Testo di Enzo Brena

L

La concomitanza dell’anno della Vita consacrata e della celebrazione del sinodo sulla famiglia ha un sapore provvidenziale, perché offre l’opportunità di un’ulteriore riflessione sulla vocazione alla vita consacrata e sulla sua relazione con il matrimonio e la famiglia.

Il mio breve contributo si articola su due punti:

  1. che cosa dire della vocazione alla vita consacrata e al matrimonio, oggi?

  2. che cosa si dicono l’un l’altra le due vocazioni?

Se è vero, come affermava il monaco trappista Thomas Merton, che «tutte le vocazioni hanno, nel pensiero di Dio, lo scopo di manifestare nel mondo il suo amore»,1 già dovrebbe essere chiaro che non ci sono vocazioni più degne o più importanti di altre, anche se da sempre così si è pensato e insegnato nei nostri ambienti religiosi.

Chi ama la Chiesa–popolo di Dio, e il cammino che le persone in essa compiono, è consapevole di quanto affermava don Primo Mazzolari, parroco e profeta del suo tempo: «per qualsiasi opera dobbiamo contare gli uni sugli altri: perché nessuno basta a se stesso o alla propria vocazione». In occasione del concistoro del febbraio scorso queste parole hanno trovato una certa eco nell’affermazione del cardinal Walter Kasper: «il matrimonio e il celibato si valorizzano e si sostengono a vicenda, oppure entrambi entrano in crisi».

L’affermazione del cardinal Kasper ruotava attorno al concetto di libertà di scelta, che lo scenario culturale attuale ripropone come punto centrale della crisi pervasiva patita sia dalla famiglia che dalla vita consacrata. La libertà di scelta della persona è ingrediente sostanziale quando si parla di vocazione. Ed è, quindi, urgenza primaria del discernimento e della formazione in entrambe le scelte di vita.

Bisogna ammettere che oggi la libertà più che una certezza è un problema. Il continuo parlarne, rivendicarla, o il dare per scontato che se ne usi, non assicura la sua reale presenza nelle scelte e decisioni quotidiane. Numerosi contributi di ricerca psicosociali segnalano l’elevata esposizione dell’individuo ai più vari condizionamenti mediatici, giocati proprio sulla promessa di una libertà sempre maggiore. Sappiamo bene, per esperienza personale di fronte al fenomeno dei numerosi abbandoni di consacrati e sacerdoti, o di separazioni e divorzi nel matrimonio, quanto si riveli critica la questione della libertà di scelta nel percorso che ha portato a compiere tali decisioni. L’entusiasmo, la passione e la buona volontà degli inizi nel giro di poco tempo si trasformano in disincanto, delusione e defezione.

Che cosa rende complessa, oggi, l’espressione della propria libertà?

Nel vissuto interiore dell’uomo, dietro la parola “libertà” si nasconde sempre il miraggio di un’indipendenza totale, alimentata oggi, in modo inedito, dalla realtà virtuale. È ovvio che il web non può essere usato come capro espiatorio di ogni problema dell’uomo post-moderno; tuttavia, si rivela veicolo particolarmente adattabile al gioco delle fragilità umane. Infatti, il mondo multimediale, mezzo di indiscutibili opportunità positive, diventa suo malgrado il luogo in cui si gioca anche la grande illusione, dove è possibile cambiare scenario e identità a piacimento, e dove le scelte possono rimanere in stand-by a tempo indeterminato permettendo molteplici sperimentazioni, dando al soggetto la sensazione di dominare il tempo e la realtà. Questa sorta di “onnipotenza” virtuale, tuttavia, compromette la volontà e si trasforma ben presto in impotenza reale, che dissuade dall’impegnarsi e diventa un lento ma inesorabile suicidio della libertà.2 Gli effetti di tale processo inibitorio si rivelano anche nella fragilità di tenuta rispetto agli impegni di vita, sia del matrimonio come della vita consacrata.

La libertà, come l’amore e tutti i grandi valori della vita, non è in nostro possesso dal momento in cui veniamo al mondo. La libertà è vocazione (cfr. Gal 5, 13ss), è la meta da raggiungere che comporta il cammino e l’impegno di una vita intera, e trova la sua pienezza nell’amore (cfr. 1Cor 13).

C’è quindi una vocazione comune a tutti, valida per tutti: siamo chiamati ad amare come ama Dio, per divenire pienamente liberi e figli suoi in forza di una scelta consapevole. Ogni uomo è chiamato ad amare in modo totale, libero, fedele, compassionevole, non esclusivo ma aperto a tutti…

Diverse e tutte degne, invece, sono le forme e i relativi percorsi per esprimere questa chiamata fondamentale. La varietà delle forme dipende dalla diversità della personalità, sensibilità, storia individuale perché – diceva ancora Thomas Merton parlando della vocazione – tutti «siamo chiamati nel posto in cui Dio vuol farci il massimo bene, nella condizione in cui possiamo meglio lasciare noi stessi e trovare Lui».3

Questa definizione ci trasmette la peculiarità dinamica e relazionale della vocazione: siamo sempre in vocazione, lungo tutta la vita, ed essa si sviluppa in una relazione con Dio che si nutre di innumerevoli mediazioni, a seconda della scelta di vita. Ciò esige una capacità di integrare in modo positivo la propria storia di vita, le esperienze vissute, le relazioni significative con il mondo dei propri desideri e degli ideali, per scoprire e insieme dare forma alla propria identità.

Partendo da presupposti diversi, le scienze umane ci dicono lo stesso: l’uomo è in processo, sia nella sua realtà attuale che a livello ideale, per giungere al pieno compimento di sé, e tutto ciò che lo caratterizza in modo specifico – a partire dalla libertà – si struttura progressivamente, nel tempo, in forza delle esperienze e delle relazioni, vitali o meno, che si trova a vivere.

Ma la vocazione suppone la capacità di ascoltare una voce, una chiamata; esige una disponibilità ad aprirsi all’altro/Altro, a lasciarsi dire qualcosa che mette in discussione la condizione acquisita e indica un obiettivo, propone un ideale. Oggi non si è molto disponibili ad accettare il tempo e la fatica dei passaggi richiesti per la costruzione di un ideale, per la realizzazione di un valore. In altre parole, si vuole amare, vivere qualcosa di grande, ma non si accetta il tempo e il prezzo che tutto ciò comporta.

Al di là di eventuali cause psichiatriche, sempre possibili, le crisi attuali di tanti religiosi, preti, sposi e spose che abbandonano il cammino intrapreso rivelano un disarmo vocazionale attuato in tempi brevi e su criteri prevalentemente affettivi. L’aggettivo “affettivi” non indica un investimento dei propri affetti su un’altra persona, ma esprime una chiusura su se stessi, sul proprio mondo emotivo. Questa chiusura obbedisce al bisogno di preservare se stessi dalla delusione, di salvaguardare la perfezione del desiderio, non accettandone l’implicita logica progressiva nel rispetto del principio di realtà.

Questo atteggiamento denota un’inconscia pretesa di controllo sulla realtà. Ma la spinta al controllo su tutto ciò che tocca la propria vita si rivela, di fatto, una chiusura alla realtà, alla novità e a un vero incontro con l’altro, condannando inconsciamente se stessi a un continuo oscillare tra l’entusiasmo e la delusione, condizione nella quale troppe persone si trovano impantanate.

Anche matrimonio e vita consacrata si trovano a patire in presa diretta gli effetti meno simpatici di questi mutamenti culturali.

Negli ultimi cinquant’anni l’unione matrimoniale ha progressivamente smarrito la prospettiva vocazionale per ritrovarsi a essere vissuta come una forma laica di salvezza: proprio mentre si afferma in tanti modi di non credere a qualcosa di assoluto… ci si aspetta tutto dall’amore! 4

Così ci troviamo, oggi, di fronte a una paradossale forma di idealismo: si ama l’amore più delle persone, lo si elemosina a tutti i costi, anche per mezzo di individui interscambiabili, invece di voler bene a una persona unica tra tutti gli altri. Il valore dell’amore viene adattato a un mondo interiore soggettivo strutturato in chiave difensiva, che non si lascia più sfidare dal sano desiderio di offrire se stessi per costruire una relazione totale. Allora non è importante il valore dell’amore che, dal di fuori, mi chiede di accoglierlo, di continuare a cercarlo e di dargli un volto nella mia vita: sono importante “io che amo”, cioè “io” che, in definitiva, adatto l’amore al mio desiderio di gratificazione totale.

Così ci si trova a svalutare i legami che si sono stabiliti in nome di una fusione immaginaria, come se nessuno fosse degno abbastanza per sacrificargli la propria libertà.5 Da tempo è aumentato a dismisura il numero di coloro che si specializzano nella fase dell’innamoramento, che pretendono perennemente l’incanto degli inizi, e perciò interrompono le relazioni che non offrono più tale garanzia di gratificazione, mentre si assottiglia il numero di chi sceglie di andare fino in fondo, di chi vuole vivere l’amore declinandone tutte le esigenze in una condizione di vita liberamente scelta.

Anche in numerose crisi e abbandoni della vita consacrata e del sacerdozio si può riconoscere questo travisamento vocazionale, che porta a ridurre la chiamata – con tutti i suoi valori – alla gratificazione di un rapido senso di realizzazione personale.

Amare come ama Dio è una vocazione, un ideale, non è idealismo.

B.

Nella Chiesa vita consacrata e matrimonio hanno vissuto l’una accanto all’altro, ma senza un vero dialogo. La storia ci insegna che una teologia/spiritualità della vita consacrata intesa come vita di perfezione e del matrimonio come “remedium concupiscentiae” ha lentamente innalzato una barriera tra i sue stati di vita. Solo in quest’ultimo secolo, soprattutto dopo il concilio Vaticano II, si sono create le condizioni di un progressivo avvicinamento tra famiglia e vita consacrata, tra il principio monastico e quello domestico, con le esperienze di condivisione che ricordava poco fa p. Prezzi.

La necessità di chiarire lo specifico vocazionale della vita consacrata ha portato spesso a mettere in evidenza soprattutto le differenze e a lasciare in ombra, invece, l’elemento comune – la vocazione di tutti alla libertà dell’amore di Dio. Come se la chiarezza sulle differenze tra le vocazioni esaurisse la questione della propria identità.

I voti sono stati la base qualificante su cui si è sempre espressa la questione dell’identità. Sappiamo bene quanto fosse puntuale la letteratura e puntigliosa la verifica formativa proprio sui voti, sia in campo maschile che femminile. Ma sappiamo anche che, nella sensibilità popolare, l’ammirazione per il consacrato si è trasformata lentamente in perplessità circa la “normalità” di una scelta che comporta la rinuncia alle forme più naturali di espressione della libertà individuale (autonomia, affettività, gestione dei beni…). Sono molte le persone – molte più di quanto pensiamo – che non credono alla castità e alla povertà dei consacrati (l’obbedienza non sembra suscitare perplessità altrettanto forti). D’altra parte, sappiamo benissimo che nella vita concreta delle nostre comunità la povertà è vissuta con tanti “distinguo”, la castità è una dimensione tanto “privata” che non se ne parla quasi mai e raramente riesce a dare colore e calore alla vita comunitaria, e l’obbedienza è uno dei problemi più spinosi per i superiori.

L’esperienza ci insegna che una formazione centrata sui voti non aiuta più di tanto né la persona consacrata né chi incrocia i consacrati. La verità della nostra vocazione e il nostro essere significativi di fronte al popolo di Dio e al mondo non dipendono dall’osservanza di povertà, castità e obbedienza, a meno che non proviamo a esprimerle in modo nuovo.

I voti non sono il centro della vita consacrata. È il riferimento a Dio che li giustifica, la decisione, cioè, di ricambiare il suo amore fedele con un amore incondizionato e aperto a tutti. È la comunione con Dio e con i fratelli che dà senso alla nostra scelta di vita. Per questo sorprende e affascina sempre il consacrato che vive la sua scelta di Dio generosamente dedito al prossimo, aperto e disponibile a ogni persona, con la quale stabilisce un rapporto di accoglienza e di fraternità incondizionata, dentro e fuori la comunità.

È alla luce della vocazione comune alla libertà di amare come ama Dio che matrimonio e vita consacrata, con le loro specifiche peculiarità, hanno qualcosa da dirsi e donarsi.

Il matrimonio impegna un uomo e una donna a decidersi di camminare insieme verso la pienezza dell’amore di Dio attraverso la mediazione coniugale e della prole, con le puntuali responsabilità che caratterizzano questo progetto di vita. Si tratta di un amore con cui liberamente ci si impegna a mettere in comune tutto di sé: l’intelligenza e la creatività nel progettare a breve e lungo termine la vita coniugale e familiare; la sensibilità e affettività, con la consegna di tutto in una condivisione totale di sé che, nella dimensione sessuale sperimenta la funzione “creatrice” dell’inventare un alfabeto di comunione e del generare la vita; la cura responsabile del coniuge e dei figli, coscientemente vissuto non tanto e non solo come cura di colui/colei che mi garantisce una serie di “servizi” e gratificazioni, quanto come partner che mi fornisce il confronto puntuale, il sostegno, lo stimolo e la correzione affettuosa che permette a entrambi di mantenere alto il profilo dell’ideale: arrivare a esprimere l’amore di Dio, essere mediatori del suo amore.

La vita consacrata impegna nell’unica vocazione all’amore di Dio nella forma di vita rivelata in Cristo. La mediazione che permette di compiere questo cammino è il fratello/la sorella incontrato in itinere; non scelto, non eletto tra altri, ma riconosciuto come “dono”, al di là di ogni istintiva predilezione affettiva.

La vocazione del consacrato passa, quindi, attraverso tutte le esigenze tipiche della vita comune, del dono di sé disinteressato, del servizio senza calcoli, neppure quelli legati “alla carne e al sangue”; esprime la sua fecondità non attraverso il “generare” biologicamente la vita, ma attraverso il “prendersi cura”, l’alimentare la vita del fratello e sorella, chiunque esso sia e dovunque si trovi a vivere.

La persona consacrata, proprio per questa chiamata a mettersi nel solco della scelta di Cristo anche in termini di valori strumentali (voti, comunità, servizio aperto a tutti, soprattutto i più piccoli), non trova problemi a sentirsi in sintonia con l’uomo, chiunque esso sia, incontrato lì dov’è e nella condizione in cui si trova – problematica o meno, scandalosa o meno – senza giudizi o discriminazioni, con l’unico intento di permettergli di incontrare Cristo e sperimentare il suo amore, capace di rigenerare l’uomo dopo ogni esperienza fallimentare. La testimonianza della vita consacrata si fonda, quindi, non a partire dall’esperienza della perfezione, quanto dall’esperienza di una personale concupiscenza, ferita che tocca la nostra carne come quella di tutti gli esseri umani e che spinge a gridare la nostra miseria.

Il consacrato ha nelle sue corde questa precisa potenzialità di testimoniare la misericordia perché lui, per primo, l’ha sperimentata, se davvero ha conosciuto se stesso e incontrato Cristo: questa esperienza è essenziale per reggere un progetto di vita consacrata al Dio della misericordia.

Da questo punto di vista, la vita consacrata può rapportarsi utilmente con la famiglia perché ricorda ai coniugi la necessità di non perdere mai di vista Dio, modello, obiettivo, criterio ideale che sta al fondo del loro progetto di vita. Il rischio molto frequente nel matrimonio è di fermarsi alla “mediazione”: si assolutizza il coniuge e ci si aspetta da lui/lei ciò che non può dare; si attendono puntuali gratificazioni affettive reciproche più che il contributo di un confronto che aiuti a mantenere la barra del timone ben puntata sull’obiettivo vocazionale.

La vita consacrata ricorda alla famiglia che la misura dell’amore non si esaurisce nel criterio della reciprocità e non si riduce al grado di parentela, ma consiste nell’essere vivi e fecondi per l’Amore, e quindi davvero figli di Dio. Il loro fine ultimo, infatti, non sono loro stessi, ma colui che li trascende in modo infinito.

Povertà, castità e obbedienza sono voti con cui ci si lega a Cristo, attraverso la mediazione dei fratelli e della comunità, per non accontentarsi di un’intuizione su Dio e sull’amore, ma per mantenere viva e operante la consapevolezza che l’amore e il bene sono sempre in fieri, e l’uomo (con le sue relazioni) è un cantiere sempre aperto. Questa scelta offre l’opportunità di mantenersi in una via di libertà che conduce alla pienezza di Dio-Amore, attraverso l’esperienza quotidiana della misericordia di Dio che passa attraverso i fratelli.

La vita consacrata ricorda agli sposi la via dell’interiorità, che si contrappone al ripiegamento su di sé e sul proprio desiderio; e insieme mette in guardia dal pericolo della dissipazione, ricordando l’importanza della testimonianza e dell’apostolato.

D’altra parte, il consacrato ha bisogno della testimonianza degli sposi, per ricordarsi che non esiste amore senza carne, senza un corpo, senza mediazione di un fratello/sorella. Sappiamo fin troppo bene che nella vita consacrata troppo spesso l’amore rischia di limitarsi a essere un genere letterario, se non proprio una comoda via di fuga “spirituale” dal fratello concreto che le circostanze mettono sul nostro cammino. Il consacrato non sposa una persona e non forma una famiglia, ma “sposa” la causa di ogni uomo – cominciando dalle persone con cui condivide la vita – per essere mediazione feconda che lo aiuta a riconoscere e vivere pienamente la sua identità di figlio di Dio, e perché si realizzi la comunione che Dio sogna per i suoi figli.

Sposare la causa dell’uomo”: una terminologia non casuale ma teologica, visto che la sacra Scrittura testimonia come la scelta di Dio per dare espressione alla sua relazione con l’umanità è quella sponsale.

La convergenza temporale del sinodo sulla famiglia e dell’anno della vita consacrata chiede a tutti di riscoprire il fondamento comune: la vocazione alla libertà dell’amore di Dio.

E insieme chiede di mettersi in discussione, in una costante disposizione all’apprendimento e alla conversione perché, come ci ricorda papa Francesco, «la prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento. I ministri del vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro… senza perdersi».

Enzo Brena

1 MERTON T., Nessun uomo è un’isola, Garzanti, Milano 1956, p. 165.

2 Cfr. HADJADJ F., Farcela con la morte. Anti-metodo per vivere, Cittadella ed., Assisi 2009, p. 144-146.

3 MERTON T., Nessun uomo è un’isola, Garzanti, Milano 1956, p. 151.

4 Cfr. BRUCKNER Pascal, Il matrimonio d’amore ha fallito?, Guanda ed., Roma 2011, p. 64.

5 ibidem, p. 51.