UN AMORE NON RASSEGNATO

PER ABITARE I NUOVI ORIZZONTI

Linguaggi, stile, progetto ecclesiale di Papa Francesco

Bruno Secondin ocarm

Difficile inquadrare papa Francesco: sposta sempre più avanti le linee guida. Sembra pieno di fantasia per destrutturare il sistema ecclesiastico sacralizzato, é ricco di passione creativa per ricostruire l’identità ecclesiale ripartendo dal Vangelo.

Non lo fa con la teoria, ma con la sapienza pratica, con gesti profetici, scelte controcorrente, perfino con neologismi: situazioni, abitudini, linguaggi, pratiche ritenute eterne, luoghi e ritmi, tutto egli muta senza problemi. Lo sappiamo bene e ogni giorno ne abbiamo segnali. Questo forse è all’origine dell’entusiasmo popolare: che non ha precisi schemi teologici, ma ha un istinto particolare e sente che Francesco ha toccato certe inquietudini e parla il linguaggio che il cuore attendeva1. Possiamo applicare a lui quello che lui stesso dice della missione della Chiesa: “Un fermento di Dio in mezzo all’umanità” (EG 114).

In occasione dei due anni dall’elezione (13 marzo 2013) in tanti hanno proposto una interpretazione del “fenomeno Francesco”2. Già avevano tentato l’anno precedente di “inquadrarlo” e “addomesticarlo” entro parametri abituali. Eppure tutti si rendono conto che non appena hanno trovata una inquadratura che sembra valida, avvengono rilanci di temi ed eventi che cambiano le carte in tavola. Lo stesso giorno del secondo anniversario della sua elezione, con la bolla Misericordiae vultus egli ha reso superate le biografie che pensavano di averlo inquadrato. Ha rilanciato più avanti la sua ecclesiologia e la sua riforma della pastorale e della spiritualità nella Chiesa.

E per fare alcuni esempi: si pensi al modo di realizzare il Sinodo sulla famiglia, alla geografia ecclesiale nella scelta dei cardinali, al giubileo della misericordia che non sarà centrato su Roma ma sulle chiese locali, alla originalità nella messa a S. Marta (diventata fonte originale per i giornalisti). Si aggiunga la libertà di parola fino quasi all’insulto con la Curia romana e con il clero, ai suoi contatti telefonici con gente anticlericale, alla mano dura contro gli abusi sessuali, alla autodefinizione nel messaggio all’Expo di Milano: “la voce dei poveri”, in un consesso di “potentes”. E via dicendo. Veramente una identità in progress, un pensiero aperto, una capacità creativa che lascia spiazzati tutti.

I. EFFETTO FRANCESCO

1. Approcci inadatti

1. Non si capisce molto di Francesco se lo si chiude nel confronto con i suoi predecessori: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. È una forzatura nostra, che però è frequente. Certamente egli eredita problemi e sensibilità ecclesiali già conosciute e riconosciute, sotto i precedenti pontificati. Giovanni Paolo II aveva caratterizzato il suo pontificato con la lotta al comunismo oppressore in un primo momento, poi ha enfatizzato la mondializzazione della Chiesa con i Sinodi continentali e infine la prolungata malattia ne aveva esalto la figura del servo sofferente. Ma alla sua morte lasciava una chiesa eccessivamente movimentista insieme ad una fragilità identitaria nella globalizzazione. E anche una Curia che si era appropriata di un potere eccessivo. Benedetto XVI, per natura e carattere ben differente dal predecessore, si era concentrato piuttosto sulla dottrina e la liturgia. Era molto impressionato dal collasso della civiltà cristiana e avvilito dagli scandali ecclesiali scoppiati come un bubbone infetto. Possiamo dire che questi due papi erano l’apoteosi del Novecento, nelle sue tragedie e nelle sue genialità. Con le dimissioni di Benedetto XVI è finito il Novecento ecclesiastico.

Francesco non ha proseguito la battaglia contro la liquefazione del sistema “cristiano”, per recuperare una identità vissuta e fissata in rigidi figure e definizioni certe. Egli ha scelto l’ethos dell’accoglienza e della misericordia: mettendo in moto un nuovo senso di appartenenza e di partecipazione: a partire dalla paradigma della misericordia, e dando enfasi particolare alla gioia del Vangelo. Per lui la Chiesa non può essere una cittadella assediata, un sistema compatto di dogmi e prescrizioni. È piuttosto una casa aperta, una rete di amicizia, un ospedale da campo, un popolo in cammino che vive l’ethos dell’accoglienza ospitale, del dialogo fiducioso, della diversità accolta e rispettata (vedi il famoso simbolo del poliedro).

2. Francesco vive la sua identità senza l’ossessione di essere “diverso”, di misurarsi sulle caratteristiche di chi lo ha preceduto. Non ha nessun complesso di inferiorità o di dissomiglianza: è semplicemente se stesso. Ed ha piacere di incontrare Benedetto XVI – quasi un “nonno sapiente”, come lo ha definito – e anzi gli chiede consiglio, lo va a trovare, lo invita nelle circostanze di maggiore importanza ecclesiale. Francesco ama riferirsi anche alla figura di Paolo VI, specialmente, alla Evangelii nuntiandi, una delle fonti del suo modello di evangelizzazione3. Non ci sono segnali che mostrino che egli sia preoccupato di un confronto: siamo noi che facciamo confronti, rischiando di manipolare la sua figura con categorie che non gli appartengono.

Neppure è riconducibile la sua opzione popolare alla grande corrente teologica e pastorale della teologia della liberazione, così nota dell’America latina, anche se vi possono essere reciproche contaminazioni. Pare che invece abbia assimilato la corrente argentina della teologia del popolo, inteso questo “popolo” non nel senso sociologico o marxista o populista e neppure clericalista, ma come ethos collettivo intriso di religiosità, pietà e trascendenza4. Alla religiosità del popolo compete un valore elevato e il compito dei teologi è quello di ascoltarne la saggezza e i fremiti. E Francesco lo mostra di continuo nei suoi discorsi, nei gesti e nelle raccomandazioni di stare “in mezzo al popolo”. Nell’esortazione programmatica Evangelii gaudium esplicitamente parla di “porsi in ascolto del popolo” (n. 154), di provare “il piacere spirituale di essere popolo” (268-274).

3. Non si capisce molto di Francesco se lo si valuta alla luce delle categorie ecclesiali ed ecclesiastiche d’Europa. Per quanto di origine italiana (la sua famiglia) e abbia fatto studi collegati con alcune correnti teologiche o culturali europee, egli esprime tutto un altro spirito. I riferimenti a Guardini o a Dostoevskij, a Manzoni o altri, sono riportati ad una propria sintesi culturale, tipicamente legata all’ethos latinoamericano e più specificamente argentino. La sua impostazione teologica evidenzia nuclei specifici latinoamericani (es. religiosità popolare, la mistica del popolo, l’incontro, la compassione, le periferie, i poveri, la multiculturalità, le megalopoli, ecc.) che in Europa non sempre si hanno presenti in maniera corretta. Siamo troppo convinti che la nostra teologia è “la teologia” per eccellenza. Ma non è così oggi, se si vedono le cose dall’America latina.

Ormai possiamo parlare davvero di teologie “postcoloniali”, e non solo per AL, ma anche per Asia e Africa5. Francesco rappresenta questa nuova elaborazione, che non è un sottoprodotto poco accademico. Ha altri prolegomeni e altre priorità: quelle legate alle culture emergenti, alle masse degli impoveriti, alla corruzione globale, alle tradizioni violentate, alle donne e ai poveri, ai conflitti tribali, alle dittature di vario colore, alle differenze etniche.

4. Non si capisce molto di Francesco se si riconduce il suo stile di papato e le sue preoccupazioni ecclesiali alla priorità della riforma della Curia. Molti hanno questa “cartina di tornasole” in mente per fare il bilancio e prevederne le sue mosse. Credo che sia del tutto sbagliato questo criterio. La riforma della Curia non è per lui la “priorità”, anche se è cosciente che è una delle imprese che deve affrontare. Non per nulla dice apertamente che per lui è una gran croce pensarsi seduto ad un tavolino. Molti stanno all’erta per intuire, intercettare i segnali della “riforma della Curia”. E così fanno una lettura strabica, di tipo europeo, che non gli appartiene. Come allora a Buenos Aires di curia ne aveva poca, così continua a non sentire la necessità di tutto questo gran apparato e fomenta una Chiesa di popolo e non di strutture…

È evidente che Francesco non sopporta l’introversione ecclesiastica così malata, e vuole una “Chiesa in uscita” dalle sue ossessioni, dalla sua arte di “frullare la fede in Gesù Cristo” (sua la frase: no licuen la fé en Jesucristo) per poi offrirla in documenti esangui, innocui ed enciclopedici. La sua comunicazione così originale e diretta, è la prima rivoluzione che ha portato in Curia: dalla scelta del nome Francesco, all’informale buona sera, dalla richiesta di essere benedetto dal popolo in piazza, al ritorno a casa sul pulmino fra i cardinali, dalle scarpe nere e deformate, alla croce che porta, alla Casa santa Marta dove abita e via dicendo…

Guardando alle strutture ecclesiastiche e alle gerarchie, a volte sembra davvero un “uomo solo al comando”. Perchè non pochi vescovi e preti – pure alcuni autorevoli collaboratori più vicini – fanno fatica a seguirlo nelle sue anticipazioni. E anche nelle sue “uscite” impreviste, nel suo linguaggio spontaneo, nel suo approccio diretto alle persone e alle questioni, sono pochi a fargli compagnia. Tanto più fanno fatica a mettere in pratica con naturalezza il suo stile e la sua libertà: e questo è certamente un problema evidente e da cui nascono delle perplessità sulle “resistenze” che ne frenano le spinte innovative6.

2. Vedendo le cose “quasi dalla fine del mondo”

1. Si ha l’impressione che molti degli osservatori delle cose ecclesiastiche e delle tendenze in atto nella Chiesa, non riescano ancora a realizzare la natura specifica dello stile di Papa Francesco. Molti pensano al suo carattere aperto e libero, poco formale, o al suo iter professionale: ha fatto molte esperienze sia nel campo educativo che in quello di leader, spesso anche in circostanze aggrovigliate, come la dittatura militare in Argentina. L’età stessa gli ha permesso di partecipare a molti momenti importanti della Chiesa, sia in America latina (soprattutto ricordo Aparecida 2007), sia a Roma (ai Sinodi episcopali).

Ora che è diventato Papa si traducono – e quindi si conoscono – molti suoi scritti rimasti prima al margine, e che invece sono illuminanti per capire la mens di Jorge Mario Bergoglio, prima che diventasse Papa Francesco. Anche perchè lui stesso ama ripetersi nei concetti e nelle similitudini: e quindi quello che sembra improvvisato si rivela invece come stile maturo e linguaggio tipico di sempre. Non si tratta solo di normale enfasi editoriale che capita sempre: ogni volta che uno diventa Papa tutto quanto ha scritto è oggetto di mercato editoriale. Ritroviamo nei testi anteriori al papato una ricchezza di sensibilità e di prospettive, che mostrano una linea di continuità e una specificità cresciuta in terra argentina e latinoamericana. E una lucidità culturale di cui si ignorava la qualità teologica, spirituale e pastorale fino a due anni fà.

2. Altri sottolineano la sua matrice gesuitica7. Egli certamente non la nasconde: “Mi sento gesuita e la penso come gesuita”, ha affermato più volte, anche se si sa che ha avuto qualche sofferenza da parte dei confratelli argentini. Questa identità la vive con profondità e naturalezza: nella custodia interiore, nell’esercizio del discernimento, nella inquietudine generativa, nella serenità in mezzo alle ambiguità, nella capacità naturale di aprirsi alla novità, nel così detto “pensiero aperto” che è sapienza di orientamento in situazioni complesse. Certamente la sua matrice gesuitica – e la sua appartenenza alla vita religiosa più in generale – lo hanno arricchito di capacità di adattamento e intuizioni che spesso chi proviene dalle file del clero diocesano non ha.

Egli afferma con tutta forza di essere gesuita e di essere religioso: ma non per farsene uno scudo o per rafforzare la sua funzione, ma come specificità amata, però posta al servizio della Chiesa universale. E lo ripete senza finzioni. Ma non omette di ripetere che è una identità che ha bisogno anch’essa di continua rilettura e che il carisma è da mettere in gioco e in dialogo con le nuove situazioni, e non da fissare in una pergamena. Non vuole farsi modello per nessuno, ma co-protagonista con tutti di una avventura che riguarda tutti e chiede la corresponsabilità e l’immaginazione di tutti. Non è una risorsa per distinguersi, ma per mettersi a disposizione in una diversità aperta alla comunione, come appunto è il poliedro.

Questa immagine del poliedro è la sua preferita e la applica a varie situazioni: sia per la varietà dei carismi della vita religiosa, sia per chiedere ai movimenti di accettare le originalità altrui, sia in generale come cammino di diversità dialoganti per tutti. Finora questa immagine è rimasta come una sua maniera di spiegarsi: non è entrata ancora nelle categorie di riferimento, non ha fatto breccia. Siamo abituati ad un linguaggio più astratto e concettuale, e certi paragoni funzionano poco nella nostra mentalità più di concetti e idee.

3. Non sono molti che sanno riconoscere e sottolineare che egli esprime molto bene l’ethos latinoamericano della fede e della esperienza ecclesiale: dove si evidenziano la spontaneità, la gioia del credere, il senso di “popolo”, le relazioni calde e dirette, le molteplici anime culturali e religiose della popolazione, una lunga umiliazione coloniale, come anche ondate di migrazioni dall’Africa (forzate) e dall’Europa (favorite). E molte altre caratteristiche che tutti conosciamo.

Per certi interpreti legati allo schema romano o europeo, le sue uscite estemporanee sono considerate espressioni folkloriche, fattori estranei alla perennità paludata di un certo stile sacrale, teatrale e da corte, ritenuto essenziale alla natura della santa Sede. E continuano a inquadrarlo come un estraneo allo “schema” classico della figura del Papa. Questa interpretazione è frutto di uno strabismo pericoloso, e forse anche di un pre-giudizio ostile alla varietà dei modelli di Chiesa e di prassi pastorale non “europei”.

È il primo vero papa postmoderno. La sua spontaneità di relazione e la sua demitizzazione della “bella figura” con cui si protegge (in Curia e dintorni) la sacralità del vivere ecclesiastico, rompe in maniera sconcertante. Egli ripete spesso essere peccatore, ammette la sua fragilità di salute e età, con spontaneità chiede perdono e chiede preghiere. La sua comunicazione diretta per telefono o in piazza, e tutto il resto, rompe l’ordine simbolico eterno, cioè il mondo affettivo, culturale, linguistico, intellettuale e narrativo della Chiesa. Facendo così, egli sta producendo un nuovo senso di appartenenza e partecipazione: la Chiesa è casa ospitale, non dogana né museo di tradizioni obsolete. Le sue parole e i suoi gesti prefigurano la Chiesa come “comunità ospitale e affidabile”, dove trovare fratelli e sorelle, ma anche empatia e cure amorevoli (appunto come in un ospedale da campo).

4. Ha un istintivo fastidio per tutte le “formalità” e i formalismi della Curia romana. A Roma – ma non solo a Roma – le sovrastrutture organizzative e le ritualità barocche della Chiesa cattolica hanno finito per sostituire il senso vitale della fede, sacralizzandosi in maniera eccessiva. Viste le cose con occhi disincantati – diciamo con Francesco, “dalle periferie” – tutto l’apparato Vaticano è davvero una “corte”, un groviglio di regole e stili obsoleti, dotati di un linguaggio felpato e criptato. E per di più protetti da una ritualità barocca che congela le emozioni in un vuoto etereo. Per cui la fede come esperienza di vita è un presupposto ideologico sullo sfondo, nelle nebbie vaghe, nelle formule cadenzate, espresse in latino àulico. Francesco forse a questo pensava quando ha parlato di “dio spray”, di “cristiani da salotto”, di “mondanità spirituale”8 e di certe malattie curiali….

Da qui molte meraviglie, sorprese e anche resistenze – oltre che le ironie e le chiacchiere – al suo modo di vivere da Papa a Roma. Il popolo dei credenti, e anche tantissime altre persone non credenti o appartenenti ad altre tradizioni religiose, lo hanno preso in simpatia. Perchè è un uomo diventato Papa. E non è un “personaggio” di plastica e di teatro, un manichino portaabiti, vestito in maniera assurda e anche ridicola. Tanto meno un fantasma angelicato, circondato da esangui inservienti senza emozioni, protetto da guardie del corpo con meravigliosi vestimenti colorati e armate di alabarde inoffensive. Egli è un uomo normale, e tale vuole rimanere, anche nel modo di abitare, nel vestire, nelle relazioni, nelle emozioni.

3. È un uomo felice

1. È proprio questa risurrezione di “umanità” piena di calore e emozioni che ha risvegliato nel popolo simpatia e attesa. Tanti sentono che in lui la fede non è una formula astratta, uno scafandro di protezione, non è una scaffalatura di libri, né una lista lunga di divieti e avvertimenti. Ma è libertà e spontaneità, cielo luminoso, ma anche sguardo che vuole incrociare occhi e suppliche, bacio ai piccoli, carezza ai malati, pòllice alzato di intesa e gioia di fare casino, lasciando allibiti i custodi imbalsamati. A me fa tanta impressione vedere quello stile occhiuto e ingrugnito della gendarmeria che lo accompagna: non vedo nessuna differenza con altre personalità politiche circondate da simili facce. E mi dispiace di questa somiglianza, ben in contrasto con la spontaneità di Francesco, il suo sorriso largo, l’agitarsi felice.

Quello che forse non tutti colgono nello stile, certamente inconsueto, di Papa Francesco, è che tale stile non è fine a se stesso, non è abilità teatrale, non è furbizia comunicativa, non è forzatura abilmente gestita. Si tratta di passione evangelica quasi allo stato incandescente, nella convinzione che Gesù Cristo “è sempre giovane e fonte costante di novità” (EG 11). È questa la sorgente evidente della spiritualità da lui vissuta e della Chiesa desiderata da Papa Francesco.

Che poi ci siano sensibilità differenti attorno a lui non fa nessuna meraviglia e nessun problema: è successo con ogni Papa, anche quelli recenti, come tutti sappiamo. È nella logica delle cose: ci sono caratteri e culture, esperienze e sensibilità differenti in ogni centro di governo. Tanto più in un organismo così complesso come la Santa Sede. Solo che in questo caso spesso le dissonanze cognitive e di prospettiva sono riflesso di sistemi teologici ed ecclesiologici differenti. E quindi una certa venatura di “soprannaturale” e di pensiero “dogmatico” impedisce di riconoscere umori e manie molto umane, molto opinabili. Tutto viene (veniva, direi meglio) verticalizzato in eccesso. E Papa Francesco ne ha fatto una descrizione sarcastica, ma molto pertinente, nel famoso discorso sulle quindici “malattie curiali”. Quel discorso ha mandato di traverso a molti in Vaticano le feste di Natale 2014: e ancora oggi a qualcuno bruciano quelle descrizioni crude e forti… Ma nello stesso discorso c’erano proposte dieci terapie, che però nessuno ricorda.

2. In questo contesto Francesco è logico che provi qualche disagio. Ma egli tira dritto, parla in modo diretto e perfino semplificatore, a volte forse esagerando, con battute “da bar” (come qualcuno dice). La mentalità “distillata” da mille sottigliezze e l’abitudine alle ipocrisie e a chiacchiere avvelenatrici – tipico dell’ambiente che lo circonda, e lui lo chiama “terrorismo delle chiacchiere” – è forse il nodo che più gli è insopportabile. Ma mal sopporta pure il “narcisismo teologico” e soprattutto quella che lui chiama la “mondanità spirituale”. Questa espressione non è nata qui a Roma, l’aveva già usata altre volte, anche nella sua Buenos Aires: si vede che tutto il mondo è paese, e certe tendenze all’ipocrisia si trasmettono facilmente. O forse sono anche patologie intrinseche al mondo clericale?

Ancor più evidente, a mio parere, è la differenza di Weltanschauung, di ethos culturale e umano, di approccio alla vita e al senso religioso. Per questo alcuni critici acidi continuano a dire che forse è ottimo arcivescovo di Buenos Aires, peccato che però stia a Roma e non se ne renda conto… Con il suo modo di fare, di parlare, di interpellare, di abitare, di incontrare, ecc., egli mostra non solo che la tradizione occidentale (e romana) non è un assoluto divino, ma che si rischia di farne una impalcatura farisaica, anche pagana e perfino atea. E volentieri irride certe illusioni, ammantate di sacro, certe consuetudini da museo, privilegi da principi, cordate e lobbies, come anche la mania dell’ordine, dell’efficienza, della doppiezza. Nelle 15 “malattie curiali” c’è una ironia ben poco dissimulata, che però svela il suo rifiuto di quel modo di essere e di fare e insieme tutta una sceneggiatura ecclesiastica vuota…

3. È famosa la sua fissazione sulla “Chiesa in uscita“: la ripete in tutte le salse e le circostanze. Non è una mania di estroversione, un suo bisogno di fuggire la solitudine, un consiglio per evitare la nevrosi, o per riempire il tempo e darsi un protagonismo. Egli è convinto che solo uscendo, cercando, inciampando, rischiando, dialogando, la Chiesa è fedele alla sua identità. Già Gregorio Magno alla fine del 500 dC. avvertiva che “Roma in se ipsa marcescit“: cioè chiusa nelle sue paure e nella sua gloria passata Roma stava marcendo.

Tanto più la Chiesa. Non esiste per se stessa, per preservarsi dal male e dai rischi: ma si mette in mezzo per fermentare, raccogliere i feriti, ascoltare le inquietudini, stare in compagnia fuori dalle sicurezze comode. È in una parola fermento e segno di un mondo altro, di un futuro di prossimità e di speranza, di solidarietà, libertà e fecondità. Tutto il contrario dei “cristiani da salotto, educati, che non sanno fare figli alla Chiesa con l’annuncio e il fervore apostolico”9.

La sua è una scelta strategica: le preoccupazioni della Chiesa non devono essere rivolte dentro se stessa, la sua organizzazione, i suoi documenti, le sue cerimonie, le sue strutture. Quello rischia di essere è “un castello di carte” senza il “profumo del Vangelo” (EG 39). L’unico scopo per cui la Chiesa esiste è per portare l’abbraccio di Dio all’umanità, specie quella che più soffre per esclusione e viene considerata “scarto”. È in mezzo ai derelitti, agli ultimi della terra, che Dio aspetta i discepoli del Figlio redentore. L’uscita come paradigma totale è riflesso della stessa uscita di Dio verso di noi, dentro la nostra fragilità e le notti di confusione. Questa tensione relazionale ad extra fa parte della natura del credente e della appartenenza alla Chiesa.

Egli ha usato anche una bella immagine per dire questo: “Fatevi questa domanda: Quante volte Gesù è dentro e bussa alla porta per uscire, per uscire fuori, e noi non lo lasciamo uscire, per le nostre sicurezze, perchè tante volte siamo chiusi in strutture caduche, che servono soltanto per farci schiavi, e non liberi figli di Dio? In questa ‘uscita’ è importante andare incontro; questa parola per me è molto importante: l’incontro con gli altri”10.

4. Con le periferie nel cuore

1. Oltre a tutto questo, direi ancor più: la sua identità latinoamericana di cristiano e di uomo di Chiesa, e ora anche il suo stile di essere “Papa”, anzitutto come “vescovo di Roma”, è un apporto originale. È un contributo alla universalità vera della Chiesa, è un correttivo provvidenziale per scuotere situazioni “europee” sclerotizzate e indebitamente sacralizzate. Egli porta dentro di sé il gusto gioioso di essere popolo di Dio, non è un uomo di palazzo, ma gli è naturale stare in medio Ecclesiae. E lo fa a partire dal Vangelo, dalla matrice originaria: per lui la questione di fondo è il Vangelo da incarnare con trasparenza e totalità. La stessa scelta del nome Francesco è emblematica: una eredità di evangelicità e di passione per il mondo, da guardare con occhi di misericordia e fraternità. Possiamo dire che il nome stesso che ha scelto è indice di una rivoluzione evangelica di cui avevamo perso il sapore negli ultimi secoli. Egli riporta la Chiesa alla sua più intima identità: “L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia… Nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia” (MV 10).

2. Egli è il primo Papa che non ha vissuto direttamente il Concilio. È però frutto maturo del Vaticano II, ne ha acquisito il metodo e ne ha lo spirito e il soffio carismatico. E non si sente affatto obbligato a giustificare la sua scelta ermeneutica al riguardo. Di colpo con Francesco le tensioni ecclesiali sulla corretta ermeneutica applicabile al Concilio – tanto evidente in Benedetto XVI, e fonte di frizioni problematiche durante il suo pontificato – sono svanite. Egli mette in pratica i molteplici volti di Chiesa delineati dal Vaticano II, senza imporne uno in particolare.

Semmai riapre la varietà, a partire però dal paradigma guida che è quello di popolo di Dio, e dall’immagine guida di Cristo, cioè profeta messianico dei poveri, cosciente che tali prospettive in questi decenni sono state un po’ mortificate e isterilite per varie ragioni. Non ama perdere tempo con le questioni di ermeneutica più appropriata e vincolante. Riconduce tutti – la eredità millenaria dell’Occidente e la freschezza delle nuove Chiese del sud del mondo, le ricerche dei teologi di professione e le tradizioni religiose differenti – alla verifica stretta col Vangelo, alla incarnazione delle esigenze là espresse da Gesù. Perchè in fondo questo era anche l’intentio prima dello stesso Vaticano II: poi le diatribe sull’ermeneutica hanno ingarbugliato tutto.

È convinto che nel popolo dei credenti – ma anche nel cuore di ogni persona onesta – c’è una apertura alla trascendenza, una disponibilità al vero e al bene, un sensus Dei et fidei, che spesso i professionisti della fede e delle strutture ecclesiastiche non mostrano (o forse sospetta che non possiedono?). E caso mai lo mostrano aggrovigliando il tutto con i sistemi di pensiero e le forme di precetti e di divieti, allontanandosi dalla vita del popolo e dal suo ethos religioso. Le sue frequenti punte critiche verso i teologi di professione, dotati di molte lauree ma forse di poca fede e senso pastorale, mostrano che non ha timore di scuotere illusioni e denudare vanità. Possiamo dire che così facendo egli si spinge ben oltre: riapre la questione Dio, e in maniera inconsueta: non accetta che sia sequestrato nel tempio dei chierici, affabulatori di mestiere su un Dio impassibile, dentro una società che sembra ormai farne a meno del tutto11.

Per questo la sua proposta cristiana pone al centro valori come la misericordia, la prossimità, la tenerezza, l’incontro, la compagnia, il cammino, la provvisorietà, l’empatia, per indicare che siamo nella fragilità di tutti e tutti viatores, come anche tutti peccatores. Non si tratta solo di terminologia alternativa e quasi snobbata dai classici tutori della teologia accademica. Si tratta piuttosto di una forma ecclesiae ricalcata sulla forma Christi. Una reformatio che rielabora la conformatio al profilo evangelico, per una nuova transfiguratio Ecclesiae. Sullo sfondo si può intuire facilmente il paradigma della spiritualità degli Esercizi ignaziani.

3. E sul piano delle categorie esistenziali egli preferisce dare il primato ai poveri, a coloro che nella società sono marginali, di scarto, esclusi, ultimi, rifiutati, vittime, soli, inutili. Si tratta di pura opzione evangelica, non sociologica. Per chi viene dall’America latina questa è una scelta che include la stragrande maggioranza del popolo. Ed è anche il terreno di esplorazione evangelizzatrice preferenziale degli ultimi decenni, cadenzata nelle grandi Conferenze delle Assemblee del Celam. E di questo Francesco è testimone e coerente erede: e per la parte più recente, in particolare per Aparecida (2007), anche un protagonista riconosciuto.

Per l’Occidente, attorno al primato dei poveri nella vita della Chiesa, ci sono memorie splendide e cicatrici sanguinanti, nervi scoperti, messianismi perversi e anche responsabilità storiche, meccanismi di giustificazione e sistemi idolatrati. Per questo gesti e linguaggio di Francesco nell’ambito dei “poveri” sono letti e interpretati in maniera totalmente differente nella cultura occidentale (con le sue memorie e tragedie) e nelle altre culture emergenti. Da qui tanti conflitti, sospetti e accuse di comunismo, di populismo, di antiliberalismo. Ma Francesco si ispira direttamente al Vangelo: c’è un legame intrinseco, secondo il Vangelo, tra missione di Gesù – e quindi della Chiesa – e la scelta preferenziale dei poveri, e di tutti i loro problemi esistenziali.

Perchè non si tratta solo di penuria materiale di cibo, di denaro, di lavoro, di salute, ecc. Si tratta di tutta la costellazione della loro dignità, per una vita “degna” di essere vissuta: come ha ben messo in risalto nel recente messaggio all’apertura dell’Expo universale di Milano (1 maggio 2015). In quel messaggio ha invitato non a riflettere sulla “fame” in teoria e in astratto, ma a immaginare i volti umiliati degli affamati, degli sfruttati, dei nuovi schiavi, dei senza lavoro che sono quindi senza dignità. E ha chiesto di “globalizzare la solidarietà” per contrastare la “globalizzazione dell’indifferenza” (di cui aveva parlato a Lampedusa).

4. Criterio ermeneutico e euristico: parlare quindi di “periferie” – e tutte le implicazioni che vi appartengono, sul piano geografico, esistenziale, culturale, antropologico – non vuol dire solo far appello ad una sociologia dell’emarginazione. Si tratta di introdurre un vero e proprio criterio ermeneutico, fino anche ad un processo euristico. Si tratta di interpretare, ma anche di “scoprire” valori di cui necessitiamo – “I poveri sono una ricchezza”12 – e avviare un processo di discernimento evangelico. Ma è pure un richiamo a una presa di responsabilità di fronte ai meccanismi finanziari, culturali, sociali, antropologici, ecc. che tali periferie producono, o pervertono o occultano o sfruttano. Possiamo dire che anche per Papa Francesco Gesù era un “ebreo marginale” – come lo definisce la famosa opera di J.P. Meier13 – e anche la Chiesa deve avere questa caratteristica: collocarsi ai “margini”, diventare se stessa frequentando le periferie geografiche ed esistenziali, vivere uno stato di rifondazione e reinvenzione evangelica.

In una globalizzazione massiccia che rischia di omologare tutto ai criteri legati al dominio di alcuni “prepotenti” sui più deboli, di oscurare non solo i fatti negativi, ma anche la coscienza della propria responsabilità davanti ad essi, egli chiede alla Chiesa di essere capace di dislocarsi verso là dove ha voluto mostrare le sue simpatie il suo Maestro e fondatore. E quindi sollecita non solo a vedere la realtà e a giudicarla dalle periferie, dove del resto, secondo lui le cose si capiscono anche meglio. Ma a ricostruire la propria identità come Chiesa del Signore, coraggiosamente da lì: per questo vuole una Chiesa in uscita. Non semplicemente per fare qualcosa anche là, praticare la benevolenza verso quelli che stanno là, guardando con compassione e empatia chi là soffre ed è escluso. Ma all’inverso. Per esplorare da lì il senso e il linguaggio, lo stile e le opere, le utopie e la fedeltà: in una parola per una vera e originale rielaborazione dell’identità stessa della Chiesa. È questa la sua vera rivoluzione copernicana: non una Chiesa che va anche verso le periferie, ma che si ricomprende nella sua funzione, identità e profezia, da quella situazione, ben radicata dentro le piaghe e le inquietudini degli ultimi. Ripartendo da là, con radicalità

I suoi viaggi apostolici – da Lampedusa (8 luglio 2013) in poi, quasi sempre indirizzati proprio alle periferie, limitandosi al minimo nei doveri istituzionali e di formalità – sono la prova che Lui le periferie le frequenta, si trova a suo agio in quei contesti, snobba le sceneggiate trionfali e i privilegi onorifici14. E anche a casa sua è molto discreto e quasi sfugge dai trionfalismi, mentre dedica attenzione, inventa iniziative, provvede creativamente alle situazioni di sofferenza e umiliazione. Anche le “periferie” esistenziali sotto casa sono oggetto della sua attenzione e del suo impegno.

Tutti vediamo che realizza eventi coraggiosi e audaci con i poveri e i senza tetto, anche in casa sua: si pensi al concerto ai Musei vaticani o in sala delle udienze, dove i primi posti sono per i poveri. Si pensi alle docce e al barbiere proprio dentro il colonnato; si pensi ai “fuori programma” quando visita le parrocchie romane; si pensi al tanto lavoro del suo elemosiniere direttamente sul campo, ecc. Non sono solo episodi di cronaca, sono gesti ispiratori di un altro stile, di altre priorità, di altri modi di essere discepoli veri del Signore. Nasce da lì un’altra Chiesa: dal basso, fuori schema e sistema, creativa e serva, senza retorica, ma chiamando a collaborazione tutti, raso terra. E chi gli resiste di più sono proprio gli apparati ecclesiastici, che della Chiesa hanno fissato fisionomia e compiti, a proprio uso e consumo…

II. APPLICANDO A NOI CONSACRATI

La relazione del Maestro generale p. Bruno Cadoré op – che ho potuto conoscere in anticipo nelle linee generali – metterà in luce molte cose che io invece devo qui dare per implicite. È alla luce delle mie considerazioni fin qui fatte, e senza invadere il campo di p. Cadoré, che vorrei dire qualcosa riguardo alla ricaduta di questo fenomeno Francesco sulla vita consacrata.

1. Come la donna curva: comincerei citando una piccola icona biblica: la guarigione della donna curva, dentro la sinagoga in giorno di sabato (Lc 13,10-17). Tutti conosciamo quell’episodio, che suscita esultanza tra il popolo e irritazione nel capo della sinagoga, che vi vedeva un disturbo alla sacralità del sabato. Il card. Bergoglio ha citato questo episodio proprio nelle assemblee preparatorie al Conclave: “Evangelizzare, diventa auto-referenziale e si ammala, come la donna curva ripiegata su se stessa di cui parla il Vangelo di Luca… La Chiesa auto-referenziale vuole tenere Gesù Cristo dentro, e non lo fa uscire”. Egli parlava per la Chiesa intera, ma io vedo una applicazione pertinente anche per la vita consacrata. Mi pare di vedere la situazione della vita consacrata negli ultimi decenni.

Snobbata nei Sinodi continentali e in quelli tematici, affaticata di suo per l’anemia di forze e la crisi di progettualità: eppure lì dentro la vita consacrata ha continuato il suo servizio, ha subito umiliazioni senza quasi essere calcolata. Resa invisibile e sub tutela, per favorire invece il protagonismo di altre aggregazioni rampanti e accusata di lasciarsi portare all’imborghesimento. Gratuitamente anche criticata come residuo in via di estinzione. E ora invece con Francesco chiamata ad un nuovo protagonismo, tolta dall’emarginazione e dalla invisibilità, per partecipare alla nuova forma Ecclesiae, con coraggio profetico. Guardata con amore e gioia, nonostante le fatiche e l’ansia per il futuro incerto di tante iniziative. Non più una specie di reperto storico da museo, ma invitata a primerear, a prendere iniziativa, a stare diritta in tutta la sua originalità, a “svegliare il mondo”, ad abitare le megalopoli con le loro ambiguità, complessità, sfide a tutto campo.

Possiamo dire che è passato l’inverno: ma perchè fiorisca una nuova primavera ci vogliono risorse fresche, “piogge d’autunno e piogge di primavera” (cf. Os 6,3). Le sollecitazioni di papa Francesco ad una nuova stagione di protagonismo, implicano un ritorno serio e purificatore alla centralità della sequela Christi, ad un senso ecclesiale non più basato sull’efficienza e il darsi da fare, ma sull’ascolto empatico delle nuove domande, dentro i nuovi contesti, per non dare risposte vecchie a domande che nessuno fa (cf. EG 155). “Non ripiegatevi su voi stessi, non lasciatevi asfissiare dalla e piccole beghe di casa, non rimanete prigionieri dei vostri problemi… Troverete vita dando vita, la speranza dando speranza, l’amore amando”15.

2. Sul tema specifico della identità e missione della vita consacrata nel suo progetto strategico di Chiesa, Papa Francesco non ha fornito finora una vera trattazione organica. Certo abbiamo una molteplicità di affermazioni molto interessanti e anche sapienti, ma sempre in progress. Sono state proposte in contesti per lo più occasionali – incontri, capitoli, dialoghi, messaggi, celebrazioni, interviste, contatti informali, ecc. – e quindi hanno la caratteristica della frammentarietà16. Possiamo anche farne una silloge: cioè mettere insieme i tanti frammenti e comporre in una schema organico e completo i suoi suggerimenti. Ma sarebbe esercizio scolastico, ben lontano dal suo metodo, che invece rifugge da schemi onnicomprensivi, che tutto appiattiscono.

Possiamo davvero dire che, da buon gesuita, possiede e presenta un pensiero aperto, di continuo adattato. Non è che manchi di una visione globale chiara – in verità si sente che sullo sfondo la possiede17 – ma quello che gli interessa è focalizzare sul momento alcuni aspetti, fare sottolineature icastiche, con immagini un po’ graffianti, per lasciare aperte ulteriori precisazioni. Non gli interessa fissare il pensiero, ma focalizzare una situazione o un problema, accendere la fantasia, chiamare a sostegno il buon senso comune, ridere sulle ipocrisie. Importante è anche quella frequente esclamazione: “Eh!…”, che sveglia l’attenzione e dà un tono di interpellazione, quasi ad aspettarsi un cenno con la testa…

Questo gli consente come metodo, di non sentirsi vincolato ad una tematizzazione teorica compatta ed esaustiva, dai contorni rigidi e non liquidi. Noi occidentali di solito abbiamo in mente questa esigenza delle teorie chiare e distinte, che preoccupa anche qualche dicastero romano, che sente la missione di “dare una struttura teologica al papato…”. Egli preferisce lasciare in sospeso tante questioni: a volte perfino non finisce neanche la frase. È questo in perfetta coerenza con una elaborazione che cammina, che ingloba nuove sottolineature, che tende a consolidarsi, ma senza mai completarsi ed esaurirsi.

3. Tende a ripetere espressioni originali, immagini, paragoni. Per questo se si conoscono i suoi scritti e discorsi – del passato e del presente – vi si trovano spesso delle ripetizioni, non pigre ma vivaci, di immagini e provocazioni. Non ha difficoltà a riprendere – perfino alla lettera – sue espressioni già dette, magari aggiungendovi qualche ritocco di originalità.

Richiamo un solo esempio concreto. Parlando del carisma, ai religiosi aveva detto che “il carisma non va conservato come una bottiglia di acqua distillata, va fatto fruttificare con coraggio, mettendolo a confronto con la realtà presente, con le culture, con la storia”18. Riparlando dello stesso tema all’udienza con il movimento di Comunione e Liberazione, lo ha ampliato così: “Il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata! Fedeltà al carisma non vuol dire ‘pietrificarlo’ – è il diavolo che ‘pietrifica’, non dimenticare! – Fedeltà al carisma non vuol dire scriverlo su una pergamena e metterlo in un quadro” (7 marzo 2015).

Possiamo parlare di un suo lessico tipico, o meglio di una sua arte euristica nel tradurre l’idea in immagine, nel gusto di una mise en scène delle ipocrisie e delle manie ecclesiastiche, e dei religiosi in particolare. Frequente è la tipica schematizzazione pedagogica gesuitica che ricorre ad una argomentazione (verbi, parole, concetti, ecc.) sostenuta da tre focus. Lui stesso qualche volta sorride di questa sua impostazione a grappoli di tre. Quando però deve fare cenni veloci alla prassi – sia in senso positivo che negativo – la tendenza è quella di accumulare esempi più numerosi. Faccio un esempio, citando dall’Evangelii gaudium: “… Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza” (EG 231). È il suo stile, una esemplificazione a cascata, indice di una vivacità di mente e fantasia.

4. Una specie di premessa interpretativa della sua lettura della vita consacrata la possiamo trovare nell’intervento al Sinodo sulla Vita consacrata del 1994, al quale Bergoglio partecipò da vescovo ausiliare di Buenos Aires19. In quell’intervento egli pose con chiarezza la questione dell’ “aspetto multiforme” della vita consacrata: ma non tanto nella varietà dei carismi e degli ideali, ma nelle tensioni a cui deve rispondere. E ne citò tre. La prima è quella di stare in mezzo al popolo di Dio, in una specifica Chiesa locale, contribuendo, col proprio carisma, all’edificazione comune nella fede. La seconda tensione è tra le urgenze del presente e la conservazione della propria identità: né isolazionismo, né appiattimento, ma una presenza di chiara identità. Ma anche chiara assunzione di responsabilità diretta, evitando “un atteggiamento di mondanità spirituale che distrugge la vita consacrata”. La terza tensione da risolvere è quella della riserva escatologica: per immersi nella realtà storica senza ipocrisie, ma anche capaci di fermentare il tutto in vista di una pienezza che si realizza oltre il tempo. Un “mondo a venire” non solo di parole, ma anche mostrato, vissuto, profeticamente sfidante con efficacia comunicativa.

Ben più articolata e pertinente la sua riflessione sulla identità e le problematiche della vita consacrata nel famoso incontro con i Superiori Generali (29 novembre 2013)20. Ma se si rileggono, come ha fatto con abbondanza la lettera Rallegratevi (2014), tanti altri frammenti di discorso – in occasione di capitoli, assemblee, commemorazioni, celebrazioni, gruppi, viaggi, visite, anche solo gesti occasionali – si troverà che i temi si moltiplicano, toccando vari altri aspetti della vita consacrata. Forse il testo finora più organico e ben pensato è la sua Lettera apostolica a tutti i consacrati (21 novembre 2014) in occasione dell’inizio dell’Anno della Vita consacrata. Nella quale però – come è suo stile – non propone una teoria generale della vita consacrata, ma le linee di orientamento dinamico per l’Anno speciale che stava per iniziare. All’interno di questa specificità, certo appaiono anche le temi che lui vuole privilegiare: ma come percorsi dinamici, non come astratte e fredde affermazioni di principio. È la sollecitazione ad una ortoprassi non mummificata.

5. I punti focali della lettera apostolica: in sintesi stringata, possiamo rilevare non solo la solita e nota tripartizione più o meno armonica: 1) Gli obiettivi; 2) Le attese; 3) Gli orizzonti. Ma soprattutto va evidenziata la lettura dinamica e progettuale delle stagioni vissute, la centralità costante e distintiva della sequela Christi, come legge suprema, la testimonianza della comunione e l’invito ad “elaborare insieme modi nuovi di Vivere il Vangelo e risposte sempre più adeguate alle esigenze di testimonianza e di annuncio” (I,3). E poi l’insistenza sulla gioia che scaturisce dalla sequela generosa, la sfida a “mai rinunciare alla profezia” e a “creare ‘altri luoghi’, dove si viva la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco (II,1-2). La disponibilità a percorsi nuovi di interculturalità, di solidarietà, di prossimità, di riutilizzo delle grandi case a beneficio delle nuove esigenze di accoglienza e in risposta al grido dei poveri (II,3-4).

La terza parte della lettera apre al dialogo con tutte le componenti ecclesiali: le nuove esperienze di “famiglia carismatica” allargata con i laici e fra istituti, l’inserimento in mezzo al popolo di Dio e la convergenza con il tema incandescente della famiglia in questo periodo “sinodale”. Si allargano gli orizzonti anche alle forme di fraternità e comunità presenti nelle Chiese non cattoliche e anche in tutte le grandi tradizioni religiose (III,1-4). In questa maniera Papa Francesco pensa che la vita religiosa nelle sue varie forme sia una risorsa preziosa per il dialogo ecumenico e interreligioso e “può aprire vie nuove a rapporti tra popoli e culture” (III,4). E infine rivolgendosi ai vescovi ripete una sua frase espressa nel Sinodo del 1994: “La vita consacrata è dono alla Chiesa, nasce nella Chiesa, cresce nella Chiesa, è tutta orientata alla Chiesa”.

Ci è offerta quindi una presentazione serena della vita consacrata della sua identità carismatica, ecclesiale e profetica. Senza negare fragilità e ombre, accennate con la sollecitazione a superarle, Papa Francesco sottolinea l’apporto originale e fecondo di uno stile di vita evangelico, progettuale e profetico. Egli non pensa che questo genere di vita sia arrivato al capolinea – come a volte in questi anni è sembrato che i Sinodi (e anche certi dicasteri romani) tendessero a pensare – ma onestamente richiama i rischio della sacralizzazione degli schemi dati. Possiamo dire che sollecita ad un esercizio costante di identità chiara e di profezia esploratrice, per coniugare genialmente lumen et numen. Cioè dare forma a una esistenza trasfigurata dove brilla (lumen), senza imposture, la radicalità evangelica di una sequela Christi autentica e non di plastica. E offrire una epifania del mistero della trascendenza (numen) che abita la storia e la conduce alla meta futura. Questo richiamo alla futuro – la tradizionale prospettiva escatologica ‑ forse è una delle gravi deficienze che indeboliscono tutta la progettualità ecclesiale oggi. Qui c’è uno spazio di creatività che nessuno sa come rendere fecondo. Ma anche la ripresa della misericordia come caratteristica centrale della rivelazione e del Vangelo ha bisogno di fantasia nuova, inventiva di percorsi e stili. È una grande possibilità per i carismi storici, che hanno già saputo realizzare opere e stili intorno a questo valore. Ma oggi bisogna rielaborare il tutto con parresia nuova e immaginazione esploratrice.

Coraggio, alzati! Ti chiama!

Vorrei concludere con una seconda icona, che riprendo dal Vangelo di Marco. Si tratta della guarigione del cieco di Gerico, Bartimeo. Marco ne fa una descrizione colorita (Mc 10,46-52), migliore degli altri Sinottici (cf. Mt 20,29-34; Lc 18,35-43). Nella scena abbiamo prima di tutto una specie di dialogo aggressivo: Bartimeo vive al margine della città, urla e implora “pietà”, la folla dei discepoli lo rimprovera per farlo tacere. Poi segue un capovolgimento: Gesù si ferma e vuole incontrare il cieco dicendo: “Chiamatelo!”. La gente cambia atteggiamento e lo incoraggia: “Coraggio, alzati! Ti chiama”; a cui Bartimeo risponde con tre gesti: getta il mantello, balza in piedi, va da Gesù. Infine c’è un dialogo fra Gesù e Bartimeo: questo implora di “riavere” la vista, Gesù risponde che proprio la sua fede coraggiosa è stata la fonte della salvezza. E poi Bartimeo guarito segue Gesù sulla strada verso Gerusalemme.

Mi pare la sintesi di quanto sofferto e implorato in questi anni dalla vita religiosa. Costretta a vivere al margine, proprio come il cieco, rimproverata e zittita per vario tempo, o accusata di dare disturbo alla “comunione” e alla gestione tranquilla del sistema, la vita consacrata ha passato tempi di tristezza di sicuro e di invisibilità. Ora Francesco ha voluto capire la sofferenza, incontrare le persone consacrate, apprezzare il loro desiderio di una nuova stagione di guarigione e sequela. E lui stesso, Papa Francesco, con l’Anno della vita consacrata, è come se avesse detto: “Coraggio, alzati!” a tutti i consacrati. Ha invitato ad alzarsi, a gettare mantelli e difese, pigrizie e resistenze, alibi e mondanità, per una reciproca conoscenza nella verità. Ma anche per una nuova libertà nella sequela, dentro una Chiesa che a volte rischia di irrigidirsi nella sua autoreferenzialità sacralizzata.

Papa Francesco ha commentato a Santa Marta anche questo episodio, a novembre scorso, e lo ha fatto con lo stile suo. Infatti ha insistito sul rischio della Chiesa di recintare se stessa, di chiudersi al grido dei poveri, e allontanarsi dal Signore stesso. Ha parlato di “microclima ecclesiastico”, di “piccoli mondi” entro cui chiudersi, nei privilegi, rifiutando di ascoltare il grido delle periferie, dei bambini, degli emarginati… (17 novembre 2014).

Come Bartimeo, anche noi dobbiamo implorare misericordia, ma anche avere il coraggio non chiuderci nei nostri “circoli ecclesiastici”, dove ci si “parla addosso”, di non chiuderci in un sacro impaurito e egoistico. E poi buttare mantelli, balzare in piedi, per incontrare Gesù amico e compassionevole, non un suo fantasma, non un simulacro comodo. E lasciarci portare a nuova visione, in dialogo con Lui: ritrovare nell’intimità fiduciosa la libertà della sequela, la gioia di una nuova appartenenza, la creatività di una nuova prossimità con tutti quelli che gridano e implorano pietà. E diventare capaci di pronunciare anche noi parole di incoraggiamento, di far volare mantelli e scardinare illusioni sacre, di metterci in piedi e aiutare a mettersi in piedi. E poi anche di seguire il Maestro, con sguardo illuminato e guarito e animo audace e profetico.

1 . A.M. Valli, L’alfabeto di Papa Francesco. Parole e gesti di un pontificato, Ancora, Milano 2015.

2 . Citiamo solo alcune pubblicazioni: W. Kasper, Papa Francesco. La rivoluzione della tenerezza e dell’amore, Queriniana, Brescia 2015; R. La Valle, Chi sono io, Francesco? Cronache di cose mai viste, Ponte alle Grazie, Firenze 2015; G. F. Svidercoschi, Un Papa solo al comando e una Chiesa che a fatica lo segue, Tau Editrice, Todi 2015; A. Ivereigh, The Great Reformer. Francis and the Making of a Radical Pope, Henry Holt and Company, New York 2014; R. Luise, Con le periferie nel cuore, San Paolo, Cinisello B. 2014; M. Politi, Francesco tra i lupi. Il segreto di una rivoluzione, Laterza, Roma-Bari 2014.

3 . Cf. il corso di esercizi spirituali da lui predicati ai vescovi spagnoli (2006): Papa Francesco, In Lui solo la speranza, Jaca Book-LEV, Milano-Roma 2013.

4 . Il rimando ormai riconosciuto è al pensiero di alcuni teologi come Lucio Gera, Rafael Tello e Juan Carlos Scannone, Carlos M. Galli e altri. Cf. per un primo approccio: C. Scannone, Papa Francesco e la teologia del Popolo, in Civ. Catt. (2014/I) 571-590 e Il soggetto comunitario della spiritualità e della mistica popolari, in Civ. Catt. (2015/I) 126-141.

5 . Basta leggere il fascicolo di Concilium 2/2013 dedicato alle “Teologie postcoloniali”.

6 . G.F. Svidercoschi, Un papa solo al comando e una Chiesa che a fatica lo segue, Tau Editrice, Todi 2015.

7 . V. V. Alberti, Il Papa gesuita. “Pensiero incompleto”, laicità, libertà in Papa Francesco, Mondadori, Milano 2015.

8 . Un bel commento applicato alla vita consacrata in: L. Guccini, Vita consacrata e mondanità spirituale. La Parola di Papa Francesco, Dehoniane, Bologna 2015.

9 . Omelia, in Santa Marta: 16 maggio 2013.

10 . È il discorso ai movimenti ecclesiali, alle nuove comunità e alle aggregazioni laicale alla vigilia della Pentecoste, 18 maggio 2013.

11 . Cf. R. La Valle, Chi sono io, Francesco? Cronache di cose mai viste, Ponte alle Grazie, Milano 2015.

12 . “Voi per noi non siete un peso. Siete la ricchezza senza la quale i nostri tentativi di scoprire il volto del Signore sono vani”: videomessaggio ai partecipanti alla serata “Se non fosse per te”, spettacolo al Teatro Brancaccio organizzato dalla Caritas della diocesi di Roma (28 aprile 2015).

13 . Vengono in mente le oltre 3.000 pagine dei 4 volumi di J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, Queriniana, Brescia.

14 . Cf. R. Luise, Con le periferie nel cuore, San Paolo, Cinisello B. 2014.

15. Papa Francesco, Lettera apostolica a tutti i consacrati, 21 novembre 2014, III,4.

16. Le sue riflessioni sul tema nel periodo in cui era stato provinciale sono raccolte nel libro: Papa Francesco, Nel cuore di ogni padre. Alle radici della mia spiritualità, Milano, Rizzoli 2014. Importante è anche la sintesi della ampia conversazione avuta con i Superiori Generali (USG) il 29 novembre 2013: A. Spadaro, “Svegliate il mondo!”. Colloquio di Papa Francesco con i Superiori Generali, in Civ. Catt. (2014/I), 3-17. Una proposta di lettura trasversale del suo pensiero sul tema, espresso in varie occasioni, può essere anche la lettera: Rallegratevi, della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di vita apostolica, Lev, Città del Vaticano 2014.

17. Di fatto il progetto del Giubileo della misericordia è un elemento dirompente che costringe a ripensare molte inquadrature anteriori già date. Per molti è ancora uno dei tanti “anni santi”, anche se “straordinario”. In vero è una scelta strategica per una nuova stagione ecclesiologica: nell’intenzione originale è una vera “rifondazione” ecclesiologica: la bolla Misericordiae vultus lo mette in risalto (cf. nn. 10-12), anche se non lo esplicita del tutto. E qui la vita consacrata potrebbe trovare un suo nuovo protagonismo: non più di opere in proprio, e in concorrenza con la società, ma di animazione ecclesiale, con generosità, contemplazione e creatività.

18. Papa Francesco, Messaggio all’Assemblea della CISM, Tivoli, 7 nov. 2014.

19 . Ne fa una descrizione dettagliata un recente articolo di A. Spadaro, “Uomini e donne che illuminano il futuro”. Sette sfide della vita consacrata secondo Papa Francesco, in Civ. Catt., 2015 II 153-155 [153-169].

20 . Poi sintetizzato e pubblicato nell’articolo di A. Spadaro, “Svegliate il mondo!”, già citato.