“Vivere insieme ed essere uniti” (Sal 133,1):

Le radici bibliche della fraternità religiosa

Vaticano,  17 settembre 2015,  9h30

Paul Béré, S.J.

Introduzione

  1. “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli e le sorelle vivano insieme !” canta il salmista nel Salmo 133,1. Cosa ha visto, quindi, il poeta di Dio perché scaturisca dal suo cuore questo bel poema? Cosa contempla con uno sguardo così limpido ed innocente? Perché è necessaria una forte dose di candore per vedere, a prima vista, nel vivere insieme, segni di unità e di splendore fraterno[1]. Questa giovane religiosa del Ruanda i cui genitori sono stati uccisi da un figlio adottato, incontra  l’assassino nella sua prigione e pronuncia queste parole, quasi incredibili: “Tu sei e continuerai ad essere mio fratello!”. Da dove le è venuta la forza di mantenere questo senso di fraternità verso tutto e malgrado tutto? Lei stessa ne indica la fonte: “La Parola di Dio; una parola che guarisce; una parola che libera!”. E proprio per rendere testimonianza a questa Parola, cioè alla Sacra Scrittura, mi accingo a parlare delle radici della fraternità nella vita consacrata.
  2. Parlando di “radici”, qual è il legame che si può stabilire con “le basi scritturistiche della fraternità nella vita consacrata?” Esistono le due metafore, e l’una rimanda all’altra, con sfumature significative. La scelta dell’immagine dell’albero piuttosto che quella della casa è stata fatta apposta.  Infatti, oriento la mia ricerca verso ciò che è vivo, senza escludere l’universo architettonico che evoca la sofferenza degli umani nel tentativo di costruire, specialmente, rapporti umani.  C’è del vivo, qualcosa di instabile,  nell’esperienza biblica  della fraternità. Si tratta, però, di vedere e di sapere come si sviluppa, ecco il punto cruciale.
  3. Torniamo al punto di partenza, cioè ai termini “fratello” o “sorella”. Nella Bibbia, il termine rimanda alle persone che nascono dallo stesso seno materno, certamente, ma nella sua estensione copre anche tutti i membri della famiglia (Gen 13,8), della tribù (2 S 19,13), della gente (Dt 25,3)[2], e delle popolazioni di un antenato comune (Dt 2,4). Non si è fratelli e sorelle solo per legami di sangue, ma anche per lo spirito, per la fede (At 2,29). Per scoprire le radici della fraternità nella Bibbia, è interessante seguire la trama narrativa dei testi, secondo l’ordine canonico. Vi propongo, in un primo momento, di ripercorrere alcuni di questi testi, che narrano l’esperienza della fraternità per trarne alcune lezioni.  In un secondo tempo, rifletteremo sugli accenti biblici di cui può servirsi la vita fraterna nella vita consacrata. 
  4. La dinamica della fraternità nelle Sacre Scritture
  5. Nei testi biblici la fraternità rivela sempre aspetti problematici. Le Scritture si aprono, in effetti, in Genesi 4, con un modello di relazione tra fratelli[3] relazione che viene da una figura già in scontro con il Creatore (Gen 3). Caino e Abele sono tutti e due figli di una madre e di un padre, che non hanno accettato il limite tracciato dalla Parola di Dio. I genitori hanno mangiato uva acerba, ma i denti di ambedue i figli non si sono allegati (Ez 18,2).

Caino e Abele

  1. I due fratelli, Caino e Abele, lasciano nella memoria della gente l’immagine di una fraternità già fragile ed impossibile da costruire. “Sono forse il custode di mio fratello?” (Gen 4,9). Risposta che Caino dà alla domanda di Dio su suo fratello Abele cui aveva appena tolto la vita. Senza saperlo, Caino scoprì nell’atto ignobile appena compiuto la nobile ed importante missione della fraternità: essere il custode o la custode di suo fratello o di sua sorella. Vegliare, detto in un altro modo, sulla fraternità. La relazione fraterna si apre così, sullo sfondo di una tragedia.  La ragione di questo gesto estremo sarebbe, da parte di Caino, un desiderio insoddisfatto : il desiderio dell’attenzione o dello sguardo divino, che avrebbe scatenato il meccanismo distruttore della struttura gelosa.  Guardandolo da vicino, si nota per ben sette volte nel passaggio biblico, (9,2.8 (x2).9 (x2).10.11), che l’autore si riferisce ad Abele chiamandolo “fratello” di Caino, mentre quest’ultimo non è mai chiamato “fratello di Abele”.  Caino ha un fratello.  Ciò è sottolineato dall’uso del pronome possessivo da parte del narratore e dal personaggio divino. Ma Caino non è mai potuto diventarlo per Abele[4]. La fraternità non è  “data” in senso passivo. E’ un dono che bisogna ricevere[5].

Giuseppe e i suoi fratelli

  1. Nella relazione tra i figli di Giacobbe ritroviamo la stessa tensione e le stesse sfide. In queste pagine della narrazione delle origini, Giuseppe e i suoi fratelli (Gen 37–50) illustrano a meraviglia il carattere incompiuto della fraternità come realtà da costruire, “un problema” da risolvere[6]. Come situarsi in rapporto al futuro di suo fratello o di sua sorella? Come vivere da simili senza pensarsi sostituibili o senza negare l’altro? In effetti, il sogno di Giuseppe annuncia il suo destino. Lo racconta ingenuamente senza preoccuparsi di nulla. I suoi fratelli non gradiscono l’atteggiamento dominante e lo stato subalterno che il sogno rivela. Cercano quindi di evitare la possibilità che questo sogno diventi realtà.  Il punto cruciale della narrazione di  Genesi 37–50, e cioè la fraternità tra Giuseppe e i suoi fratelli, è segnalato nella ripetizione, per ben 49 volte, del termine  “fratello”, cioè 7×7, nella Bibbia ebraica[7]. In virtù del simbolismo numerico, la cifra 7 desta l’attenzione di chi legge o di chi ascolta, sul tenore di questo appellativo.
  2. La storia è, senza dubbio, conosciuta, ma permettetemi di sottolinearne alcuni aspetti che sono importanti per noi. L’intriga dei fratelli per orchestrare la scomparsa di Giuseppe li ha separati. Non tutti sono d’accordo sul progetto. Sono arrivati a scegliere il minore dei mali, proposto in primo luogo da Ruben, lasciarlo morire in una cisterna piuttosto che versare il suo sangue (Gen 37,21ss), e poi da Giuda, venderlo agli Ismaeliti (Gen 37,26ss). Sia l’uno che l’altro hanno avuto l’intenzione di salvarlo: Ruben vuole riportarlo da suo padre, mentre Giuda ne vuole trarre vantaggio.  Alla fine viene venduto perché dice Giuda:  “la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne” (Gn 37,27). Rendendolo schiavo, distruggono il sogno di colui che si vedeva maestro[8].  Tutta la cospirazione contro Giuseppe ha per risultato l’allontanamento dalla famiglia, come se ne fosse stato bandito. Contrariamente a Caino, Giuda, portavoce dei suoi fratelli, sottolinea la ragione profonda del perché non è bene versare il sangue di Giuseppe:   “perché è nostro fratello, è nostra carne”. La coscienza viva del legame fraterno, questo vincolo di unione, che nutre il senso di appartenenza, frena il gesto estremo dei fratelli.  In questo, sono superiori a Caino, ma non di molto, perché pur riuscendo a custodire il bestiame del loro padre, non riescono ad essere guardiani del loro fratello.  “Non c’è quindi nulla dato per scontato nella fraternità, tranne gli stessi genitori e lo stesso sangue, e interessi opposti che vengono dal desiderio di essere amati e di occupare un posto”[9]. Qui spunta la responsabilità dell’altro, già presente in Genesi 4 con Caino e Abele, quale caratteristica fondamentale della fraternità. E allora, solo il sangue sarebbe capace di creare legami durevoli nella fraternità?   

Davide e Gionata

  1. La relazione tra Davide e Gionata, narrata nei libri di Samuele, indica che il legame di amicizia può anch’esso servire da vero e proprio zoccolo alla fraternità (2 S 1,26). Si tratta di un’azione volontaria, nata dallo slancio del cuore, che conduce Gionata, il principe, a concludere un patto con Davide, che è pastore (1 S 18,3). Questo impegno conduce Gionata, erede del trono di suo padre Saul, a disfarsi dalle insegne del suo statuto di principe erede per rivestirne Davide, suo fratello e amico: il suo mantello, i suoi abiti, la sua spada, il suo arco e la cintura.  Questo gesto la dice lunga sulla gerarchia dei valori nella relazione. E’ evidente che per Gionata, la relazione con Davide vale più del potere.  L’amicizia può, quindi, generare la fraternità in senso figurato, senza un’origine comune. Una fraternità voluta e costruita.  Si costaterà che la rinuncia a ciò che poteva opporli, e cioè il potere, stringe tra di loro una relazione autenticamente fraterna che trascende la morte.  Non è forse questo un segno del fatto che la fraternità non è legata al sangue e alla figura paterna?  Saulo era contro Davide perché vedeva il lui un giovane con grandi predisposizioni per il trono. E il padre di Gionata diventa geloso di Davide.   
  2. La morfologia delle relazioni fraterne nella Bibbia è molteplice e variegata. Pur essendo impossibile analizzarle tutte, è bene poterne sottolineare alcuni tratti trasversali che hanno a che vedere con la conflittualità diretta o indiretta, generata dalla cupidigia, cioè dall’invidia e dalla gelosia.  Lo abbiamo già indicato, la fraternità può svilupparsi fuori dal legame di sangue e dalla figura paterna.  Con Gesù, infatti, scopriamo la chiave di una fraternità autentica che supera il sangue, le relazioni tribali o claniche, le relazioni nazionali, anche se fondate sull’alleanza tra Dio e Israele, il popolo suo.

La vera fraternità sui passi di Gesù

  1. Quando la madre e i fratelli di Gesù, secondo la carne, vanno a cercarlo, Luca ci informa che Gesù ha posto su di loro uno sguardo diverso. Dice di loro “coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21)[10]. Non si è dunque fratelli e sorelle perché lo stesso sangue scorre nelle nostre vene o per un atto di volontà come l’adozione o l’amicizia, ma perché aderiamo alla volontà di Dio e obbediamo a Lui. Questa prospettiva che ci propone Gesù ci fa uscire dal faccia a faccia della relazione, e stabilisce la fraternità in una relazione in cui il terzo incluso è Dio, il Padre, la cui parola, espressione della sua volontà, sorregge le relazioni. Come è stato per Maria, Luca ci insegna che i nostri legami nella famiglia divina per mezzo di  Gesù, il Figlio, trovano la loro fonte nel vissuto di questa Parola: “l’ascolto della Parola [è] intrinsecamente legato alla sua messa in pratica: sono due azioni che attestano la presenza della fede, apertura al Dio che si dona agli uomini per mezzo di suo Figlio”[11].
  2. Questo spostamento della prospettiva ci insegna che la fraternità non si fonda sul sangue o sulla scelta personale dell’altro mediante un “patto”, ma sull’obbedienza alla voce di Dio che parla a ciascuno e a ciascuna di noi. Se infatti Abramo e Lot, suo “fratello” (Gn 13,8), Gionata e Davide, suo “fratello” (2 S 1,26), sono stati in grado di risolvere le loro differenze grazie a un patto, cioè a una parola data e mantenuta, non lo stesso avviene nei riguardi di questa Parola che viene dall’alto. Questa Parola non crea un legame di fraternità in modo diretto tra due persone consenzienti.  Opera per mezzo della deviazione della relazione a Dio la cui voce è stata udita e la cui volontà vissuta. Questo rapporto diretto con Gesù Cristo diventa il legame tra fratelli e /o sorelle.

“Noi siamo fratelli (e sorelle) costituiti dalla Parola, cioè l’unica cosa che dobbiamo fare è lasciare che la Parola diventi in noi fraternità. Ma fare in modo che la Parola agisca in questo modo, non vuol dire non fare nulla, istallandosi nella passività!”[12]

  1. Vivere la Parola traccia per ciascuno di noi un cammino che si incrocia con altri. Non scegliamo la famiglia di sangue; e nemmeno scegliamo nella famiglia di Dio. Perché Gesù dice, “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (GV 15,16). Accogliendoci gli uni gli altri come un dono di Dio, operiamo un superamento che conduce all’unione per Cristo e in Lui. Come dice Paolo ai Corinzi, l’altro è da considerare come “un fratello per il quale Cristo è morto” (1 Co 8,11). E’ necessario accoglierlo nella sua fragilità, perché ciascuno di noi è potenzialmente o realmente segnato dalle stesse fragilità. Si tratta di rivestirsi degli stessi sentimenti di Gesù verso l’altro (Fil 2,5-11). Gesù Cristo diventa così il fondamento, su cui riposano tutte le relazioni fraterne, e la radice, che vivifica la fraternità, qualsiasi fraternità come la vite e i tralci (Gv 15,1-7).

Essere discepoli, vuol dire essere fratelli e sorelle

  1. Seguendo Gesù, il Risorto, e gli apostoli che lui chiama “miei fratelli” (Mt 28,10; Gv 20,17), i discepoli si considereranno membri di una sola e stessa fraternità[13]. Perché essere discepoli di Gesù, il Figlio, secondo la logica di Matteo, vuol dire essere figli di Dio[14]. I discepoli si sanno tutti “figli di Dio” e lo sono veramente, non in senso figurato, ma in virtù della “nuova nascita” (Gv 3,3). Noi apparteniamo alla famiglia di Dio, dice Paolo agli Efesini (Ef 2,19). Ma, “ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1 Gv 3,2). Di qui la necessità di un segno che mantenga viva questa speranza.
  2. La Chiesa è certamente questo segno visibile ed efficace, questo ambiente dove, in un certo modo, si possiede « già ciò che si spera », dove si conosco, per così dire, « realtà che non si vedono» (Eb 11,1). Data la diversità costitutiva della famiglia di Dio, il posto attribuito alla vita consacrata è quello di essere l’essenza stessa della vita cristiana.
  3. Gli incentivi di una fraternità autentica
  4. Cosa vuol dire allora essere fratelli e sorelle nella vita consacrata, prendendo lo spunto dalle lezioni che ci insegnano le Sacre Scritture? Lo zoccolo della vita consacrata, è la vita comunitaria e i tre voti che sono la povertà, l’obbedienza e la castità. Secondo l’esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata, il voto di castità allarga il cuore della persona consacrata all’amore universale verso tutti  (n.21; 36). Ma è nella vita concreta di una comunità fatta di persone concrete dove si vive l’appello all’amore di tutti e si sperimenta nella quotidianità la dolorosa consolazione dell’amore umano (VC n.87). San Jean Berchmans diceva: “Vita communis mea maxima penitentia” (La vita comune è la mia penitenza maggiore). Queste parole del giovane santo ricordano l’esperienza che l’edificare la fraternità esige, così come la Bibbia ce lo insegna costantemente. La fraternità si costruisce per mezzo di una costante oblazione di sé, una morte a se stessi (VC n.22).
  5. La lucidità dinanzi allo spessore della realtà umana e alla pesantezza della carne deve far risuonare in noi costantemente la voce dei profeti: “ogni fratello inganna il fratello, o sua sorella”, dice Geremia (Ger 9,3); “nessuno ha pietà del proprio fratello”, denuncia Isaia (Is 9,18). E, comunque, dicono i saggi, si avverte il dolore dell’abbandono da parte di sorelle e fratelli  (Gb 19,13). Non è espediente per nessuno scambiare un fratello per oro, insegna Ben Sirach il Saggio (Si 7,18). Questa lungimiranza diventa una sfida o meglio un appello a continuare il cammino tracciato dal tragitto biblico fino a Cristo. Accettare di camminare con i nostri fratelli e con le nostre sorelle, chiunque essi siano.
  6. Crederanno che siamo suoi discepoli per l’amore che avremo gli uni gli altri (Gv 15), cioè suoi fratelli e sorelle, secondo l’idea di Matteo. Si impara da lui che amare, vuol dire dare la propria vita per gli altri.  Dobbiamo anche noi, continua Giovanni nella sua prima lettera “dare la nostra vita per i nostri fratelli” (1 Gv 3,16). Ma Gesù non ha aspettato di trovarci senza peccato per farlo. “Ora a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”, dice Paolo ai Romani (Rm 5,7-8). In questa logica, la fraternità nella vita consacrata non presuppone un mondo di fratelli e di sorelle perfetti, ma perfettibile grazie all’amore (cfr. 1 Co 13).
  7. L’amore di cui stiamo parlando è prodotto dallo Spirito Santo. Paolo lo illustra nella sua lettera ai Galati, dove lo declina in questi termini: “il frutto dello Spirito è invece: amore, gioia, pace, pazienza, bontà, benevolenza, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge. Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri.  Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 5,22-25). La vita fraterna nella vita consacrata indica la pertinenza dell’insegnamento dell’apostolo. Non ne enumera i frutti dello Spirito, ma ci presenta il frutto dello Spirito. Perché vivendo radicati in Cristo il suo Spirito produce in noi e nelle nostre relazioni fraterne questo frutto dai diversi sapori.
  8. Nella prima comunità dei discepoli, la “moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva; ma ogni cosa era fra loro comune”, racconta Luca negli Atti degli Apostoli (At 4,32). E la vita consacrata ne è la memoria viva. O, quasi immediatamente, ci si confronta con la recriminazione da parte degli Elleni contro gli Ebrei per ragioni materiali (At 6,1). Uno stesso spirito plasma certamente i membri di uno stesso istituto religioso, ma le differenze di carattere e di cultura continuano ad essere una sfida e quindi un appello per edificare una comunità di condivisione e di perdono, per mezzo della correzione fraterna (Mt 18,15ss). Oggi , più di ieri, le relazioni fraterne si vivono in un fascio di culture dalle tonalità ben diverse. Nessuna comunità può ovviare l’appello all’inculturalità, essendo questa una dimensione e un’espressione del vivere insieme da fratelli e/o sorelle. Far dialogare gli universi culturali di cui ciascuno/a e testimone costituisce, mi sembra, un segno per noi contemporanei.  Come lo indica Luca negli Atti, nello Spirito, cioè in una vita di relazione intima con Dio, relazione che ci decentra da noi stessi, scopriamo il cammino di integrazione e di comunione con gli altri.
  9. “La relazione con Dio, non ci assimila gli uni gli altri, ma nemmeno ci isola, pur essendo la relazione la più personale che esista. E questa relazione fondatrice fa sì che la diversità delle voci umane possa essere reale; in effetti, se nessuna di queste voci umane è la parola fondatrice, allora essa stessa si dà la possibilità di occupare un suo posto e di dare agli altri il loro posto; tutte sono essenziali, nessuna può pretendere di essere fondatrice, nessuna deve essere presa come tale. Tutte ci rimandano allora all’unica paternità comune e, di fatto, sono veramente autorizzate nella loro diversità che non è né concorrenza, né caso. Il legame di fraternità non si regge da solo, ma solo grazie a questo riferimento comune all’unica origine. Allo stesso tempo, la relazione all’origine, che  come tutte le origini rimane inaccessibile, si mescola nella relazione con ciò che non si trova all’origine, con ciò che non è fondatore. ”[15].

Conclusione

  1. Al termine di questa visione d’insieme piuttosto sommaria delle Scritture, cosa pensare del canto del salmista: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli e le sorelle vivano insieme” (Sal 133,1)? E’ aver fede e sperare che l’amore tra fratelli e sorelle è possibile. Non è necessario che questa fraternità, affinché sia vera, si appoggi in legami di sangue o di nazionalità, di patto o di alleanza, di amicizia o di simpatia. La base o la radice biologica o socio-politica non basta a giustificare uno sguardo così sulla fraternità, e la fraternità non ci è data, ma si costruisce.
  2. In definitiva, « E’ Dio stesso che fonda la fraternità, in ciò che è e fa per l’uomo. E questa è l’unica base della fraternità, non ce ne sono altre. E se le cose stanno così, questa fraternità non è né una virtù, con la connotazione che il termine suppone di disposizione volontaria, né qualcosa che bisognerebbe in primo luogo praticare, né un dovere. E’ un fatto, che riposa sull’identità stessa di Dio e sulla sua azione: dato che è Dio, noi siamo tutti fratelli, prima ancora di volerlo divenire e di sforzarci per esserlo. »[16]
  3. Se la Chiesa, Famiglia di Dio nella molteplicità dei doni vuole essere il segno visibile di questo mistero rivelato in Gesù Cristo, nuovo Adamo, la vita consacrata gli serve da lampada testimone nella vita quotidiana (Vita Consecrata, n.32). Deve rendere testimonianza del fatto che “la relazione umana si fonda nella relazione trinitaria: noi siamo figli [e figlie …,] fratelli [e sorelle] nel Figlio e la nostra fraternità è inseparabile dalla relazione del Figlio al Padre e dal Padre al Figlio, e noi siamo fratelli perché lo Spirito di Gesù ci è stato dato”[17].
  4. Le persone consacrate diventano allora, segni concreti della grazia offerta all’umanità per edificare relazioni fraterne, in modo che si manifesti questa “moltitudine immensa… di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani” (Rm 8,29), che ci ha amati e si è donato per noi! Il solo modo di vivere la fraternità nella vita consacrata, non sarebbe forse essere semplicemente ciò che siamo: fratelli e sorelle?

[1]Sylvie Robert, « Le bonheur de la fraternité », Adrien Demoustier (dir.), La fraternité : Fondement et provocation pour la vie religieuse et la société (Paris : Médiasèvres 1996) pp. 53-64.

[2]Jean-Marie Carrière, Théorie du politique dans le Deutéronome (Österreichische Biblische Studien 18 ; Frankfurt am Main e.a. : Peter Lang, 2001) pp.257-262.

[3]Odilon de Varine, « Violence et fraternité en Genèse 4,1-16 et dans l’Évangile », Adrien Demoustier (dir.), La fraternité : Fondement et provocation pour la vie religieuse et la société (Paris : Médiasèvres 1996) pp.17-23 ; A. Wénin,

[4]A. Wénin, Joseph ou l’invention de la fraternité, 12.

[5]Ritroviamo alcuni tratti della figura di Caino in Lc 15,11-32. Il figlio maggiore, parlando di suo fratello minore, dice a suo padre : « tuo figlio  che ecco… » (15,30), e non « mio fratello ».

[6]A. Wénin, Joseph ou l’invention de la fraternité, 12.

[7]Voir aussiA. Wénin, Joseph ou l’invention de la fraternité.

[8]A. Wénin, Joseph ou l’invention de la fraternité, 68.

[9]A. Wénin, Joseph ou l’invention de la fraternité, 12.

[10]Roger Houngbedji, OP, L’Église-Famille de Dieu en Afrique selon Lc 8,19-21 : Problèmes de fondements (Abidjan : Éditions UCAO, 2008).

[11]R. Houngbedji, Eglise – Famille de Dieu, 68.

[12]S. Robert, « Fondements », 13.

[13]Benjamin Ndiaye, Jésus, « Premier-né d’une multitude de frères » : Étude de Rm 8,28-30 (Dakar, 1998).

[14]Henry Pattarumadathil, “Your Father in Heaven”. Discipleship in Matthew as a Process of Becoming Children of God (Analecta Biblica 172; Rome: G&P Press 2008).

[15]S. Robert, « Fondements », 11-12.

[16]S. Robert, « Fondements », 8-9.

[17]S. Robert, « Fondements », 9.