Vita Consacrata e Famiglia:

Itinerari Formativi in Sinergia

Prof. Pietro A. Cavaleri

Grazie della presentazione, grazie alla Cism per aver­mi invitato e grazie a voi per l’ascolto e la pazienza che avrete. Padre Beppe ha sottolineato come il tema che mi è stato dato riguardi la promozione di itinerari formativi in sinergia tra famiglia e consacrati. Dato che di itinerari for­mativi condivisi si parlerà nella tavola rotonda di oggi pomeriggio, adesso invece vorrei provare, da psicologo, a dare una sorta di fondazione psicologica alla sinergia da cui soltanto possono nascere percorsi formativi integrati tra consacrati e sposati, tra famiglie e comunità di consa­crati. Ciò che a mio avviso rende possibile la sinergia è unicamente la radicalità di una scelta, la “scelta condivi­sa” dell’amore di Cristo, dell’amore di Cristo vissuto nella sua radicalità, attraverso la sequela radicale di Lui, del­l’amore che Lui ha incarnato.

Questa è la premessa di ogni premessa. Senza di essa non è possibile creare percorsi integrati, condivisi, di for­mazione tra sposati e consacrati, tra famiglia e comunità di consacrati. Questo perché, come diceva Benedetto XVI nella sua famosa Enciclica Deus Caritas Est, l’amore è uno. E’ uno non solo nella sua sostanza, ma poi anche nella vita. E’ vero che i consacrati sono una cosa e gli sposati sono un’altra cosa, ma è anche vero che entrambi si pongono alla sequela di un medesimo e radicale modo di vivere l’amore,

di un modo speciale di “essere umano” che è quello incar­nato da Cristo. Allora soltanto, aderendo prima a questa “scelta condivisa”, a questa “consacrazione condivisa”, è possibile poi pensare, ipotizzare, percorsi formativi condi­visi, integrati, tra chi si consacra all’Amore nella verginità e chi si consacra al medesimo Amore nella coniugalità.

Si tratta di due consacrazioni che hanno contesti, sfondi estremamente differenti, ma né la consacrazione verginale ha sconti perché è la più “forte”, né quella che sembra più “facile”, la consacrazione coniugale, in realtà risparmia ferite e logoramenti di varia natura. Allora la consacrazione di cui stiamo parlando, in fondo, è la mede­sima anche se su sfondi diversi. E’ la medesima solo se c’è una radicale e comune consacrazione all’Amore totale, gratuito, capace di far dono della propria vita, che Cristo incarna con pienezza. Solo se c’è questa “condivisa consa­crazione” è possibile, allora, ipotizzare tutti i percorsi, gli itinerari formativi integrati che vogliamo pensare. Ciò che dà energia, vitalità, spirito, sostanza a questa condivisione, a questa integrazione è una scelta radicale, che sta a monte di tutto sia per il coniugato che per il vergine.

Vorrei provare a dare una fondazione, un sostegno, una base psicologica a questa “consacrazione condivisa” all’Amore, valida sia nello stato verginale, che in quello coniugale. Perché solo se siamo convinti, a prescindere dallo stato di ognuno di noi, che questa è l’unica strada per essere pienamente uomini e donne, possiamo allora, o da consacrati nella verginità o da consacrati nella coniuga­lità (perché la consacrazione è all’unico Amore), sviluppa­re tutti i percorsi che vogliamo immaginare. Per questo motivo, non vi parlerò di ipotesi progettuali in ambito for­mativo, quanto piuttosto dell’unico Amore a cui entram­bi, i coniugati e i vergini, consacrano la loro vita, provan­do a dimostrare come, anche dal punto di vista psicologi­co, l’unico modo per diventare “esseri umani” è, proprio, fondare la propria vita su questa unica scelta.

Assieme ad un amico che insegna alla Cattolica, ho scritto un libro di recente, che è uscito a giugno per Cortina, dal titolo “Il dono nel tempo della crisi” e che ha come sottotitolo “Per una psicologia del riconoscimento”. In questo libro abbiamo tentato di dare delle basi psicolo­giche ad un concetto che in psicologia non trova molto spazio: il concetto di amore.

In psicologia è difficile trovare qualcuno che ti parli di amore, al più trovi qualcuno che ti parla di riconosci­mento. Insieme ad un gruppo di studio internazionale abbiamo, in questi anni, approfondito questo argomento. Proverò, adesso, a dirvi qualcosa di questo nostro lavoro, soprattutto per sottolineare come quella che è una nostra scelta di vita esistenziale, spirituale, in realtà trovi poi, in una disciplina estremamente laica quale la psicologia, dei fondamenti che la confermano come un valido percorso di realizzazione personale per l’uomo di oggi, sia esso coniugato che consacrato nella verginità.

Un grande martire dello scorso secolo, padre M. Kolbe, negli ultimi istanti della sua vita, rivolgendosi al suo carnefice, diceva: “Lei non ha capito niente della vita, perché solo l’amore crea!”. Questo non è soltanto l’ultimo pensiero di un grande martire, di un grande santo, ma una “evidenza” che, come vedremo più avanti, emerge anche dalla psicologia contemporanea. In un’epoca in cui le per­sone, soprattutto nel mondo occidentale, in Italia, in Europa, si allontanano dalla Chiesa, in un mondo in cui la famiglia sta scomparendo, in cui le persone consacrate sembrano dei marziani, in questo mondo ha ancora senso “consacrarsi all’Amore”, sia da coniugati che da vergini? Ha ancora senso parlare di Amore? E, se si, cosa è l’amo­re? Cosa è l’amore per cui uno sposato decide di dedica­re tutta la propria vita alla propria famiglia, al proprio partner, alla propria partner, ai propri figli? Cosa è l’amo­re a cui un vergine decide, lasciando tutto, di dedicare la propria vita? Ha ancora un senso l’Amore che è incarna‑

to da Cristo e da Lui testimoniato sulla croce? Questo Amore, da un punto di vista della cultura laica, da un punto di vista che va oltre una scelta di fede, oltre una prospettiva spirituale, ha ancora un senso per la nostra società? Ha senso questa scelta che vede accomunati nella “consacrazione all’Amore” sposati e vergini? Tutto questo ha senso? O siamo solo degli illusi di altri tempi, dei sognatori? Proviamo a capire cosa dicono gli psicologi a proposito dell’amore.

Per Freud l’amore, così come ne parliamo noi, non esiste. E’ solo la “sublimazione” di una natura che ci abita e che si manifesta sotto forma di una spinta, di una pulsio­ne. Da un certo punto di vista Freud dice una cosa in qualche modo vera. E cioè che noi siamo abitati dalla natura. Lo dice in modo diverso anche Benedetto XVI: l’amore è uno, ma un aspetto di questo amore è l’eros, la natura che ci abita e che ci spinge con forza unitiva verso l’altro. Il nostro corpo, il nostro organismo, dal punto di vista neurobiologico, ormonale, è fatto essenzialmente per due motivi: per assicurare la procreazione, per garantire cioè la prosecuzione della specie, ma anche per assicurare la sopravvivenza di se stesso, cacciando e predando cibo. In qualche modo, noi siamo dei “predatori” un po’ per conto della specie, quando prediamo dal punto di vista sessuale, e un po’ per noi stessi, quando prediamo per ali­mentarci, per sopravvivere. La natura ci orienta verso l’al­tro in termini predatori o per far sopravvivere la specie o per far sopravvivere il nostro organismo individuale.

Quando Benedetto XVI dice che l’amore è uno, ma ha un primo fondamento iniziale nell’eros, nella natura, penso forse che si riferisca proprio a questo. Però, cosa succede? Succede che l’amore è uno e quindi c’è anche una sorta di “oltre” rispetto all’eros. Cioè non si conclude tutto con l’eros, non finisce tutto qui.

In psicologia c’è stato un autore, uno psicanalista sociale di nome Erich Fromm, che molti di voi conosce‑

ranno, il quale sostiene che l’amore non è solo eros “subli­mato”, come proposto da Freud. E’ anche qualcosa di molto diverso. E’ un “legame affettivo”. L’amore è un legame che va al di là della natura, che va al di là dell’istin­to riproduttivo e che riguarda il nostro bisogno di sicurez­za, di contenimento affettivo, di relazionalità. Pur essendo uno psicanalista, Erich Fromm arriva alla conclusione che noi non siamo fatti per predare, per possedere corpi con i quali assicurare un seguito alla specie umana o possedere oggetti attraverso cui soddisfare le nostre necessità perso­nali. Noi siamo fatti per essere in relazione, per essere pro­motori di costellazioni relazionali capaci di appagarci sul piano affettivo, sociale. È vero, allora, che la natura ci abita e che l’eros ci spinge verso l’altro. Tuttavia esso non ci spinge verso l’altro soltanto per finalità predatorie o riproduttive, ma anche per finalità affettive.

L’eros ci spinge verso l’altro, ma il legame affettivo che poi segue è come se superasse questo eros, creando sulla sua scia qualcosa di completamente diverso, di com­pletamente altro, qualcosa che va oltre la natura che ci abita e che riguarda la nostra affettività, la nostra sociali­tà. In un suo famoso libro, “L’arte di amare”, Fromm sostiene che l’uomo non è tanto condizionato dalla spin­ta pulsionale, quanto piuttosto dalla paura di essere solo, di rimanere solo. L’uomo ha bisogno di sicurezza, ha biso­gno di vivere in un tessuto di relazioni affettive significa­tive, che solo l’amore è in grado di creare e di fargli speri­mentare.

Negli ultimi venti, trent’anni nell’ambito della psico­logia si sono venuti a creare dei filoni di ricerca molto interessanti che formano il filone unico della psicologia evoluzionista. Gli psicologi evoluzionisti, per lo più neu­roscienziati americani, alcuni di origine italiana, hanno cercato di capire l’evoluzione della mente umana nei mil­lenni. L’uomo, così come noi lo conosciamo, ha circa 100.000 anni; l’Homo Sapiens Sapiens moderno esiste da

circa 45.000 anni, ma come si sono evoluti il cervello e la mente dell’essere umano? Questi autori, da una prospet­tica neuroscientifica, dimostrano che se da una parte è vero quanto sostenuto Darwin (noi siamo frutto di una evoluzione), dall’altra non è vero un aspetto fondamenta­le della teoria darwiniana, ossia la convinzione che soprav­vivono e si evolvono solo quegli organismi che sanno aggredire meglio, che hanno un corpo talmente forte, robusto, da poter predare meglio degli altri. Al contrario di questa convinzione, gli esseri umani che si sono evolu­ti, sia dal punto di vista culturale che dal punto di vista ormonale, biologico, sono quegli esseri umani che hanno saputo cooperare: non è l’aggressione, la competizione, ma la cooperazione la quintessenza della evoluzione. Anche da un punto di vista ormonale, ad esempio, sono sopravvissuti di più i figli delle mamme che hanno saputo esprimere più cura e che quindi hanno prodotto più ossi­tocina (che è l’ormone della cura, dell’attenzione verso l’altro). Non hanno saputo predare meglio i cacciatori solitari, ma robusti, che confidavano di più nella loro forza fisica, quanto piuttosto i cacciatori più fragili, ma più capaci di cooperare, di leggere lo sguardo dell’altro, l’occhio dell’altro.

Gli psicologi evoluzionisti sostengono che la sclera, la parte bianca dell’occhio, è più estesa nell’uomo che in qualsiasi altro animale. Attraverso la sclera più grande possiamo più facilmente intuire la direzione dello sguardo e quindi l’intenzione, la volontà della persona con la quale stiamo interagendo. Sicché noi esseri umani ci siamo evo­luti più delle altre specie umane perché da predatori abbiamo imparato che possiamo sopravvivere ed evolvere soltanto se diventiamo cooperatori e donatori di cura, di attenzione. Da predatori a donatori, questa è la vera evo­luzione del genere umano. Essere donatore mi permette di entrare in sintonia con l’altro, mi permette di coopera­re e questo rende più sicura la mia vita. La mia vita non è

resa più sicura dalla inibizione dell’eros, perché l’eros mi spinge verso l’altro ed è di per sé buono. Il problema è come poi gestisco questo orientamento, come gestisco questa spinta verso l’altro: la gestisco in termini predato­ri, come mi dice la natura che mi abita, o in termini di coo­perazione, addirittura in termini di donazione di me, come la cultura sociale in cui si è evoluta la storia del­l’umanità mi suggerisce?

La storia dell’umanità, letta da questi psicologi evolu­zionisti, è una dimostrazione tangibile che la specie della quale noi facciamo parte, la specie umana, è riuscita a sopravvivere a momenti di crisi terribile, nei quali ha rischiato l’estinzione, non attraverso la forza, non attra­verso la competizione, ma attraverso la cooperazione, giunta anche fino alla donazione di sé. E’ in questo modo che la specie umana è riuscita a sopravvivere, a darsi un contesto di sicurezza. E’ per questo che è nata la famiglia, è nata la società, è per questo che è nato il linguaggio, la cultura, i significati di cui ogni cultura è depositaria. Noi possiamo sopravvivere solo a queste condizioni. E’ come dire che la natura è arrivata fino a un certo punto, dopo è stato necessario creare una specie di “protesi”, come quando mi mettono una protesi per poter camminare. Questa protesi per continuare ad evolvere, a sopravvivere, è la cultura relazionale, la cultura sociale, la cultura della cooperazione. La cultura, dunque, come protesi della natura. La natura arriva fino ad un certo punto poi, per continuare a sopravvivere, occorre altro, occorre pratica­mente l’amore. Ma di amore gli psicologi evoluzionisti non parlano. Parlano invece di cooperazione, di altruismo e di tante cose che all’amore assomigliano. Altro che sognatori, altro che persone di un passato inattuale! Quanti credono nell’amore sono ampiamente “riscattate” dalle più autorevoli ricerche in ambito psicologico.

Un altro filone molto importante a cui potremmo rife­rirci ancora è quello della psicologia dello sviluppo. Ci

sono tanti autori in questo specifico ambito. Uno di que­sti è J. Bruner. E’ lui che più di altri teorizza la cultura come “protesi” della natura. Narrandoci e ascoltando le altrui narrazioni, costruiamo il nostro sé, generiamo il lin­guaggio e con esso la cultura. Riconoscendo ed essendo riconosciuti intessiamo il reticolo da cui nasce una comu­nità sociale. Solo dal reciproco riconoscimento si costitui­sce e si fonda il sé soggettivo di ognuno e il senso delle relazioni sociali. Il riconoscimento diventa il fondamento dell’umano, della cultura, una cultura da condividere e da rigenerare grazie al continuo e reciproco riconoscimento. E’ da qui che nasce tutto. Nasce non solo la cooperazione ma anche il linguaggio, il significato del linguaggio e tutto il resto.

Poi ci sono due grossi autori che hanno fatto la storia degli ultimi anni della psicologia dello sviluppo. Uno è P. Fonagy, che parla di “mentalizzazione” e l’altro è D. Stern, che ho avuto la fortuna di conoscere e di incontra­re in seminari di formazione più volte. Stern parla di “sin­tonizzazione affettiva” e ritiene che il sé di ogni bambino nasca da quella magica esperienza di riconoscersi recipro­camente che si realizza nell’interazione madre e bambino. L’organizzazione della psiche di ognuno di noi nasce da questa cornice intersoggettiva che bambino e mamma creano continuamente, costantemente. Da questo recipro­co riconoscimento nasce l’equilibrio mentale di ciascuno di noi. La patologia, la disfunzione mentale nascono, inve­ce, da una scarsa qualità di questo reciproco riconoscersi. Si tratta di apporti fondamentali della ricerca che ci dico­no come l’equilibrio psichico di una persona è costruito dalla relazione con l’altro fin dal ventre materno. E’ il reci­proco riconoscimento il filo d’oro che permette ad una organizzazione psichica, ad una mente di evolvere in senso funzionale o in senso disfunzionale. Tutte le patolo­gie che noi incontriamo sono l’esito ultimo di questa disfunzione nel riconoscersi reciprocamente.

L’ultimo filone di studi a cui voglio fare riferimento sono le neuroscienze. Prima c’era l’opposizione tra chi diceva che noi siamo frutto solo di un bagaglio genetico e chi affermava che noi siamo il frutto del contesto sociale relazionale. Invece negli ultimi 20 anni la ricerca scientifi­ca ha dimostrato quanto sia vero che noi siamo frutto di un bagaglio genetico, ma anche che questo bagaglio gene­tico si sviluppa in un modo o nell’altro a seconda della qualità delle relazioni di cui ognuno di noi è protagonista, è artefice. Per cui la qualità delle relazioni, che sperimen­tiamo, influenza quanto e forse più del bagaglio genetico del quale ognuno di noi è portatore. Se noi, ad esempio, siamo di fronte alla natura, al bello, a contesti relazionali che ci sostengono, il nostro organismo produce più sero­tonina, neurotrasmettitori che hanno relazione con il benessere; invece l’adrenalina, il cortisolo vengono pro­dotti in contesti relazionali che non sono per noi fonte di sicurezza. La serotonina viene fuori quando io sto bene con gli altri, mentre l’adrenalina, il cortisolo, quando in certo modo sono in contesti dove non sono amato, dove non mi sento al sicuro. Quindi l’amore o il non amore, il bene o il male, hanno un correlato neurofisiologico, ormonale. È come se il nostro corpo fosse estremamente sensibile, fosse una cartina di tornasole che reagisce, a livello biologico e fisiologico, alla qualità della relazione. E la “qualità” della relazione che mi fa star bene e fa rispondere in termini costruttivi, propositivi, positivi, il mio organismo è l’amore, è il sentirmi riconosciuto, il sen­tirmi in un contesto cooperativo che mi dà riconoscimen­to, sicurezza, senso della mia identità, è il vedermi ogget­to di cura, accudito. Ed allora il nostro organismo è come uno strumento che risponde al “suono” della relazione. Più la relazione è qualitativamente positiva, più si attivano processi neurobiologici positivi, costruttivi, non tossici.

Tanti ricercatori si sono occupati di questo e confer­mano queste conclusioni. Ad esempio i ricercatori della

scuola di Parma, che hanno individuato i “neuroni spec­chio”.

Altri neuroscienziati si sono occupati, invece, dei “cir­cuiti dell’empatia”. Un autore, che si chiama S. Baron­Cohen, studiando i bambini autistici, bambini che non riescono ad entrare in relazione, si è chiesto che ruolo ha nella loro disfunzione l’empatia, cioè la capacità di ricono­scere l’altro. I bambini autistici sembrano non avere que­sta capacità. Egli, studiando il livello di empatia presente nei bambini autistici, ha scoperto che probabilmente anche gli psicologi possono parlare del male, non soltanto i teologi o i moralisti. Sostiene, infatti, che c’è un modo di parlare del “male” anche in termini neuropsicologici. A suo parere il male ha una base neuropsicologica che sta, tutta intera, nel circuito dell’empatia. Baron-Cohen ha scoperto che, se i “neuroni specchio” ci permettono di replicare le sensazioni che noi vediamo nell’altro (sapete cosa io sento nel toccare questa bottiglia grazie ai “neuro­ni specchio”), è poi il “circuito dell’empatia”, formato da diverse aree del nostro cervello, che rende possibile repli­care l’emozione dell’altro. Affinché nel nostro cervello possiamo replicare, rispecchiare, focalizzare, riconoscere l’emozione dell’altro, quindi avere empatia, occorre l’atti­vazione integrata di un circuito che è il “circuito dell’em­patia”.

Questo circuito può non essere funzionale, cioè può essere patologico, o per motivi di natura organica, oppu­re per un trauma emotivo/affettivo. Traumi di natura rela­zionale possono provocare le stesse disfunzionalità di un deficit di natura organica. Ci sono dei circuiti cerebrali che vengono interrotti nella loro funzionalità da traumi di natura relazionale. Capite bene che la qualità della relazio­ne, dunque la cultura, finisce per incidere sulla natura, sulla funzionalità celebrale di cui ogni organismo deve poter disporre per entrare in relazione con gli altri in modo adeguato.

Un altro neuroscienziato, D. Siegel, parla di “empatia interpersonale e intrapersonale”, cioè se io non sono fatto oggetto di empatia, se gli altri non mi riconoscono, io avrò difficoltà a riconoscermi, ad avere empatia intrapersonale, con me stesso, nei confronti dei miei sentimenti, delle mie emozioni e quindi a maggior ragione avrò poi difficoltà ad essere empatico nei confronti degli altri. C’è una matrice soggettiva che mi fa essere uomo capace di empatia, una qualità della relazione nella quale io sono oggetto di rico­noscimento, di empatia e questo mi permette di sapermi riconoscere, sapere riconoscere che un sentimento è mio o un’emozione è mia. Ci sono tante persone psicologica­mente malate che non sono in grado di avere consapevo­lezza di ciò che scorre dentro di loro e, dunque, non sono capaci di intuire, di focalizzare l’emozione, il sentimento dell’altro. Il male, per ritornare a S. Baron-Cohen, nasce dalla incapacità di immedesimarmi con l’altro, di essere empatico verso l’altro, di riconoscere ciò che prova. Io posso essere empatico dal punto di vista cognitivo, come le SS che capiscono con “l’empatia cognitiva” cosa può fare soffrire di più, che individuavano le atrocità più atro­ci per ferire, distruggere, soggiogare meglio il prigioniero ebreo.

Poi c’è “l’empatia emotiva”, che invece mi fa condivi­dere il tuo dolore, la tua sofferenza, mi fa partecipare della tua ferita. E’ un altro tipo di empatia che solo le persone che si avvicinano alla normalità hanno. Il male è il prodot­to di un deficit del “quoziente di empatia”, è il frutto e l’esito finale di menti che sono incapaci di empatia emoti­va.

Ritornando a quello che dicevamo in premessa, voglio ancora una volta sottolineare come veramente l’amore è uno, per cui l’amore nasce come una spinta erotica preda­toria, ma porta come frutto il fatto che noi siamo orienta­ti dalla natura stessa ad uscire fuori di noi, a guardare l’al­tro, ad andare verso qualcuno. E’ l’eros, è la natura che ci

fa così, ma poi la specie umana, per poter sopravvivere, ha avuto bisogno di altro. Per poter evolvere non è bastato l’eros, è stato necessario il legame affettivo. E poi non è stato necessario soltanto il legame affettivo, ma è stato fondamentale dare a questo legame un valore, un “signifi­cato culturale”, che rendesse possibile andare così contro natura fino a “donare” deliberatamente la propria vita per l’altro. È questo il frutto di una evoluzione per cui l’amo­re che Cristo incarna è veramente, come aveva intuito P. Teilhard de Chardin, l’esito finale di un percorso evolu­tivo straordinario in cui c’è la natura, c’è la dimensione emotivo/affettiva dell’animale, che va oltre la pura istin­tualità rettiliana, e poi c’è un’ulteriore salto dato dalla comparsa della corteccia cerebrale, dalla comparsa della cultura umana capace di produrre significati tali per cui io contraddico la natura e “dono” me stesso, permetto che venga uccisa la mia vita per fare salvi gli altri, per amore degli altri. È l’apoteosi di un’evoluzione che contraddice i suoi inizi. Ma, come ci insegna Benedetto XVI, gli amori non sono tre, sono uno. Sicché, per arrivare all’ultimo sta­dio dell’unico amore, ho bisogno anche del primo. Ed è a motivo di ciò che, per saper amare come Cristo, io devo sapermi confrontare prima con “il rettile predatore” che c’è in me; poi con “l’animale” che vive di legami emoti­vo/affettivi fini a se stessi; infine con la dimensione più evoluta di me capace di esprimere un “amore liberante”, radicato su significati, su valori che vanno oltre un’affetti­vità infantile primordiale, oltre una istintualità pulsionale arcaica, che purtuttavia mi abita e che devo imparare a non sottovalutare.

Ora, fatta questa analisi sul fondamento psicologico dell’amore, di quello che noi chiamiamo amore, proviamo a vedere come tutto questo si ricolloca in due contesti apparentemente tanto diversi: quello di chi sceglie di con­sacrare la propria vita a Dio, a questo Amore radicale che Cristo incarna, in una famiglia e quello di chi decide di

fare la medesima consacrazione ma in uno stato verginale e all’interno di una comunità, di una famiglia religiosa.

Tutto quanto abbiamo detto come si declina, come si riposiziona, come si ricolloca? Per quanto riguarda la fami­glia avrei tanto da dire. Ho lavorato per circa quarant’anni nei consultori familiari e posso dirvi che la famiglia, in que­sti 40 anni, si è radicalmente trasformata. Possiamo dire che la famiglia, così come noi l’abbiamo conosciuta, la famiglia che ha fatto da sfondo alla nostra storia persona­le, probabilmente non esiste più e quello che esiste invece è una costellazione variegata, molteplice di famiglie.

Sociologi come Z. Bauman hanno dato interessanti chiavi di lettura per capire la crisi della famiglia. I dati sta­tistici in Italia ci dicono che le famiglie durano poco, quasi la metà non superano i 10-15 anni di unione coniugale e poi c’è il baratro della separazione, il problema della gestione dei figli, di una conflittualità che spesso non ha mai fine, non si sana mai, contraddicendo quello che ci raccomandano gli psicologi dello sviluppo quando auspi­cano per i figli un contesto relazionale cooperativo, fatto di riconoscimento. Di fatto la famiglia si sta orientando paradossalmente in direzione opposta. Essa mostra di essere totalmente fragile e non più in grado di assicurare alle nuove generazioni un contesto relazionale stabile, ras­sicurante.

La famiglia nel tempo ha ubbidito a criteri di natura socioeconomica. La famiglia patriarcale andava bene per l’economia agricola, quella nucleare per l’economia indu­striale. Arrivati all’economia globale, di quale famiglia abbiamo bisogno? Semplicemente non abbiamo più biso­gno della famiglia! E ciò perché l’economia globale, fatta per l’individuo, non ha più bisogno della famiglia. Quindi questo nuovo tipo di economia, che vede il 2% della popolazione detenere il 40% della ricchezza, questo tipo di economia in cui i pochi neofeudatari hanno molto di più di quello che avevano i feudatari del medioevo, è una

economia che di fatto sta trasformando noi in servi della gleba. Servi che non devono più avere una famiglia, per­ché la famiglia è pesante per questo tipo di organizzazio­ne economica. La famiglia non deve esserci, non è funzio­nale a questo sistema economico, per cui deve lentamente essere distrutta, retrocedere. La crisi della famiglia non dipende da mariti e mogli che si separano, ma da un con­testo culturale, economico, sociale che vede la desertifica­zione della famiglia, il suo svuotamento.

Quando tu oggi ti sposi, devi operare una scelta radi­cale, una vera “consacrazione”. O ti sposi avendo dietro un forte background, fondato sull’amore e sull’amore cri­stiano in particolare, oppure tu non resisti, sei votato al fallimento. Non c’è più la famiglia, ma “le famiglie”: le famiglie monogenitoriali, le famiglie omosessuali, le fami­glie allargate, le famiglie transitorie e le famiglie plurime. Il divorzio si gestisce quasi come un fatto personale ed è così che tu non devi dare conto a chicchessia, a momenti neanche al giudice.

Tutto questo ci dice di un mondo che si sta organiz­zando in maniera tale da non aver bisogno della famiglia. Allora se tu ti consacri a questo amore di cui stiamo par­lando e lo fai in famiglia, la tua consacrazione verrà testa­ta da un contesto sociale in cui la famiglia non è sostenu­ta, non è riconosciuta, non è più vista come nodo fonda­mentale del tessuto sociale.

Dal punto di vista legislativo, vanno scomparendo tutte quelle norme che un tempo sostenevano la famiglia, anche perché non ci sono più soldi per erogare i servizi del passato. Da questo punto di vista, se prima la famiglia era veramente al centro di tutto, adesso non solo è messa ai lati, nella parte periferica della società, ma addirittura viene “scoraggiata”, indebolita, posta in difficoltà. Ora se per un verso tutto questo può deprimerci, può preoccu­parci, per un altro verso però può risultare anche come una sorta di “purificazione” della famiglia.

Prima la famiglia era il luogo dove, in assenza dell’Inps e della previdenza sociale, io avevo in concreto assicurata la pensione, perché per me continuavano a lavorare i miei figli. Quando non funzionava il sistema sanitario, la fami­glia ti assicurava l’assistenza sanitaria. La famiglia, quindi, come luogo di risposta ai miei bisogni. Oppure, negli ulti­mi decenni, la famiglia come luogo in cui è possibile trova­re riscontro al mio narcisismo: ho una bella famiglia, una bella moglie, una bella macchina, una carriera con buone prospettive, io ho… la famiglia come luogo di appagamen­to narcisistico. Adesso tutto questo è finito. E’ come se fosse in corso un momento di “purificazione” della fami­glia, che può trasformarsi da luogo di soddisfacimento di bisogni materiali o narcisistici in luogo di riconoscimento, in incubatore di esperienze significative di riconoscimento così come la psicologia, di cui vi ho parlato, ne parla.

In questo contesto sociale, la famiglia è chiamata a diventare un incubatore di riconoscimento, un incubato-re di umanità, perché l’umano nasce dal reciproco ricono­scimento. Se siamo attori di relazioni che non sono in grado di generare reciproco riconoscimento, noi dissipia­mo “l’umano”, noi lo consumiamo senza più rigenerarlo. Siamo destinati a vivere in comunione, maschio e femmi­na, religioso e sposato, giovane anziano, siamo destinati a creare reti di reciproco riconoscimento perché è lì che si genera l’umano. Allora o la famiglia diventa incubatore di riconoscimento, incubatore dell’umano o la famiglia sarà fagocitata dai processi, dalle dinamiche di una economia globale che di fatto non ha più bisogno di essa per soprav­vivere.

In questo scenario di crisi la psicologia, la sociologia ci dicono che o tu stai in famiglia consacrandoti ad un amore che è capace di donare, che è capace di andare al di là del proprio bisogno, del proprio orizzonte narcisisti­co, oppure tu non potrai generare “l’umano”, diventerai meno umano, dissiperai la costellazione di relazioni che ti

fa da sfondo e che ti sostiene, sarai necessariamente vota­to a cadere nelle maglie del “male”. Un “male” che non è solo il male spirituale, metafisico, ma è un male psicologi­co, perché io a poco a poco dentro di me avrò più “corti-solo” e meno “serotonina”. Sicché, a livello neurobiologi­co, vivrò la mia vita nell’inferno, nella disfunzione, perché lo spirituale non contraddice il biologico, ma è qualcosa che si intreccia costantemente con esso.

D’altra parte, come contestualizzare oggi “la scelta radicale dell’amore” nella vita consacrata verginale? Io ho avuto modo di seguire, di accompagnare tanti religiosi, tante religiose, tante persone che hanno fatto la scelta di consacrarsi nella verginità. Se tu vedi questa scelta da un versante laico, ti chiedi se sia ancora attuale tutto questo. È attuale che delle persone fanno dono della propria geni­talità, fanno dono del proprio corpo, della propria storia, della propria progettualità ad un Dio che non vedono e che sposano con il cuore? Ha senso tutto questo oggi? In un mondo dove persino la famiglia si è frantumata, dove i valori etici sono estremamente soggettivi e non vengono condivisi in alcun modo, ha senso tutto questo? È un modo arcaico di vivere? O, viceversa, è qualcosa che para­dossalmente possiamo inquadrare come lo stato più evo­luto che un essere umano può raggiungere? Non so se è chiaro questo interrogativo… Chi come voi si è consacra­to, è roba di altri tempi da mettere in naftalina? O, inve­ce, è l’esito più elevato, la guglia più evoluta della specie umana? È un interrogativo che io mi sono posto per lungo tempo ed io penso che la risposta giusta sia la seconda: chi decide di consacrarsi, chi decide per la verginità, chi deci­de di fare dono del proprio corpo, della propria genitali­tà a Dio-Amore, in una radicalità che è delineata dalla sequela di Gesù, è una persona che imita “l’Uomo pieno”, l’uomo più evoluto per eccellenza che è Cristo.

Nella visione di P. Teilhard de Chardin, Cristo rappre­senta l’esito finale dell’evoluzione del creato e chi si pone

alla sua sequela nella verginità in qualche modo incarna questo esito ultimo, questa parola ultima dell’evoluzione del genere umano. Non so se voi conoscete la teoria dei tre cervelli elaborata alcuni decenni fa da un neurofisiolo­go di nome P. MacLean.

Nel nostro cervello abbiamo l’impronta dell’evoluzio­ne di cui siamo espressione e da questa evoluzione si può capire verso dove andiamo. Il nostro cervello è come una macchina del tempo dove noi possiamo ricomporre “le ere geologiche” di cui siamo espressione. La parte alta del tronco encefalico ce l’abbiamo in comune con i rettili che sono fatti per aggredire o scappare, per aggredire sessual­mente o per scappare di fronte a un pericolo. E’ l’anima­le predatore di cui parlavamo poco fa.

Dopo milioni di anni, sopra a questo cervello arcaico, elementare, la natura, per far sopravvivere la vita, ha crea­to un altro strato che è l’area limbica, quella che gestisce le emozioni, facendole diventare sentimenti, facendole diventare stati affettivi e permettendo a questi esseri viventi di legarsi sul piano emotivo e affettivo.

Ma poi ancora, per far sopravvivere meglio gli esseri viventi, occorreva dare a questi legami affettivi anche significati sociali, culturali ed è per questo che la natura ha creato un terzo strato che è la neocorteccia, capace di fare queste cose, di fare queste cose a tal punto per cui la cul­tura è in grado di contenere, se non addirittura di negare, l’originaria natura. L’essere vivente, prima fatto solo per predare, per ammazzare gli altri e cibarsi della loro carne, adesso è in grado di dare il suo corpo per amore: è l’apo­teosi di una evoluzione, la cui eco nella scelta verginale si perpetua, si rinnova, come si perpetua e si rinnova in Cristo sulla croce, che per amore dà la propria vita, si fa “mangiare”.

È lecito, allora, dire che la scelta verginale è l’esito ultimo di un processo evolutivo? Probabilmente sì, se la leggiamo da questo punto di vista. Tuttavia, ciò che rende

voi una sorta di “avanguardia” del genere umano, che dice al genere umano verso dove è diretto e come diriger­si verso la meta. Ciò che vi rende autorevoli e credibili è il modo in cui vivete la vostra verginità consacrata. Non sce­gliete uno stato, una carriera, un abito, un ruolo sociale, ma scegliete un modo radicale di “essere amore”, così come fa lo sposato, come fa la sposata. Loro possono esprimere la propria genitalità, possono vivere con pie­nezza la propria dimensione erotica, ma fino ad un certo punto. Infatti, se io vivo la mia intimità da sposato in ter­mini verginali, donativi, probabilmente sarò messo sulla graticola di San Lorenzo in maniera diversa, ma sostan­zialmente identica, a chi fa la scelta verginale. Entrambi, infatti, abbiamo scelto di fare dono della nostra carne, della nostra vita. La forma in cui lo facciamo è diversa, ma l’origine della scelta è identica: seguire Gesù, Dio-Amore.

Per fare tutto questo io devo fare i conti con il rettile che è in me, con l’animale che è in me, con il bambino che in me vive un’affettività elementare, ancora piccola. Per essere punta evoluta devo costantemente “monitorare”, devo fare i conti con queste parti di me. Noi non sappia­mo fare comunione con gli altri perché non sappiamo fare comunione con le parti che ci abitano, con questa folla stratificata di ere evolutive di cui noi siamo espressione. Ma se scegliamo Cristo, l’Uomo pieno, come lo chiama San Paolo, allora è possibile che questo miracolo di comu­nione tra le diverse parti di noi e di comunione tra i diver­si modi di essere-amore, che esprimiamo, ci permetterà di incubare “l’Uomo nuovo” che è Cristo.

Gli itinerari formativi di cui stiamo parlando o ci con­durranno a promuovere tutto questo, oppure saranno un puro esercizio metodologico, organizzativo e quello che faremo non avrà senso, non avrà la vitalità necessaria per accrescere la nostra capacità di amare, di fare comunione, di diventare esseri umani. Qualcuno diceva ognuno di noi, forse, è un “animale” che disperatamente tenta di

diventare “uomo”. Probabilmente è vero! Ma questa capacità di diventare uomo viene potenziata enormemen­te dallo stare insieme fra vocazioni diverse, fra progettua­lità diverse, fra generazioni diverse. L’omologazione usura e devitalizza la comunione, il confronto. L’integrazione dei diversi, invece, produce una capacità di amare che sempre può generare e rigenerare l’umano.

Riferimenti bibliografici

  1. A. CAVALERI, Vivere con l’altro, Città Nuova, Roma 2007.

P.A. CAVALERI, La verginità come esito evolutivo, in H. Sievers,

Verginità pienezza di vita, Città Nuova, Roma 2014, pp 9-32. P.A. CAVALERI et all., Quando l’amore è un’arte. Istruzioni di volo,

Città Nuova, Roma 2013.

  1. MOLINARI, P.A. CAVALERI, Il dono nel tempo della crisi. Per una psi­cologia del riconoscimento, Raffaelli Cortina, Milano 2015.