-culturali, spirituali, ecc.) per portare a maturazione il cambiamento necessario.

L’esercizio che abbiamo fatto in questi giorni ha messo in luce quanto questo sia faticoso, quanto rischiamo di essere messi in scacco dall’esistente e quanto poca capacità abbiamo di prospettiva, questo non per cattiva volontà, ma per un basso tasso di discernimento.

– Durante questi giorni siamo stati ispirati da un’immagine: quella dell’albero le cui radici sono profonde tanto quanto la sua estensione esterna. È in questa prospettiva che abbiamo cercato di rivisitare il senso di “radicalità della profezia”.

– Provo ora a ridire quanto emerso dall’Assemblea con un proverbio e con un racconto.

Un noto proverbio africano dice: Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Questo proverbio può fare per noi. La responsabilità di questo passaggio storico e culturale (di ogni passaggio storico culturale) è in fondo quello di non sciupare quanto ci è stato consegnato dalle generazioni precedenti, ma nello stesso tempo di non rimanere dei semplici ripetitori, dei conservatori di musei (per utilizzare una espressione di Papa Francesco). Si tratta dunque di tenere in piedi l’albero che cade, ma non con tutte e due le mani: con una mano sola. L’altra deve rendersi attenta a servire la vita che cresce e che non fa rumore, e che è la vita che lo Spirito Santo sta facendo crescere e che ci chiede di assecondare con i nostri carismi.

Se tutte e due le mani sono impegnate a tenere in piedi il passato, il già realizzato, noi non avremo né orecchie, né occhi, né energie per rincorrere lo Spirito che ha una falcata di vantaggio rispetto a noi.

– Possiamo dire la stessa cosa con un racconto. Paolo De Benedetti1, teologo e biblista italiano di origini ebraiche, narra la vicenda di Jochanan ben Zakkaj, il rabbì che nel 68 d.C., consapevole dell’ineludibile destino che segnava la città e il tempio di Gerusalemme (incendiati e distrutti nel 70 d.c.), si finse morto e così riuscì a uscire in una bara dalla città, assediata da Vespasiano, portando con sé soltanto la torah. Vespasiano, infatti, permetteva che uscissero dalla città assediata solo i morti. Presentatosi poi all’Imperatore, Iochanam ben Zakkaj ottenne da lui che il piccolo sinedrio di Javne (l’attuale Tel Aviv) fosse risparmiato e lì rifondò il giudaismo come popolo della torah, salvandone così il nucleo essenziale. Così De Benedetti commenta l’episodio :

«La decisione di Rabbì Jochanan ha avuto per l’ebraismo un’importanza incalcolabile: egli riuscì a preservare la continuità della tradizione, la catena ininterrotta della Legge orale e con gli altri maestri convenuti a Javne assicurò all’ebraismo i mezzi giuridici, rituali, organizzativi e morali per sopravvivere […]. C’è molto da riflettere su quello che può fare un uomo: rabbì Jochanan era uno studioso senza autorità ufficiale […]. Egli fu il solo, tuttavia, a scorgere chiaramente quello che si poteva conservare e quello che si doveva abbandonare per conservare il tutto […]. Egli seppe leggere, come si direbbe oggi, i segni dei tempi, ma in questi segni non vedeva solo la storia, bensì la misteriosa volontà di Dio, che egli era abituato a venerare in ogni precetto.

Ai cristiani – continua Paolo De Benedetti – non è accaduto di dover compiere un mutamento così radicale come quello toccato all’ebraismo, per rimanere se stessi; ma non si può dire che non sarebbe stato o non sia ugualmente necessario. Infatti, il grande tempio della cristianità tradizionale è già profondamente intaccato dal fuoco, e sono venuti meno i riti che vi si compivano per dare al mondo intero una buona coscienza. […] Tutto ciò rende più che mai difficile che sorga un uomo come rabbì Jochanan ben Zakkaj che decida di portare fuori dal tempio ciò che deve essere salvato. Ogni volta che qualcuno, più per istinto che per lucida consapevolezza fa qualcosa del genere, viene accusato di profanare, sconsacrare, secolarizzare la santità […]. Ma questa non è un’opera umana: non si deve discutere su ciò, e forse neppure decidere. Occorre piuttosto porsi dietro alla parola di Dio, come i magi dietro alla stella, e seguirla là dove, uscendo dal tempio rovinante della cristianità, andrà a posarsi. Non è, oggi, una stella così lucente da offuscare tutte le altre stelle, anzi si lascia confondere abbastanza con alcune di esse; questo è nel disegno divino […] che […] non pensa la salvezza del cristianesimo come una solenne processione da uno a un altro tempio, i re in testa alla processione, il popolo in coda. […]. Oggi ogni cristiano è personalmente impegnato a uscire dal vecchio tempio e seguire una stella destinata a condurre proprio lui. Solo così alla fine tutta la chiesa di Dio si troverà in salvo, in questo mondo profano ma così caro a Dio».

Forse è proprio questa l’inquietudine che ha attraversato i vostri dibattiti: la fatica di scorgere chiaramente quello che si può conservare e quello che si deve abbandonare per conservare il tutto. E forse è proprio questo il compito che i carismi della vita religiosa sono chiamati a operare insieme (non da soli), perché possiamo tornare a vivere e testimoniare la radicalità della profezia.

fratel Enzo Biemmi, FSF

1 De Benedetti P., Ciò che tarda avverrà, , Qiqajon1992. Teologo e biblista italiano, nato in una famiglia di origine ebraica, è stato docente di Giudaismo alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano e di Antico Testamento agli Istituti di scienze religiose delle università di Urbino e Trento. Vive ad Asti (Italia).