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Vangelo Profezia Speranza

Incontro mondiale per giovani consacrati e consacrate

Città del Vaticano,16-19 settembre 2015

Come una matita nelle mani di Dio
Guidati dallo Spirito

16 settembre 2015

Fabio Ciardi

All’offertorio della messa per il funerale di Madre Teresa di Calcutta, Suor Virmala, che le era succeduta alla guida delle Suore della Carità, portò un cuscino con sopra un matita. Sì, una matita soltanto, perché Santa Teresa di Calcutta diceva di sé: «Sono come una piccola matitanelle Sue mani, nient’altro.È Lui che pensa.È Lui che scrive.La matita non ha nullaa che fare con tutto questo.La matita deve solopoter essere usata». Era stato Dio a scrivere la sua meravigliosa storia di santità, disegnare le famiglie religiose da lei fondate el’opera immensa di carità che dall’India si è irradiata nel mondo intero.

Anche una sua carissima amica, Chiara Lubich, all’origine di un vasto movimento ecclesiale, si riteneva semplice strumento di Dio: «La penna – diceva – non sa quello che dovrà scrivere. Il pennello non sa quello che dovrà dipingere. Lo scalpello non sa ciò che dovrà scolpire. Così, quando Dio prende in mano una creatura, per far sorgere nella Chiesa qualche sua opera, la persona non sa quello che dovrà fare. È uno strumento. E questo, penso, può essere il caso mio»[1].

Pochi anni prima di loro il beato Giacomo Alberione,fondatore della Famiglia paolina, si esprime in maniera simile: «Don Alberione – afferma parlando di sé – è lo strumento eletto da Dio per questa missione per cui ha operato per Dio e secondo l’ispirazione e il volere di Dio»[2].

Strumenti dello Spirito

Se avessimo modo di parlare dei fondatori e fondatrici che sono all’origine della famiglie che qui rappresentiamo – spero vivamente che possiamo farlo nel pomeriggio – ci accorgeremmo chetutti, pur con storie diversissime, hanno avuto coscienza di essere strumento dello Spirito. È stato lui ad afferrarli e a condurli per una via nuova,ad essi ignota, portandoli dove mai avrebbero immaginato di giungere, rendendoli protagonisti di imprese straordinarie.

Vorrei accennare ad alcuni soltanto, cominciando da quello che è ritenuto l’iniziatore della forma di vita che oggi chiameremmo consacrata: Antonio del deserto.

Antonio del deserto

Un giorno, in chiesa, Antonio ascolta la parola di Cristo: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mt 19,21). Tornato a casa, vende i beni ereditati dai genitori e dona il ricavato ai poveri del villaggio. Più tardi, avendo ascoltato un’altra parola del Signore: «Non preoccupatevi del domani» (Mt 6,34), finisce di distribuire il denaro rimastogli e, dopo aver affidato la sorella ad un gruppo di vergini, si ritira in solitudine[3].

Antonio aveva accolto le parole udite in chiesacome fossero indirizzate proprio a lui: si era sentito interpellato personalmente[4]. La sua avventura inizia in questo momento, quando nei suoi 18-20 anni, obbedisce al Vangelo e alla chiamata del Signore.

Lo Spirito lo conduce in un’esperienza inedita, nella solitudine, sempre più lontano dal suo villaggio di Kama. Il cammino nel deserto – simbolo di una vita pienamente incentrata su Dio – non lo chiude in se stesso, ma gli dilatail cuore, rendendolo capace di accogliere, comprendere, aiutare quanti si rivolgono a lui, fino a diventare partecipe della paternità di Dio. Dove aver rinunciato a tutto e a tutti, si ritrova circondato da discepoli che vogliono condividerne il programma di vita.

«Conduceva molti altri all’amore degli esercizi spirituali – narra Atanasio; e poiché le sue parole aveva un fascino immediato, sorsero moltissime dimore di persone che conducevano vita solitaria, e a tutti sovraintendeva come un padre»[5]. «Molti, al solo vedere la sua maniera di vita, cercavano di emularlo»[6]. Era la sua stessa vita ad attrarre: ognuno «correva da lui, attratto dal suo volto e dalla sua figura»[7]. «Quante fanciulle già promesse spose, solo per averlo visto al di là del fiume, rimasero vergini in Cristo»[8]. Significato l’apoftegma 27 dove si racconta di due monaci che andavano continuamente a interrogare Antonio, mentre un terzo taceva, senza chiedere nulla. «Dopo lungo tempo, il padre Antonio gli dice: “È tanto ormai che vieni qui e non mi chiedi nulla”. Gli rispose: “A me, padre, basta il solo vederti”». Il giovane Antonioera diventato padre: apa Antonio.

Sapeva il diciottenne Antonio, sperduto in un villaggio ai margini della storia, che da lui sarebbe sorto un movimento, quello monastico, che con la sua radicalità evangelica avrebbe aiutato la Chiesa a superare la tentazione dalla rilassatezza che sarebbe subentrata con la fine delle persecuzioni? Ne era completamente ignaro. Lo sapeva però lo Spirito Santo che lo aveva scelto e accompagnato verso orizzonti che egli mai avrebbe inimmaginato.

Benedetto da Norcia

La storia si ripete, anche se per altre vie, con un altro giovane, Benedetto di Norcia. L’iconografia ce lo rappresenta anziano, con la folta barba e i segni del magistero pastorale. Ma quando iniziò la sua straordinaria avventura era più giovane di tutti noi presenti in questa sala: appena 16 anni.

Sapeva il giovane Benedetto, giunto spaesato a Roma, che la Chiesa era sotto la minaccia di popoli che stavano distruggendo la civiltà romana e con essa la comunità cristiana? Forse avrà percepito qualcosa del mondo che crollava, ma mai avrebbe pensato che sarebbe toccato a lui rimetterlo in piedi.

«Gli ardeva nel cuore un’unica ansia – racconta Gregorio Magno –: quella di piacere soltanto al Signore». Fu così che lasciò studi, casa, beni paterni e si ritirò sulle montagne del Lazio: «aveva scelto consapevolmente di essere incolto, ma aveva imparato sapientemente la scienza di Dio»[9].

Per cercare di risolvere l’immane tragedia che stava vivendo la Chiesa e la società del tempo, noi avremmo forse avviato una commissione di studio, convocato una conferenza mondiale… La strategia dello Spirito Santo è diversa: ancora una volta sceglie un giovane e lo prepara nella preghiera prolungata e silenziosa, ad una grande missione. I monasteri che nasceranno dalla Regola benedettina si diffonderanno in tutta Europa insegnando ai nuovi popoli lavoro, preghiera e fraternità, a ricomponendo il tessuto sociale cristiano.

Bernardo di Chiaravalle e Francesco d’Assisi

All’inizio del secondo millennio lo Spirito suscita nuovi carismi, chiamando altri giovani sul cammino di Cristo.

Bernardo di Chiaravalle ha 22 anni quando, accompagnato da una trentina di parenti e amici, si presenta al monastero di Molesmes a Cîteaux. Sarà lui a dare uno sviluppo inaudito al movimento cistercense e con esso un decisivo contributo politico, culturale, religioso all’Europa.

Francesco d’Assisi ha 25, 26 anni quando si sente chiamato a riparare la casa di Dio, senza davvero immaginare che presto essa sarebbe stata l’intera Chiesa.

Domenico di Guzman ha invece ben 33 anni – l’età di tanti di voi presenti in questa sala –, ed è già sacerdote, quando nel sud della Francia avverte la chiamata a spendere la propria vita perché la Verità del Vangelo rifulga di nuovo nella Chiesa in tutta la sua luce.

Mi arresto qui, senza poter giungere fino ad Angela Merici, Teresa d’Avila, Ignazio di Loyola, Vincenzo de Paoli, Luisa de Marillac, Giovanni Bosco, Maddalena di Canossa. Ognuno potrebbe raccontarci come è stato toccato dalla chiamata inconfondibile di Dio, da come si sia lasciato guidare con docilità.

Tutto è opera di Dio

Per i nostri fondatori e fondatrici è facile dimostrare che all’origine delle loro opere, vi è la chiamata e l’iniziativa di Dio. Basta che guardino la propria povertà per comprendere che ciò che è nato non può assolutamente essere opera loro. Camillo de Lellissi definisce“peccatoraccio”, Paolo della Croce “puzzolentissimo peccatore” e“sporchissima cloaca”, don Alberione la “persona più indegna e incapace”. Se da loro, così piccoli, poveri, sono sorte opere tanto grandi, è evidente, così affermano, che “Tutto è opera di Dio”. Ed essi allora cosa sono? Semplici strumenti nelle sue mani. È un ritornello che ascoltiamo ripetere costantemente.

Il Concilio Vaticano II interpreta questo comune sentire affermando che i fondatori, nel dare vita alle loro famiglie religiose, hanno agito «dietro l’impulso dello Spirito Santo» (PC 1).

Se nella Chiesa appaiono costantemente nuovigruppi carismaticiè grazie all’azione dello Spirito che, per aiutare la Chiesa a svolgere la sua opera di salvezza, chiama dei giovani e affida loro una grande missione. I nostri santi fondatori e fondatrici appaiono come espressione della creatività e fecondità dello Spirito che dirige la sua Chiesa con i suoi doni (cf. LG 4).

L’incoerenza dei fondatori…

A volte si rimane sconcertati davanti a certe scelte dei fondatori che sembrano denotare una grande incoerenza. Leggendo ad esempio le carte di fondazione del mio Istituto, i Missionari Oblati di Maria Immacolata, si può notare che il fondatore, sant’Eugenio de Mazenod, era talmente preso dall’ideale missionario che Dio gli aveva messo in cuore ed aveva un’idea così bella della sua comunità di missionari, che i voti gli sembrano qualcosa di superfluo: «In questa santa Società – scrive a quello che sarà il suo primo compagno – avremo un cuor solo e un’anima sola… Non ci legheremo con voti»; unico legame sarà «la più tenera carità». Ci aspetteremmo una scrupolosa fedeltà a questo progetto, tanto più che, nella stessa lettera, lo dice «ispirato da Dio»[10].Non passano due anni che il proposito inizialeviene contraddetto: inserisce due voti. Tre anni più tardi altri due voti. Abbiamo così quattro voti, quando invece inizialmente si era ripromesso di non averne alcuno.

Esempi di “infedeltà” al progetto iniziale possiamo trovarli con facilità un po’ in tutti i fondatori e le fondatrici. Basterà ricordare Ignazio di Loyola. Aveva escluso ogni forma di insegnamento da parte della Compagnia di Gesù, affermando esplicitamente: “No estudios, ni lecciones”. Inizia poi ad istituire collegi per gli studenti della Compagnia, senza insegnamento esterno (1539-1545); quindi i collegi cominciano ad aprirsi agli alunni esterni (1545-1550); infine l’insegnamento agli alunni esterni comincia a rivestire un’importanza di primo piano (1550-1556). Al termine della vita la Compagnia si trova con due sole case professe, due case di probazione e ben 46 collegi!

… per una coerenza superiore

In questa incoerenza si mostra la grandezza del fondatore. Egli procede per intuizioni, vaavanti tanto quanto vede, o meglio, quanto lo Spirito gli dà di comprendere. Si lascia guidare da Dio con docilità, pronto a cambiare rotta se Egli lo chiede. Non si preoccupa di “salvare la faccia” davanti agli altri. Non si ostina a rimanere “fedeli” e coerenti con quello che hacapito fino a quel momento. Vuole piuttosto essere fedele alla conduzione di Dio, anche quando questa sembra contraddittoria.

Se sant’Eugenio de Mazenod si contraddice è perché, come scrive Jeancard, uno dei suoi primi compagni, «il piano di cui era l’operaio veniva da più in alto di una concezione puramente umana. Gli era stato ispirato, e in qualche modo rivelato man mano che le circostanze aprivano al suo zelo nuovi orizzonti»[11].

L’incoerenza di sant’Ignazio è spiegata allo stesso modo da Nadal, anche lui uno dei primi compagni: «Era dolcemente guidato là dove egli stesso non sapeva. Infatti egli non pensava allora alla fondazione di un ordine; tuttavia passo dopo passo vi si faceva strada e vi si incamminava, quasi con saggia imprudenza, nella semplicità del suo cuore in Cristo»[12]. Quella “saggia imprudenza” lascia intuire il paradosso di una “coerente incoerenza”: Ignazio mostra tutta la sua saggezza nel lasciarsi guidare da Dio per vie che apparentemente (secondo la logica umana) non appaiono per niente sagge.

Il beato Giacomo Alberione, parlando di sé, descrive in modo efficace questa esperienza, comune un po’ a tutti i fondatori: «Ecco un semi-cieco, che è guidato; e col procedere viene di tanto in tanto illuminato, perché sempre possa avanzare: Dio è la luce»[13].

Guidati dallo Spirito

Fondatori e fondatrici sono dei “guidati” dallo Spirito, come lo è stato Gesù lungo la sua vita. Non si tratta di abdicare alla propria volontà, quanto piuttosto di porre interamente forze, cuore, mente, tutte le proprie capacità a completa disposizione dell’azione creativa dello Spirito. San Tommaso, commentando l’apostolo Paolo spiegache «il cristiano, nell’agire, non deve essere mosso dalla sua volontà principalmente, ma dall’istinto dello Spirito»[14].

Non è debolezza psicologica, incapacità decisionale o essere vittime passive di manipolazioni esterne. La docilità allo Spirito è coraggio! Il coraggio di fidarsi di Dio, di credere che le sue vie non sono le nostre vie, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri (cf. Is 55, 8). Il coraggio di abbandonarsi all’avventura sempre nuova e imprevedibile della sequela di Cristo. Il coraggio di credere al Vangelo. Il coraggio di mettere la propria vita interamente nelle mani di Dio. Bisogna ben possedere la propria vita per poterla donare, e donare la vita a Dio è il massimo atto di libertà, intelligenza e maturità umana.È legge evangelica: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita, la salverà» (Mt 16,25).

È così che fondatori e le fondatrici sono diventatipersone libere, capaci di audacia e di “parresia”, di rendere liberi quanti incontrano sulla loro strada; uomini e donne di luce, trasfigurati dal Vangelo, che sanno illuminare ed evangelizzare; uomini e donne capaci di amare e di insegnare ad amare, unificati e semplici, non disperse tra mille attività o stracciate dalle molteplici attrattive o sensazioni. Tutto compiono nel nome del Signore, secondo la sua volontà, per lui, in lui, con lui, seguendo in tutto la voce dello Spirito; uomini e donne di comunione, che vivono per attuare l’unità chiesta da Gesù al Padre, che sperimentano i doni e i frutti dello Spirito, le beatitudini evangeliche.

Tali vogliamo diventare anche noi, loro seguaci.

La disponibilità all’avventura dello Spirito

Il loro cammino può essere il nostro modello. Non dobbiamo imitare in maniera pedissequa ciò che essi hanno fatto, ma seguirli nella medesima ubbidienza allo Spirito. Essi hanno saputo rendersi strumenti docili nelle sue mani si sono lasciati guidare al punto da abbandonare i loro progetti per accogliere quelli di Dio.

La prima domanda che possiamo porci è dunque: Siamo aperti a porre la nostra vita nelle mani di Dio, con piena fiducia?

Possiamo dirgli: “Usa della mia vita come vuoi, per quello che vuoi”?

Siamo convinti che il piano di Dio su ciascuno di noi è infinitamente più grande e appagante di quello che noi possiamo sognare e desiderare?

Ci si può arrendere a Dio soltanto se si è sperimentato il suo amore. Allora ci si può fidare ciecamente di lui e abbandonarsi a lui, come una matita, un pennello nelle sue mani di Artista perché, con la nostra vita,egli scriva la più bella poesia, dipinga un’opera d’arte, componga il suo capolavoro.

Se è così ci importa solo seguirlo là dove egli vuole condurci, pronti a lasciare la patria, i progetti di studio e di professione, ed andare dove forse mai avremmo pensato o voluto andare. Faremo della vita un dono, senza pretese di carriere, di comodità, di prestigio. Come Gesù, che ha voluto servire piuttosto che essere servito, che ha preferito la croce alla gloria.

Essere giovani vuol dire essere aperti al nuovo, liberi da pregiudizi, incondizionati nella donazione, disponibili alla divina avventura dello Spirito, con davanti il futuro di Dio, i suoi infiniti orizzonti.

Educarsi alla docilità

Possiamo adesso veniamo ad una seconda domanda: come educarci all’ascolto della voce di Dio che parla nel cuore, alla docilità al soffio dello Spirito?

Anche in questo i nostri fondatori ci sono di insegnamento.

Antonio del deserto colse la voce dello Spirito nella Parola di Dio. «Stando attento alla lettura – narra la Vita di Atanasio – ne custodiva in sé il frutto copioso»[15]; «stava così attento alla lettura delle Scritture, che nulla di quanto vi è scritto ricadeva sterile nella terra della sua mente»[16]. Il deserto era il luogo nel quale non si udiva altra voce che quella di Dio.

Benedetto comprese la sua vocazione nella preghiera silenziosa e prolungata, di anni, nello speco di Subiaco.

Francesco sentì la chiamata dopo essere stato tra i lebbrosi, esercitando la carità, come scrive nel suo Testamento: «Il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia… E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo»[17].

Ecco dunque i passi da compiere: ascoltare e vivere la Parola di Dio; colloquiare con lui in maniera amorosa nella preghiera; esercitarci nella carità fattiva verso tutti, specialmente i poveri e gli ultimi.

L’invito che vorrei inoltre rivolvervi è quello di incoraggiarvi gli uni gli altri, di condividere le vostre esperienze, di sostenetevi reciprocamente. Dio ci ha chiamati a camminare insieme. Se vivrete tra voi il comandamento dell’amore reciproco, il Signore stesso verrà in mezzo a voi, camminerà con voi, come con i discepoli sulla strada di Emmaus, e come a loro, anche a voi farà ardere i cuori e illuminerà le menti. È così che l’anima si dilata e si rende disponibile alla volontà di Dio, qualunque essa sia.

Allora la voce di Dio si farà intendere attraverso gli avvenimenti, gli appelli della Chiesa, i superiori… e ci troverà liberi e felici di dire il nostro fiat come lo fu Maria. Quale più alto modello del suo, che fu pronta a rinunciare il suo proposito di verginità e si ritrovò nella vertiginosa avventura di diventare la madre di Dio. Le fu preservata anche a verginità, perché Dio non si lascia vincere in generosità.

Beati voi, giovani consacrate e consacrati, se decidete in cuor vostro di essere infedeli a noi stessi, ai vostri progetti, ai vostri programmi.

Beati voi se affidate le vostre vite a Dio e lo lascereteagire da regista, dichiarandovi pronti a recitare la commedia, la “divina commedia”, che egli vi suggerirà.

Beativoi se lo lasciate libero di scombinare i vostri schemi, perché egli è come il vento che soffia dove vuole: sai da dove viene ma non sai dove ti porta: è libero e creativo, sempre imprevedibile.

Beati voi si vi lascerete andare in balia dello Spirito, per passare dal certo all’incerto, dal noto all’ignoto, in un’avventura di vita nuova e imprevedibile.

Conviene lascia la sicurezza del timone: sciogliete la vela e affidatevi al vento dello Spirito.

[1]Scritti Spirituali/1, Città Nuova, Roma 19974, p. 9.

[2]Ut perfectus sit homo Dei, Roma 1960, vol. I, p. 374.

[3] Cf. Atanasio, Vita Antonii, 2-3.

[4] Cf . Ibid., 2, 4.

[5]Ibid., 15, 3.

[6]Ibid., 46, 7.

[7]Ibid., 67, 4.

[8]Ibid., 88, 2.

[9]Dialoghi, Libro II, Inizio.

[10]A Monsieur l’abbé Tempier, ad Arles. Aix 9 octobre 1815.

[11]J. Jeancard, Mélanges historiques de la Congrégation des Oblats de Marie Immaculée, Tours 1872, p. 70-71.

[12]Dialogi pro Societate contra haereticos (1562), FN, II, p. 252.

[13]«Abundantes divitiae gratiae suae». Storia carismatica della Famiglia Paolina, Roma 1971, n. 202.

[14]Lect. in Rom 8,14; ed. Marietti, n. 635.

[15] 1, 3.

[16] 3, 7.

[17]Testamento, 1, FF, 110.