«Ero forestiero e mi avete accolto»

(Mt 25,35)

I cappuccini e l’emergenza migranti e rifugiati

Guerre e povertà estrema spingono folle immense a lasciare i loro paesi alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa altrove. Da tempo siamo spettatori di un’emergenza mai più vista in Europa dai tempi dell’ultima guerra mondiale.

Siamo tutti interpellati in modo diretto e perciò abbiamo ritenuto opportuno, anzi urgente, parlarne tra di noi durante questa assemblea USG. Si tratta di scambiare le esperienze fatte e di vedere in che modo possiamo imparare gli uni dagli altri ed eventualmente sostenere qualche progetto comune.

È evidente che siamo in presenza di un fenomeno che ci sorpassa tutti di gran lunga e che sta sfidando i responsabili delle nazioni europee ai massimi livelli. L’opinione pubblica si mobilita in parte a favore come anche contro. Partiti politici di ispirazione xenofoba cercano di trarre profitto da questi frangenti. Si chiudono le frontiere. Si ergono muri invalicabili. La gente viene respinta. Pensate a Idomeni! Somme ingenti sono state sborsate per impedire che il numero di coloro che intendono cercare sicurezza in Europa possano raggiungere la loro meta.

Ciò che sta avvenendo da mesi o da anni ha assunto dimensioni che ci superano in maniera esponenziale. Ci sentiamo pressoché impotenti. Eppure tutto questo ci interpella e siamo chiamati a farvi fronte. Facciamo fatica a comprendere come mai drammi che avvengono nel lontano Afganistan, oppure in Iraq e Siria abbiano a ripercuotersi in maniera così massiccia fino da noi. La stessa cosa può dirsi per chi giunge dal Continente africano. Non si tratta più dell’Albania, del Kosovo o comunque dei Balcani relativamente vicini, ma di persone che provengono da altri continenti, che percorrono migliaia di chilometri per arrivare fino da noi. Il fenomeno della globalizzazione ha assunto anche questo risvolto inaspettato e viene a smuoverci nelle nostre sicurezze e nel nostro benessere.

Da parte mia provo a raccontarvi ciò che ho messo in moto negli ultimi mesi nel mio Ordine in questo ambito per condividerlo con voi. Vi renderete conto che si tratta di poca cosa di fronte all’enormità del fenomeno, eppure credo sia urgente condividere anche il poco pur di suscitare il dialogo e lo scambio sull’argomento. La conoscenza di ciò che fanno gli uni e gli altri può provocare come prima cosa il desiderio di imitare e di raddoppiare gli sforzi. Io mi riprometto in primo luogo che sorgano delle sinergie, delle concertazioni efficaci, iniziative comuni.

La prima cosa che ho fatto lo scorso mese di settembre è stato l’invio di una lettera a tutti i Ministri provinciali e Custodi europei invitandoli ad intervenire ad una conferenza indetta ad hoc a metà ottobre dello stesso anno presso il nostro convento di Frascati. Lo scopo era quello di tentare di dare, per quanto possibile, una risposta adeguata e coordinata ad un’urgenza che andava crescendo di giorno in giorno. Ho affidato l’organizzazione dell’incontro e la sua prosecuzione al Segretariato di Giustizia Pace e Integrità del Creato. Nella lettera invita ai confratelli mi sono espresso in questi termini:

Negli ultimi mesi, quasi quotidianamente, i nostri occhi vedono immagini di disperazione, di morte e ascoltiamo notizie che ci raccontano storie di uomini, donne e bambini che fuggono dai loro paesi d’origine, spinti dalle guerre, dalla povertà, portando nel cuore la speranza di un futuro migliore. Questi fratelli e sorelle si avventurano in viaggi lunghi e pericolosi, diretti principalmente verso i paesi dell’Europa; incontrano pericoli, rifiuto, violenza e morte. Abbiamo ormai perso il conto di quante vite ha inghiottito il mare Mediterraneo nelle traversate di persone partite dall’Africa settentrionale e dalla Turchia.Questi viaggi organizzati da persone senza scrupoli che chiedono cifre di denaro ingenti, sono compiuti a bordo di imbarcazioni vecchie o di gommoni insicuri, normalmente affollati oltre il limite di una ragionevole sicurezza. Abbiamo visto corpi di adulti e bambini galleggiare sull’acqua privi di vita, uomini e donne ferirsi per attraversare barriere di filo spinato, lunghe file di esseri umani camminare su strade europee alla ricerca di lavoro, stabilità e pace. In mezzo a questo esodo drammatico, tante persone tengono accesa la fiamma della speranza della solidarietà. I governanti di diversi Paesi stanno organizzando progetti di accoglienza dignitosa.

Da allora gli eventi hanno preso risvolti molto problematici come l’accordo concluso con la Turchia perché i profughi non abbiano più ad importunare i paesi europei. Nella mia lettera continuavo facendo appello al senso di responsabilità e di compassione che dovrebbe abitarci tutti quanti e tradursi in gesti concreti di solidarietà. A questo scopo ho pure citato le parole pronunciate da Papa Francesco all’appuntamento dell’Angelus di domenica 6 settembre 2015:

Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere “prossimi” dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta. Non soltanto dire: “Coraggio , pazienza!” La speranza cristiana è combattiva, con la tenacia di chi va verso una meta sicura. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa ospiti una famiglia, incominciando dalla mia diocesi di Roma.

Il nostro incontro ha avuto luogo dal 17 al 19 di ottobre 2015 e sono intervenuti complessivamente 35 fratelli provenienti da 17 paesi: da Malta, Italia, Austria, Bulgaria, Spagna, Slovacchia, Polonia, Gran Bretagna, Irlanda, Grecia, Portogallo, Stati Uniti d’America, Libano, Sudan e Eritrea. Oltre agli interventi di alcuni esperti in materia, sono rimasto molto colpito da quanto è stato riferito da alcuni confratelli che da un po’ di tempo in qua si sono mossi per alleviare almeno in parte la grande ondata di sofferenza e questo in alcuni tra i paesi maggiormente colpiti dal fenomeno, come appunto il Libano,Malta, la Grecia e l’Italia.

Fra Abdallah ha riferito che il Libano accoglie 1,2 milioni di rifugiati siriani, che costituiscono il 25% della popolazione del paese. Tutto ciò ha creato un impatto notevole per il paese: problemi economici, penuria di cibo, competizione per accaparrarsi un posto di lavoro e violenza. Con l’appoggio della Curia generale i frati hanno iniziato un progetto che prevede dare un alloggio ad un certo numero di famiglie, garantire la scolarizzazione dei figli e l’assistenza sanitaria richiesta.

Con una popolazione di 450’000 abitanti, Malta accoglie 20’000 tra rifugiati e migranti. In questo senso è il paese con la percentuale più alta di rifugiati di tutta l’Unione Europea. Fr. Philip ci ha parlato del progetto che prevede di sostenere soprattutto i rifugiati eritrei, garantendo loro assistenza spirituale, aiuto materiale e sociale, prevenzione nei confronti dell’alcolismo e del consumo di droghe, opportunità di inserimento in una nuova cultura. Il fratello ci faceva notare inoltre come la crisi dei rifugiati abbia rappresentato per i cappuccini maltesi un’opportunità per vivere come poveri tra i poveri.

Fr. Gabriele che da anni vive in Grecia ha riferito come ogni giorno 4000 rifugiati attraversino il paese: arrivano la notte nel porto vicino al convento nostro e, in seguito vengono caricati su autobus per essere portati altrove durante il giorno. I frati hanno creato un fondo di emergenza per offrire a queste persone di passaggio cibo e cure immediate. In seguito agli accordi presi con la Turchia questa situazione sarà di nuovo cambiata.

Un fratello proveniente dall’Eritrea e che risiede a Milano ci ha parlato dell’Opera San Francesco gestita dai cappuccini e che ora distribuisce quasi 3000 pasti giornalieri a persone in difficoltà, tra loro numerosi sono i migranti in cammino verso i nord dell’Europa. La stessa opera garantisce gratuitamente anche servizi docce, cambio vestiti e soprattutto consulte mediche.

Fr. Gianfranco, il Ministro provinciale di Roma, ci ha raccontato di aver messo a disposizione due conventi e di averlo fatto sempre di comune accordo con le autorità civili preposte a questo tipo di servizi. Ci sono stati momenti, ma questo in seguito, quando le autorità hanno rinunciato a far uso di un nostro convento per evitare una concentrazione troppo grande di migranti in una determinata area a seguito degli attentati del 13 novembre scorso a Parigi. Altre volte delle strutture non sono state prese in considerazione per il fatto che le prese elettriche erano poste in basso e avrebbero potuto rappresentare un pericolo per i bambini.

Ad ogni modo è stato interessantissimo avere questo scambio e sostenerci reciprocamente in questo sforzo umanitario. Dall’incontro è emerso in particolare l’esigenza di prestare l’aiuto nel più grande rispetto della dignità umana di ogni migrante o rifugiato. Ci siamo detti che bisogna sfatare l’idea di coloro che considerano tutto questo grande flusso migratorio alla stregua di una invasione mussulmana. Accanto all’aiuto immediato dovremmo promuovere percorsi e occasioni di incontro tra i locali e gli immigrati, dovremmo promuovere il buon vicinato e promuovere la pace. A tutti è apparso necessario collaborare con gli enti statali incaricati della sistemazione logistica di queste persone in ricerca di sicurezza.

In concreto si è pure insistito sul fatto che vanno identificati e messi a disposizione quei conventi che risultano essere vuoti e sottoccupati. Un’altra proposta invita ad accogliere i rifugiati nelle nostre fraternità e case, facendo notare che vi sono vari modi di accogliere:

  • Uno o più individui che vivono con i frati: soluzione questa molto impegnativa e che esige da parte della singola fraternità che si riservi spazi e tempi per se stessa. I frati, prima di accogliere, debbono essere coinvolti e preparati ad accogliere persone profondamente traumatizzate.
  • Si può mettere a disposizione un’ala o parte della casa, in modo da garantire discrezione sia alla fraternità che alla famiglia di rifugiati che si intende accogliere.
  • Si potrebbe pure rendere agibile o affittare una casa da mettere a disposizione dei rifugiati. Il tutto deve essere fatto in accordo con organismi esperti in materia.

Trascorse alcune settimane dall’incontro mi sono sentito in dovere di scrivere un’altra lettera a tutto l’Ordine per raccontare ai miei frati come continuare ad impegnarci di fronte ad un’emergenza che non tende a cessare. Rifacendomi alla domanda che Gesù rivolge ai discepoli quando gli fanno notare che c’è una grande folla da sfamare, l’ho intitolata; “Quanti pani avete?”. Volevo togliere il vento dalle vele di coloro che prevedevo avrebbero argomentato subito dicendo che noi non siamo né pronti né tanto meno attrezzati per questo tipo di intervento. Invece io credo che ci sono molti modi per rispondere di fronte ad un’emergenza e per questo, attualizzando la domanda di Gesù, ho scritto: Quanti posti e quanti spazi inutilizzati avete? Quanti mezzi e quanto denaro potete mettere a disposizione? E proseguivo così: La nostra risposta non sarà molto diversa da quella dei discepoli: ’Abbiamo un convento vuoto e abbiamo qualche spazio inutilizzato nelle case dove abitiamo attualmente, ma che cosa è questo per un’emergenza così grande? Siamo già coinvolti in tante attività e ora arriva anche questa urgenza da affrontare.’ Gesù avrebbe detto: ‘Fateli sedere! Fateli entrare! La condivisione porterà un’altra volta a compiere un miracolo.

Ora leggo attentamente i bollettini delle varie Province, specialmente di quelle dell’Europa del Nord, per vedere come si stanno muovendo i miei frati in questo ambito e constato con soddisfazione che a Vienna hanno accolto una famiglia, che al convento di noviziato a Salisburgo hanno accolto alcuni giovani siriani, che al Convento di Friburgo in Svizzera hanno messo a disposizione una intera ala dell’immobile e via dicendo. Ho pure letto che qua e là vi sono delle resistenze, ma la cosa non mi spaventa. È risaputo che non pochi religiosi aderiscono a posizioni politiche che solo difficilmente si riesce ad armonizzare con il Vangelo. Anche dalla Germania arrivano segnali positivi. Inoltre i frati avvertono una certa pressione da parte della popolazione che si attende che i religiosi, siano i primi a dare il buon esempio in questi tempi di emergenza e mettano a disposizioni conventi vuoti o in parte abbandonati.

Nel mese di febbraio ho visitato i miei confratelli in Francia e lì mi sono imbattuto in una situazione abbastanza strana: a Blois eravamo disposti a mettere a disposizione dei rifugiati la struttura di accoglienza per i pellegrini, una struttura ampia e in buono stato, ma le autorità ci hanno detto che non vi avrebbero contribuito in alcun modo e che avremmo dovuto assumerci anche tutti i rischi del caso. Passando in un convento piccolino, ma dove i frati vivono una vita semplice e ben inserita nel tessuto cittadino, mi sono visto mettere tra le mani una busta con mille euro da usare per qualche progetto a favore dei rifugiati. Questo gesto mi ha rallegrato perché compiuto da una fraternità che non naviga affatto nell’abbondanza. Questi gesti di condivisione sono importanti per poter dare continuità a progetti come quelli di Beirut, di Malta e di Mersin in Turchia, dove pure accogliamo delle famiglie di rifugiati.

Vi ho raccontato questo e quasi mi vergognavo nel farlo perché mi rendo conto che è ben poca cosa nei confronti di un’emergenza grandissima e sapendo che potremmo fare molto di più. Sono convinto che coloro che si lasciano toccare dalla sofferenza provata da tante persone alla ricerca di sicurezza e futuro e che sono disposte a condividere con loro uno spazio o anche solo una somma di denaro, ne usciranno umanamente più ricche e mature. E dove a compiere questi gesti sono delle fraternità sia piccole che grandi, anch’esse compiranno un salto di qualità nel loro vivere comune. È ora che mi fermi e dia la parola a voi per allargare il dialogo e per vedere cosa possiamo fare insieme per piccoli gruppi per alleviare tanta sofferenza!

Fra Mauro Jöhri OFMCap