Dire il Dio di Gesù Cristo

Enzo Bianchi

Introduzione

È falso sino all’assurdo vedere in una «credenza» il segno distintivo del cristiano: soltanto la pratica cristiana, una vita come la visse colui che morì sulla croce, soltanto questo è cristiano… Ancora oggi una tale vita è possibile, per certi uomini è persino necessaria: l’autentico, originario cristianesimo sarà possibile in tutti i tempi… Non una credenza, bensì un fare, soprattutto un non‐fare‐molte‐cose, un diverso essere.
(F. Nietzsche, L’anticristo, Adelphi, Milano 1977, p. 50)

Queste parole di Friedrich Nietzsche, un pensatore non certo tenero nei confronti del cristianesimo, costituiscono un buon punto di partenza per interrogarsi su cosa è essenziale alla fede cristiana, ovvero sulla singolarità del cristianesimo. Ai nostri giorni siamo costantemente raggiunti dal messaggio che il cristianesimo è un monoteismo, accanto all’ebraismo e all’islam. Se questa è una verità, tuttavia è importante per noi cristiani comprendere l’irriducibile differenza della nostra fede rispetto a quella dei credenti ebrei e, di conseguenza, a quella dei credenti dell’islam.
Ora, è già pericoloso ridurre il cristianesimo è una religione, perché il cristianesimo è una fede che si differenzia fondamentalmente da tutte le religioni, secondo la felice formula coniata dal filosofo francese Marcel Gauchet, che vede in esso «la religione dell’uscita dalla religione». Insomma, se il cristianesimo si riveste degli elementi caratteristici di ogni religione – una professione di fede, un culto liturgico, alcune indicazioni etiche… –, tuttavia resta vero che attraverso la sua fede giudica ogni espressione religiosa e, dunque, non può essere ridotto a religione. In tal modo è anche in grado di denunciare gli ostacoli frapposti dalla religione a quella ricerca di Dio che, nel cristianesimo, dovrebbe sempre coincidere con un’istanza di libertà per l’uomo.
Ma c’è di più. Il cristianesimo ha una singolarità anche rispetto ai due monoteismi, l’ebraismo e l’islam, per cui non è possibile ridurre il cristianesimo a un monoteismo. E questo lo dice chi appartiene a una generazione che ha avuto la grazia di riscoprire l’ebraismo e di poter affermare, dopo un silenzio di venti secoli, l’ebraicità di Gesù. Oggi noi cristiani siamo consapevoli di essere «fratelli gemelli» degli ebrei, in quanto figli dell’Antico Testamento al pari di loro: sia l’ebraismo rabbinico – erede della corrente farisaica – sia il cristianesimo hanno infatti elementi di continuità e di novità rispetto all’Antico Testamento, loro comune matrice. Siamo cioè figli di due interpretazioni ugualmente possibili ma fondamentalmente diverse delle Scritture di Israele: una focalizzatasi sulla Torah, l’altra su Gesù Cristo, riconosciuto dai suoi primi discepoli quale Messia che ha adempiuto le promesse fatte ai padri.
Vi sono dunque elementi che ci uniscono all’ebraismo, così come elementi di rottura e di differenza, causati dall’«evento Gesù Cristo»: Gesù è colui che, da ebreo fedele al Dio dei padri, ci lega definitivamente agli ebrei e, nello stesso tempo, ci divide e separa dall’ebraismo, nella misura in cui confessiamo che egli ci ha definitivamente raccontato Dio! Se pertanto il cristianesimo è un monoteismo lo è in maniera molto particolare: è un monoteismo nel quale Dio si è fatto uomo, e nel quale un uomo concreto e reale, Gesù di Nazaret, ci ha narrato compiutamente il volto di Dio.
Per favorire la comprensione del mio percorso, probabilmente abbastanza arduo e per molti aspetti «nuovo», cercherò di articolarlo in alcuni punti ben precisi:
– Gesù ci ha raccontato Dio.
– Gesù, uomo come noi.
– La resurrezione di Gesù, vittoria dell’amore sulla morte.

  1. Gesù ci ha raccontato Dio

Alla fine del prologo del quarto vangelo si legge un’affermazione che costituisce una vera e propria sintesi della fede cristiana: «Dio nessuno l’ha mai visto, ma il Figlio unigenito … ce lo ha raccontato (exeghésato)» (Gv 1,18). Exeghésato: verbo che può essere tradotto con «raccontare», «fare l’esegesi», «narrare», «spiegare», «rivelare»; parola che racchiude in sé tutto il cristianesimo…
Giovanni afferma innanzitutto una verità semplicissima, che appartiene all’esperienza comune di ogni essere umano: «Dio nessuno l’ha mai visto», oppure, come dirà lo stesso autore nella sua Prima lettera, «Dio nessuno l’ha mai contemplato (tethéatai)» (1Gv 4,12). Finché noi uomini siamo in vita Dio resta invisibile, inaccessibile (cf. 1Tm 6,16), poiché «chi vede Dio muore» (cf. Es 33,20), come recita l’adagio biblico. Da sempre «gli uomini hanno cercato Dio, come a tentoni, se mai potessero giungere a trovarlo» (At 17,27): nel cuore dell’uomo vi è un’incessante ricerca di Dio, un quaerere Deum condotto in culture e tempi diversi, approdato a risultati multiformi. Anzi, Dio è stato cercato anche in cammini che non è corretto definire religioni, ma che occorrerebbe chiamare «spiritualità»: mi riferisco al buddhismo, al confucianesimo, «vie» indifferenti all’esistenza di Dio. Già qui emerge un problema di non poco conto: bisogna fare molta attenzione ogni volta che si pronuncia la parola «Dio», perché è connaturale all’uomo un’ansia che lo spinge a ricercare qualcosa che nelle religioni è definito Dio, mentre all’interno di altre vie spirituali è tensione verso una liberazione, verso una meta capace di dare un senso alla vita…
Ebbene, l’uomo cercava Dio a tentoni, ma non poteva conoscerlo pienamente, restava nell’ignoranza (cf. At 17,30); proprio per questo Dio ha alzato il velo su di sé, ha scelto di rivelarsi agli uomini da Abramo (cf. Gen 12) in poi, ponendosi in alleanza con Israele, il popolo disceso da quest’uomo, e impegnandosi con esso mediante delle promesse. E così «Dio ha parlato per mezzo dei profeti», da Abramo fino a Giovanni il Battista; infine lo ha fatto attraverso Gesù, che non solo è stato «profeta potente in azioni e in parole» (Lc 24,19), non solo è stato riconosciuto quale Cristo, Messia, ma si è rivelato l’ultima e definitiva Parola di Dio agli uomini, il compimento di «tutte le promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza per sempre» (cf. Lc 1,55): è Gesù che ci ha raccontato e spiegato compiutamente Dio. In altri termini, dal momento in cui Dio si è umanizzato in Gesù, quest’uomo ha aperto un sentiero unico per andare a Dio, al punto che egli stesso ha potuto affermare nel quarto vangelo: «Nessuno può andare al Padre se non attraverso di me» (Gv 14,6).
Con Gesù si è operato di fatto un mutamento, sul quale non si riflette a sufficienza: prima di lui occorreva credere in Dio, nel «Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe» (Es 3,6; Mc 12,27), e questa fede poteva anche condurre a credere al Messia, fino a riconoscerlo in un uomo venuto sulla terra; dal giorno della glorificazione di Gesù, della sua morte e resurrezione, tale cammino non è più primario. Da quel giorno occorre innanzitutto credere in Gesù, conoscerlo, amarlo e seguirlo: ed è in questo cammino che può rivelarsi anche Dio, un Dio ben diverso da come gli uomini lo avevano cercato e immaginato. La fede in Dio non è dunque condizione di accesso al Vangelo – questo almeno per i gojim, per le genti, mentre resta un preliminare necessario per gli ebrei –, ma è conoscendo l’esistenza umana di Gesù che noi possiamo essere condotti al Dio vivente e vero. Si tratta di un capovolgimento importantissimo, che in questi due millenni di cristianesimo non abbiamo ancora realmente assunto: basti pensare al fatto che, all’interno della nostra catechesi, si continua a incominciare il discorso da Dio per giungere a Gesù solo in un secondo momento. È invece necessario percorrere esattamente l’itinerario opposto! Possiamo trovare sintetizzato questo cammino nella testimonianza fornita dal centurione romano che, sotto la croce, «vedendo Gesù morire in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15,39). È un pagano che, vedendo tutta la vita di Gesù sintetizzata nell’atto della sua morte, ha avuto la rivelazione del Dio vivente professato da Israele e cercato dalle genti…
Dio: parola decisiva e tuttavia parola che ha ricoperto significati molto diversi, che si è prestata e si presta a utilizzazioni religiose, sociali, politiche e morali disparate. Sì, per noi cristiani Dio è una parola insufficiente! Scriveva significativamente già Giustino, un padre della chiesa del II secolo: «La parola “Dio” non è un nome, ma un’approssimazione naturale all’uomo per descrivere ciò che non è esprimibile» (II Apologia 6). Dio è una parola che può contenere tante proiezioni umane, che può essere il frutto di una riflessione intellettuale, che può essere l’esito di una ricerca di senso fatta dall’uomo; Dio è affermato dai credenti, è negato dagli a‐tei – etimologicamente i «senza Dio»… Ebbene, ciò che è decisivo per la fede cristiana non sta in Dio quale premessa, ma si rivela quale meta di un percorso compiuto dietro a Gesù Cristo e con lui, «l’iniziatore della nostra fede» (tês písteos archegós: Eb 12,2).
E qui va detto che occorrerebbe prendere maggiormente sul serio il fenomeno dell’ateismo, per chiederci: quando un uomo nega Dio, che cosa realmente nega di Dio? Quale Dio nega? O meglio, quali immagini di Dio, forgiate da noi credenti e dalle chiese, un ateo contrasta? In questo senso, paradossalmente, la parola Dio è pericolosa: si pensi solo alle guerre che si sono fatte e si fanno in nome di Dio… Senza dimenticare che gli uomini, soprattutto gli uomini «religiosi», sono sempre pronti a plasmarsi un vitello d’oro (cf. Es 32,1‐6), un Dio manufatto secondo i loro bisogni e desideri… No, noi cristiani andiamo a Dio attraverso Gesù, «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15): narrando Dio con la sua vita, Gesù ha giudicato tutte le immagini e i volti di Dio che gli uomini si fabbricano con le proprie mani: ormai ciò che di Dio può essere conosciuto e predicato è ciò che è stato vissuto e predicato da Gesù.

  1. Gesù, uomo come noi

Se è vero che per la fede dei cristiani è decisivo aderire a Gesù, anche in questo caso bisogna però intendersi sulle parole: quando si dice «Gesù», ci si riferisce a un uomo, un vero uomo, debole, fragile e mortale come lo siamo noi; un uomo di carne (sárx: Gv 1,14), che è nato, vissuto e morto come ogni figlio di Adamo. Gesù è stato un uomo, una realtà che si poteva ascoltare, vedere, toccare (cf. 1Gv 1,1), un uomo con parole e gesti pienamente umani. Come la fede di Israele in Dio è stata generata da eventi nella storia, primo tra tutti l’esodo dall’Egitto, così anche la fede dei cristiani nasce dalla vita umana di Gesù: Dio ha infatti operato nella storia di un popolo e infine, compiutamente, nella vita di un uomo. È quanto espresso dal prologo della Lettera agli Ebrei: «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, negli ultimi tempi ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1‐2).
Se dunque c’è un Dio, per noi cristiani è il Dio che deve essere conosciuto e «visto» nell’esistenza umana di Gesù di Nazaret (cf. Gv 14,9). Per questo motivo il cristianesimo esige che Gesù sia conosciuto attraverso la sua vita narrata e testimoniata nei vangeli da parte chi è stato coinvolto nella sua vicenda, i discepoli, divenuti «servi della Parola» (Lc 1,2); solo attraverso questa conoscenza potremo anche credere in lui fino ad amarlo, fino a confessarlo «Signore», «Figlio di Dio», «Salvatore», e così giungere alla fede in Dio, alla conoscenza del Dio vivente e vero. Ecco perché ritengo sia un grave rischio per i cristiani quello di «deificare» Gesù prima di conoscerne la concreta esistenza umana. Se infatti non si conosce l’umanità di Gesù, si finisce per credere in lui come a una realtà da noi immaginata e costruita. Non è sufficiente riempirsi la bocca di slogan, pur nobili, come quello preso a prestito da Vladimir Soloviev: «Quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Gesù Cristo»; l’importante è rendersi conto di cosa si cela dietro frasi come questa, ossia di quale Gesù Cristo si sta parlando.
Ora, nell’antichità molti uomini sono stati «deificati»: imperatori, eroi, figure carismatiche… Gesù invece non si è mai definito Dio, e la chiesa indivisa ha impiegato ben tre secoli per giungere a tale articolo di fede, nel Concilio di Nicea (325): «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero». Gesù preferiva chiamarsi «Figlio dell’uomo», titolo enigmatico, ma capace di arginare possibili derive deiste; egli non voleva neppure essere confessato Messia, per evitare di essere identificato con un liberatore politico. Occorre dunque grande attenzione da parte nostra a non «deificare» Gesù troppo velocemente: ciò avviene quando l’accento è posto sulla sua nascita verginale, sui miracoli da lui compiuti, sullo straordinario nella sua vita. No, è assolutamente necessario guardare alla sua esistenza umana quotidiana, leggervi l’espressione compiuta di Dio, e, di conseguenza, cogliere anche gli elementi «straordinari» della sua vicenda come segni, segnali – semeîa secondo il quarto vangelo (cf. Gv 2,11.18.23; 3,2; ecc.) – capaci di orientare la nostra fede.
Qui sta la singolarità del cristianesimo: Dio si è rivelato in Gesù, si è fatto conoscere nella sua umanità; Dio si è fatto uomo e l’incarnazione è l’umanizzazione di Dio. Di conseguenza – ripeto – si deve partire dall’umanità di Gesù, e alla luce di essa comprendere Dio. Per questo il grande attentato al cristianesimo è sempre venuto dalla negazione della vera e piena umanità di Gesù. Già alla fine del I secolo d.C., proprio perché a causa dell’ideologia religiosa dominante era difficile accettare che Dio avesse preso una forma umana fino alla sofferenza e alla morte, questo rischio si manifestò sotto la forma delle correnti gnostiche e docetiche, le quali davano di Gesù un’interpretazione tesa a negare la sua piena umanità. È significativo che Ignazio di Antiochia, all’inizio del II secolo, si veda costretto a denunciare queste derive e a insistere con forza sulla dimensione umana, storica di Gesù. Egli scrive:

Chiudete le orecchie di fronte ai discorsi di quelli che non parlano di Gesù Cristo come discendente della stirpe di David e figlio di Maria; come colui che è veramente nato, ha mangiato e ha bevuto; che ha veramente sofferto la passione sotto Ponzio Pilato; che è stato veramente crocifisso ed è morto, di fronte al cielo, alla terra e agli inferi; che è veramente risorto dai morti.
(Ai Tralliani 9,1‐2)

Nel II secolo tocca poi a Marcione, Basilide e ai loro seguaci «dissolvere Gesù» (cf. 1Gv 4,3), svuotare cioè la realtà della sua incarnazione, fino a negarne la morte (cf. Ireneo di Lione, Contro le eresie I,24,4); ed è altamente significativo che per il Corano Gesù è stato sostituito all’ultimo momento da un altro uomo perché non era possibile per il Messia la morte di croce (cf. Sura IV,157). Insomma, è arduo credere che Dio, il tre volte Santo (cf. Is 6,3), l’Altro dall’umanità per eccellenza, il Trascendente sia diventato uomo; è difficile credere che Dio abbia il volto di un uomo: eppure è questo il proprium del cristianesimo! Era ed è più facile scorgere in Gesù una sorta di apparizione angelica, un messaggero venuto sulla terra e ritornato al cielo, ma privo di una vera vita umana. E numerosi sono gli odierni sostenitori di analoghe posizioni docetiche, spesso espresse in modo ben più grossolano… In breve: è più facile un atteggiamento di deismo rispetto all’autentica fede cristiana. È forse un caso che il grande Blaise Pascal, trattando della fede, consideri «il deismo tanto lontano da essa quanto l’ateismo, che le è affatto contrario» (Pensieri, 556 [Brunschvicg])?
In Gesù l’umanità è sempre trasparente: il divino è velato, ma nello spessore della sua umanità Dio è raccontato. Nell’uomo Gesù – come dirà Paolo due decenni dopo la sua morte – la condizione di Dio ha subito una kénosis, uno svuotamento: colui che era in forma di Dio si è spogliato della sua uguaglianza con Dio (cf. Fil 2,6‐7), e questo è avvenuto in modo che nella vita di Gesù non si vedesse altro che la sua umanità, un’umanità nella condizione di servo «fino alla morte, anzi alla morte di croce» (Fil 2,8)! La sua condizione di Dio è stata per così dire «messa tra parentesi», e Gesù è stato uomo, uomo come noi, depotenziato del divino e soggetto dunque alla nostra limitata condizione mortale. Sì, Gesù ha vissuto la sua esistenza terrena quale uomo povero e fragile, esattamente come gli uomini con cui entrava in relazione; il Figlio è entrato nella storia come uomo, pienamente uomo: un uomo capace di fare della sua vita un capolavoro d’amore.

  1. La resurrezione di Gesù, vittoria dell’amore sulla morte

Come ultima tappa del nostro percorso occorre riflettere su quello che è sempre stato percepito come il proprium per eccellenza del cristianesimo: la resurrezione dai morti, possibilità inaudita aperta per tutti gli uomini dall’evento pasquale, dalla resurrezione di Gesù, «il primogenito di molti fratelli» (Rm 8,29). Anche in questo caso è opportuno porsi con franchezza una domanda: perché Gesù è risorto da morte? Sarebbe troppo sbrigativo affermare che egli è risorto perché era Figlio di Dio. Questa risposta non basta, è frutto dello stesso errore da cui siamo partiti: cominciare dalla fede in Dio, e poi solo in un secondo momento credere in Gesù. D’altra parte, non è neppure sufficiente leggere la resurrezione come il miracolo dei miracoli: tale interpretazione contiene certamente una verità, perché la resurrezione è l’inaudito per noi uomini, è ciò che contraddice la certezza universale secondo cui la morte è l’ultima parola sulla vita umana; ma è ancora una spiegazione insufficiente…
Partendo proprio dalla realtà della morte vorrei qui abbozzare una meditazione che consenta di comprendere in che senso la resurrezione di Gesù è l’evento determinante della fede cristiana. Nell’Antico Testamento la morte è il segno per eccellenza della fragilità umana. Ogni uomo porta dentro di sé «il senso dell’eterno» (‘olam: Qo 3,11), l’ansia di eternità, e tuttavia è costretto a constatare l’inesorabile presenza della morte come ciò che contrasta fortemente la sua vita. Con uno sguardo naturalistico, si può anche ammettere che la finitezza umana sia in qualche modo una necessità biologica, come lo è per ogni creatura; ma tale giustificazione non spegne dentro di noi il sentimento che la morte, proprio perché non permette che qualcosa di noi rimanga per sempre, minaccia fortemente il senso della nostra vita: la morte è la somma ingiustizia!
Noi troviamo senso nella misura in cui sappiamo vivere dei gesti che restano nel tempo: ma se tutto finisce con la morte, che senso ha la nostra esistenza?
È qui che entra in gioco la riflessione che ogni uomo e ogni donna fanno sotto il cielo, da sempre e in tutte le culture: vivere è amare. Tutti gli esseri umani percepiscono che la realtà indegna della morte per eccellenza è l’amore; quando infatti giungiamo a dire a qualcuno: «Ti amo», ciò equivale ad affermare: «Io voglio che tu viva per sempre». Può sembrare banale ripeterlo e tuttavia resta vero: la nostra vita trova senso solo nell’esperienza dell’amare e dell’essere amati, e tutti siamo alla ricerca di un amore con i tratti di eternità. Ora, la grazia di un libro come il Cantico dei cantici posto al cuore della Bibbia consiste proprio nel fatto che in esso si parla di amore dall’inizio alla fine, dell’amore umano tra un ragazzo e una ragazza che diventa cifra di ogni amore. A conclusione del Cantico si legge un’affermazione straordinaria. L’amata dice all’amato:

Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio,
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come l’inferno è lo slancio amoroso.
Le sue vampe sono fiamme di fuoco,
una fiamma del Signore (Ct 8,6‐7).

Qui si raggiunge una consapevolezza presente in numerose culture, che sempre hanno percepito un legame tra amore e morte (si pensi solo al celebre binomio greco eros–thanatos). La Scrittura, dal canto suo, ci illustra che amore e morte sono i due nemici per eccellenza: non la vita e la morte, ma l’amore e la morte! E la morte, che tutto divora, che vince anche la vita, trova nell’amore un nemico capace di resisterle, fino a sconfiggerla. Insomma, se è vero che l’Antico Testamento non ha pagine chiare e nette sulla resurrezione dai morti, al suo cuore sta però la consapevolezza che l’amore può combattere la morte.
Tenendo presente questo orizzonte, possiamo ora ritornare alla nostra domanda: perché Gesù è risorto da morte? Una lettura intelligente dei vangeli e poi di tutto il Nuovo Testamento ci porta a concludere che egli è risorto perché la sua vita è stata agápe, è stata amore vissuto per gli uomini e per Dio fino all’estremo: «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine (eis télos)» (Gv 13,1). Gesù è stato risuscitato da Dio in risposta alla vita che aveva vissuto, al suo modo di vivere nell’amore fino all’estremo: potremmo dire che è stato il suo amore più forte della morte a causare la decisione del Padre di richiamarlo dalla morte alla vita piena. In altre parole, se Gesù è stato l’amore, come poteva essere contenuto nella tomba? È questa la domanda che si cela dietro le parole pronunciate da Pietro nel giorno di Pentecoste: «Dio ha risuscitato Gesù, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (At 2,24)… Com’era possibile che l’amore restasse preda degli inferi? Davvero la resurrezione di Gesù è il sigillo che Dio ha posto sulla sua vita: resuscitandolo dai morti Dio ha dichiarato che Gesù era veramente il suo racconto e ha manifestato che nell’amore vissuto da quell’uomo era stato detto tutto ciò che è essenziale per conoscere lui.
È in quest’ottica che possiamo comprendere anche il cammino storico compiuto dai discepoli per giungere alla fede in Gesù risorto e Signore. Cosa è successo nell’alba pasquale, nell’alba di quel «primo giorno dopo il sabato» (Mc 16,2)? Alcune donne e alcuni uomini discepoli di Gesù si sono recati al sepolcro e l’hanno trovato vuoto: mentre erano ancora turbati da questa inaudita novità hanno avuto un incontro nella fede con il Risorto, presso la tomba, sulla strada tra Gerusalemme ed Emmaus, ai bordi del lago di Tiberiade… Ed è significativo che Gesù non sia apparso loro sfolgorante di luce, ma si sia presentato con tratti umanissimi: un giardiniere, un viandante, un pescatore. Di più, egli si è manifestato nella forma con cui lungo la sua esistenza aveva narrato la possibilità dell’amore. Per questo Maria di Magdala, sentendosi chiamata per nome con amore, risponde subito: «Rabbunì, mio maestro!» (Gv 20,16); i discepoli di Emmaus riconoscono Gesù nello spezzare del pane (cf. Lc 24,30‐31.35), cioè nel segno riassuntivo di una vita offerta per tutti; è il discepolo amato che lo riconosce presente sulla riva del lago di Tiberiade e grida a Pietro: «È il Signore!» (Gv 21,7)… Insomma, la vita di Gesù è stata riconosciuta come un amore trasparente, pieno e quelli che lo avevano visto vivere e morire in quel modo hanno dovuto credere alla forza dell’amore più forte della morte, fino a confessare che con la sua vita egli aveva davvero raccontato che «Dio è amore» (ho theòs agápe estìn: 1Gv 4,8.16).
Illuminati da questa consapevolezza, i discepoli hanno poi compiuto un cammino a ritroso, che li ha condotti a ricordare, raccontare e infine mettere per iscritto nei vangeli la vita di Gesù sulle strade della Galilea e della Giudea. Essi hanno compreso che Gesù aveva narrato l’amore di Dio con le sue parole, con la sua maniera di stare in mezzo agli altri, di incontrare i malati e gli emarginati, di perdonare la donna adultera (cf. Gv 8,1‐11), di accettare il gesto d’amore della peccatrice (cf. Lc 7,36‐50), di chiamare Giuda «amico» (Mt 26,50), proprio mentre per colpa sua veniva arrestato… E dopo aver raccontato tale amore per tutta la vita – fino a dire, sulla croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34) –, avrebbe potuto restare preda della morte? Con la sua vita e la sua morte Gesù ha mostrato di avere una ragione per cui morire e, quindi, una ragione per cui vivere: l’amore dei fratelli, vissuto quotidianamente e con semplicità, gratuitamente e liberamente, quell’amore che non può morire!
Eccoci così tornati a noi, noi discepoli di Gesù ma anche noi uomini tutti: l’unico prezzo che il cristianesimo ci richiede per essere vissuto e compreso in profondità è quello dell’amore. Siamo cioè chiamati a immergerci nell’amore di Dio, quell’amore di cui canone, regola, forma è l’amore di Cristo, che ha speso giorno dopo la giorno la vita per i fratelli (cf. Gv 15,13): allora la nostra vita potrà avere un senso, una direzione, un sapore… Ecco perché quando siamo incapaci di sperare nella resurrezione, è perché in verità non crediamo che l’amore possa avere l’ultima parola: credere e sperare la resurrezione è una questione d’amore, perché solo l’amore ha provocato la resurrezione di Gesù. Forte come la morte è solo l’amore, più forte della morte è stato l’amore vissuto da Gesù Cristo: è questo che noi cristiani dovremmo annunciare, con umiltà e discrezione, a tutti gli uomini. Affermare semplicemente che «Gesù è risorto» è un bella notizia, ma troppo breve per essere davvero Vangelo per tutti gli uomini. Forse invece anche i non credenti sono interessati a percorrere un cammino nel quale si parta dal presupposto che l’amore è in grado di combattere la morte, fino a vincerla: ecco il senso profondo della resurrezione di Cristo, ecco come questo evento può parlare a tutti gli uomini, nostri fratelli.

Conclusione

L’apostolo Giovanni che nel prologo del vangelo ha scritto: «Dio nessuno l’ha mai visto, ma il Figlio unigenito ce lo ha raccontato» (Gv 1,18), è lo stesso che nella sua Prima lettera ha affermato:
Dio nessuno l’ha mai contemplato, ma se ci amiamo gli uni gli altri Dio rimane in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza … Noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore, chi rimane nell’amore, rimane in Dio e Dio rimane in lui (1Gv 4,12.16).

L’amore che Gesù ha vissuto deve essere vissuto anche da noi cristiani: solo così anche noi potremo conoscere Dio – questo significa che egli rimane in noi – e narrarlo nelle nostre vite. Dove infatti vi è un’esperienza di amore autentico, là è presente l’amore di Dio in noi, e la nostra vita umana partecipa delle energie d’amore di Dio, capaci di vincere la morte. Di nuovo, si pensi alla portata di tale affermazione anche per i non cristiani: già di qui, già prima della morte «chi ama è passato dalla morte alla vita» (cf. 1Gv 3,14). Certo, vinceremo definitivamente la morte nel Regno (cf. Ap 21,4), grazie alle energie di vita donateci dal Risorto; ma è possibile predisporre tutto per tale evento, vivendo quell’amore che già oggi ci fa partecipare alla vittoria dell’amore sulla morte.
La specificità del cristianesimo consiste nell’annuncio che l’amore vince la morte, buona notizia che siamo chiamati a decodificare e a tradurre qui e ora, nella storia e nella compagnia degli uomini… Insomma, quando lo stesso Giovanni, nella sua meditazione per ondate successive sull’amore, rivela:

Amatissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio, e chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4,7‐8),

egli espone l’essenziale del cristianesimo. Il Dio cristiano è amore perché è stato narrato da Gesù, colui che ha vissuto l’amore più forte della morte: ecco perché Gesù è risorto, e noi, trascinati dietro a lui nella sua vita umana, possiamo fare un cammino di ritorno al Padre, un cammino che si apre sulla vita eterna.

(Milano, 8 aprile 2011 – Basilica di S. Ambrogio – Quaresimale