Domenica X – C – di P. Giuseppe Bellia

In Elia vi è lotta contro la morte,

in Gesù la Parola che la domina.

La morte è stata ingoiata per la vittoria.

Dov’è, o morte, la tua vittoria?

Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? (1Cor 15,54-55)

Ovunque risuona l’Evangelo

si diffonde gioiosa la risurrezione.

Cristo regna: tutti i nemici

pone sotto i suoi piedi.

L’ultimo nemico annientato

sarà la morte. (cfr. 1Cor 15,25-26)

Anche tra le rocce spunta un fiore.

e da cuori induriti la conversione.

L’amore di Dio tutto fa nuovo

e il sorriso brilla tra le lacrime.

La morte è stata ingoiata per la vittoria.

Dov’è, o morte, la tua vittoria?

Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? (1Cor 15,54-55)

PRIMA LETTURA                                        

  1Re 17, 17-24

Dal primo libro dei Re

17 In quei giorni, il figlio della padrona di casa, [la vedova di Sarepta di Sidòne,] si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare.

Il figlio della padrona di casa. Il testo accentua l’importanza della persona, chiamandola con un appellativo unico nella Scrittura. La donna ha ospitato Elia e il profeta ha provveduto con un segno straordinario al mantenimento della famiglia.

Si ammalò. La malattia si fa talmente grave da togliergli il respiro e morire. Egli che era stato risparmiato dalla carestia ora muore alla presenza del profeta. La sventura, con cui egli ha colpito Israele, colpisce il figlio di questa vedova, suo unico sostegno.

18 Allora lei disse a Elìa: «Che cosa c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?».

Che cosa c’è fra me e te. Espressione che rileva estraneità e rimprovero nei confronti del profeta, chiamato uomo di Dio e quindi in un rapporto particolare con Lui. La donna ha paura ora della sua presenza, dal momento che suo figlio è morto. La presenza dell’uomo di Dio è simile a quella di Dio. Là dove è il suo servo ivi è il Signore, he scruta quella casa e, secondo il pensiero della donna, egli si è ricordato della sua colpa e ne ha fatto morire il figlio.

Come in precedenza la presenza di Dio, tramite Elia, era stata segno di benedizione, ora ha portato la morte perché Dio non può lasciar impunita la colpa.

19 [Elia] le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto.

Elia chiede alla donna che si stacchi da suo figlio, che ella sta stringendo morto al suo seno. Ella deve ancor una volta aver fiducia nel profeta e consegnargli suo figlio. Al profeta la donna aveva messo a disposizione la stanza alta perché potesse stare più appartato e come segno di rispetto per la santità dell’uomo di Dio e per proteggerlo dalle ricerche di Acab (vedi 18,10). Il profeta viveva pertanto in semiclandestinità in modo che non si notasse la sua presenza e fosse consegnato ad Acab.

20 Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?».

Il profeta invoca, meglio, grida con voce forte al Signore. Le sue parole sono accorate e afflitte per quello che ha fatto il Signore suo Dio. Egli non usa frasi indirette ma attribuisce questo male a Dio, che ha il potere sulla vita e sulla morte. Il profeta, il cui compito è pregare per il popolo, è stupito dell’agire di Dio, che prima ha salvato la vedova e il figlio tramite suo e ora ne fa morire il figlio. Queste parole di Elia sono simili a quelle di Mosè: «Signore, perché hai maltrattato questo popolo? Perché dunque mi hai inviato? Da quando sono venuto dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male a questo popolo, e tu non hai affatto liberato il tuo popolo!»(Es 5,22-23). La fede rende audaci con il Signore, essa non è supina sottomissione perché più forte è l’obbedienza più ardita si fala richiesta.

21 Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo».

Si distese lett.: misurò se stesso. Si distese sul fanciullo in tutta la sua misura, come farà pure Eliseo (cfr. 2Re 4,34). Egli si distende per dare calore alla carne del bimbo. Per tre volte si distende pregando e gridando al Signore. La Vulgata interpreta: si distese e si misurò sopra il fanciullo. La Settanta legge: e soffiò sul fanciullo per tre volte. Il soffio di Elia è portatore di vita e invoca il Signore che faccia tornare la vita nel corpo del fanciullo. Il testo greco ha un richiamo letterale a Gv 20,22: Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo».

22 Il Signore ascoltò la voce di Elìa; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere.

La preghiera del profeta è esaudita: il fanciullo torna a vivere in perfetta salute. La Settanta interpreta: e fu così e il fanciullo gridò, allo stesso modo come aveva gridato il profeta verso Dio. Questo è il grido della vita che prorompe con grade forza.

23 Elìa prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elìa disse: «Guarda! Tuo figlio vive».

Come lo aveva preso dal seno della madre così ora lo prende di nuovo e lo consegna alla madre vivo.

24 La donna disse a Elìa: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

La donna trae conferma di quello che già conosceva che Elia era un profeta. Ma ora ella ne ha la certezza e che quindi la parola del Signore che risuona nella tua bocca è verità e non si può metter in dubbio.

SALMO RESPONSORIALE                               Ps 29 (30)

R/.       Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.

Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato,

non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.

Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,

mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.  R/.

Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,

della sua santità celebrate il ricordo,

perché la sua collera dura un istante,

la sua bontà per tutta la vita.

Alla sera ospite è il pianto

e al mattino la gioia.     R/.

Ascolta, Signore, abbi pietà di me,

Signore, vieni in mio aiuto!

Hai mutato il mio lamento in danza,

Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre. R/.

SECONDA LETTURA                                      Gal 1,11-19

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati

«Il Signore ci aiuti a fare attenzione a questo testo perché è molto importante in rapporto alla vita della Chiesa e dell’umanità. Corrisponde alla scelta che Dio ha fatto di Paolo fin dal seno materno e si incentra nell’annuncio di Cristo crocifisso: questo è l’Evangelo di Paolo e di Cristo. Questa nota autobiografica è molto diffusa e serve soprattutto capire il nucleo dell’Evangelo. Per far capire a che cosa si riduce in ultima analisi l’Evangelo, il Cristo, Paolo fa un passo indietro. Qui non è direttamente un’apologia, non vuole presentare le sue carte. Paolo vuol far vedere qual è il contenuto del messaggio e allora rivede la sua storia: il rapporto con il giudaismo, con la Chiesa e allora rivede la sua vocazione e in essa rivede il messaggio che Dio gli ha affidato. Questa pagina ci fa dunque vedere che cos’è il contenuto del messaggio. E in questo soprattutto si deve soffermare la nostra preghiera e la nostra riflessione. Ciò che è confermato dall’inizio solenne» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Monteveglio 28.3.1977).

11 Vi dichiaro [infatti], fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; 2 infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

Vi dichiaro. In altri passi l’apostolo usa questa espressione: 1Cor 51,1: Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi. 2Cor 8,1: Vogliamo poi farvi nota, fratelli, la grazia di Dio concessa alle Chiese della Macedonia. 1Cor 12,3: Io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire «Gesù è anàtema», così nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l’azione dello Spirito Santo. Da questi passi apprendiamo che quando l’apostolo usa l’espressione vi dichiaro/vi rendo noto rileva i punti fondamentali dell’Evangelo cioè: Cristo è morto, è stato sepolto, è risorto secondo le Scritture ed è apparso ai testimoni, ultimo di loro è Paolo (1Cor 15,1-8); L’Evangelo non ha origine umana ma divina (Gal 1); lo Spirito Santo rivela Gesù (1Cor 12,3); la grazia è data alle Chiese per compiere l’opera del ministero.

Infatti. «Si riferisce anche al contenuto dei vv. 6-9» (Schlier, o.c.) riguardanti l’origine rivelata dell’Evangelo annunciato da Paolo e che neppure un angelo può mutare perché non agli angeli ma agli apostoli è stato consegnato l’Evangelo e gli angeli bramano osservare queste cose (cfr. 1Pt 1,12).

Fratelli. Nelle viscere del suo amore ha quasi dimenticato la loro stoltezza e, inebriato dall’Evangelo, che gli è stato rivelato, sente in sé tutta la tenerezza di un padre verso i suoi figli, che vuole totalmente consegnati all’Evangelo. Per questo dichiara che l’Evangelo non segue un modello umano (lett.: non è secondo uomo). L’Evangelo non gli è stato comunicato da un uomo e non lo annuncia secondo il modo di pensare di chi glielo ha trasmesso perché l’Evangelo supera l’uomo e supera la stessa mente dell’apostolo che lo ha ricevuto. Egli infatti non lo elabora ma lo riceve, non lo enuclea in un sistema ma lo annuncia così come lo ha ricevuto. Egli non è stato istruito da nessuno nella Chiesa e quindi non è un secondo anello della catena.

L’Evangelo è comunicato a Paolo per diretta rivelazione di Gesù Cristo. Il Signore glielo ha direttamente rivelato e comunicato.

«Non è secondo l’uomo ecc.: tutto ciò che è dall’uomo e secondo l’uomo tutto ciò che nasce dal mio ascolto ecc. è anche secondo l’uomo cioè caratterizzato dall’infermità indicibile della sua carne.

Secondo l’uomo: a) non da me stesso, quindi va al di là della mia esperienza (di Paolo). L’Evangelo è la smentita radicale di ogni speranza umana d’Israele: la giustizia delle opere della legge. b) Non da altri, tutto ciò che s’impara da altri (carne e sangue) è secondo l’uomo; la Parola che ci è stata annunziata non è il frutto di un’evoluzione, di pensiero e di zelo ma è Parola che scende da Dio. Questo ribadisce ciò di cui oggi si arrossisce cioè l’assoluta novità della fede: ciò che Paolo ci dice non è di Paolo ma è il Vangelo di Dio» (sr. M. Maddalena, appunti di omelia, Monteveglio 28.3.1977).

13 Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo,

Inizia ora una pagina autobiografica dell’apostolo riguardante tre momenti: il periodo prima della conversione; la conversione; la chiamata e il seguente ministero apostolico. Questa pagina documenta storicamente il modo come Paolo ha ricevuto l’Evangelo, che è stato mediante rivelazione e non da uomo o per mezzo di uomo.

Perché Paolo parla del periodo precedente la chiama? Per rivelare qual era la sua condotta di un tempo, il suo tenore di vita, prima della chiamata.

Egli focalizza la persecuzione e la devastazione della Chiesa di Dio come il fatto principale.

La Chiesa di Dio designa il popolo messianico nella sua totalità, l’Israele di Dio (6,6). Le singole chiese locali rappresentano l’Ecclesìa (1Cor 11,16; 1Ts 2,14; 2Ts 1,4), che in esse volta a volta s’identifica.

14 superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.

La persecuzione è tanto più feroce quanto più Paolo progredisce nel giudaismo. Con questo termine – presente anche in 2Mac 8,1;14.38 – s’intende la religione giudaica e la vita, che da essa consegue. Per il giudaismo Raziz era morto martire: Egli infatti nei giorni precedenti la rivolta si era attirata l’accusa di giudaismo e realmente per il giudaismo aveva impegnato corpo e anima con piena generosità. Il sangue sparso per fedele alle tradizioni dei padri era un fatto che faceva comprendere come fosse grave apostasia separarsi da esse; per questo Paolo perseguitava la Chiesa di Dio.

15 Ma quando [Dio], che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 16 di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, 17 senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.

L’elezione divina è scritta fin dal seno della madre e si esprime nel tempo nell’essere chiamati con la sua grazia.

La scelta di Dio si fonda sul suo compiacimento e non è motivata da nulla se non da se stesso; è il suo libero e inscrutabile criterio.

Mi scelse (lett.: mi separò). Dio separa Paolo e lo destina a una precisa missione: rivelare in me suo Figlio. Non è solo un manifestare quello che è evidente, ma è uno svelare quello che è nascosto e che non poteva essere assolutamente conosciuto ed evidenziato: Egli scrive: in me. L’apostolo qui non è il destinatario della rivelazione ma il “luogo” dove essa avviene. L’Evangelo di Gesù ha nell’apostolo il luogo della sua rivelazione perché ne ha talmente penetrato l’esistenza da diventare il senso della sua stessa vita.

Perché lo annunciassi lett.: lo annunci, il presente sta ad indicare che egli lo sta facendo anche ora.

Ricevuta la rivelazione, Paolo subito, senza porre indugio, non chiede consiglio a nessuno, non sale a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di lui, ma si reca in Arabia. Come insegna l’Ambrosiaster l’apostolo va «a predicare dove non c’era nessun apostolo per fondarvi delle chiese perché, insinuandosi dei falsi apostoli, non vi fosse seminato il giudaismo». Paolo predicò in questa regione, che non era affatto un deserto, a sud di Damasco e poi tornò in questa città.

18 In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni;

Paolo sale a Gerusalemme dopo tre anni per conoscere Cefa. Non vi è nessuna trasmissione da parte di Cefa a Paolo, ma solo uno stare insieme come apostoli dell’unico Signore. L’attenzione di Paolo per Cefa è dovuta al fatto che «era cosa giusta e degna che egli desiderasse vedere Pietro, a cui il Salvatore aveva affidato la cura delle chiese» (Ambrosiaster).

19 degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.

Non si spiega come mai a Gerusalemme non ci fossero più gli altri apostoli ma solo Giacomo, il fratello del Signore, che nella tradizione successiva è identificato con Giacomo, chiamato il minore. L’assenza degli altri apostoli sta ad indicare che Paolo non ha ricevuto l’Evangelo da loro, ma che egli lo predica per diretto comando del Signore.

Nota

«Portate pazienza ma desidero sottolineare il rapporto nostro con la Chiesa: da questi insegnamenti di Paolo viene fuori che il rapporto con la Parola non consiste tanto nella complessità della conoscenza, ma nel rapporto con Cristo. Potrei conoscere tutto il Vangelo e l’A.T. a memoria e tutti gli enunciati della Scrittura, ma un attimo solo in cui Cristo brilli in noi contiene tutta la Scrittura. Non è da pensare che Paolo ha avuto una rivelazione analitica, ma ha esperimentato in un istante solo Cristo nella sua luce, nel suo rapporto con Israele e la Chiesa. Questa rivelazione include tutto. Ora perché è importante questo, perché Paolo lo mette in rapporto a quello che Paolo era prima? Tutto il suo giudaismo è stato capovolto quando Paolo è stato assorbito dalla luce di Cristo, in questo incontro della sua anima con l’anima e la divinità di Cristo. Se il Signore mi dà un minimo di forza, sono risoluto a tentare spero con i fratelli e le sorelle da poco in famiglia, di far vedere i nodi fondamentali della famiglia. Paolo qui ci dice che Dio ha rivelato in me il Figlio di Dio e mi ha detto di portare questo alle Genti e dire loro che dovete credere in Lui. Tutto il resto è incluso nell’intensità dell’atto di fede. Non è lo sviluppo che conta ma è l’intensità incandescente dell’atto di fede. Lo sviluppo ha in sé dei pericoli e può essere deviazione. Questa lettera, se la leggiamo secondo il suo pelo, ci dice che la fede salva e non le opere. Questa scelta che la lettera impone richiama anche noi. Ciascuno di noi si pone il problema della propria salvezza, della fedeltà al Signore e alla famiglia. Uno di noi dice: Come faccio a risolvere questo problema? Desidero dirvi che questo è il problema che Paolo affronta: no non erano le opere del giudaismo, che mi salvano, ma è la fede in Cristo- Allora per salvarci dobbiamo invocare la rivelazione del Figlio di Dio in noi. Il testo di oggi vuole sottolineare il capovolgimento assoluto operato da Dio in Paolo. Vi scongiuro rileggete Is 49 e Gr 1: noi pure chiamati al battesimo, siamo certi che Dio ha un decreto nei nostri cuori. Per ciascuno un decreto è stato emesso, e non c’è che da chiedere che una sola cosa che Dio faccia scattare questo decreto. Faccio questo per noi e per me oggi e desidero che lo facciate anche voi: invocare l’esplosione della rivelazione di Cristo in noi e la fede in Lui e continuare a dire: grazie Signore Gesù» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Monteveglio 28.3.1977).

CANTO AL VANGELO                                        Lc 7, 16

R/.       Alleluia, alleluia.

Un grande profeta è sorto tra noi,

e Dio ha visitato il suo popolo.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                        Lc 7,11-17

 Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, 11 Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.

 

L’episodio è collegato col precedente (la parola di Cristo non solo risana chi sta per morire, ma dà la vita a chi già è morto) e con esso prepara la manifestazione di Gesù al Battista.

Facevano la strada con lui.

I suoi discepoli e una grande folla. (cfr.6,17: gran folla di suoi discepoli, e gran moltitudine di gente). È la Chiesa nata nel giorno del discorso della pianura, che ora cammina con il Cristo dando testimonianza del suo potere di dare la vita.

 

12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.

 

Veniva portato fuori della città, luogo dei vivi, alla tomba, ingresso dello Sheol, il soggiorno dei morti. Questa processione di morte è inesorabile; non si può tornare indietro: O morte come amaro il tuo pensiero! (Sir 41,1).

Un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova. La vedova perde il suo unico sostegno e resta priva di figli in Israele. È la stessa situazione in cui si è trovato Elia a Zarepta.

A questo incontro con la morte Gesù non può sottrarsi. Inizia la lotta, se Gesù sarà il vincitore vuol dire che è il Messia, altrimenti bisogna attendere un altro. La lotta avviene in presenza di molti testimoni.

 

13 Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!».

 

E vedendola non per caso ma con amore di elezione.

Il Signore fu preso da grande compassione: questa espressione sottolinea la divinità di Gesù. In Lui, infatti, si manifesta tutta la misericordia divina che visita il suo popolo (cfr. 1,78: Grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio per cui verrà a visitarci..). Il verbo ricorre anche in 15,20: all’amore del Padre si contrappone l’ira del fratello maggiore (15,28: si arrabbiò;); 10,33: il buon samaritano).

Non piangere. Il Signore le comanda di cessare di piangere prima di manifestarle quanto sta per compiere. Avvolgendola con la sua misericordia le comanda di credere in Lui. Ha detto prima: Beati voi che ora piangete perché riderete (6,21) e facendo cessare il pianto della vedova sul figlio unico rivela che già è iniziata la gioia degli ultimi tempi, dell’era messianica.

14 Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!».

Toccò la bara. È il Signore e con la sua potenza ferma il corteo della morte e non ne teme l’impurità. È il silenzio prima del grande evento: tutti sono fermi e attendono.

Ragazzo, dico a te, alzati! «Gesù parla a uno che è morto: la morte è lo spirito che se ne va, quindi non si può parlare a un morto perché lo spirito non è in lui, infatti, il profeta parla con Dio. Gesù invece parlando con il morto manifesta come Egli sia presente a tutti anche a coloro che sono negli inferi» (d. U. Neri, appunti di omelia).

15 Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.

Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. La morte è stata sconfitta: la parola è comunione e quindi vita; la mancanza dello spirito è il tacere. Sconfitta a Nain, la morte attende il Cristo nel sepolcro sigillato di Lazzaro: mentre qui a Nain è ancora in cammino verso il suo regno, a Betania è già nel suo regno, il corpo già manda cattivo odore.

Anche allora essa sarà sconfitta. Non resta che l’ultima lotta, il corpo a corpo con il Cristo che si lascerà prendere da lei e, libero tra i morti (Sal 87,5), scenderà con lei negli inferi; ma il terzo giorno risalirà, liberando i padri. Così la morte è stata sconfitta per sempre. L’ultima e definitiva vittoria su di essa sarà nel giorno della nostra risurrezione (cfr. 1Cor 15).

E lo diede a sua madre. Cita 1Re 17,23. Differente è il modo come Elia risuscita il figlio della vedova da quello di Gesù. Nell’uno si vede il servo che supplica il Signore e nell’altro il Signore che comanda anche a chi è morto.

16 Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo».

Un grande profeta è sorto tra noi. È un titolo messianico che si rifà a Dt 18,15s.: infatti questo testo è letto come realizzato in Gesù dalla tradizione apostolica (cfr. At 3,22s).

Dio ha visitato il suo popolo. La visita di Dio opera la redenzione.

17 Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Tutta la Giudea: non ha solo un valore geografico ma indica tutto il popolo d’Israele. La notizia giunge quindi anche a Giovanni, che è in carcere.

PREGHIERA DEI FEDELI

Fratelli e sorelle, Il Signore nostro Gesù ci ha detto che Dio è Dio dei vivi e non dei morti perché tutti vivono per Lui. Fondati su questa speranza preghiamo insieme e diciamo:

O Dio della vita, ascoltaci.

  • Perché l’annuncio della risurrezione di Gesù e in Lui di tutti i morti sia accolto con gioia e ciascun cristinao viva già nella luce pura della risurrezione, deponendo le opere tenebrose della morte, preghiamo

  • Perché i popoli distruggano tutti gli strumenti di morte e cerchino di percorrere la via della pace, preghiamo.

  • Perché gli umili e i piccoli siano consolati e risollevati dalle loro tribolazioni, preghiamo.

  • Perché il Cristo, Agnello di Dio, che conduce i suoi ai pascoli della vita, consoli le lacrime di quanti piangono e intenerisca i cuori di quanti odiano e fanno dle male, preghiamo.

O Dio, consolatore degli afflitti, tu illumini il mistero del dolore e della morte con la speranza che splende sul volto del Cristo; fa’ che nelle prove del nostro cammino restiamo intimamente uniti alla passione del tuo Figlio, perché si riveli in noi la potenza della sua risurrezione.

Egli è Dio…

Amen.