Viaggiatori con nostalgia di Cielo

Tutti siamo viaggiatori della vita e molti sono i modi di attraversare gli anni, ma la destinazione la decide chi ‘viaggia’. Una fame di Dio, per sé e per gli altri, morde dentro chi accetta di farsi discepolo di Cristo e si consacra a Lui. Se poi il discepolo ha più anni di … arrivi e partenze, ha anche qualcosa da dire su ciò che nel viaggio ci si porta dietro e magari si potrebbe abbandonare; su ciò che facilmente si abbandona e invece sarebbe bene portare con sé…  

Il tempo dell’essere mendicanti

Secondo la sapienza indiana è l’ultima ‘stagione’ della vita quella che ne rappresenta il vertice. Nel suo tempo più facilmente l’animo si purifica e il cuore in ricerca trova ciò che è essenziale. Il ‘tu’ allora diventa più importante, come anche imparare a stabilire con lui una relazione piena e gratuita. Certo è che quando si è vecchi, o anche in età più giovane se si è seriamente malati, cancellati orgoglio e possesso, si torna un po’ come bambini a dipendere dagli altri e dalla Provvidenza che in essi s’incarna. È il tempo della potatura e della spogliazione radicale, perciò dell’essere mendicanti!… In sintesi: è la chiamata più importante a procedere con sicurezza verso quel culmine del cammino credente che è l’esperienza dell’amore puro. Ma la fraternità concreta che ne scaturisce – autentica identità del credente in cui si esprime la misteriosa e quotidiana azione educatrice di Dio – non si improvvisa, non si può improvvisare. La si costruisce invece giorno per giorno, ogni volta che in cambio del dono della vita ricevuta ci si lascia formare dagli eventi e dalle mediazioni quotidiane, specialmente quelli/e che la persona non sceglie. Allora l’invecchiamento, il progressivo deperimento organico, la stessa eventuale malattia nella vita del discepolo e del consacrato non sono una sgradita possibilità o un’ingiustizia del ‘destino’, ma solo l’occasione per lasciarsi formare fino all’ultimo istante secondo i sentimenti del Figlio. Misteriosamente ma realmente.

… per tutti comincia da giovani

 “… In qualunque prova mi invocheranno, li esaudirò, e sarò il loro Signore per sempre” (Sir 36, 15 -16). Gesù viene incontro all’uomo che, immerso nella bufera della storia, grida ”non ce la faccio più!”. Però ai suoi discepoli che si lamentano rivolge una domanda che equivale ad un rimprovero: ”Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” (Mc 4, 35-41). Eppure quei discepoli avevano risposto semplicemente ‘sì’ quando egli aveva proposto loro: “Venite dietro a me”. E il loro ‘sì’ era e voleva essere serio. Perché allora arrivano quei momenti in cui ci si trova a guardare le proprie forze, ci si accorge di non farcela e si è travolti dalla paura che scoppia dentro? Se poi nel caos di quella paura si dimentica che la vita si gioca nel fidarsi, se ci si raggomitola su se stessi e si taglia alla radice il movimento di fiducia con cui si era detto ‘sì’, allora può essere davvero finita. In realtà ogni ‘sì’ alla vita richiede verifiche altrettanto ‘serie’. Si tratta di comprendere, come ricordava C. M. Martini, che “Dio è presente con noi in tutti i momenti misteriosi, nascosti e difficili della nostra esistenza”. In fondo si tratta di capire (o di non capire!) il modo della presenza di Gesù nella nostra storia. E farlo con la certezza nel cuore che i torrenti che si smarriscono nel deserto, non sono perduti del tutto (R. Tagore), proprio come i semi lasciati da Dio nella vita di ogni sua creatura. Nella vita di ognuno infatti rimane vivo il tempo dell’amore puro, o di qualcosa che gli assomiglia!… E da qualche parte è il luogo nascosto dove c’è chi è impegnato – con un successo che almeno Dio certamente registra – a rendere meno arida la terra, meno soli gli uomini, meno contraddittorio il cuore

Con la spiritualità del quotidiano…

Saggezza tipica del vecchio è “ciò che si viene a creare quando l’assoluto e l’eterno penetrano nella coscienza e da questa gettano luce sulla vita” (R. Guardini). Stando dietro alle semplici preoccupazioni quotidiane, infatti, si corre facilmente il pericolo di dimenticare chi si è veramente e quello che ci vive dentro. E allora si finisce per stare al mondo un po’ come se la vita esistesse solo per… mantenersi in vita. Preoccupati a volte più di se stessi e della propria salute, fino magari a desiderare di non guarire pur di rimanere al centro dell’attenzione generale. Eppure, nella confusione del campo di zizzania che è questa nostra terra, Dio sostiene ognuno con la sua incomprensibile pazienza, che rivolgerà tutto ancora in bene. Aspetta solo che ognuno viva in prima persona ogni piccola scelta per poter sciogliere i suoi blocchi nelle scelte importanti, nel perdono, nei rapporti con gli altri… Chiede solo:  “vegliate e pregate” (Matteo 26:41), nella coscienza che il Padre aspetta la nostra piccola vita fin dall’eternità. È questo che disintossica lo spirito. Così le tensioni si spengono e s’attutisce il narcisismo; il cuore comincia a sperimentare in modo nuovo e intenso altri gusti e sapori: la bellezza della solitudine, il silenzio, una nuova intimità con il Signore della vita… E ci si accorge che le cose che contano sono davvero molto poche, ma “la tua grazia, o Dio, vale più della vita”, di questa mia vita.

…e la comunità che diventa speranza
Amare non è fare delle cose straordinarie, eroiche, ma fare le cose normali con tenerezza. È troppo forte anche nei consacrati il pericolo di parlare troppo di ciò che non si vive, o di avere delle teorie senza averle vissute. Forse è anche vero che molti non si fanno capire perché temono di essere capiti. Ed è altrettanto vero che “ogni essere grida in silenzio per essere letto altrimenti” (S. Weil). Forse la fede è proprio questo leggere ed essere letti altrimenti! Coglie nel segno E. Bianchi quando dice: “Se non incontrassimo qualcuno che ripone fiducia in noi, qualcuno in cui riporre fiducia, non ci sarebbe vita interiore, ma semplicemente un fallimento dietro l’altro, in una rincorsa senza  senso e senza fine”. Certo è che più si avanza con l’età nella vita comunitaria, più si scopre che non si tratta tanto di risolvere dei problemi, quanto di imparare pazientemente a vivere con essi. Si scopre insomma che, nell’accoglienza del quotidiano, il nutrimento che apre e rinnova i cuori è  fatto solo di piccoli gesti con i quali si comunica fedeltà, umiltà, perdono, delicatezza… tutti segni che l’amore è possibile.

Indaffarati nell’inutile?

Come ogni famiglia, la comunità religiosa nei limiti del possibile cura i suoi anziani e se li tiene con sé. Ognuna può dire così con papa Francesco che una comunità è completa solo quando comprende almeno un membro della terza età (cosa non difficile, per altro, oggi). Ma nelle famiglie religiose quale concreto grado di attenzione e di energie si riserva per la formazione alla terza età e nella terza età?… Al di fuori di questa prospettiva, si rischia di ridurre gli anziani a un problema, o il problema degli anziani a un semplice dovere di carità e bontà fraterna, di cui i cosiddetti sani dovrebbero farsi carico! “Fare per” però è diverso da “vivere con” e non sarebbe propriamente secondo la carta delle Beatitudini. E inoltre non sfiorerebbe la folla delle odierne solitudini e incomunicabilità umane, che si toccano l’una con l’altra ma non si parlano; ciascuna con l’illusione di tenere la vita nelle proprie mani, mentre è sostenuta dal Mistero; ciascuna perciò tesa verso una impossibile realizzazione del suo desiderio.

Luciagnese Cedrone