SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – C

S’affatica la terra nel dare pane,

impregnata dal nostro sudore,

tra spine e roveti pungenti

spunta, segno di vita, il grano.

Cammina la Chiesa nel deserto,

al riparo dalle insidie del drago,

nutrita del pane, sceso dal cielo,

e dissetata di Spirito dal calice.

O sobria ebbrezza dello Spirito,

Eucaristia, che generi i martiri,

chi di te vuol saziarsi e deliziarsi,

puro sia nel corpo e nella mente!

Chi in te s’affatica nel suo spirito,

in te troverà sollievo e quiete;

chi ti vive con vuoto impegno,

triste e annoiato attende la fine.

O mensa sorgente di vita vera,

che ogni giorno ci riveli l’amore

che mai si stanca di donarsi,

nel caldo amplesso del Padre.

PRIMA LETTURA                                            Gn 14,18-20

Dal libro della Gènesi

18 In quei giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole:

Melchisedek (lett.: Malki-Zedeq) Il suo nome significa re di giustizia, re che agisce con giustizia, caratteristica questa che sarà propria dei re di Gerusalemme (cfr. riguardo a Davide, 2Sam 8,15).

Origene e Didimo affermano che è una creatura celeste, un angelo.

La tradizione rabbinica lo identifica con Sem.

Re di Salem, ben presto Salem coincise con Gerusalemme (cfr. Sal 76,3).

Offrì (lett.: fece uscire. cfr. Sal 104,14: per far uscire il pane dalla terra.

Il pane, che Malki-Zedeq fece uscire, è dalla terra e non dal cielo: infatti solo il Padre dà il pane dal cielo, quello vero (cfr. Gv 6,32).

Pane e vino. Anche la Sapienza in Gerusalemme imbandisce la mensa con pane e vino (Pr 9,5).

L’origine misteriosa del pane e del vino (fece uscire) è in rapporto alla realtà di cui questo pane è simbolo. Melkisedek fa uscire da Salem il pane e il vino con cui rifocillare Abramo e i suoi uomini, cioè li fa partecipare a un pasto sacro offerto al Dio Altissimo.

Abramo accetta di partecipare a questa mensa riconoscendola pura. Infatti, come precisa dopo, il Dio Altissimo è il Signore (cfr. v. 22: Il Signore Dio Altissimo, creatore del cielo e della terra). All’acqua, che abitualmente si offriva a coloro che ritornavano dalla guerra (cfr. Is 21,14: Andando incontro agli assetati, portate acqua. Abitanti del paese di Tema, presentatevi ai fuggiaschi con pane per loro), Melkisedek sostituisce il vino anticipando le offerte rituali nel tempio e il memoriale dell’unico e perfetto sacrificio.

Ed Egli era sacerdote per Dio Altissimo. Si discute se era solo sacerdote del Dio Altissimo o adorava altri dei accanto a lui. Il testo sacro vuole porre l’attenzione su questo rapporto di Melkisedek con il Dio unico; è in questo che egli incontra Abramo ed è da questi venerato con il dono delle decime.

19 «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,

creatore del cielo e della terra,

20 e benedetto sia il Dio altissimo,

che ti ha messo in mano i tuoi nemici».

E [Abramo] diede a lui la decima di tutto.

La benedizione di Melkisedek è la benedizione di un re che appartiene alle Genti; è perciò l’inizio dell’attuarsi della benedizione divina ad Abramo: «in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gn 12,3).

Questa benedizione proviene da Dio, che dà origine ai cieli e alla terra ed è l’Altissimo. Essa quindi si estende non solo a una terra ma abbraccia il cielo e la terra e già indirizza il nostro sguardo al seme di Abramo, il Cristo (cfr. Gal 3,16: Non dice la Scrittura: «e ai tuoi discendenti», come se si trattasse di molti, ma e alla tua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo). In Lui la benedizione si estende a tutti secondo il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra (Ef 1,10).

La benedizione è discendente (da Dio ad Abramo) e ascendente (verso Dio): non si può benedire senza benedire prima Dio, non si può chiedere senza prima aver ricordato le sue opere misericordiose e meravigliose.

  1. Umberto: sono convinto della legittimità dell’interpretazione di Eb: se si considera la natura dei testi e le cose che dicono appare evidente la straordinarietà di questo gesto: [La lettera agli] Ebrei individua una linea portante di tutta la rivelazione dell’A.T. Nell’offerta del Messia che è sacerdote secondo questo ordine, si evidenzia il tema di Dio nell’elezione e di Dio nella creazione. Il sacerdozio di Melchìsedek non si innesta nella storia della salvezza ma la precede e orienta questo momento precedente al momento del Cristo. Non c’è nulla al di fuori dell’Eucaristia. Tutto è messo dentro dalla creazione fino al ritorno e tutti i popoli. Quindi l’Eucaristia si realizza pienamente, c’è il dono che unisce le lingue.
  2. Giuseppe: tornando alle fonti della nostra esperienza questo contiene due indicazioni massimamente forti che costituiscono la sostanza della nostra esperienza e dei nostri modi di vedere. Perché ci è caro questo testo relativo a Melchìsedek? In realtà percorre tutta la Scrittura e l’area intertestamentaria.

Se la lettera agli Ebrei dà ad esso qualche pienezza di significato, d’altra parte questo non è senza precedenti: Melchìsedek è uno degli anelli più forti che unisce le due parti della Scrittura. È fondamentale per la nostra esperienza della Scrittura. Accostando la linea dell’elezione che ci concentra sull’eletto in Cristo e l’altra linea cioè l’universalità, si vede come Melchìsedek è una cerniera. Egli si pone in rapporto a tutta l’esperienza sacrificale e la ricapitola tutta in Cristo. Iddio scrive tutta la storia spirituale e delle fedi in modo unitario e questo ci fa sentire come l’Evangelo sia tutto. È terribile abbaglio cercare altrove la salvezza o il rimedio al male per noi o per gli altri. Qui nello sfondo c’è il Vangelo di oggi. Di fronte a quello che i discepoli dicono di andare a cercare altrove, c’è un gesto che ripetiamo ogni giorno. E qui c’è la totalità e l’unità ed è solo in rapporto alla fede che questa benedizione si attualizza e prende in sé i bisogni dell’umanità (Eremo di san Salvatore, appunti di omelia, 9.6.1977).

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 109

R/.       Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore.

Oracolo del Signore al mio signore:

«Siedi alla mia destra

finché io ponga i tuoi nemici

a sgabello dei tuoi piedi».                     R/.

Lo scettro del tuo potere

stende il Signore da Sion:

domina in mezzo ai tuoi nemici!             R/.

A te il principato

nel giorno della tua potenza

tra santi splendori;

dal seno dell’aurora,

come rugiada, io ti ho generato.           R/.

Il Signore ha giurato e non si pente:

«Tu sei sacerdote per sempre

al modo di Melchìsedek».                     R/.

SECONDA LETTURA                                    1 Cor 11,23-26

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Fratelli, 23 io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane

La notte dell’origine della Cena del Signore non è più chiamata la «notte di Pasqua» ma la notte in cui veniva tradito. Si rileva la sua consegna, il cui primo anello è costituito da Giuda. Attraverso queste successive consegne, Gesù è dato anche a noi. La sua consegna, anche nelle mani di Giuda, è il segno dell’amore, che diventa norma per il discepolo.

24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».

Rendere grazie. Accompagna la frazione del pane, sia nella moltiplicazione (cfr. Mt 15,36; Mc 8,16; Gv 6,11 cfr. 6,23) come nell’ultima Cena (cfr. Mt 26,26; Lc 22,19). Nella Cena il termine appare pure nel dono del Calice (cfr. Mt 26,27; Mc 14,23). Rendere grazie è pronunciare la benedizione che precede il gesto dello spezzare il pane e del dare il calice. Molto sviluppata è la benedizione sul calice.

Spezzare. Nei Vangeli sinottici ricorre nei racconti delle moltiplicazione dei pani e dell’ultima Cena. Nella 1Cor è usato per il Corpo del Signore (10,16; 11,24; cfr. 24b: Questo è il mio corpo che per voi è spezzato testimoniato da antichi codici autorevoli, da S. Basilio e da S. Giovanni Crisostomo). Da qui deriva l’espressione «La frazione del pane» testimoniata da Luca nell’Evangelo (24,35) e negli Atti (2,42). Molto usato è pure il termine frammenti per indicare il pane avanzato dalla moltiplicazione (Mt 14,20; 15,37; Mc 6,43; 8,8.19.20; Lc 9,17; Gv 6,12.13).

Nell’antichità il pane non veniva tagliato ma spezzato. «Durante il pasto – il pasto quotidiano o il banchetto con ospiti o anche la cena solenne che si svolge secondo un rito preciso la sera di Pasqua, all’inizio del sabato ecc. – il padrone di casa, dopo una preghiera di ringraziamento, spezza il pane e ne porge un pezzo ai commensali» (GLNT,Behm).

Il padre di famiglia,spezzando il pane e distribuendolo distribuisce ai commensali ciò che in ogni pasto costituisce l’elemento principale. L’espressione spezzare il pane diviene in seguito tipica per esprimere la cena del Signore cfr. At 20,7: il primo giorno della settimana ci eravamo uniti per spezzare il pane. Lo stesso uso è testimoniato dalla Didachè: nel giorno del Signore raccoglietevi a spezzare il pane (14,1) e da S. Ignazio martire: in una concordia stabile spezzando l’unico pane (Ef 20,2). In seguito prevalse l’uso del termine Eucaristia.

Memoria. La parola memoria è memoriale «va intesa come un atto o una celebrazione che in qualche modo rende “presente” l’avvenimento ricordato (cfr. Es 12,14). Per questo nel rito della celebrazione della pasqua, il padre di famiglia deve parlare in prima persona: “Quando sono uscito dall’Egitto”; e la Mishnà (il primo nucleo del Talmùd) precisa: «il padre parlerà ai figli come se fosse egli stesso uscito dall’Egitto». Il memoriale biblico/ebraico e anche cristiano è dunque un evento del presente» (E. Lodi). Esso ha pure una forza escatologica: ripetendo quanto ha fatto Gesù per suo comando, ne affrettiamo il compimento con la sua venuta gloriosa.

25 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».

Alleanza. Nuova alleanza. Chiaro riferimento a Gr 31,31. Gesù intende affermare che essa ora si realizza non più nel sangue di vitelli e di capri ma nel suo sangue. Nel testo di Geremia si contrappone l’alleanza conclusiva all’uscita dall’Egitto con questa nuova alleanza le cui caratteristiche sono definite nei vv 33-34. Questo testo di Geremia caratterizza l’attesa del Messia come di Colui che realizza la nuova alleanza.

Gesù durante l’Ultima Cena, donando il calice della benedizione, afferma che il suo sangue versato sulla Croce e contenuto sacramentalmente nel calice dà inizio a questa nuova alleanza in cui il rapporto tra Dio e l’uomo non passa più attraverso la Legge ma attraverso l’Evangelo e non si fonda più sulle opere della Legge ma sulla fede.

26 ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

Il gesto, che noi oggi chiamiamo comunione, è visto dall’apostolo come annuncio della sua morte fino alla sua venuta gloriosa. Perché questo gesto, da noi interiorizzato come incontro con Gesù, è definito dall’apostolo annuncio della morte del Signore? La sua morte è annunciata mediante il pasto sacro, dove la vittima è consumata. Così per noi è possibile mangiare sacramentalmente la carne del Signore e berne il sangue perché Egli è veramente morto ed è risorto. Se Gesù non fosse morto la sua carne non potrebbe essere nostro sacrificio e non di  potrebbe costituire un banchetto sacro.

  1. Giuseppe: ogni potere dato agli uomini sulla terra è dipendente dalla consapevolezza dell’annuncio della morte del Signore. È stato dato all’uomo questo potere. Non si può rispondere ai bisogni incalzanti dell’umanità se non nel mistero dell’Eucaristia.
  2. Umberto: è importante il fatto che Paolo l’ha ricevuto dal Signore: è l’unico caso in cui Paolo riporta ampiamente delle parole del Cristo; questo è importante perché fa comprendere come sia essenziale l’Eucaristia per la vita della Chiesa. Ha visto il Signore e da Lui ha appreso che cos’è l’Eucaristia e da Lui ha ricevuto parola per parola, per cui l’Eucaristia è fissa in modo assoluto. Quindi l’uomo non può nulla di fronte al comando invariabile del Signore.
  3. Giuseppe: sono persuaso che qui dal Signore dica una trasmissione diretta contro una certa esegesi. La Chiesa che poi tipizza l’espressione liturgica dell’istituzione, si muove dalla fonte originaria. La formula solenne dice che Paolo quel che ha ricevuto dal Signore direttamente, lo ha trasmesso direttamente. Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia ci portiamo a un contatto col Signore per cui la trasmissione delle generazioni è totalmente trascesa. Ogni volta è un atto nuovo direttamente attinto dal Cristo che supera ogni scadimento e deviazione. A un’Eucaristia consapevolmente vissuta a certe condizioni e immersa nella totalità della Parola, senza eccezioni e lacune e tagli insidiosi, corrisponde sempre un atto rigenerante riguardo a quegli scadimenti delle generazioni; infatti l’Eucaristia è l’impluvio in cui cadono tutte le realtà positive e negative delle singole Chiese. Vorrei fermarmi nelle ultime parole specialmente su annunciate. L’annuncio è portato al suo contenuto (la morte) e al suo termine (il suo ritorno).

Qui è detto tutto e in modo discriminante; al di fuori di questo l’Eucaristia degenera. Deve essere incentrata sulla morte del Signore è una linea sottilissima nella quale tenersi: è annuncio di morte e operazione di morte del Signore e nostra, beatificante e glorificante, ma è morte. Tutto ciò che tende e formulare la morte e a non esplicitarla deforma l’Eucaristia. Tutto ciò che fa emergere altre cose deforma l’Eucaristia. Vediamo in casa nostra l’annuncio: l’omelia per noi consiste essenzialmente sull’annuncio di questa morte che ci diamo vicendevolmente. Vi è l’annuncio dato al Padre, e agli angeli e a tutta l’umanità e in particolare alla Chiesa e quindi alla nostra Chiesa: ogni Eucaristia è dentro la Chiesa. L’Evangelo ci fa vedere un’articolazione di piccoli gruppi. Il nostro impegno deve essere inteso in questo modo: tutto deve convergere alla purezza e assolutezza dell’annuncio reciproco. Noi dobbiamo sempre più chiederci come noi ci comportiamo nell’Eucaristia in rapporto all’annuncio vicendevole. Non è questione di stili, ma è soprattutto problema di consegna interiore alla morte del Signore, in una consegna reciproca radicale. In questo atto ci consegniamo massimamente, infatti non è ci è possibile sottometterci reciprocamente nel resto della giornata se non c’è un atto di morte e sottomissione reciproca nell’Eucaristia. Intendendo la parola: sottomettetevi gli uni agli altri come Cristo si è sottomesso, dobbiamo dire che questo si realizza massimamente nell’Eucaristia. Se no l’Eucaristia diventa spettacolo o un convivio fraterno. È solo su questa linea intensissima della morte che l’Eucaristia diventa solida e ci partecipa l’energia della sua morte e risurrezione. Questo è l’essere chiamati alla vita comune. È proprio lì che si scatena l’autonomia e la ribellione e quindi in ultima istanza il rifiuto di morire. A questo si contrappone il desiderio di vita individuale che paralizza e invilisce l’Eucaristia.

Un’altra cosa: abbiamo detto che l’annunzio deve essere gratuito: questo vale soprattutto per l’Eucaristia dove l’annunzio deve essere gratuito. È rinunzia ad ogni compensazione. Quante volte e in quanti modi e tempi ricerchiamo questo che ci debba venire dall’insieme o dall’altro. Dobbiamo abbandonare forse anche questo. A Gerico non c’è questo e non ci può essere. È come bruciare le radici dell’albero e sotto a questo aspetto è morte di cui dopo si sente la forza – finché il Signore ritorni. È inutile, se non viene tenuta purissima la dimensione escatologica e se non è sempre più esplicitata questa dimensione, essa degenera, esce dal piano di Dio o diventa la figura di un’altra cosa. Essa si riempie di sottintesi ideologici, conviviali e politici che noi radicalmente rifiutiamo. Ora non sono più sottintesi ma esplicitazioni. Per questo l’Eucaristia non può servire a niente.

Allora all’Eucaristia è estranea una dimensione terrestre e corporea? No essa infatti investe, in un altro ordine, il nostro corpo cioè in rapporto alla venuta di Cristo: infatti predispone il nostro corpo alla risurrezione (non sarebbe predisposto se non ricevesse l’Eucaristia): questa è la dimensione terrestre dell’Eucaristia. Quindi nel nostro vivere comune essa sana il peccato: è questa la sua dimensione temporale ed è questa la forza dell’Eucaristia. È l’unico rimedio contro il peccato in rapporto al Signore che viene come giudice dopo essere stato ora nell’Eucaristia il medico che sana. L’Eucaristia compone adesso tutto l’uomo sanandolo dalle radici e Cabasilas dice che bisogna partecipare all’Eucaristia da attivi e non da pigri: infatti dobbiamo massimamente lavorare nell’Eucaristia. Dice: Guadagnatevi il cibo che non perisce (Gv 6,27). Soprattutto ce lo guadagniamo nell’Eucaristia. La pigrizia: noi siamo ancora pigri nell’Eucaristia. È in rapporto al ritorno del Signore. Camminate finché c’è luce. Dovremmo essere sfiniti dopo l’Eucaristia ma confermo sfinimento che riprende forza.

L’ho detto questo, deve essere annuncio di morte e dobbiamo quindi sottometterci in questo momento. Dobbiamo guardarci dalle deformazioni sempre più invadenti. C’è una cosa che non va: l’Eucaristia sta slittando in una «sine-cura» senza impegno e sforzo: queste messe amministrate ai cristiani sempre più corte. Questa è la tragedia vera. Viene realizzata con una pigrizia tale e qui la riforma è stata favorevole alla pigrizia. A questo punto bisognerebbe abolire le Messe quotidiane. Un’Eucaristia senza impegno, fatica e sforzo, ridotta ai minimi termini. Quindi il paradosso delle nostre Eucaristie è per porre un rimedio. Questo è legato al problema del tempo, della vigilanza e della fatica. Sempre più batto il chiodo della nostra alzata: l’Eucaristia è anche obbedienza al comando del Signore: col lavoro della fronte ecc. e quindi deve essere fatta nella fatica e non breve. Se invece diventa breve allora essa diventa un laccio del demonio, la sua mensa diventi un laccio (sal 68,23). Bisogna avere una fiducia che se spendiamo le nostre forze nell’Eucaristia essa ci restituisce forza e tempo. Allora fino a che il Signore non venga (Eremo di san Salvatore, appunti di omelia, 9.6.1977).

SEQUENZA

La sequenza è facoltativa e si può cantare o recitare anche nella forma breve, a cominciare dalla strofa: Ecce panis.

[Lauda Sion Salvatórem,

lauda ducem et pastórem,

in hymnis et cánticis.

Quantum potes, tantum aude:

quia maior omni laude,

nec laudáre súfficis.

Laudis thema speciális,

panis vivus et vitális

hódie propónitur.

Quem in sacrae mensa cenae,

turbae fratrum duodénae

datum non ambígitur.

Sit laus plena, sit sonóra,

sit iucúnda, sit decóra

mentis iubilátio.

Dies enim sollémnis ágitur,

in qua mensae prima recólitur

huius institutio.

In hac mensa novi Regis,

novum Pascha novae legis,

Phase vetus términat.

Vetustátem nóvitas,

umbram fugat véritas,

noctem lux elíminat.

Quod in cena Christus gessit,

faciéndum hoc expréssit

in sui memóriam.

Docti sacris institútis,

panem, vinum in salútis

consecrámus hóstiam.

Dogma datur christiánis,

quod in carnem transit panis,

et vinum in sánguinem.

Quod non capis, quod non vides,

animósa firmat fides,

praeter rerum órdinem.

Sub divérsis speciébus,

signis tantum, et non rebus,

latent rex exímiae.

Caro cibus, sanguis potus:

manet tamen Christus totus

sub utráque spécie.

A suménte non concísus,

non confráctus, non divísus,

ínteger accípitur.

Sumit unus, sumunt mille:

quantum isti, tantum ille:

nec sumptus consúmitur.

Sumunt boni, sumunt mali:

sorte tamen inaequáli,

vitae vel intéritus.

Mors est malis, vita bonis:

vide paris sumptiónis

quam sit dispar éxitus.

Fracto demum sacraménto,

ne vacílles, sed meménto,

tantum esse sub fragménto,

quantum toto tégitur.

Nulla rei fit scissúra,

signi tantum fit fractúra,

qua nec status, nec statúra

signati minúitur.]

Ecce panis angelórum,

factus cibus viatórum:

vere panis filiórum,

non mitténdus cánibus.

In figúris praesignátur,

cum Isaac immolátur:

agnus Paschae deputátur,

datur manna pátribus.

Bone pastor, panis vere,

Iesu, nostri miserére:

tu nos pasce, nos tuére:

tu nos bona fac vidére

in terra vivéntium.

Tu qui cuncta scis et vales,

qui nos pascis hic mortáles:

tuos ibi commensáles,

coherédes et sodáles

fac sanctórum cívium.

[Sion, loda il Salvatore,

la tua guida, il tuo pastore

con inni e cantici.

Impegna tutto il tuo fervore:

egli supera ogni lode,

non vi è canto che sia degno.

Pane vivo, che dà vita:

questo è tema del tuo canto,

oggetto della lode.

Veramente fu donato

agli apostoli riuniti

in fraterna e sacra cena.

Lode piena e risonante,

gioia nobile e serena

sgorghi oggi dallo spirito.

Questa è la festa solenne

nella quale celebriamo

la prima sacra cena.

È il banchetto del nuovo Re,

nuova Pasqua, nuova legge;

e l’antico è giunto a termine.

Cede al nuovo il rito antico,

la realtà disperde l’ombra:

luce, non più tenebra.

Cristo lascia in sua memoria

ciò che ha fatto nella cena:

noi lo rinnoviamo.

Obbedienti al suo comando,

consacriamo il pane e il vino,

ostia di salvezza.

È certezza a noi cristiani:

si trasforma il pane in carne,

si fa sangue il vino.

Tu non vedi, non comprendi,

ma la fede ti conferma,

oltre la natura.

È un segno ciò che appare:

nasconde nel mistero

realtà sublimi.

Mangi carne, bevi sangue;

ma rimane Cristo intero

in ciascuna specie.

Chi ne mangia non lo spezza,

né separa, né divide:

intatto lo riceve.

Siano uno, siano mille,

ugualmente lo ricevono:

mai è consumato.

Vanno i buoni, vanno gli empi;

ma diversa ne è la sorte:

vita o morte provoca.

Vita ai buoni, morte agli empi:

nella stessa comunione

ben diverso è l’esito!

Quando spezzi il sacramento

non temere, ma ricorda:

Cristo è tanto in ogni parte,

quanto nell’intero.

È diviso solo il segno

non si tocca la sostanza;

nulla è diminuito

della sua persona.]

Ecco il pane degli angeli,

pane dei pellegrini,

vero pane dei figli:

non dev’essere gettato.

Con i simboli è annunziato,

in Isacco dato a morte,

nell’agnello della Pasqua,

nella manna data ai padri.

Buon pastore, vero pane,

o Gesù, pietà di noi:

nùtrici e difendici,

portaci ai beni eterni

nella terra dei viventi.

Tu che tutto sai e puoi,

che ci nutri sulla terra,

conduci i tuoi fratelli

alla tavola del cielo

nella gioia dei tuoi santi.

CANTO AL VANGELO                                        Gv 6,51

R/.       Alleluia, alleluia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,

se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Lc 9,11b-17

 Dal vangelo secondo Luca

11 In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.

I Dodici tornano dopo essere usciti da Lui.

Leggiamo Is 55,1-13. Nella missione dei Dodici si sta realizzando questa pagina: il popolo assetato viene da Gesù (1-3a) lo ascolta e si sazia; Egli è il principe e sovrano delle nazioni (3b-5); è stata annunciata la conversione (6-9). Egli è la Parola che, uscita dalla bocca paterna torna a Lui dopo aver compiuto la sua opera (12-13). Come Gesù così anche gli apostoli sono usciti da Lui e a Lui ritornano e gli raccontano tutto. (cfr. At 14,27). Gesù si ritira con i suoi: dopo la fatica dell’annuncio è necessario questo ritirarsi in disparte. Qui lo spirito si ritempra accanto al Signore, qui diviene visibile la chiesa che si nutre del cibo che scaturisce dalla  benedizione del Signore.

Egli si ritira verso la città di Betsàida, come in Giovanni, il luogo dove il Signore benedice i pani è vicino a Tiberiade

Gli apostoli non tornano soli ma con le folle, che seguono Gesù (seguono, indica che diventano sue discepole).

Gesù le accoglie (diventano suoi familiari) e parla (il verbo indica un colloquiare familiare e prolungato; a differenza di annunziare che indica un’azione compiuta passando come fa l’araldo).

Il Signore continua a fare con autorità e potenza proprie quello che ha comandato ai Dodici di fare. Vi è ininterrotta continuità tra l’azione di Gesù e quella dei suoi.

12 Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».

Il giorno è al tramonto (vedi 24,12), è l’ora della Cena: per questo non si può congedare il popolo perché è giunta l’ora d’introdurli nei divini misteri. Infatti si sta rivelando Colui che nel deserto aveva nutrito i padri con la manna e le quaglie (cfr. Es 16; Nm 11,31-34).

Luca fa un riferimento esplicito al deserto; infatti è l’unico che riporta l’espressione: per tutto questo popolo (cfr. Nm 11,12; Es 18,18-23). Dopo aver guarito quanti a Lui accorrono, Gesù attende quest’ora per nutrirli. Egli prepara i  suoi alla mensa eucaristica che essi dovranno preparare nella Chiesa; per questo comanda agli apostoli di dare da mangiare al popolo.

«Gesù si vede invitato dai Dodici a congedare la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne d’intorno per alloggiare e trovare cibo, perché qui siamo in una zona deserta. Questa è la dichiarazione che abitualmente si fa nel momento in cui si accosta la condizione della folla con criteri puramente umani. È vero, se il luogo è deserto, se non c’è il modo di trovare cibo, se non c’è un luogo dove alloggiare, allora si può congedare la folla. Il mondo dice che non ci sono i mezzi. C’è però una svolta in questo vangelo. La svolta consiste nella frase di Gesù: “dategli voi stessi da mangiare”. Il che può equivalere a dire: fatevene carico. In quel modo che avete visto fare da me, cioè parlate loro del regno di Dio e guarite anche dalla fame coloro che hanno bisogno di cure. Questa è la svolta. Si tratta di passare da un servizio inteso come assistenza a un servizio inteso come condivisione e immedesimazione, Si tratta di passare da quella condizione che mette noi e le nostre forze al centro, o le forze delle nostre parrocchie al centro, per passare a quella condizione che pone invece i gesti di Gesù, i gesti del vangelo, al centro» (Diaconia).

13 Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».

Gesù comanda agli apostoli di nutrire il popolo e di fronte alla loro impotenza, da essi riconosciuta, prende quello che hanno. Come in precedenza ha dato loro potere e autorità su tutti i demoni e di guarire le malattie, così ora conferisce loro il potere di nutrire il  popolo cristiano. Tuttavia ogni potere e autorità appartengono al Cristo perché è Lui che opera attraverso di loro. Come in questa cena così nell’Eucaristia vi è sempre sproporzione tra quanto noi mettiamo a disposizione e il suo dono. Con cinque pani e due pesci vengono sfamate cinquemila persone, allo stesso modo il pane e il vino che noi diamo, diventando il Corpo e il Sangue di Cristo, sfamano l’intero popolo cristiano.

14 C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». 15 Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.

Tutto avviene con ordine: infatti il popolo si adagia a gruppi a questa mensa preparata dal Signore nel deserto (cfr. Sal 77,1s), dando così un carattere pasquale alla cena. Infatti durante la cena pasquale si mangiava, secondo l’uso romano, adagiati sui divani, per dare risalto alla propria libertà e fare scomparire ogni distinzione tra ricco e povero, schiavo e libero.

16 Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.

I gesti della benedizione (alzò gli occhi al cielo, recitò su id essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli) rivelano in Lui il Signore. Sono gli stessi gesti dell’Ultima Cena (22,19) e della Cena di Emmaus (24,30) che continuano, nella Chiesa, nell’Eucaristia.

17 Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Tutti mangiarono a sazietà, il Messia è presente e dalla sua pienezza Egli sazia (cfr. Gv 1,16).

Dodici ceste, è il numero degli apostoli e delle dodici tribù d’Israele. Da quello che distribuiscono essi sono nutriti in sovrabbondanza: date e vi sarà dato … (6,36).

Note

«Dal punto di vista della storia delle religioni, l’incontro fra Abramo e Melchisedek (cfr. 1a lettura) è l’incontro fra il popolo scelto da Dio e la tradizione di un popolo preesistente in Canaan; alla luce della fede questo incontro cosa significa? Il culto esistente in Gerusalemme faceva parte della tradizione primitiva; ad esso si accosta Abramo, portatore di una parola di Dio più diretta e chiamato ad essere nostro padre nella fede. Tutti i popoli del mondo, tutte le nazioni convergono in quel punto che è la Parola che si incarna in Gesù: Abramo assume da Melchisedek questo segno. I popoli portano la loro ricchezza ad Abramo in questo incontro ‑ segno: tutto ciò che c’è di buono e di santo nella conoscenza di Dio in tutto il mondo viene assunto ed offerto ad Abramo. Così ogni atto, ricerca, storia diventa vera nella eucaristia: tutto è offerto al Messia e per Gesù e in Gesù ‑ al Padre.

Credo sia la prima volta che si legge questo brano di Melchisedek. C’è un segno permanente che va al di là di tradizioni etiche e persino religiose: il pane e il vino cibo e bevanda degli uomini. Si tratta di capire bene la portata di questo segno: ci sono livelli diversi di interiorizzazione di questo segno; per noi cristiani la densità propria di questo segno sta nel riconoscervi il culmine della economia divina (cfr. il brano di s. Paolo: v. 22: «avete le vostre case per mangiare e bere. O disprezzate la chiesa di Dio»). S. Paolo non dice che non abbia valore il mangiare e il bere nelle proprie case ma dice che l’assemblea liturgica è un’altra cosa. Una cosa è il segno nella tradizione stessa di Melchisedek, una cosa è il segno di cui parla Paolo: è una consegna del Corpo e del Sangue di Cristo. Il segno di Melchisedek è profezia, ma ombra dell’eucaristia, così come ombra è il mangiare e il bere nelle vostre case.

Che valore conserva questa festa, anche in rapporto alla vita sociale? Intanto, in funzione di questo segno, esercitare una effettiva giustizia e carità; e c’è ancora di più.

Cf Dt 8,2-5: Se noi cristiani richiamiamo questo segno dobbiamo anche ricordarci che «non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»; il Vangelo che abbiamo ascoltato dimostra che Dio si riserba di sfamare l’uomo con improvvisi segni di potenza. L’uomo con le sue mani non ci arriva, ma anche se ci arrivasse dovrebbe comunque ammettere che c’è una operazione di Dio che va al di là (Dt 8,6ss., specie in vv. 14, 15, 16, 17, 18).

L’uomo deve arrivare a riconoscere che c’è un cibo sconosciuto, puro dono di Dio, ch’egli non può costruire come si costruisce degli idoli, opera delle mani dell’uomo e questo vale per tutti gli uomini» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 10.6.1971).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Innalziamo la nostra preghiera al Signore in unione spirituale alla Vittima santa presente tra noi.

Salva Signore il tuo popolo.

  • Perché tutti i membri della Chiesa siano fortificati dal Pane della vita e irradino nel mondo la luce evangelica, preghiamo.

  • Per i vescovi, i presbiteri, i diaconi e tutti i ministri perché, sempre più assorbiti dal mistero che celebrano, edifichino il popolo cristiano e innalzino lodi gioiose al nostro Dio, preghiamo.

  • Per i piccoli, che si accostano per la prima volta alla mensa del Signore, perché crescano in sapienza, età e grazia, ovunque portando il profumo di Gesù, preghiamo.

  • Perché lo spezzare il pane celeste ci porti a condividere quello terreno, preghiamo.

  1. Dio Padre buono, che ci raduni in festosa assemblea per celebrare il sacramento pasquale del Corpo e Sangue del tuo Figlio, donaci il tuo Spirito, perché nella partecipazione al sommo bene di tutta la Chiesa, la nostra vita diventi un continuo rendimento di grazie, espressione perfetta della lode che sale a te da tutto il creato.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.