Profezia della vita consacrata: memoria Jesu

Francesco Cereda

 

La categoria di “profezia” costituisce uno dei linguaggi che oggi la teologia e il magistero privilegiano per esprimere l’identità e la missione della vita consacrata nella Chiesa e nel mondo.Come già aveva detto incontrando i Superiori generali della USG, nella Lettera apostolica a tutti i consacrati in occasione dell’Anno della Vita Consacrata, che porta la data del 28 novembre 2014, Papa Francesco afferma:

Mi attendo che “svegliate il mondo”, perché la nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia. Come ho detto ai Superiori Generali «la radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico». È questa la priorità che adesso è richiesta: «essere profeti che testimoniano come Gesù ha vissuto su questa terra … Mai un religioso deve rinunciare alla profezia» (29 novembre 2013).

 

Il riferimento alla dimensione profetica evidenzia come l’ecclesiologia contemporanea, a partire dal Concilio Vaticano II, abbia riscoperto l’irriducibilità della comunità ecclesiale alla sua struttura sacramentale e gerarchica e abbia acquisito più chiara consapevolezza del fatto che la dimensione carismatica è “co-essenziale” all’esistenza del popolo di Dio. Tale prospettiva, d’altra parte, si trova già sinteticamente formulata nell’affermazione della Lettera agli Efesini, secondo cui la Chiesa è edificata “sul fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Ef2,20). La presenza dell’elemento profetico a fianco di quello gerarchico-apostolico qualifica dunque in modo determinante la comunità cristiana. Per questo i carismi che lo Spirito Santo elargisce con abbondanza nel popolo di Dio non possono essere intesi come elementi opzionali e aggiuntivi rispetto a una struttura ecclesiale che sussisterebbe anche senza di essi.

 

La dimensione profetico-carismatica connota, come insegna LG 12, tutto il popolo di Dio. Essa però trova nella particolare forma di vita propria dei consacrati una sua manifestazione peculiare che mantiene tratti di sostanziale continuità, pur nella grande varietà delle sue concrete configurazioni storiche: dalla vita eremitica alla vita monastica, dagli ordini mendicanti alle congregazioni moderne, fino agli istituti secolari e alle nuove fondazioni. Tali tratti riguardano un modo di vivere la fede e di stare nella storia che non si realizza nelle condizioni comuni dell’esperienza umana, ma nella “forma di vita” che Cristo ha scelto per sé. Si comprende dunque l’invito che il Papa rivolge ai consacrati di “essere profeti che testimoniano come Gesù ha vissuto su questa terra”. “Veramente la vita consacrata costituisce memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù” (VC 22). “È questo il motivo per cui nella tradizione cristiana si è sempre parlato della obiettiva eccellenza della vita consacrata. (VC 18). Infatti “la vita consacrata ‘più fedelmente imita e continuamente rappresenta nella Chiesa, per impulso dello Spirito Santo, la forma di vita che Gesù, supremo consacrato e missionario del Padre per il suo Regno, ha abbracciato e ha proposto ai discepoli che lo seguivano” (VC 22).

 

Prendiamo per esempio in considerazione la profezia dei consigli evangelici. La verginità per il Regno, la povertà evangelica e l’obbedienza consacrata non costituiscono la forma ordinaria della sequela dei battezzati, ma sono doni dello Spirito per coloro che hanno ricevuto una particolare vocazione. Gesù non è venuto infatti ad annullare il legame tra l’uomo e la donna, il possesso dei beni e le iniziative della propria libertà, che sono come la grammatica della esperienza umana. Tale prospettiva sarebbe da considerare come espressione inaccettabile di una concezione gnostica, che pensa l’avvicinamento a Dio come disprezzo della creazione. Nelle condizioni ordinarie, invece, la fede si attua proprio nel porre le relazioni familiari, i beni di questo mondo e le energie dell’iniziativa umana nelle dinamiche dell’accoglienza della grazia.

 

L’alleanza tra Dio e il mondo nella creazione è, infatti, un punto fermo della nostra fede. Vivendo però in una storia abitata dal peccato, i credenti si trovano continuamente sfidati dalla mentalità di questo mondo, con le sue astuzie, i suoi compromessi, le sue pressioni al conformismo e alla mediocrità. In nome dei legami della carne e del sangue, delle leggi dell’economia e dell’autonomia dell’individuo, una visione della vita dimentica di Dio tende continuamente a presentarsi come il vero realismo capace di guidare le sorti dei singoli e dei popoli. Così ragionano le potenze di questo mondo, anche quando questo realismo conduce ad affamare gli ultimi, escludere i deboli, respingere gli stranieri, lasciare indietro chi non ce la fa. Il realismo mondano che regola molti aspetti della vita sociale genera così quella che Papa Francesco chiama “antropologia dello scarto”.

 

A questa antropologia la vita consacrata risponde con la testimonianza di una vita che è memoria vivente delle scelte di Gesù e della logica delle beatitudini. La profezia dei consacrati consiste dunque anzitutto in ciò che essi stessi sono con il loro modo di vivere. Nella loro forma di vita Dio dice al mondo e alla Chiesa una parola, che rende sempre nuovamente visibile la logica del Vangelo. Il consacrato, come i profeti biblici, viene dunque sottratto alle comuni condizioni di vita del popolo, non per essere al di sopra di esso, ma per divenire in mezzo a esso un segno eloquente.

 

La profezia della vita consacrata

realizza il proprio simbolo “eccezionale” per la via di un’audace sottrazione alle condizioni “comuni” della vita mondana. Ma in questa radicale sottrazione, tradizionalmente nutre la giusta ambizione di dare forma inequivocabile all’evidenza di quella figura essenziale della vita cristiana che è “comune” ad ogni credente.

Quando il Papa ci chiede di “svegliare il mondo”, egli ci sollecita a mostrare attraverso la libertà interiore, la fraternità evangelica, la dedizione agli ultimi, la consegna alla contemplazione, i tratti di un’umanità che il mondo facilmente dimentica o considera irrealizzabili. Si tratta di una profezia che riguarda la società, la storia, la cultura, ma che interpella anzitutto la Chiesa. Senza la provocazione della profezia della vita consacrata, il cristianesimo è esposto facilmente alla seduzione del ripiegamento mondano, alla tentazione del compromesso, alla riduzione della mediocrità. Proprio per sottrarre la fede all’insidia di un tale cedimento esiste permanentemente nella Chiesa la vocazione di coloro che sono disposti ad affrontare la battaglia contro le potenze mondane per far risplendere sempre e di nuovo la differenza. Così ha fatto Antonio nel deserto, reagendo a un cristianesimo tentato di accomodarsi nelle logiche del regime imperiale; così hanno fatto Benedetto nel disfacimento dell’impero romano, Francesco e Domenico nel momento del pericoloso intreccio tra verità evangelica e potere feudale, …

 

La profezia dei nostri fondatori, che hanno saputo risvegliare la Chiesa e il mondo con la loro configurazione al Signore Gesù, deve continuamente risuonare in noi con l’intensità di una Parola consegnata da Dio e mantenuta viva dal suo Spirito. In una cultura come la nostra tale profezia risuona nel richiamo di una vita concentrata sul primato di Dio, nella gratuità del dono di sé, nella rinuncia alla logica dell’autorealizzazione, nell’edificazione di comunità fraterne interculturali, nell’impegno per il dialogo interreligioso ecc. A questo punto la riflessione potrebbe proseguire, allargandosi alle sfide di oggi e alla risposta profetica che i consacrati sono chiamati a dare.