Da dove ricominciare?

Crisi e rigenerazione

del matrimonio e della

vita consacrata

Prof. Marco Guzzi

Una felice rivoluzione spirituale

In questo intervento proverò a riflettere su come la vita consacrata e la vita matrimoniale possano aiutarsi e illuminarsi a vicenda in una fase straordinaria della storia della Chiesa, che coincide poi con un periodo di rivolgi­menti planetari senza precedenti. Papa Francesco ha infat­ti affermato, aprendo il convegno ecclesiale di Firenze, che non stiamo attraversando un’epoca di passaggio, ma un vero e proprio passaggio di epoca, che in realtà è addi­rittura una crisi antropologica (Evangelii gaudium, EG n. 54)1.

Il mio contributo si concentrerà perciò su questo livello appunto antropologico della questione, per svilup­pare la consapevolezza che in questi sconvolgimenti radi­cali, che stanno mettendo in crisi assetti mentali e sociali

1 Su questi temi si cf. M. Guzzi, La nuova umanità – Un progetto poli­tico e spirituale, Ed. Paoline 2005; Ib., L’Insurrezione dell’umanità nascente, Ed. Paoline 2015.

secolari, è la stessa esperienza della fede, e della nostra sal­vezza in Cristo, che entra in crisi, portando nel suo vorti­ce trasformativo ogni forma di vita e ogni assetto istituzio­nale del cristianesimo storico.

Che le problematiche contemporanee tocchino il cuore della fede era d’altronde evidente a Papa Benedetto che infatti indisse un Anno della fede, scrivendo nel Motu proprio dell’11 ottobre 2012 per la sua apertura: “Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoc­cupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, que­sto presupposto non solo non è più tale ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile ricono­scere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispi­rati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede, che ha toc­cato molte persone” (Porta fidei n. 2).

Vorrei però dire subito che secondo il mio parere que­sta crisi è potenzialmente una crisi di crescita, una straor­dinaria opportunità di rilanciare l’esperienza della fede cristiana in questa fase rivoluzionaria della storia.

La Chiesa infatti sta tentando di dare una risposta posi­tiva a questo grande travaglio trasformativo, almeno a parti­re dal Concilio Vaticano II, con un’immensa opera di aggior­namento e di rinnovamento, che da Giovanni Paolo II abbiamo incominciato a chiamare Nuova Evangelizzazione. La nuova evangelizzazione va cioè interpretata come un’epo­ca in cui tutti noi, e per primi noi cristiani, ci lasciamo rie­vangelizzare: “alla soglia del nuovo millennio – in questi nuovi tempi, in queste nuove condizioni di vita – torna ad essere annunziato il Vangelo. E’ iniziata una nuova evange­lizzazione, quasi si trattasse di un secondo annuncio, anche se in realtà è sempre lo stesso” (Giovanni Paolo II, Omelia del 9 giugno 1979 nel Santuario di S. Croce a Mogila, in

Polonia). E’ da questo slancio innovativo che scaturisce anche la spinta rivoluzionaria di Papa Francesco, che sem­bra voler rimettere in discussione ogni cosa nella vita della Chiesa: “Sogno una scelta missionaria capace di trasforma­re ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il lin­guaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale ade­guato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione” (EG n. 27).

Se non partiamo dalla radicalità, per molti versi apo­calittica, di questo ricominciamento, e cioè da una più attenta lettura dei segni dei tempi, rischiamo di sbagliare la diagnosi dei problemi che ci affliggono, e quindi di immaginare terapie del tutto inadeguate2. Rischiamo di non comprendere nemmeno le nuove relazioni che si ren­dono possibili e a volte necessarie tra i cristiani consacra­ti nella vita religiosa e i cristiani consacrati nella vita matri­moniale. Rischiamo di non comprendere fino in fondo che ci troviamo a cavallo tra la fine di un regime di sostan­ziale separazione e l’avvio di una fase inedita di sinergie e nuove collaborazioni creative tutte da vivere e da sperimen­tare.

Credo infine che per procedere in questa crisi, veden­dola e vivendola come crisi di crescita, sia necessario col­tivare innanzitutto uno sguardo profetico, come sottolinea Papa Francesco nella Lettera ai consacrati: “Mi attendo che ‘svegliate il mondo’, perché la nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia. (…) E’ questa la priorità che adesso è richiesta: ‘essere profeti che testimoniano come Gesù ha vissuto su questa terra …. Mai un religioso deve rinunciare alla profezia’ (29 novembre 2013). Il profeta riceve da Dio la capacità di scrutare la storia nella quale vive e di interpretare gli avvenimenti: è come una sentinel‑

2 Cf. M. Guzzi, Dalla fine all’inizio – Saggi apocalittici, Ed. Paoline

2011.

la che veglia durante la notte e sa quando arriva l’aurora (cf. Is 21,11-12)” (LC n.2).

Ma lo sguardo profetico a sua volta richiede la costan­te illuminazione dello Spirito. Il profeta cristiano è sempre paradossalmente felice, in quanto vede anche nella crisi peggiore la vittoria già avvenuta dell’Uomo Risorto, eleva cioè contemplativa-mente in quella Sfera gloriosa il pro­prio sguardo e la propria anima, e lì trova l’ebbrezza della propria gioia, che niente e nessuno può togliergli: “Laetifica animam servi tui /quoniam ad te, Domine, ani­mam meam levavi” (Sl 85,4). Ecco perché questa immane transizione richiede un rafforzamento straordinario dello spirito contemplativo, della capacità cioè di vedere l’Invisibile, e di nutrirci della sua dolcissima sostanza spi­rituale: “è urgente recuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depo­sitari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita buona. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri” (EG n. 264).

Realizzare l’amore: matrimonio e vita consacrata nel vortice della rigenerazione

Detto ciò, la crisi delle forme storiche del cristianesi­mo è davvero per molti aspetti terminale, e bastano pochi recentissimi dati per darcene conferma. A Milano il 45,6% delle persone sono singles, il 18% sono coppie senza figli, e solo il 22,5% sono coppie con figli. Dei pochi matrimo­ni celebrati il 70% sono riti civili. In tutto il nord Italia, in Piemonte, Toscana, Emilia, Veneto, e Lombardia, i matri­moni civili vanno dal 55% al 60% con punte dell’83% a Siena, e del 70% a Bologna e a Firenze. Tutto ciò avviene in un contesto generale nel quale, ad esempio a Roma, nella diocesi del Papa, meno del 10% della popolazione va a messa regolarmente.

Sulle problematiche della vita consacrata è sufficiente citare questo passo della Lettera ai consacrati: “Conosciamo le difficoltà cui va incontro la vita consacra­ta nelle sue varie forme: la diminuzione delle vocazioni e l’invecchiamento, soprattutto nel mondo occidentale, i problemi economici a seguito della grave crisi finanziaria mondiale, le sfide dell’internazionalità e della globalizza­zione, le insidie del relativismo, l’emarginazione e l’irrile­vanza sociale” (n. 3).

Il clima culturale dominante è poi ben descritto nella Traccia per il Convegno Ecclesiale di Firenze: “Tutto sem­bra liquefarsi in un ‘brodo’ di equivalenze. Nessun crite­rio condiviso, per orientare le scelte pubbliche e private, sembra resistere e tutto si riduce all’arbitrio e alle contin­genze. Esistono solo situazioni, bisogni ed esperienze nelle quali siamo implicati: schegge di tempo e di vita, spezzoni di relazioni da gestire e da tenere insieme unica­mente con la volontà o con la capacità organizzativa del singolo, finché ce la fa” (pag. 24).

Ma che cosa sta succedendo? Come possiamo spie­garci questo smarrimento universale, e questa confusione dilagante?

A me sembra che le chiavi interpretative abitualmen­te utilizzate non siano sufficienti, e spostino di poco l’in­terrogazione. Parliamo, ad esempio, di scristianizzazione, di individualismo, di fragilità dei valori e dei rapporti, ma torna la domanda: perché questa liquidazione planetaria dei significati? E poi ha senso dire che noi saremmo meno cristiani dei nostri padri e dei nostri nonni? Siamo sicuri che i nostri antenati, che si sono massacrati ad ogni gene­razione, e che vivevano in società drasticamente e violen­temente suddivise in ceti e classi sociali, fossero più vicini allo spirito del Vangelo di noi?

No, credo proprio che queste spiegazioni siano caren­ti e spesso addirittura svianti.

Se allarghiamo lo sguardo a livello planetario consta­tiamo un fenomeno che forse ci può aiutare a comprende­re meglio la situazione. Scrive il sociologo americano Jeremy Rifkin: “I sondaggi di opinione degli ultimi tren­t’anni mostrano un sorprendente declino dell’adesione alle religioni tradizionali nei paesi industrializzati più tec­nologicamente avanzati. Se nelle società agricole il 44% della popolazione partecipa con cadenza almeno settima­nale alle funzioni religiose, la percentuale scende a un quarto nei paesi industrializzati e a un quinto nelle nazio­ni postindustriali”’. Parallelamente a questa crisi però cre­sce in tutto il mondo più avanzato una fortissima ricerca personale di senso, e cioè una spiritualità al di fuori delle appartenenze confessionali: “se nei paesi industriali più avanzati le affiliazioni religiose tradizionali sono in calo, è invece in aumento la ‘spiritualità’, intesa come ricerca per­sonale e individuale di un significato da attribuire al gran­de schema cosmico delle cose”4.

Allora forse potremmo dare un contenuto un po’ più preciso alla crisi planetaria delle forme tradizionali di reli­gione e dire che sono entrate in crisi molte forme di una religiosità preminentemente rappresentata, e troppo poco realizzata. Sembra cioè che alla nostra umanità contempo­ranea non basti più rappresentare, nei vari teatri sacra­mentali e rituali, i misteri della salvezza, ma che tutti vogliamo realizzarli di più nella nostra vita, farne una qualche esperienza concreta, altrimenti non ci interessa­no, e ce ne allontaniamo delusi e a volte anche arrabbiati.

Per cui tutte le configurazioni tradizionali della vita cristiana sono entrate in un travaglio immane: vengono sottoposte alla verifica severa della loro concreta realizza­zione, e quindi ci chiediamo, più o meno esplicitamente:

‘ J. Rifkin, La civiltà dell’empatia, Mondadori 2010, pag. 424. 4 Ib., pag, 424-425.

ma in che misura il matrimonio è per davvero quella unio­ne fisica, emotiva, mentale, e spirituale tra l’uomo e la donna, di cui continuiamo a parlare? E quante volte inve­ce non è altro che un patto più o meno crudele di tolleran­za reciproca o addirittura di violenza senza freni? Siamo entrati cioè, e in realtà da più di un secolo, nell’epoca del sospetto e dello smascheramento di ipocrisie secolari.

E ci chiediamo ancora: in che misura realizziamo veramente nella vita religiosa quell’unione fraterna, quel­la comunione esistenziale e di intenti, che diciamo essere a fondamento della nostra scelta?

Il Papa scrive a tutti i religiosi: “Che cosa mi attendo in particolare da questo Anno di grazia della vita consa­crata? (…) Siamo chiamati a sperimentare e mostrare che Dio è capace di colmare il nostro cuore e di renderci feli­ci, senza bisogno di cercare altrove la nostra felicità; che l’autentica fraternità vissuta nelle nostre comunità alimen­ta la nostra gioia; che il nostro dono totale al servizio della Chiesa, delle famiglie, dei giovani, degli anziani, dei pove­ri ci realizza come persone e dà pienezza alla nostra vita” (LC II n. 1). Ma siamo chiamati ormai a svolgere anche analisi precise, per verificare se e in che misura le comuni­tà concrete vivano o non vivano queste condizioni, e per­ché. Siamo cioè chiamati ad uscire dalle affermazioni apo­dittiche, astratte, e idealistiche, e a entrare nella fatica delle verifiche sul campo, e delle necessarie revisioni.

Dalla nuova nascita le nuove forme di vita

Qui mi sembra che possiamo individuare la direzione evolutiva di questa crisi: il matrimonio cristiano e la vita consacrata sono in crisi in quanto tutti noi desideriamo che siano più pienamente ciò che dicono di essere. Vogliamo realizzare e sperimentare di più nelle nostre vite vissute ciò che finora abbiamo molto proclamato e celebrato, ma

spesso ben poco incarnato e reso evidente nella nostra testimonianza.

E questa spinta di realizzazione deve partire dal fon­damento stesso della nostra fede, e cioè da ciò che signifi­ca per noi il Battesimo, la cui efficacia è descritta così nell’Enciclica Lumen fidei: “L’azione di Cristo ci tocca nella nostra realtà personale, trasformandoci radicalmen­te, rendendoci figli adottivi di Dio, partecipi della natura divina; modifica così tutti i nostri rapporti, la nostra situa­zione concreta nel mondo e nel cosmo, aprendoli alla sua stessa vita di comunione” (n. 42). Ebbene, chiediamoci senza ipocrisie: quanti di noi fanno esperienza quotidiana di questo miracolo trasformativo? In che misura i cristia­ni vivono consapevolmente la loro partecipazione alla natura divina? E cioè pensano con la mente di Cristo? O solo ritengono possibile e anzi necessario sentire e opera­re e parlare attraverso lo Spirito di Dio? Credo che pur­troppo siamo tutti molto lontani dalla realizzazione di ciò che il Battesimo vorrebbe significare, tanto più se teniamo conto dei dati dell’ultimo Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia, in base ai quali, ad esempio, solo l’1,6% degli italiani conosce i comandamenti, e più dell’80% non conosce nemmeno di nome le virtù teologali … altro che divinizzazione battesimale… qui bisogna ripartire dal primo anno di catechismo5.

Ma per passare ad una fede tendenzialmente più rea­lizzata, e quindi se vogliamo che la rigenerazione battesi­male diventi per davvero la dìnamo di tutta la nostra esi­stenza, dobbiamo ripensare integralmente tutti i cammini iniziatici e formativi in questa prospettiva di realizzazione processuale dei misteri. E’ cioè solo dalla progressiva rea­lizzazione della nuova vita in Cristo che possiamo sperare

5 Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia, a cura di A. Melloni, Mulino 2014, in particolare pagg. 394-402.

di rinnovare l’esperienza della nostra fede, e quindi anche ridare sostanza agli stati di vita cristiani, per rinnovare così un mondo al collasso.

Ma anche su questo punto, e nonostante i tanti docu­menti elaborati negli ultimi 45 anni, almeno a partire dal Documento di Base (1970), siamo in gravissimo ritardo, come hanno ribadito gli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia – Incontriamo Gesù, della CEI: “Pur evi­tando di ragionare in termini di efficienza ed efficacia, non si fatica a riconoscere che, nonostante l’impegno pro­fuso, la distanza dalla mèta rimane sempre ampia. (…) Dobbiamo inoltre ammettere il persistere di nostre fatiche già più volte denunciate: l’esigua proposta di percorsi di primo annuncio o di risveglio della fede; la difficoltà di attivare percorsi di vera catechesi con e per gli adulti (…) l’annacquamento dell’esperienza catechistica in banali animazioni di gruppo, senza sapere così più rintracciare l’esperienza – la vita in Cristo – attraverso le esperienze” (n. 14).

Sussiste cioè ancora un divario davvero sconvolgente e sconcertante tra la consapevolezza dell’urgenza innova­tiva, espressa dai documenti, e ciò che poi viene effettiva­mente sperimentato nelle comunità parrocchiali o nella stessa vita religiosa.

Nella speranza di poter contribuire alla domanda cre­scente di realizzazione spirituale, e ai continui appelli anche del Magistero in questa direzione, abbiamo avviato nel 1999 l’esperienza dei Gruppi “Darsi pace”, che pro­pone un cammino di riscoperta della fede cristiana adatto alle persone del XXI secolo, un itinerario di 7 anni in cui vengono integrati i livelli culturale, psico-esistenziale, e spirituale di formazione’. In questi Gruppi, presenti

‘ Cf. M. Guzzi, Darsi pace – Un manuale di liberazione interiore, Ed. Paoline; www.darsipace.it

ormai in tutta Italia, e anche in molte altre parti del mondo, lavorano insieme giovani, coniugi, suore, religio­si, preti, di ogni livello culturale e di ogni ceto sociale, svi­luppando un effettivo scambio di doni esistenziali e spiri­tuali. I religiosi ci parlano della radicalità della scelta cri­stiana, che poi dovrebbe essere propria di ogni credente, mentre i consacrati nel matrimonio ci parlano della diffi­coltà e della ricchezza delle relazioni autentiche, integrali e definitive. Ma tutti siamo oggi Ricomincianti nella fede, tutti abbiamo bisogno di trans-figurare le nostre forme di vita, lasciando più spazio allo spirito creativo della nuova umanità che Cristo sta tentando di plasmare in ognuno di noi e su tutto il pianeta.