Consigli evangelici: dono per la

Vita Consacrata e per la famiglia

Dott. Ernesto Oliviero (Sermig)

Il Sermig è nato in un’epoca storica complessa. Erano gli anni ‘60, gli anni della contestazione. Noi eravamo un piccolo gruppo di giovani unito dal sogno di sconfiggere la fame nel mondo con opere di giustizia. Aiutavamo mis­sionari di ogni Paese ma non avevamo paura di dire no alle cause di certe ingiustizie. Per gruppi come il nostro era quasi naturale schierarsi. Vivevamo un tempo in cui c’era un bisogno generalizzato di incasellare a tutti i costi. Molti gruppi lo hanno fatto, si sono schierati politicamen­te, ma da subito capii che la nostra strada doveva essere un’altra. Noi trovavamo nel Vangelo i germi di quel cri­stianesimo di cui la gente aveva nostalgia. Non volevamo contestare nessuno, non volevamo prendere le distanze dalla Chiesa. Era la nostra casa e noi eravamo suoi figli. Perché la Chiesa, ieri come oggi, non è una struttura da aggiornare ma una Presenza a cui convertirsi, la presenza del Cristo. Volevamo restarci dentro, renderla e renderci più evangelici, essere semplicemente cristiani. Cristiani da 24 ore su 24, cristiani senza etichette ideologiche o politi­che, cristiani disponibili, cristiani che sceglievano di voler­si bene. La nostra Fraternità è nata così.

Non l’abbiamo mai sentita come nostra proprietà, ma come dono di Dio e proprietà degli altri, di quelli che ave­vano bisogno di tutto, degli ultimi, dei piccoli che ci

hanno chiesto aiuto. Sono loro che ci hanno portato dove la storia ci aspettava. Li chiamiamo “appuntamenti con Dio”. E noi, comunità di “piccoli” che vogliono restare “piccoli”, ci siamo lasciati prendere, mangiare. Ci siamo condivisi in tutto, e “dandoci” abbiamo ricevuto una gioia non di questa terra.

In quest’ultimo tempo il Signore ci ha fatto doni che non potevamo immaginare. La consacrazione del cuore di ognuno di noi della Fraternità – monache e monaci, spo­sati, singoli nel mondo – è diventata solenne, più evidente. Non solo. Alcuni di noi sono diventati sacerdoti per sem­pre. Nelle loro mani, che abbiamo tante volte stretto con amicizia, il pane e il vino della quotidianità si fanno Dio, eucarestia, grazie da mangiare. Sono gioie profonde che ci ripagano di tanta attesa e di tante difficoltà.

Eppure, lo stile e la vocazione di fondo è sempre la stessa: restare semplicemente cristiani, consacrati dal bat­tesimo. Il battesimo, che ci immerge nella morte e resur­rezione di Cristo, ci consacra alla vita nuova in Cristo. Immersi nell’acqua del battesimo sperimentiamo la morte del nostro uomo vecchio, del buio, del dolore, del non senso, per riemergere dall’acqua come rinati, capaci di vivere da figli affidati a Dio in qualunque situazione e da fratelli con gli altri, tutti prediletti allo stesso modo dal Padre.

Consacrati a Cristo nel battesimo, siamo uniti a Lui e tra noi come un solo corpo. Siamo diversi tra noi e abbia­mo modalità di vita diverse, ma ognuno nel suo specifico stato è chiamato a far vivere Cristo. Tutti siamo chiamati a vivere la profondità dell’essere di Cristo, la decisione libera di affidarci e ri-affidarci a Dio. Tutti siamo testimo­ni del vivere l’uomo nuovo che è l’eucarestia nella vita quotidiana come dono, servizio, perdono. Tutti cerchiamo di vivere la fraternità non come conflitto ma come dono di vita. Tutti siamo tesi a non pretendere di avere ragione, ma a dare ragione all’altro. Tutti siamo consapevoli che

Gesù ha dato la vita per noi che siamo peccatori. Tutti siamo chiamati a fare memoria del nostro battesimo viven­do i nostri limiti, le nostre fragilità come luogo dell’aper­tura, della fiducia, dell’amore.

Siamo una comunità di “piccoli” e siamo uniti tra noi, perché solo insieme possiamo rendere evidente il proget­to di Dio. “Piccoli” che pregano e piangono insieme a chi soffre e si impasta con noi. “Piccoli” che non cercano pri­vilegi, che non vivono di “categorie” ma vogliono poter camminare e costruire con chiunque: battezzati e non, consacrati e non, credenti e non, stranieri e non, persone della stessa religione e non – perché consapevoli che que­ste distinzioni chiudono nell’io, alimentano una mentalità individualista, fanno crescere gelosia, invidia, superbia o peggio ancora inimicizia, diffidenza, rancore.

In questa cornice, sono nate le vocazioni particolari di ognuno. Le famiglie si richiamano allo spirito delle prime comunità cristiane che erano un cuore solo e un’anima sola. L’amore che rende padri e madri le spinge ad abbrac­ciare la vita della fraternità, a dire un sì totale e senza con­dizioni, a vivere le beatitudini. Le famiglie si impegnano a far fruttare i doni che il Signore ha donato loro e ad assu­mersi responsabilità che la Fraternità affida loro. Non ci sono differenze con chi sceglie la vita consacrata. Possono impegnarsi nella fraternità a tempo pieno, nel rispetto dei tempi di crescita e delle necessità specie dei bambini. Ma con la vita testimoniano che la prima comunità cristiana non è un’utopia. Vivere così, nel mondo, oggi richiede un’adesione forte al Vangelo. Queste coppie sono inter­pellate dai consigli evangelici di continuo. Vivono davve­ro una vita essenziale, non cercano ricchezza e privilegi.

Vivono il matrimonio nella fedeltà, si considerano l’uno dono per l’altro e si rispettano. In un tempo che sol­lecita ognuno alla trasgressione, che relativizza i rapporti e persino il genere della persona, danno testimonianza di trasparenza, pronti a rendere conto delle loro scelte.

La prima ubbidienza è all’interno della coppia, ma poiché accettano di far parte della Fraternità, la vivono anche verso di essa con la disponibilità del tempo, con la condivisione delle responsabilità.

Tutti, famiglie e consacrati, si sentono chiamati a vive­re uno stile di vita povero, nello spirito della “restituzio­ne”, che spinge a “restituire” tempo, competenze, cultu­ra, professionalità non considerandoli come loro proprie­tà ma come dono da mettere a disposizione degli altri.

Chi ha scelto uno stato di vita celibe, in povertà casti­tà ubbidienza, è chiamato come tutti a vivere il Vangelo nella sua interezza, ad essere semplicemente cristiano, ma con una cura particolare ad occuparsi delle “cose del Padre”. Il suo compito è essere anticipo di “cieli e terra

nuova”, essere annuncio vivente che Dio solo basta.

Senza la gioia interiore di essere in tutto solo per Lui, con Lui, in Lui, pur con i propri limiti e le proprie fragilità, un consacrato non trova più senso. Se Dio, il tuo Dio, diven­ta una pratica da sbrigare, il cuore non canta più alcuna lode, la tua vita non dice più la pienezza di Dio al mondo, non dice più la potenza della Parola che opera ciò che annuncia, non dice più il Regno. L’umanità di oggi, appa­rentemente distratta nella sua corsa da mille cose, ha più che mai fame di persone che con la loro testimonianza di vita sappiano indicare una direzione.

DOMANDE

– Non sono i nostri meriti nè le nostre opere che ci avvi­cinano a Dio, ma l’accogliere il Suo amore e con Lui andare incontro agli altri, che siano sposati o consa­crati: “Amati, amiamo”, come sintetizza la Regola del Sermig. Siamo capaci di accogliere l’amore di Dio?

– Viviamo in un tempo in cui l’odio, le rivendicazioni, la cattiveria, la superbia, la corruzione… spadroneggia­no. Noi pensiamo che sia la bontà a disarmare i cuori, a interrompere la spirale della violenza, a stemperare le tensioni, una scelta per superare le crisi famigliari, l’incomprensione fra generazioni. Sì, perché essere buoni è una scelta della coscienza di ognuno che cam­bia la società e cambia la storia. Può essere anche la nostra scelta: noi, da che parte stiamo?