DALLA RADICALITÀ EVANGELICA ALLA CENTRALITÀ DELLA PROFEZIA

 

Bisognerebbe prima di tutto fare una riflessione “aggiornata” sul senso di “radicalismo/radicalità evangelica” e sul contenuto e le esigenze di una vera “funzione profetica” oggi. Perchè non mancano equivoci e confusioni in tutti e due gli aspetti. Ma si deve dire che sui due ambiti abbiamo oggi delle originali riflessioni sia bibliche che teologiche e spirituali (cf. T. Matura, B. Chenu, J.B. Metz, S.M. Schneiders, E. Bianchi, e altri).

Io proporrei di sviluppare il contenuto evidenziato dal titolo in questa maniera.

Tre ambiti fondamentali

  1. 1. La radice pneumatologica

Secondo me la partenza non potrebbe essere che la radice pneumatologica: cioè questa vita consacrata nasce dalla presenza di un impulso/esperienza dello Spirito (oggi la chiamiamo: carisma). È lo Spirito che genera profeti e plasma in noi la statura di Cristo. Fin dall’inizio la cifra “profetica” è stata evidente. Così è sempre stato nella storia: e vedrei possibile e opportuno così dare risalto alle varianti storiche, cioè alla variegata fenomenologia, che ha anche nello Spirito una sua giustificazione. Ciò permette di aprire l’orizzonte del carisma a tutte le sue conseguenze: questo è stato in fondo anche lo schema del Concilio (cfr. PC 1; LG 42,43,45), ripreso con particolare vigore nel postconcilio da molte delle nuove proposte.

Si tratta di un impulso quindi di carattere “teologale” (perchè lo Spirito implica l’intera attività trinitaria), per una sequela e conformazione a Cristo, testimone del Padre e suo messia/servitore per la salvezza del mondo (in tal modo si uniscono i riferimenti biblici di Lc 4,18-19 e Gv 10,36). La configurazione cristologica e cristonomica consente di dar risalto, come è evidente nella storia, alle classiche categorie della sequela, del radicalismo, dell’assiduo ascolto della Parola e dei consigli del Maestro, della continua conversione, delle veglie e preghiere. Ma in una prospettiva di storia della salvezza, voluta dal Padre e da lui “piantata” nella nostra vita (e qui parlerei di consacrazione: in prospettiva messianica, e non statica o sacralizzante), e che attende la piena epifania nel Regno che viene. Si tratta di un “movimento” d’amore, di diaconia e di fraternità, che non può essere vissuto se non nello Spirito e con la forza dello Spirito. Ed ha in Gesù di Nazaret, servo, umiliato e glorioso, l’icona luminosa.

In questo contesto andrebbero posti e interpretati i “molteplici consigli” (cfr. LG 42): essi fanno parte della “rivelazione” del volto di Dio che Gesù ci ha fatto, e sono struttura di vita in Dio e con Dio (cf. H. Böhler, I consigli evangelici in prospettiva trinitaria). Essi fanno “realizzare” la vita in pienezza, non perchè trasformati giuridicamente in “precetti” vincolanti, ma perchè espressione della sapienza divina. È qui che appare il senso di totalità: cioè di una capacità di amore, libertà e speranza, che ha nelle beatitudini il paradigma più autentico (cfr. LG 31b), e nella immedesimazione conformativa con Cristo l’unica giustificazione radicale e totalizzante, ma non fine a se stessa, ma perchè il mondo creda (cf. Gv 17,21).

  1. 2. In contesto ecclesiale

Si può introdurre ora un secondo grande orizzonte: quello di una vita in contesto ecclesiale, sia dentro la comunità, che con la comunità di fronte alla storia/mondo. Pertanto questo facilita il venire in risalto di alcune opzioni preziose e preferenziali. Penso al carattere “teologale”, nel senso di una certa assolutezza dell’esperienza di Dio, attestato nella sua comunità; al carattere “sacramentale”, cioè una visibilità, una forma di santità, una maniera di realizzare la koinonia che si fa segno, provocazione, parabola (cf. J.M.R. Tillard). Il carattere “funzionale e operativo” che tiene conto della partecipazione della comunità cristiana alla edificazione della città degli uomini (cf. LG 47), e risponde alle loro attese, angosce, progetti, sofferenze con servizi ispirati dallo Spirito (pneumatikai diakoníai), di efficacia pratica.

La vita consacrata dovrebbe esercitare tutto lo spettro possibile delle forme di presenza ecclesiale: fatta di parole e silenzio, deserto e città, dimora e itineranza, segno e simbolo, provocazione e evocazione, celebrazione e esodo, diaconie e prossimità, critica e speranza, percorsi epifanici, ri-conoscimento e convivialità con ogni uomo che pratica la giustizia e spera nel futuro (cf. At 10,35). I termini classici dell’escatologia, della vita orientata al Regno, il valore di “segno” ed “esempio”, li collocherei qui, in linguaggi e architettura dinamica, evitando di appiccicarli per forzatura o presunzione ambiziosa.

  1. 3. La prospettiva antropologica

È un ambito in grande espansione oggi, e bisogna accettare la sfida della nuova antropologia, per una purificazione del patrimonio storico e spirituale fuori cultura e un “risanamento” inculturato delle tradizioni obsolete. Ma di più: anche in vista di una nuova figura di “persona” nel contesto delle nuove esigenze di profondità e unificazione, di globalità e trasformazione dinamica. La funzione simbolica-intenzionale di questo genere di vita va collocata non solo sul versante teologale: valori come santità, grazia, vita eterna, ascesi, mistica, ecc., hanno certamente un ruolo primario e centrale. Ma mi preoccuperei anche sul versante della realizzazione di una “nuova creatura” e una “nuova creazione” in Cristo: e qui ci può aiutare le nuova antropologia teologica, che cerca di rispondere alle sfide della post-modernità e post-umanità. È nota la critica che siamo persone “dimezzate” e non compiute…

Ciò esige non scavalcare l’umano, ma anzi donargli un senso pleniore, offrirgli dei percorsi terapeutici, indicargli dei risultati che sono incarnazioni graduali di intenzioni salvifiche. Per esempio i nostri voti assomigliano troppo a degli assoluti astratti: bisognerebbe invece sviluppare la loro qualità di percorsi terapeutici, umanizzanti, processi di autenticità holistica. Sono in effetti anche una vera terapia antropologica guidata dalla fede e dall’amore (così si può interpretare il can. 602, messo in relazione col can. 607,1). È questo che Vita Consecrata ha riconosciuto e ampiamente spiegato con linguaggio nuovo (cfr VC 87-92). E secondo i differenti contesti questa terapia per l’umanità (VC 87) può essere di guarigione o di provocazione, profezia audace o solidarietà carica di misericordia, condivisione di speranza o resistenza alla omologazione senza anima. Quasi tutta la terza parte di Vita Consecrata è una grande illustrazione di questa prospettiva. Sono elementi da rendere più fecondi.

 

Conclusione: verso uno statuto aperto

Se il nostro progetto è plausibile e corretto, è evidente che la vita consacrata ha bisogno che le sia riconosciuto uno statuto aperto, che le permetta una continua creatività, una audacia responsabile e profetica fra i nostri contemporanei, un ruolo di gratuità e perfino lo “spreco” (come olio profumato di nardo purissimo: Gv 12,1,-7; cfr. Mt 26, 6-9), e mai venga considerata una riserva di forze (a basso costo) per problemi ordinari. Ma la vita condotta sulla conformità ravvicinata a Cristo, “secondo i consigli evangelici”, ha anche bisogno di sentire che la sua “indefinibilità” quale figura ecclesiale, il suo cercare “altri luoghi”, è provocazione alla Chiesa a cercare sempre più avanti, è richiamo insieme alla normalità cristiana più corposa (la piena statura di Cristo: Ef 4,13) e allo stesso tempo annuncio di un “oltre” che solo “in enigmate” può essere segnalato e vissuto. L’orizzonte escatologico non è uno scenario fantasioso, ma una promessa e una prolessi, a cui diamo il nostro servizio “carismaticamente”. Anche qui un linguaggio da riciclare (aiuterebbe Teilhard de Chardin).

Proprio il continuo ricorso al linguaggio simbolico e intenzionale sia nell’esortazione apostolica postsinodale (Vita consecrata), che nei discorsi di Papa Francesco, che nelle riflessioni teologiche più recenti, indicano che si tratta di una vita in cui la trasparenza cristica e evangelica permettono davvero di raggiungere una libertà e unità interiore nella piena adesione a Dio. Ma bisogna lasciarsi plasmare e ispirare di continuo dallo Spirito, vivere in costante e incessante apertura al dinamismo dello Spirito, dilatato corde (Regula Benedicti). Profezia senza centralità dinamica dello Spirito, è puro nominalismo o ideologia.

Solo così si darà realizzazione all’auspicio di Papa Francesco: “Mi attendo… che sappiate creare ‘altri luoghi’, dove si viva la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco” (Lettera,II,2).

                   Bruno Secondin ocarm.