Legami affettivi

nella Vita Consacrata

e nella famiglia

Sr. Roberta Vinerba

PREMESSA

La relazione che segue ha per oggetto non tanto la reciprocità della vocazione matrimoniale e di quella reli­giosa, quanto l’analisi dei legami affettivi nell’odierno contesto. Una riflessione teologico-morale che vuole far emergere come, al cuore della riluttanza a stringere un legame e a permanere in esso, vi sia una vera e propria patologia antropologica che pone la persona in una sorta di analfabetismo relazionale. L’oblìo del modello trinita­rio è individuato alla radice del fenomeno che ha come epicentro ed epifania una concezione irrealistica della libertà che scardinata dal fondamento della verità è inca­pace di raggiungere il proprio fine, ovvero la comunione. La conclusione a cui si giunge è che è necessaria una robusta evangelizzazione che recuperi il dato trinitario e colga l’integrità della dottrina sull’uomo e le sue possibi­lità che possono essere conosciute solo alla luce della croce del Signore, è chiesta oggi più che mai per restitui­re a ciascuno la possibilità di aderire e di portare frutto nella propria specifica vocazione.

  1. IL LEGAME NELL’ATTUALE CONTESTO CULTURALE E SOCIALE

Il sostantivo maschile legame deriva dal latino ligamen, derivato di ligare, ovvero legare. Parlare di legame dunque significa fare riferimento a qualcosa che, mettendo in stret­ta comunicazione due o più realtà, le rende in qualche modo vincolate, ovvero non più autonome. In questo senso il legame è ciò che impedisce a qualcosa o a qualcu­no un movimento totalmente autodeterminato, si tratta in ultimo di una limitazione delle possibilità. Una limitazione della libertà di movimento. Se usciamo dal mondo del generico ed entriamo in quello degli uomini, il legame, associato a persone che per definizione sono libere, potrebbe essere percepito, e di fatto così è, come ciò che taglia la libera autodeterminazione ed impedisce all’uomo la piena, libera realizzazione. Realizzazione che avviene attraverso esperimenti esistenziali nei quali l’individuo deve essere libero di avventurarsi. Il passaggio nell’argo­mentare, da persona ad individuo non sembri casuale. Infatti la persona è essere strutturalmente, ontologicamen­te in relazione, la propria perfezione è intrinsecamente associata al raggiungimento dell’altrui perfezione — nel promuovere la tua libertà trovo la mia stessa libertà ­ mentre nel caso dell’individuo, la relazione è percepita come seconda, come funzionale al proprio personale per­corso — la mia libertà termina là dove inizia la tua. In un mondo di individui l’altro più che un fratello con il quale fare strada assieme, è percepito come un limite, la cui pre­senza sbarra le infinite possibilità di movimento, la sua è una presenza che restringe quello spazio di libertà che l’uomo contemporaneo percepisce come assoluto. Questa precomprensione della libertà e del posto dell’altro-per-me mina alla radice la possibilità che il legame possa avere una valenza positiva. Esso è funzionale ad una società monoli­tica, solida, statica, tradizionale; in essa l’individuo era

costretto in una forma definita per tutta la vita in modo tale che alla società tutta era riconosciuta stabilità. Fino a pochi decenni fa potremmo dire che il legame, inteso soprattutto come matrimonio e professione dei voti reli­giosi (o ordinazione presbiterale) — le due forme tradizio­nali di scelta vocazionale stabile e definitiva che struttura­vano la società — ma anche legame lavorativo (dalla culla alla bara) assumeva, potremmo dire, forma solida. Per spiegare questa figura faccio diretto riferimento al mondo degli atomi. In chimica il legame è un insieme di forze che si stabiliscono tra atomi o gruppi di atomi in modo tale che questi formino aggregati più o meno stabili, più o meno compatti. Le particelle (atomi, molecole, ioni) sono alla base della struttura della materia che si presenta a noi nello stato solido, liquido, gassoso e di plasma in base all’unione delle particelle tra di loro mediante forze di interazione. Nello stato solido le particelle solo legate tra loro da vinco­li molto forti. Gli atomi sono disposti in forma ordinata per effetto di forti interazioni elettrostatiche (legami) e non possono modificare il posto che occupano, tanto che il solido ha forma e volume propri. Simbolicamente collo­cherei in questa figura la società cosiddetta tradizionale nella quale il posto di ciascuno era piuttosto stabile e la scelta vocazionale percepita decisamente come una forma assunta per sempre. Zygmunt Bauman è il sociologo polac­co che ha associato l’aggettivo liquido al sostantivo società. Il Nostro descrive una società fatta da legami liquidi che non hanno una consistenza definita, assoluta. Nello stato liquido della materia le particelle, pur libere di muoversi, sono soggette a forze di attrazione elettrostatica reciproca e, spesso, anche a interazioni intermolecolari abbastanza forti e tendono a disporsi in strati sovrapposti, adattando­si alla forma del recipiente che li contiene. Trasponendo alla società, l’aggettivo liquido sta a significare legami allentati, dalla caratteristica proteiforme, assumono cioè configurazioni differenti a partire dal contesto. Nella

società liquida niente è irreversibile, tutto può diventare il contrario di quanto precedentemente assunto. Se questa è una caratteristica onnicomprensiva di ogni ambito dell’esi­stenza, certo è che è nei legami affettivi che tale aspetto post-moderno prende corpo. L’assumere forme diverse grazie a legami allentati significa:

  1. L’esclusione della fedeltà in senso sincronico. Possono darsi situazioni, condizioni, circostanze nelle quali l’esperienza affettiva deve cedere il passo ad altre. Quello che viene meno è il concet­to stesso di fedeltà che è declinato in autenticità. Ora è evidente che i due concetti non sono per nulla sinonimi. La fedeltà è la permanenza ogget­tiva e soggettiva in un legame esclusivo che lega il soggetto ad una promessa fatta. L’autenticità è l’auto-percezione di una consonanza dei sentimen­ti oggettivi con lo stato oggettivo. Auspicabile è che autenticità e fedeltà coincidano, ma la biogra­fia di ciascuno attesta che la fedeltà è una conqui­sta continua in un processo di costante inveramen­to di una scelta data che a volte richiede un supe­ramento e una purificazione dello stato dei senti­menti o delle emozioni. L’autenticità spesso ha a che vedere con l’attimo, con il mondo instabile delle emozioni che, lasciate da sole, non hanno in sé il potere di condurre la persona ad una compiu­tezza biografica. La fedeltà ha a che vedere con la volontà del permanere, e permanere in maniera creativa in una identità assunta a partire dalla quale la propria personalità e il proprio destino è deciso.
  2. L’esclusione della fedeltà in senso diacronico. La sfi­ducia nelle proprie possibilità di autogoverno e l’esaltazione dell’autenticità come criterio morale, conducono alla persuasione che non si possa pen­sare che nel futuro non avverta la necessità di

situarsi in maniera differente. Si crede nell’impos­sibilità di restare fedeli all’impegno assunto nel variare biografico personale. Il futuro è minaccio­so, nel senso che pur desiderando sinceramente permanere in una relazione, in una scelta, si teme di non esserne capaci per non saper reggere l’urto delle incalcolabili variabili che si potranno incon­trare.

Con questa disposizione interiore la biografia si pre­senta non tanto come una storia, ovvero come la narrazio­ne della continuità di un soggetto, ma come tante storie, avventure differenti, rotture e nuovi ricominciamenti nei quali si dipana una esistenza sempre pronta ad assumere forme nuove. Il rischio più che reale è la frammentazione del soggetto stesso. Che si disperde in tanti rivoli fino a che non è più capace di ritrovare il proprio sé, il proprio cen­tro. In questa dinamica la nostalgia del legame potrebbe essere forte, come forte è la consapevolezza di non essere in grado di portarne il peso in nome di una libertà che è declinata nelle relazioni in autenticità e nel progetto di vita come possibilità di accedere a forme infinite di sé.

Sarebbe troppo facile ricordare quanto lo star system che incarna in pienezza questo modello di vita, sia pieno di vecchi e vecchie che si aggirano senza pudore con l’enne­simo fidanzato, l’ennesima fidanzata, tragiche caricature di un sogno di immortalità che si risolve, inevitabilmente, nel suo contrario.

Ritengo che dallo stato liquido, metaforicamente, si sia passati, o lo si stia facendo, ad una società di tipo gassoso. In materia lo stato gassoso è caratterizzato da una grande mobilità delle sue particelle, che tendono a occupare tutto il volume a loro disposizione. Gas e vapori non hanno, per­ciò, né forma né volume proprio e sono comprimibili. I legami tra le particelle sono, evidentemente, di bassissima entità. La figura del gas ci permette di descrivere al meglio

i legami nella società degli individui che, come le particel­le del gas sono piuttosto isolati gli uni gli altri, compressi se posti in un volume, che è una forzatura del loro stato, così gli individui si sentono forzati al legame preferendo la piena libertà individuale alla dipendenza a qualcuno, fosse pure per amore. Dunque si è compiuto un passo in avanti. Nella società liquida il legame si discioglie in nome dell’au­tenticità, in quella gassosa in nome della libertà individua­le. Per essere liberi occorre preservarsi dal legame per poter scegliere al momento. Il pericolo dietro l’angolo è costituito dal fatto che si presume che vi sia un centro inte­riore della persona, una sorta di direttore d’orchestra capace di resistere a continui smembramenti biografici senza subirne alcuna contaminazione. Una sorta di io pro­fondo che resta inalterato e che può tranquillamente assu­mere ruoli i più differenti e distanti. La realtà invece dice ben altro. L’io profondo, il centro psicologico e il centro morale della persona si fanno col farsi della libertà e que­sto farsi è identitario, cioè è una costruzione che non sop­porta troppo soluzioni di continuità. Porta i segni di ogni azione, di ogni scelta e di ogni decisione e di tutte chiede conto. La verità della persona consiste nel fatto che strut­tura una identità e non semplicemente dei ruoli. La scelta vocazionale, come le grandi scelte della vita, ci configura­no in maniera identitaria e non come semplici ruoli che si assumono. Gli attori assumono dei ruoli sulla scena che, terminato lo spettacolo, dismettono. Ma nella vita questo non è mai possibile, non c’è azione che non coinvolga la totalità di me, il mio presente e il mio destino. Ostinarsi a fuggire il legame per essere sempre pronti, come una ragazza che sostando al bordo della pista da ballo respinge ogni offerta per tenersi libera per il prossimo che de le offre di ballare, o che si limita a velocissimi passaggi in pista per non sembrare già occupata, il destino in ultimo, altri non è che una disperante solitudine. La mistica del single, porta tragicamente a questa condizione.

  1. IL LEGAME NELLA DINAMICA DELLA LIBERTÀ

2.1. Libertà creaturale, germe e promessa

Dopo aver esaminato, seppure in forma breve, il con­testo contemporaneo e la disaffezione allo stringere lega­mi, conviene adesso gettare uno sguardo sul significato della libertà, sulla sua natura e sul suo fine. Anche per questo punto si procederà in maniera sintetica e sceglien­do la prospettiva che interessa direttamente l’argomento in esame. Farà da guida la lettera enciclica Veritatis splen­dor (VS) di Giovanni Paolo II e giungeremo alle conclusio­ni che, contrariamente a quanto afferma la cultura con­temporanea, la libertà è orientata alla comunione. Essen­do finita (perché di una creatura) e fallibile (perché di una creatura ferita), essa non può essere di per sé il criterio morale (una azione perché fatta liberamente non è di per sé anche buona). Di fatto la libertà se non rispetta l’incli­nazione alla comunione è servitù (lo spazio vuoto è la figu­ra della libertà assoluta).

La riflessione razionale e l’esperienza quotidiana dimostra­no la debolezza, da cui è segnata la libertà dell’uomo. È libertà reale, ma finita: non ha il suo punto di partenza asso­luto e incondizionato in se stessa, ma nell’esistenza dentro cui si trova e che rappresenta per essa, nello stesso tempo, un limite e una possibilità. È la libertà di una creatura, ossia una libertà donata, da accogliere come un germe e da far maturare con responsabilità. È parte costitutiva di quell’im­magine creaturale, che fonda la dignità della persona: in essa risuona la vocazione originaria con cui il Creatore chia­ma l’uomo al vero Bene, e ancora di più, con la rivelazione di Cristo, a entrare in amicizia con lui, partecipando alla stessa vita divina. È insieme inalienabile autopossesso e apertura universale ad ogni esistente, nell’uscita da sé verso la conoscenza e l’amore dell’altro. La libertà si radica dun­que nella verità dell’uomo ed è finalizzata alla comunione.

Punto centrale dell’argomentare del Papa è il legame tra verità e libertà. Quest’ultima non è il regno dell’onni­potenza, non è lo spazio nel quale all’uomo è dato di oltre­passare la linea di confine tra creatura (limite) e Creatore (illimitato). Pur essendo la facoltà che imparenta l’uomo con Dio, essa è pur sempre ancorata alla verità della per­sona che va in due direzioni. Una è quella della contingen­za, dell’essere situati nello spazio e nel tempo che costrin­ge, comunque, la creatura entro leggi (invecchiamento, malattia, morte) e condizioni (sono qui e non posso esse­re altrove) che vuoi o non vuoi, ne limitano la libertà. Essa non è la legge ultima, c’è qualcosa che ha più potere di lei, o almeno che la obbliga in un determinato binario. L’altra direzione è quella della obbligatorietà della comunione. La libertà non è una freccia impazzita nello spazio in cerca di una sua direttrice, essa è naturalmente inclinata alla comunione. Vuol dire che ogni azione, ogni intenzionalità che non sia rivolta alla comunione, è un fallimento della libertà stessa, una mancata umanizzazione del soggetto. Il peccato si configura come una mancata realizzazione di una possibilità data, una de-umanizzazione che frantuma la persona e la rinserra in una autoreferenzialità che è un anticipo reale della morte. Eppure questa inclinazione naturale è un germe, è una promessa, non un determini­smo, nel senso che la libertà essendo reale è anche terribi­le possibilità di fallire il ciò per cui è.

La pretesa dell’uomo di farsi da sé, di non essere debi­tore a niente e a nessuno di sé, taglia la radice che anco­ra la libertà alla verità e rende quest’ultima una scheggia impazzita alla ricerca del suo punto di origine. Ricerca che, se non si volge a quel principio dell’uomo creato da Dio a sua immagine e somiglianza, non potrà trovare mai. Il dramma della libertà nella cultura contemporanea è quello di essere stata violentemente scalzata dal suo anco­raggio naturale, l’antropologia cristiana che tiene insieme individuo e relazione, identità e comunione, uguaglianza e

differenza, corpo e anima, singolo e comunità. Scardinata dal Fondamento, essa si trova, potremmo dire, in una condizione come di cecità, alla ricerca di ciò che possa, in ultimo, acquietare la sua insoddisfazione, la sua insaziabi­lità. La storia della modernità e della post-modernità altri non è che quella di una libertà impazzita che va cercando se stessa ma che è condannata a non trovarsi mai se non accetta di affondare le sue radici nel terreno che la nutre, la verità di un’antropologia capace, accogliendone il limi­te, di esaltarla. Non possiamo cogliere la grandezza della libertà oscurandone i limiti, e in particolare dimenticando che la creatura di cui è espressione è una creatura ferita dal peccato. Qualcuno che desidera volare, ma ha le ali ferite. Stretto dunque tra il desiderio del tutto e la possi­bilità del poco, l’uomo scopre di aver bisogno di un aiuto per superare l’empasse, per dare un significato salvifico, e non mortifero, alla sua condizione.

2.2. Il legame e Cristo Crocifisso: la libertà e il Liberatore

Dunque la condizione dell’uomo è quella di qualcu­no libero ma misteriosamente schiavo.

Ragione ed esperienza dicono non solo la debolezza della libertà umana, ma anche il suo dramma. L’uomo scopre che la sua libertà è misteriosamente inclinata a tradire questa apertura al Vero e al Bene e che troppo spesso, di fatto, egli preferisce scegliere beni finiti, limitati ed effime­ri. Ancor più, dentro gli errori e le scelte negative, l’uomo avverte l’origine di una ribellione radicale, che lo porta a rifiutare la Verità e il Bene per erigersi a principio assolu­to di se stesso: «Voi diventerete come Dio» (Gn 3,5). (VS 86)

La libertà dunque non è di per sé criterio morale, nep­pure il requisito unico per la felicità, perché lei stessa «ha

bisogno di essere liberata. Cristo ne è il liberatore: egli “ci ha liberati perché restassimo liberi” (Gal 5,1), [Lui che ] rivela, anzitutto, che il riconoscimento onesto e aperto della verità è condizione di autentica libertà: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32)» (VS 86-87).

La verità che contempliamo nel Crocifisso è che Colui che era Dio, quindi potenza infinita, illimitato nel tempo e nello spazio, non necessitato da niente, si è libe­ramente (senza alcun obbligo, senza alcuna necessità) rin­serrato nel tempo e nello spazio, superando l’insuperabi­le, ovvero la distanza tra Creatore e creatura. Non pago di questo, ha voluto abbassarsi, svuotarsi fino alla forma storica più degradante, la morte in croce (Cf. Fl 2,6-11), stendendo le braccia verso il cielo e a favore dei fratelli, riconcilia nel suo corpo di carne l’uomo con Dio, facen­do la pace. La verità dell’uomo (creatura amata da Dio e destinata da sempre alla comunione piena con lui assu­mendone la sua stessa natura) si esprime in una libertà che finalmente trova se stessa nel dimorare nella comu­nione. In questa dimora, essa diviene responsabilità e ser­vizio.

Gesù rivela, inoltre, con la sua stessa esistenza e non solo con le parole, che la libertà si realizza nell’amore, cioè nel dono di sé. Lui che dice: «Nessuno ha un amore più gran­de di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), va incontro liberamente alla Passione (cf. Mt 26,46) e nel­la sua obbedienza al Padre sulla Croce dà la vita per tutti gli uomini (cf. Fil 2, 6-11). In tal modo la contemplazione di Gesù crocifisso è la via maestra sulla quale la Chiesa deve camminare ogni giorno se vuole comprendere l’inte­ro senso della libertà: il dono di sé nel servizio a Dio e ai fratelli (VS 87).

Non vi è libertà dunque se non si costruisce amore nella responsabilità e nel dono di sé. Cristo ha vissuto fino in fondo la responsabilità della sua missione in quel

non voler scendere dalla croce dove, anche plasticamen­te, nell’offrirsi legato, anzi inchiodato ad un legno, ha mostrato come proprio nel punto di massimo annienta­mento delle possibilità umane, l’obbedienza amorosa alla verità, lo manifesta Signore e padrone di tutto. Non a caso il centurione lo riconoscerà Figlio di Dio (Cf. Mc 15,29) proprio in questo morire inerme. Vinto. In quel punto minimo di libertà, si sprigiona la Pasqua. Per que­sta obbedienza il Padre lo costituisce Signore (Cf. Fl 2,9), mostrando come la libertà sottomessa alla verità è lo sca­turigine di una libertà, potremmo dire, divina.

Dunque nel restringersi delle possibilità, un restrin­gersi vissuto nella verità e per amore, la libertà trova se stessa e la propria salvezza.

Noi siamo sanati dalla forza centrifuga che ci fa fug­gire dalle responsabilità che un legame comporta, solo se riconosciamo che la forza centripeta dell’amore che ci vuole solidali e stretti, raccolti agli altri, è la piena realiz­zazione di noi. La nostra salvezza consiste nel legare la propria libertà ad un legno. Il legame è a servizio di que­sta dinamica. Visto che la nostra libertà è piuttosto debo­le e per di più fallibile, abbiamo bisogno di ancorarci, di legarci all’albero maestro per non andare dietro alle voci delle sirene che ci disgregherebbero. Per dare stabilità e consistenza, solidità (per tornare alla figura con cui abbiamo aperto questa relazione), dobbiamo riconoscere il valore salvifico del legame. Dietro le ubriacature liber­tarie, possiamo infatti, fenomenologicamente, se percor­riamo a ritroso la strada del cuore, andare sempre a cer­care la libertà quando in fondo l’unica cosa che desideria­mo è un abbraccio che ci contenga. Inoltre le persone che ci affascinano davvero, quelle che proiettano su di noi una luce di speranza e di bellezza, sono quelle che sono state capaci di fedeltà, anche nelle condizioni più estre­me. Riconosciamo che lì brilla una forma nobile di uma­nità alla quale aspiriamo.

Per dirla con le parole di Dietrich Bonhoeffer, scritte dalla sua carcerazione a Tegel a due giovani che avrebbe dovuto unire in matrimonio:

il matrimonio è più del vostro reciproco amore. […] Nella prospettiva del vostro amore vedete solo il cielo della vostra gioia personale; il matrimonio vi inserisce responsa­bilmente nel mondo e nella responsabilità degli uomini; il vostro amore appartiene a voi soli, è personale; il matrimo­nio è qualcosa di sovra personale, è uno stato, un ministe­ro. Non è il vostro amore a sostenere il matrimonio, ma d’ora innanzi è il matrimonio che sostiene il vostro amore1.

Vale per il matrimonio, come per la professione reli­giosa e l’ordinazione presbiterale, vale per ogni scelta di vita irreversibile che è la scaturigine dell’identità persona­le (da qui in poi non posso che auto-comprendermi in questa forma) e della libertà (da qui in poi, coerentemen­te con l’identità assunta, ogni atto che va nella direzione di quanto scelto, mi rende più libero).

La scelta di vita irreversibile diventa l’alveo entro il quale incanalare il compito, mai risolto, della fedeltà alla propria vocazione, al proprio legame, fedeltà creativa per­ché si tratta di attingere alla scelta fatta come ad una sor­gente mai esaurita e mai esauribile. L’inserimento della responsabilità che si rende manifesta nella scelta di legar­si, di non restare da soli, prigionieri della propria autore­ferenzialità, ma anche di non abbandonarsi all’irrazionali­tà delle emozioni e dei sentimenti, è un aiuto determinan­te nello svolgere questo compito. Ora la persona non è più sola con il peso del proprio vissuto emotivo, ma inserita in una socialità più ampia che la tutela, a volte la rinserra, è

1 D. BONHOEFFER, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, a cura di E. Bethage, edizione italiana a cura di A. Gallas, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 1988, 102-103.

vero, per salvarla però da se stessa e dalle proprie incon­sistenze.

L’uomo si illude di poter vivere senza legami, in real­tà senza un punto fermo che lo costringa, diventa solo schiavo dei propri capricci e dei propri vizi.

  1. GLI AFFETTI TRA PASSIVITÀ E “ATTIVITÀ”

Sullo sfondo della tragedia delle vite incompiute, di tanti che non riescono a decidersi e dei tanti che abban­donano quanto deciso, vi è la sfida dell’inserzione dei sen­timenti nella libera responsabilità. Dobbiamo, seppur brevemente, ripercorre il percorso e il senso delle emozio­ni, dei sentimenti, e degli affetti.

L’emozione è una forma di conoscenza che si forma in risposta ad uno stimolo che coinvolge il sistema neurologi­co, si traduce in un sentire conscio che rende vicino e tota­le ciò che si offre come frammento in un attimo: come in un battito d’ala l’interezza del volo. […] Un volto amato ci fa provare affetto, sicurezza, tenerezza. L’emozione che suscita si trasforma per l’innamorato nel sentimento d’amore che orienta la relazione e le azioni. L’emozione è non solo una forma di conoscenza, dunque, ma anche un embrione di relazione perché ci pone in una certa disposi­zione nei confronti di un altro, disposizione che spesso si esprime in empatia, quel sentire dentro che è necessario in ogni relazione significativa. Conoscenza e comunicazione sono presenti nelle emozioni e nei sentimenti, fa parte del cammino di maturazione di ciascuno il saper sviluppare e integrare le emozioni con la conoscenza intellettiva e con i codici di approvazione e di disapprovazione che la rete sociale e culturale indica.

Esperienza primaria e carnale, si traduce in sentimento nel suo divenire conscia: proviamo un’emozione e la associamo al sentimento. Unità di anima e di corpo, l’uomo prova le

emozioni e i sentimenti a livello biologico e li accoglie e li interpreta dandogli un nome, concettualizzandoli, di modo tale che egli possa delimitare se stesso e dare un posto all’altro2.

Le emozioni, dunque, così come i sentimenti non vanno mai censurati, essi ci dicono che siamo stati toccati da qualcosa e impongono una loro decodificazione, sono vie di auto e altrui conoscenza. Di per sé i sentimenti non sono né buoni né cattivi, saranno quello che ne faremo noi. Che una persona felicemente coniugata, o altrettanto felicemente dedita alla vita consacrata resti turbata da qualcuno e senta di provare un sentimento, di per sé non è ancora un momento morale necessariamente da condan­nare. La persona potrebbe non essere assolutamente responsabile di ciò che la sta muovendo, o magari esserlo per non aver curato sufficientemente il suo legame, ma neppure esserne, ancora, cosciente. E dunque responsabi­le. Vale ricordarlo per non creare inutili e dannosi sensi di colpa in chi sta soffrendo e lottando trovandosi, suo mal­grado, in questa situazione.

Va detto tuttavia che la struttura umana ha già in sé un orientamento naturale alla conoscenza di ciò che è bene e di ciò che è male, il neonato porta già impressa nel suo cuore la legge scritta che dice fai il bene ed evita il male, ma la fragilità della condizione umana tende a contraddire con estrema facilità questa indicazione. Occorre dunque un’educazione e un’autoeducazione che facciano emergere sempre meglio e con più decisione e convinzione questa che chiamiamo voce di coscienza. Le emozioni possono servire magnificamente a questa legge generando senti­menti di attrazione verso il bene e di repulsione verso ciò

2 R. VINERBA, La vita non è un parcheggio. Giovani in cerca di futuro, Milano, Paoline, 2010, 55.56.

che è male, nella misura in cui interviene a guidarle l’azio­ne dell’intelligenza e della volontà. In questa maniera, secondo la maturità e l’indole propria di ciascuno, la per­sona è meglio preparata ad affrontare i doveri e le gioie della vita. Sappiamo tutti infatti che perché un amore possa reggere l’urto del tempo, non basta provare affetto, o non basta provare passione, occorre che questo affetto e questa passione prendano corpo in valori (fedeltà, autenti­cità, sincerità, altruismo, etc…) e che si elaborino strategie intelligenti e prudenti (virtuose) che facciano non solo durare questo amore, ma lo accrescano e lo abbelliscano con il trascorrere del tempo. Quanto detto vale per ogni ambito della vita: la professione può suscitare entusiasmo oppure tristezza, in alcuni momenti può esaltare o depri­mere, ma nessuno si affiderebbe ad un professionista che non sappia disciplinare il corso dei suoi sentimenti verso il lavoro. Quando si va dal medico lo si vuole trovare al suo posto indipendentemente dai suoi sentimenti verso la sua professione.

Quello che voglio dire è che se non si ha un allenamento alla conoscenza e al dominio delle proprie emozioni, può accadere di trovarsi in balìa di esse, di finire travolti dal sentire che non vuole il futuro ma il presente e che fram­menta le relazioni, che si presentano spesso più viscerali che umane, discontinue e irrazionali.

La postmodernità esalta la libertà ma al contempo la ritiene incapace di questo lavoro di autoeducazione che è insieme lavoro intellettivo e volitivo, affettivo e cognitivo insieme. Eppure se tralasciamo questo aspetto, diveniamo un fascio di emozioni, anzi di pulsioni, in balìa degli even­ti. In balìa, in ultimo, del nulla. La categoria della respon­sabilità che è diretta conseguenza di una retta concezione della libertà e di un sano e realistico quadro antropologi­co, entra in gioco in ogni momento del processo. Sempre

Ivi, 60-61.

una scelta è fatta in faccia al mondo e rinnegare in privato quanto promesso pubblicamente è il primo passo verso il baratro della rottura della continuità identitaria. Il criterio della responsabilità è quello di avere l’altro come protago­nista del nostro vissuto, come il Signore che è andato fino in fondo avendo nel cuore l’amore all’Altro e all’altro. La via salvifica è sempre e solo quella della croce che troppo spesso dimentichiamo di abbracciare quando ci troviamo di fronte a crisi vocazionali, a persone che ritengono con­clusa la propria esperienza coniugale, presbiterale, sotto la pressione di nuovi sentimenti, di nuove emozioni, che fanno impallidire al loro confronto la scelta fatta. È quel­lo il momento di scommettere sulla Croce e vedere se dav­vero, nel permanere, si scopra una sorgente che rende il restare non un ripiego, ma una nuova, reale e granitica, motivazione. Quello è il momento in cui si diventa affida­bili, quando il sentimento è trasformato, è tras-figurato dalla categoria della responsabilità che lo umanizzano incanalandolo nella direttrice della comunione. Questo processo, spesso dolorosissimo e scarnificante è anche il percorso della liberazione di sé da se stessi per ritrovarsi pienamente. Lungi dal rinnegare la libertà, restare signifi­ca sfidare la libertà perché si estenda oltre il limite fin qui conosciuto e dia prova delle sue possibilità ora, in Cristo, divine.

Dunque, libertà e fedeltà non si oppongono l’una all’altra, anzi, si sostengono a vicenda, sia nei rapporti interpersona­li, sia in quelli sociali. Infatti, pensiamo ai danni che pro­ducono, nella civiltà della comunicazione globale, l’infla­zione di promesse non mantenute, in vari campi, e l’indul­genza per l’infedeltà alla parola data e agli impegni presi! Sì, cari fratelli e sorelle, la fedeltà è una promessa di impe­gno che si auto-avvera, crescendo nella libera obbedienza alla parola data. La fedeltà è una fiducia che “vuole” esse­re realmente condivisa, e una speranza che “vuole” essere coltivata insieme. E parlando di fedeltà mi viene in mente

quello che i nostri anziani, i nostri nonni raccontano: “A quei tempi, quando si faceva un accordo, una stretta di mano era sufficiente, perché c’era la fedeltà alle promesse. E anche questo, che è un fatto sociale, ha origine nella famiglia, nella stretta di mano dell’uomo e la donna per andare avanti insieme, tutta la vita.

La fedeltà alle promesse è un vero capolavoro di umanità! Se guardiamo alla sua audace bellezza, siamo intimoriti, ma se disprezziamo la sua coraggiosa tenacia, siamo perdu­ti. Nessun rapporto d’amore – nessuna amicizia, nessuna forma del voler bene, nessuna felicità del bene comune – giunge all’altezza del nostro desiderio e della nostra spe­ranza, se non arriva ad abitare questo miracolo dell’anima. E dico “miracolo”, perché la forza e la persuasione della fedeltà, a dispetto di tutto, non finiscono di incantarci e di stupirci. L’onore alla parola data, la fedeltà alla promessa, non si possono comprare e vendere. Non si possono costringere con la forza, ma neppure custodire senza sacri­ficio4.

  1. LA PERSONA IN RELAZIONE NEL TEMPO DELL’OBLÌO TRI­NITARIO

Fin qui l’argomentazione ha esaminato il servizio che il legame svolge all’identità della persona ed anche i moti­vi che rende così difficile, oggi, comprenderlo. Al contem­po l’analisi merita un ulteriore contributo che, per impor­tanza, andrebbe all’inizio di tutto, perché è il postulato di quanto affermato. Più volte si è fatto accenno al fatto che la crisi del legame prima che difetto della libertà, è difet­to antropologico. Ma vale sempre il principio che ogni errore antropologico è, prima di tutto, errore teologico. Occorre pertanto risalire la corrente e giungere là dove

4 FRANCESCO, Udienza del 21 ottobre 2015.

tutto è iniziato e dove inizia, ogni volta, in ogni persona. L’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio (Cf. Gen 1,27), il che significa che è libero, capace di sé, capace di conoscere, ma soprattutto che è capace di relazione, di donarsi e di accogliere, e che la pienezza di sé consiste nella possibilità di maturare in questa dimensione.

Il Signore Gesù, quando prega il Padre perché “tutti siano una cosa sola, come io e tu siamo una cosa sola” (Gv17,21), aprendoci prospettive inaccessibili alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle Persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nel­l’amore. Questa similitudine manifesta che l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stes­so, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé (GS 24).

Perché vi sia relazione, perché vi sia persona, è dun­que necessario che sia nota, che si ascolti questa legge tri­nitaria di cui ogni uomo e donna è intessuto.

La relazione umana, immagine di quelle trinitarie è di identità di dono. Perché vi sia dono è necessaria una iden­tità perimetrata che si faccia trasparenza di dono per un tu. Benedetto XVI scrive che «la trasparenza reciproca tra le Persone divine è piena e il legame dell’una con l’altra totale, perché costituiscono un’assoluta unità e unicità». La debolezza antropologica dell’uomo moderno consiste proprio in questa incapacità prima che nello stringere legami, nell’intessere relazioni perché trova difficoltà a concepirsi come dono e come soggetto. Come per le Persone divine, anche per noi l’identità, il nome, ci è dato da una relazione. Quella primigenia, con Dio che ci chia­ma per nome, e poi quelle di base dei genitori, dei fratel‑

5 BENEDETTO XVI, lett. enc. Caritas in veritate, 54.

li, degli amici, poi della persona amata. Ogni persona che incontriamo ci dà un nome che costruisce il nostro io che va strutturandosi in maniera aperta, trasparente, appunto. Questo processo però richiede, che ciascuno resti in sé, come accade nella Trinità, nella quale le Persone pur per­manendo pienamente in se stesse sono pienamente nelle altre. Nella realtà umana questo essere nell’altro (dono-accoglienza) necessita che si raggiunga una sufficiente consapevolezza della propria unicità, del proprio essere in sé. La crisi relazionale è prima di tutto crisi identitaria: abbiamo enormi difficoltà a raggiungere una sufficiente maturità umana, sessuale, affettiva, che permetta di met­tersi in gioco. Troppo spesso le relazioni affettive, più che di identità in relazione, sono di fusione, l’appoggiarsi reci­proco e il confondersi di due personalità incompiute, incapaci di reggersi in piedi da sole che cercano se stessi mediante la fusione nell’altro. Che sia un uomo o una donna, addirittura che sia la Persona Divina, o una perso­nalità forte che guida il cammino, questa fusione porta inevitabilmente allo scoppio della relazione e del legame. Perché? Perché nessuna relazione sopporta niente di meno che la piena libertà di ciascuno e, nella fusione, sep­pure spesso inconsciamente, quello che cresce è la frustra­zione data dalla mancanza di libertà. Nella fusione infatti non è detto: mi dono a te e ti accolgo, ma è detto: ho biso­gno di te, mi sei necessario. Sarebbe interessante leggere sotto questa ottica, ad esempio, il moltiplicarsi di tragedie, di rotture drammatiche nelle quali si evidenzia l’incapaci­tà, almeno di uno dei due, di reggere l’urto della distanza, del cambiamento dell’altro.

Questa debolezza antropologica che è un tutt’uno con la patologia relazionale, è sia nel matrimonio che nella vita consacrata e chiede una nuova evangelizzazione dell’uma­no secondo le categorie dell’identità e della relazione. Insomma una rinnovata evangelizzazione ritmata sul modello delle relazioni trinitarie.