Domenica XI – C –  di Giuseppe Bellia

Comprendete il mistero del Povero:

unica, nel suo seno, è la pecorella,

da lui nutrita con tenero amore.

Piange la Donna ai piedi dello Sposo:

l’acqua e il sangue dal suo fianco,

la rendono pura e senza macchia.

Bacia i piedi che l’hanno cercata:

sciolta da ogni colpa passata

nel bacio di perdono del suo Dio.

Sui piedi di Gesù versa profumo,

correndo con lacrime luminose

all’aroma divino del suo Nome.

O ineffabile amore di Dio per noi!

Nell’umile segno sacramentale

presenti il volto al nostro bacio.

Getta via la pietra dal tuo cuore,

i giudizi duri della tua giustizia

e ama tu che sei perdonato.

Scende il silenzio nel pensiero,

si scioglie il gelo della giustizia,

l’Amore ti avvolge e ti scalda.

Scendono silenziose lacrime di gioia,

le tue antiche paure svaniscono

sul cuore che da sempre ti attende.

PRIMA LETTURA                                          2Sm 12,7-10.13

 

Dal secondo libro di Samuèle.

Il testo presentato dalla liturgia è il commento di una parabola che il profeta Natan presenta a Davide perché veda il suo peccato e se ne penta.

La parabola della pecora del povero e il giudizio di Davide (12,1-6).

La parabola s’incentra su questa pecorella tanto amata dal povero che l’ha acquistata non per ucciderla ma per farla vivere e condividere con lui la mensa e il letto. I verbi mangiare, bere e dormire con la propria moglie (11,11) sono gli stessi di Uria il quale si astiene da questa intimità sponsale con giuramento perché è tempo di guerra.

La parabola mostra come il ricco abbia distrutto questo affetto del povero togliendogli l’unico bene.

Davide si accende d’ira e pronunzia la sentenza aggravando quella della Legge (cfr. Es 21,37) perché dichiara il ricco reo di morte: è chiaro che egli agisce sotto la potenza dello Spirito Santo perché dà la sentenza, in quanto re messia, su se stesso e non sul contenuto letterale della parabola.

In quei giorni, 7 Natan disse a Davide: «Sei tu quell’uomo! Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e [io] ti ho liberato dalle mani di Saul,

Dopo aver rivelato che il ricco, che ha rapito l’unica pecorella al povero, è Davide stesso, che ha tolto Bersabea ad Uria, Natan fa comprendere a Davide, che la sentenza di morte è su di lui. Egli deve pagare la pecorella rapita quattro volte il suo prezzo. Secondo i saggi d’Israele questo prezzo è dato dalla morte di quattro figli: il primo nato da Bersabea, Amnon, Tamar e Assalonne.

La ripetizione del pronome personale io rileva come tutto sia suo dono.

8 ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi aggiungerei anche altro.

La casa del tuo padrone. Il suo regno e la sua eredità in Israele.

E ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone. Nella Scrittura si ricorda solo Rizpa (vedi 3,7). Altre donne non sono ricordate.

La casa d’Israele e di Giuda, cioè tutte le tribù di Giacobbe da cui Davide poteva avere donne a suo piacimento.

se questo fosse troppo poco, io vi aggiungerei anche altro. Come sta scritto: Davide prese ancora concubine e mogli da Gerusalemme, dopo il suo arrivo da Ebron: queste generarono a Davide altri figli e figlie (2Sm 5,13). Da qui il precetto del Talmud: «Il re può prendere fino a diciotto mogli» (m. Sanhedrin 2,4).

9 Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Urìa l’Ittìta, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammonìti.

Anche per il re vi è un limite, non divenire adultero e omicida, disprezzando la parola del Signore, cioè i suoi comandi. Vedi Nm 15,31: Poiché ha disprezzato la parola del Signore e ha violato il suo comando, quella persona dovrà essere assolutamente eliminata; la colpa è su di lei. La parola del Signore sta in parallelo con il suo comando. Il disprezzo consiste nel fare ciò che è male ai suoi occhi, come ha detto in precedenza: Ma ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore (11,27).Due sono i peccati commessi da Davide: 1. Tu hai colpito di spada Urìa l’Ittìta, vedi 11,15: caddero parecchi della truppa e dei servi di Davide e perì anche Uria l’Ittita. 2. hai preso in moglie la moglie sua, vedi 11,4.27: Allora Davide mandò messaggeri a prenderlaElla diventò sua moglie.

E lo hai ucciso con la spada degli Ammonìti. Ritorna sul primo peccato precisandone la gravità: uno colpito potrebbe non morire, inoltre lo ha ucciso attraverso i nemici d’Israele, consegnandolo in mano loro.

10 Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Urìa l’Ittìta».

In base alla legge del talione (del tale e quale) la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, cioè dai tuoi figli: Amnon sarà ucciso da Assalonne; Adonia da Salomone; Assalonne da Gioab. Mai in realtà l’espressione ebraica per il secolo, indica un periodo lungo ma non per sempre. Questa è la punizione per il primo peccato (l’uccisione di Uria). Il secondo peccato è stato fatto in modo pubblico, mentre il primo in modo indiretto e in questo si è manifestato davanti a tutti il disprezzo per il Signore.

[11 Così dice il Signore: «Ecco, io sto per suscitare contro di te il male dalla tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un altro, che giacerà con loro alla luce di questo sole.

Il profeta Natan comunica al re la punizione del Signore per il secondo peccato. Questo male si contrappone a quello fatto da Davide.

Dalla tua stessa casa. Assalonne farà quanto qui è annunciato dopo essersi ribellato al padre. Dal momento che Assalonne farà questo pubblicamente, è come se Davide avesse visto perché gli è giunta notizia di questo disonore subito dal figlio. Davide sa che quanto accadrà sarà per volontà del Signore. Le mogli di Saul furono date a Davide, che non era della sua famiglia, mentre le mogli di Davide saranno date al suo prossimo, a lui familiare, cioè suo figlio.

Tutto accade alla luce di questo sole, che in questo momento sta illuminando.

12 Poiché tu l’hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele e alla luce del sole».

Davide ha tentato di tener nascosto il suo peccato e farlo apparire coem qualcosa di normale, ma il Signore ne ha mostrato l’evidenza.]

13 Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore!». Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai».

Dopo questa parola del Signore, Davide confessa imemdiatamente, senza affatto scusarsi: «Ho peccato contro il Signore!», come dice nel salmo: Contro te, contro te solo ho peccato (51,5).

Davanti a questa pronta e sincera confessione, Natan annuncia a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai». Il Signore allontana da Davide la morte, da lui stesso decretata, ma non il risarcimento che Davide deve dare a causa del suo peccato, cioè la morte di quattro dei suoi figli, come già è stato detto e il fatto che suo figlio si prenderà come mogli le concubine di Davide.

Applicazione della parabola e rimprovero di Natan (7-14).

Il profeta rivela a Davide: «Sei tu quell’uomo!». E gli ricorda quanto Dio ha fatto per lui e come lo abbia arricchito di spose e gli presenta il modo come sarà punito. Assalonne, suo figlio, si unirà alle sue donne. Davide riconosce di essere peccatore e questa pronta sua dichiarazione allontana da lui la sentenza di morte che tuttavia ricade sul bimbo concepito da Betsabea, che è innocente. È un grande mistero! È la sofferenza dei bimbi innocenti sui quali si addensano le nubi dell’espiazione. Questo sarebbe incomprensibile se non ci fosse Gesù che discende da Betsabea e che ha in questo bimbo la sua immagine. Come il bimbo è stato plasmato nel seno di Betsabea per essere immolato, così lo è il Cristo il cui corpo è stato formato perché egli adempia la volontà del Padre offrendosi nell’unico e perfetto sacrificio.

Educati alla responsabilità personale – che non è annullata – noi pensiamo che tutto s’iscrive nella sfera individuale. Ma essendo noi legati gli uni agli altri come membra di uno stesso corpo, c’è una solidarietà con il peccato. Davide infatti avrebbe voluto che il figlio fosse salvato e per questo digiuna e prega, allo stesso modo in occasione della peste provocata dalla sua determinazione di fare il censimento egli prega: «Non sono forse stato io a ordinare il censimento del popolo? Io ho peccato e ho commesso il male; costoro, il gregge, che cosa hanno fatto? Signore Dio mio, sì, la tua mano infierisca su di me e sul mio casato, ma non colpisca il tuo popolo» (1Cron 21,17).

SALMO RESPONSORIALE                                   Sal 31

R/.        Togli, Signore, la mia colpa e il mio peccato.

Beato l’uomo a cui è tolta la colpa

e coperto il peccato.

Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto

e nel cui spirito non è inganno.             R/.

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,

non ho coperto la mia colpa.

Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»

e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato.       R/.

Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia,

mi circondi di canti di liberazione.        

Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!

Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia! R/.

SECONDA LETTURA                                      Gal 2,16.19-21

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati.

Fratelli, 16sapendo che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno.

Paolo conosce per esperienza e per rivelazione che le opere della Legge non giustificano l’uomo, ma solo la fede in Gesù Cristo lo rende giusto. Infatti l’economia della Legge è dominata da questa affermazione del Salmo: Non chiamare in giudizio il tuo servo: nessun vivente davanti a te è giusto (sal 142,2). Ad esso s’ispira l’apostolo nel fare quest’affermazione. L’esperienza nella Legge è infatti quella di essere sottoposti al giudizio inesorabile e imparziale sul nostro agire e sull’impossibilità di uscire dal dominio del peccato. Questa situazione resta un dato essenziale dell’esperienza umana e non scompare con la rigenerazione battesimale.

Se appunto prima della fede e della conseguente rigenerazione battesimale vi era un dominio incontrastato del peccato, che strumentalizzava la stessa legge per condannare l’uomo, dopo il battesimo vi è un nuovo principio dialettico e di contrasto al peccato, che è la fede. Questa non si pone contro la Legge e non la ignora ma la esegue perfettamente secondo il detto evangelico: «Non sono venuto ad abolire ma a portare a compimento» (Mt 5,17).

La fede contrasta il peccato dando la forza di adempiere la Legge non tanto nella sua lettera, quanto nello spirito, secondo il detto apostolico: ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita (2Cor 3,6).

[17 Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati peccatori come gli altri, Cristo è forse ministro del peccato? Impossibile! 18 Infatti se torno a costruire quello che ho distrutto, mi denuncio come trasgressore.]

Qui si pone un’obiezione importante. Dal momento che la giustificazione in Cristo, in questa fase, non elimina il nostro essere peccatori, bisogna affermare che Cristo è ministro del peccato? Il rapporto strettissimo, che noi abbiamo con Gesù ed Egli con noi, costringe in noi il Cristo ad amministrare il peccato, come accade alla Legge? Oppure l’economia di Cristo inizia là dove termina quella della Legge, il cui scopo è condannare il peccato? Non essendo abolita la scelta, ciascuno di noi può riedificare ciò che ha demolito, cioè ritornare sotto il dominio del peccato e quindi sotto la condanna della Legge, che lo dichiara trasgressore.

«Il discorso segue quello di ieri (cfr. 2,11-14); dice perché Piero segue delle prescrizioni giudaiche. Uno può dire fa di più, oltre che la fede in Cristo. Rifiutando di partecipare alla cena coi gentili insinua che questo è peccato. Se tu fai questo, cioè riedifichi le opere che sono state distrutte, vuol dire che è inutile la fede in Cristo. Arrivato al fine che è Cristo non si può più tornare indietro perché è un altro ordine di essere: ritornare indietro vuol dire non credere che la Legge è pienamente realizzata nella Fede. Quindi non si possono più ripetere le cose che sono ombra. Quindi perché ritornare indietro? L’insinuarsi di questa ipocrisia non dava possibilità di credere che la fede adempisse pienamente la Legge. Paolo osservante fariseo poteva difendere questa tesi. Così al v. 16 se non mediante la fede, anche i santi dell’Antica Alleanza sono giustificati mediante la fede» (Sr Agnese M., appunti di omelia, Monteveglio 1.4.1977).

19 In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, 20 e non vivo più io, ma Cristo vive in me.

Mediante la Legge, che è adempiuta in Cristo e in Lui anche in me, io sono morto alla Legge perché come Cristo con la sua morte in Croce ha adempiuto quanto la Legge esigeva, così anch’io, essendo stato crocifisso con Cristo, ho adempiuto in Lui quanto la Legge in me esigeva. In questo modo se sono e dimoro in Cristo muoio a me stesso e vivo per Dio. Infatti non vivo più io, ma Cristo vive in me. Questa è la nuova esperienza propria dell’essere cristiano: vivere protesi verso Dio perché, essendo in Cristo, Egli vive il rapporto con il Padre non più solo in se stesso ma in noi. Questo intrinseco rapporto effettua un passaggio tra un prima e un dopo caratterizzato da non più. «Prima ero una cosa, adesso sono un’altra. (cfr. Mc 14:25 «In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio»; Lc 22:16 «poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio»). Parola chiave di Giovanni: 14:19 «Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete». 15:15 «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone» 16:10 «quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più» 17:11 «Io non sono più nel mondo». In Paolo vi sono alcuni paralleli attinenti a questo testo: Rm 6:9 sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Gal 3:25 Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. 4:7 Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio. Questo non più è legato alla fede in Gesù. Chi gli consente di uscire dal peccato se non la fede nel Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me? La fede in questo amore, che ama me e porta alla morte per me» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico 24.10.1973).

E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.

Come in precedenza il corpo, cioè la carne, era il luogo delle tensioni insuperabili tra la legge della mente e la legge del peccato, ora esso è diventato tempio dello Spirito Santo per l’operazione battesimale in cui ho esperimentato la morte di Gesù in croce, come segno personale del suo amore per me. Questo è il perno su cui far leva per superare la prigionia della Legge.

21 Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano.

Questa conclusione risponde all’accusa mossa contro Paolo che egli annulli la Legge e quindi faccia regnare il peccato rendendo vana la grazia di Dio. L’apostolo dichiara che il perno del discorso sta donde viene la giustificazione: se dalla Legge o dalla morte di Cristo. Dal momento che Cristo è morto per la nostra redenzione, noi non possiamo essere giustificati dalla Legge ma dalla fede nella sua giustificazione.

«Quando Paolo parla della giustificazione ha come un sussulto per non esser inteso male. Dice Paolo: Io sono stato giustificato; e se giustificato sono trovato peccatore, di chi è la colpa? Forse che il Cristo diventa diacono del peccato? È colpa sua se io pecco, dal momento che mi dice di avermi giustificato gratuitamente? Non è vero! Quando succede questo, io costituisco me stesso peccatore, perché dopo aver distrutto tutta questa realtà di peccato, io la riedifico: tutto il mondo del peccato è stato distrutto e io posso riedificarlo. Secondo il disegno di Dio è che io, morto alla Legge, abbia una forza positiva, in forza della vita stessa di Dio, per compiere le opere, che vengono dalla giustificazione mediante la fede. Dopo insiste sul morire e sul vivere. Il vertice è il fatto della risurrezione. La Croce distrugge tutto il mondo della carne per la vita nuova. Quello che conta è la potenza della fede, ma in questa carne io sono già nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso e quindi se io tornassi al peccato, come se io ritornassi alla Legge, io annullerei la giustizia dalla fede» (D. Umberto N., appunti di omelia, Monteveglio 1.4.1977).

CANTO AL VANGELO                                       1Gv 4,10b

R/.        Alleluia, alleluia.

Dio ha amato noi e ha mandato il suo Figlio

come vittima di espiazione per i nostri peccati.

R/.        Alleluia.

VANGELO                                                        Lc 7,36-8,3

 Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, 36 uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.

Lo pregò di mangiare con lui. Si collega al precedente (v. 34: dite: ecco un mangione e un beone) e rivela perché Gesù accetti l’invito e tavola.

Si mise a tavola. La brevità del discorso non è dovuta allo storico che racconta, ma ha un significato: Simone non ha fatto i riti di accoglienza.

Il verbo mettersi a tavola si trova ancora in 24,30 (discepoli di Emmaus). Inoltre egli mette a tavola le folle (9,14-15) e comanda a chi si mette a tavola di scegliere l’ultimo posto (14,8).

Alla mensa del fariseo Gesù si rivela come Dio che scruta i pensieri del cuore e usa misericordia; ad Emmaus, mentre spezza il pane, si rivela come il Risorto nel quale si sono compiute le Scritture da Lui commentate lungo la strada.

37 Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; 38 stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.

La peccatrice.

Saputo che era a tavola. Come è scritto: Dimmi, o amore dell’anima mia, dove vai a pascolare il gregge? (Ct 1,7).

Un vasetto di olio profumato. Come è scritto: Mentre il re è nel suo recinto il mio nardo spande il suo profumo (Ct 1,12).

Cominciò a bagnare i suoi piedi di lacrime. Dà ospitalità a Gesù compiendo i gesti dell’accoglienza. L’acqua del suo pianto, toccando i piedi del Signore, diviene pura e purificante. Ha trovato la Sposo e non accoglie più stranieri nel talamo del suo cuore e in questo è simbolo della Chiesa e di ciascuno di noi.

Baciava i suoi piedi, perché già ha ricevuto il bacio del perdono (cfr. 15,20: lo baciò).

Li ungeva di olio profumato, infatti: come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi (Is 52,7) e questi monti sono i monti degli aromi (cfr. Ct 8,14).

39 Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».

Il fariseo.

Simone s’interroga se Gesù sia veramente il profeta (cfr. 7,16) e risponde che non è neppure profeta perché non sa e quindi Dio non gli parla. Lasciandosi poi toccare da una peccatrice dimostra che non conosce neppure la Legge. I suoi ragionamenti lo hanno portato ad una conclusione certa.

40 Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro».

Il Signore interviene e risponde ai suoi ragionamenti, rivelandosi in tal modo profeta. La profezia non consiste solo nel leggere quello che vi è nel cuore, ma anche nel rivelare la verità della Parola di Dio liberandola dalle ristrettezze dei ragionamenti umani. Egli non subisce i gesti della donna, ma vuole rivelarne il significato; in questo modo rivela se stesso.

Maestro, Simone non esterna il giudizio che ha formulato nel cuore. Tratta il Signore con rispetto.

41 «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. 42 Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». 43 Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».

La parabola dei due debitori.

Con essa Gesù risponde a Simone e gli spiega perché si sia lasciato toccare dalla donna. «Egli accosta semplicemente tra loro il grande e il piccolo debito, la grande e la piccola riconoscenza. Soltanto quelli che conoscono la portata del loro grosso debito possono misurare anche il significato della bontà. Non capisci, Simone, che questa donna nonostante il peso della sua vita, è molto più vicina di te a Dio? Non vedi che a te manca ciò che lei possiede, una grande riconoscenza? E che la gratitudine che lei mi dimostra è rivolta a Dio?» (Jeremias). La novità dell’Evangelo non consiste nel misurare la maggiore o minore grandezza del debito, ma nel condonare a tutti il debito. Si parte pertanto da una constatazione che non vi è nessun giusto, che tutti siamo debitori anche se il debito può avere una misura. Pertanto è importante considerare non la misura del debito ma la grazia del condono. Qui sta la differenza tra il fariseo e la peccatrice.

Il fariseo considera un diritto il condono del suo piccolo debito per le opere che compie, la peccatrice considera dono il perdono di Dio e stupita rivela la sua gratitudine.

Nota: Il termine amare include qui gratitudine e riconoscenza. Infatti, l’ebraico e l’aramaico non hanno nessun termine per ringraziare e ringraziamento (Jeremias).

44 E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo.

I gesti della donna sono la risposta di gratitudine ai gesti compiuti dal Signore nei sacramenti: il lavacro della rigenerazione, il bacio del perdono, l’olio dello Spirito, che unge il capo e prepara alla mensa. La realtà sacramentale esprime a noi l’amore di Dio nella carne del suo Figlio e richiede che noi esprimiamo con gli stessi segni il nostro amore per Lui: le lacrime della riconciliazione e del ringraziamento; il bacio della gratitudine e l’olio profumato di una degna condotta di vita.

47 Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».

Alla spiegazione della parabola segue la sentenza.

Le due frasi si presentano l’una come la lettura del comportamento della donna (le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato) e l’altra come una sentenza conclusiva del racconto (quello cui si perdona poco, ama poco). Le due frasi appaiono a prima vista non in armonia e in stretta dipendenza. La prima mette in luce l’iniziativa della donna (ha molto amato) espressa nelle opere dell’unzione e del pianto; la seconda rileva l’iniziativa di Dio (cui si perdona poco).

La voluta disarmonia delle due sentenze ha come origine le due dimensioni dell’uomo: quella esterna e quella interiore. La donna rivela con le sue opere il suo grande amore e il Signore la dichiara perdonata dalle sue molte colpe. In realtà questo grande amore scaturisce dall’iniziativa divina che a tutti concede la remissione dei peccati.

Succede però che chi contiene la grazia del perdono entro i limiti della sua giustizia ama poco perché è poco perdonato, che invece è pervaso in tutto il suo essere dal perdono perché sa che non vi è in lui nessuna giustizia, ama molto. Le opere della conversione diventano l’espressione dell’amore e non più di una giustizia adirata da placare.

Con i segni della sua riconoscenza la donna confessa di essere certa del perdono divino come dice il salmo: Ho detto: denuncerò contro di me la mia iniquità al Signore e tu hai rimesso l’empietà del mio cuore. (Sal 31,5 LXX). Il giudice divino, prima di assolverla esternamente, l’ha già assolta interiormente.

48 Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». 50 Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

Il congedo.

«I tuoi peccati sono perdonati». Il Signore manifesta con segno visibile esterno quanto già ha operato interiormente. Egli esercita il suo potere di perdonare come Figlio dell’Uomo che già ha esercitato come Figlio di Dio.

Chi è costui. L’intervento corale dei commensali dà più risalto alla scena e coinvolge tutti attorno ai personaggi principali: Gesù, Simone e la peccatrice. Luca ama molto drammatizzare in questo modo la scena.

Gesù è sempre fisso sulla donna: La tua fede ti ha salvata; va’ in pace! Non parla più di amore ma di fede perché la donna ha creduto alla Parola di misericordia e di perdono annunciata da Gesù: va’ in pace (cfr. 2Re 5,19 è il congedo dato a Naaman il Siro).

Va’ in pace perché giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo (Rm 5,1).

8,1 In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio.

Predicando. Il verbo indica una predicazione autorevole e ufficiale del fatto; riguarda cioè il modo dell’annuncio.

Annunciando la buona notizia. Sembra un sinonimo del precedente verbo e quindi un’inutile ripetizione: invece mentre il primo metteva in risalto il modo dell’annuncio, questo pone l’accento sul contenuto. Questo verbo ha un qualche sviluppo nell’A.T., specialmente per indicare la realtà messianica.

2 C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni;

Con Lui. È questa l’espressione che identifica gli apostoli e ne indica la natura: cioè la loro stretta intimità con Gesù.

Confronta per questo At 1,21ss; l’eletto al posto di Giuda deve essere uno che era con loro e con Gesù, per tutta la sua predicazione.

Le donne. Oramai siamo nella nuova realtà e, come dice Paolo: Non c’è più uomo o donna (Gal 3,28): per questo le donne possono seguire Gesù e fare parte integrante della sua comunità, benché questo sia un fatto nuovo e straordinario.

Infatti la condizione della donna in Palestina ai tempi di Gesù era veramente umiliante; le donne non erano ammesse allo studio delle Scritture e questo comportava per loro una grande inferiorità nel campo religioso (nelle sinagoghe non solo non potevano leggere, né assumere alcuna funzione direttiva, ma nel tempio il settore delle donne era separato con cinque gradini da quello degli uomini) che si ripercuoteva in quello sociale.

Basti per tutto il fatto che l’ebreo ogni giorno recitava questa preghiera: «Ti ringrazio, Signore, di non avermi creato pagano, donna e ignorante».

Per questo il gesto di Gesù è veramente liberante, perché accoglie le donne in dimensioni quali la sequela, il servizio (Lc 8,3: lo servivano) e in seguito la testimonianza della sua resurrezione, tanto da associarle alla funzione apostolica.

Spiriti cattivi e infermità. Luca è un buon medico e distingue due tipi di guarigioni di Gesù: quelle da spiriti diabolici e quelle da malattie. Per Lc, Gesù è veramente il medico dei corpi e delle anime.

Sette demoni. Indica simbolicamente la situazione tragica di piena presenza del maligno (cfr. 11,26).

3 Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.

Giovanna. Lc la cita di nuovo in 24,10 come testimone della risurrezione.

Note

«Queste tre letture dicono tutto: che cosa siamo noi, chi è Gesù, e di che cosa veramente dobbiamo gioire.

Prima lettura: David, tanto intelligente, non ha capito la parabola di Natan: ci fa capire – per intenzione del Signore – che il primo effetto del peccato è il renderci ottusi nei confronti del proprio peccato. Il peccato ci acceca e allora c’è bisogno della parola del Signore: solo la parola di Dio può illuminarci su noi stessi (cfr. quello che dice S. Paolo e la lettera agli Ebrei). E la parola di Dio ci rivela il nostro peccato mostrandoci come Dio ci ama, quanto Dio ci ama (Natan fa così con David: e solo allora David si accorge del suo peccato contro il Signore). Le Scritture ci mettono sotto gli occhi due modelli di peccato grosso: in David, «uomo secondo il cuore di Dio».

L’epistola ai Galati (specie se la si legge dal v. 1) ci presenta il contrasto con Pietro, dicendo espressamente che «Cefa aveva peccato» (v. 1) e Pietro aveva finto ad Antiochia, un peccato grosso – come uomo e come pastore e capo della Chiesa. Tutti siamo peccatori e peccatori sono anche gli uomini costituiti in grande autorità, perchè noi comprendiamo che, se sono peccatori loro, a maggior ragione siamo peccatori noi. Tutti peccano, ma non deve essere occasione di scandalo, ma solo di comprensione della condizione umana.

Nel brano evangelico Gesù racconta al Fariseo la parabola dei due debitori nel confronto del creditore: nei confronti del Signore siamo sempre tutti debitori ed è lo Spirito Santo che provoca l’operazione dell’uomo che tocca l’umanità divina del Cristo.

Il nocciolo essenziale del discorso è questo:

  1. La condizione fondamentale dell’uomo è di essere peccatore e l’uomo da solo non potrà mai uscire dai suoi peccati: questa condizione è l’essenza del cristianesimo. Proprio per questo Gesù è Gesù: Lui ha detto «Dio solo è Buono». Se Gesù non fosse Dio non sarebbe Buono di questa Bontà assoluta capace di santificare chi lo tocca. Questo è il catechismo cristiano: Gesù «salverà il suo popolo dai loro peccati». David figura di Cristo, è peccatore; Pietro ha ricevuto da Cristo una missione, ma sono peccatori; i santi sono peccatori: solo Gesù può togliere il peccato. Questo attiene all’essenza del cristianesimo; se noi non crediamo questo, liquidiamo il Cristo (cfr. Gal 2,19: se l’uomo non si conosce profondamente peccatore, liquida la croce di Cristo e che lui stesso debba essere crocifisso con Cristo). Ogni volta che noi attenuiamo il senso della colpa liquidiamo il senso della croce di Cristo e il perchè anche noi dobbiamo essere crocifissi.

Gal 2,20: È impossibile arrivare alla vita in Cristo se io non passo, per arrivarci, dalla croce di Cristo, radicandomi nel senso del mio peccato. La vita di Cristo giganteggia in noi quanto più siamo consapevoli del nostro peccato.

Gal 2,21: Se qualcosa attenua in me il senso della colpa, Cristo è morto invano; è solo la vita di Cristo in me che annulla il mio peccato.

  1. Le lacrime della peccatrice erano di pentimento e di gioia; liquidare il senso del peccato dal mondo e dall’uomo, vuol dire liquidare il Cristo e liquidare la gioia vera. Non c’è per l’uomo possibilità di gioia più grande di sentirsi a un tempo peccatore e perdonato: è per questo che si può dire che se la nostra civiltà va avanti così avrà sempre meno gioia. Il Cristo vivente – la gioia infinita e inebriante – la incontrano solo i peccatori, che conoscono il loro peccato (e non si occupano dei peccati degli altri e della società)». (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Monteveglio, 13 giugno 1971).

PREGHIERA DEI FEDELI

Fratelli e sorelle, amati da Dio e dal suo Cristo, riconoscenti per la Parola, che è risuonata in mezzo a noi, eleviamo a Dio l’umile nostra preghiera.

O Dio nostro, ascoltaci.

  • Perché tutta la Chiesa elevi un inno di ringraziamento al Padre per l’opera della redenzione del suo Figlio e prosegua instancabile nell’annuncio evangelico della misericordia e del perdono a chi si riconosce sinceramente peccatore, preghiamo.

  • Perché i discepoli di Gesù sentano la perenne gratitudine verso l’amore del loro Dio, che sempre li perdona e li previene con il suo amore misericordioso, preghiamo.

  • Perché nessun uomo si chiuda nella giustificazione di se stesso, ma accolga la giustizia che viene dalla Croce di Cristo e dalla fede in Lui si senta redento e inondato di tenerissimo amore per il suo Signore e Dio, preghiamo.

O Dio, che non ti stanchi mai di usarci misericordia, donaci un cuore penitente e fedele che sappia corrispondere al tuo amore di Padre, perché diffondiamo lungo le strade del mondo il messaggio evangelico di riconciliazione e di pace. Per Cristo nostro Signore.

Amen.