LE SFIDE ATTUALI DELLA/ALLA VITA CONSACRATA IN EUROPA

 

Bruno Secondin, ocarm

 

“Un carisma non è un pezzo da museo, che resta intatto in una vetrina… No, il carisma … bisogna aprirlo e lasciare che esca, affinché entri in contatto con la realtà, con le persone, con le loro inquietudini e i loro problemi… Sarebbe un grave errore pensare che il carisma si mantiene vivo concentrandosi sulle strutture esterne, sugli schemi, sui metodi o sulla forma. Dio ci liberi dallo spirito del funzionalismo” (Papa Francesco, Udienza ai sacerdoti di Schönstatt, 3/9/15).

La vita consacrata in Europa è una realtà complessa, multiforme, ricca di una grande storia e con feconde risorse per il futuro. Nonostante tutto, questo è tempo di gratitudine e stupore per la vita consacrata, di speranza e nuova profezia come ha detto Papa Francesco nella Lettera ai consacrati (21/11/2014). Essa pulsa ancora, in misura ampia, di diaconia generosa e di intercessione, di interiorità e ascesi, di contemplazione e trascendenza, ma anche di prossimità e solidarietà, di martirio e parresia.

Ma che ci sia anche “crisi” nella vita consacrata europea appare certo. Il problema è interpretarne le ragioni e le cause, perchè non ovunque la crisi ha la stessa faccia. In Europa Orientale i dati sono migliori che nell’Europa Occidentale: comunque in due decenni i religiosi in Europa sono diminuiti di oltre un terzo (siamo circa 250 mila). Non dimentichiamo che il 70% di essi si trovano in cinque paesi Italia, Spagna, Francia, Polonia, Germania.

Non compensano le perdite le vocazioni in crescita nell’Est Europa: sempre numeri bassi restano, e il futuro non è del tutto privo di problemi. Ma anche lì si pongono problemi di sensibilità ecclesiale e di secolarizzazione in espansione. Devono vivere i cambiamenti e la globalizzazione con più rapidità di quanto ha fatto l’Occidente, dove i cambiamenti sono avvenuti nell’arco di oltre 60 anni.

È frequente e diffusa nell’Europa occidentale una certa “apologia del declino” (chiamata carismatica ars moriendi). L’impoverimento numerico e di motivazioni ha provocato precarietà e spaesamento: incerti e spaesati, nomadi in un mare di nebbia, i religiosi appaiono una folla di zombi nascosti nelle loro nicchie. Nell’Europa centrale e orientale la sfida è il discernimento vocazionale serio, e l’urgenza di inventare un nuovo modello (o più modelli) di vita consacrata, in dialogo con l’ethos culturale, ma anche fermentati da passione profetica e audacia evangelica. Per ora in realtà prevale il contrasto della differenza, e scarseggiano modelli originali. E sembra che la lunga tragedia della “glaciazione rossa” (i regimi comunisti) non sia stata seguita da una creatività geniale, come frutto del martirio e della fede raso terra. E il boom vocazionale sta già diminuendo, con il progredire del benessere.

In ogni caso e in ogni contesto mai deve mancare l’originalità dello splendore evangelico che abita in noi. Vangelo, sequela, comunione, testimonianza, devono diventare ostinazioni, poli irrinunciabili. Nella fase attuale forse è l’anima profetica ad essere malata: manca il sogno e l’inquietudine. Non è segno positivo che il futuro da promessa diventi minaccia.

Mancano anche nuove proposte teologiche sulla vita consacrata: sia ad est che ad ovest. Certo di teologia ne abbiamo già avuta tanta in questi anni, e di buona qualità[1]. Questa afasia di novità ispirativa indica che manca un vissuto geniale e inventivo, da interpretare e tematizzare: le proposte teologiche rischiano di essere esercizi di gnosticismo[2]… E quindi manca ai teologi la materia prima e grezza su cui lavorare. E la “teologia della vita consacrata” non può che ripetere il passato prossimo o, peggio, “fantasticare” soluzioni miracolose… o idolatrare modelli deculturati del tutto sterili e obsoleti. Bisogna passare dalla efficienza e dall’orgoglio delle opere e dei numeri al primato dei segni e della comunione nell’ottica della compassione solidale e all’interiorità persuasiva.

  1. Tra receptio e renovatio

Il rinnovamento postconciliare è stato un periodo di intensa attività sia di esplorazione che di rielaborazione. Non è facile trovare in altri gruppi della Chiesa qualcosa di simile al vasto cantiere di aggiornamento realizzato dalla vita consacrata, con prolungato impegno e partecipazione di tutti.

Questo fatto acquista più rilievo se si pensa che il tempo della receptio dell’evento e delle direttive del Concilio Vaticano II non è molto esteso. Poco sono 50 anni in paragone con i 4 secoli che ci sono voluti per attuare pienamente il Concilio di Trento. E per la vita consacrata si deve rilevare che vi hanno fatto da protagonisti non tanto i decreti di riforma quanto una diffusa creatività, una passione ecclesiale e storica che è esplosa anche in “nuove forme” di vita[3].

La receptio del rinnovamento del Vaticano II è stata policentrica e multiculturale, dentro una situazione culturale in rapida mutazione globale, ma anche – in un primo momento – senza l’apporto originale dell’est Europa (congelato nei regimi atei).

È stata una esplorazione di vie nuove: luoghi di presenza inediti e metodi di pastorale a rischio, sostenute da solide teologie interpretative dell’identità della vita consacrata e riletture delle ispirazioni carismatiche iniziali. Ma anche relazioni intraecclesiali in spirito di sinergia e dialogo con i contemporanei per riconoscere e interpretare inquietudini e nuove sensibilità. È stata una rielaborazione del patrimonio che costituisce l’identità specifica di ogni istituto. Quello che il codice definisce: “L’intendimento e i progetti dei fondatori, sanciti dalla competente autorità della Chiesa, relativamente alla natura, al fine, allo spirito e all’indole dell’istituto, così come le sane tradizioni” (can. 578).

Non si tratta solo di testi scritti e rilettura di memorie archivistiche, ma anche di nuove ermeneutiche, sia teoriche che esistenziali, di nuovi percorsi per dare realtà ai nuovi discorsi: e vi hanno partecipato mentalità e sensibilità ecclesiali non solo europee. Per questo, quando la caduta dei muri che segregavano nell’invisibilità e incomunicabilità l’est Europa ha reso possibile reincontrarsi con i fratelli e le sorelle a lungo rimasti occultati, è esploso il dissenso e la resistenza da parte loro. Non avevano condiviso quel travaglio, e si sono sentiti trascinati in un mondo a loro sconosciuto e assurdo: un tradimento dei loro sogni e dei loro fondamenti. E il rifiuto permane ancora.

E tutto questo in un mondo in continua e rapida mutazione, tanto da rendere presto vecchia la stessa Gaudium et Spes, il testo conciliare più aperto. Cito alcune date fondamentali dei cambiamenti epocali: 1968 (maggio francese), 1989 (caduta del muro di Berlino), 2001 (le torri gemelle), 2008 (la crisi economica). Tutti eventi storici che hanno costretto a nuove sfide e nuove strategie. E inoltre, per la Chiesa, il cambio dei Papi, con le loro differenti sensibilità nelle opzioni pastorali e nello stile di testimonianza. Possiamo dire che il XX secolo è stato lungo nella Chiesa e si è chiuso con le dimissioni di Benedetto XVI.

  1. Con le periferie nel cuore

 

Ora con Papa Francesco si ha l’impressione che sia aperta una nuova fase di receptio conciliare. Siamo spinti a riaprire il dibattito sulla povertà evangelica come tipica forma Ecclesiae e come forma Christi. Siamo di continuo sollecitati soprattutto a ritrovare l’arte della prossimità e della carità verso gli ultimi in un contesto di indifferenza globalizzata[4].

Chi più dei religiosi può sentirsi interpellato da questa insistenza sulla evangelicità di vita e sulla passione servizievole per ogni emarginato? È come se Papa Francesco rilanciasse più avanti, dentro questa nostra storia e verso le periferie esistenziali, le capacità evangelizzatrici operanti nella Chiesa. Egli chiede di vivere come Chiesa in uscita – e magari anche incidentata – abbandonando pigre posizioni acquisite. Sollecita a riconoscere, servendo e contemplando, la carne di Cristo nel povero e nell’emarginato. E questo proprio quando l’anemia di forze e l’anomia di modelli guida potrebbero favorire invece tra i religiosi un ritiro prudente su posizioni acquisite e l’esercizio della manutenzione senza rischi, salvando il salvabile. Egli scuote ripiegamenti e tristezze, chiusure e mani stanche. “Svegliate il mondo!”, ha detto ai superiori generali.

La vita consacrata ha nella diaconia fra i poveri e i fragili una storia gloriosa, ricca di santità e di profezia. Anche negli ultimi decenni non ha mancato di tentare fraternità solidale e diaconia ingegnosa e intraprendente in mezzo alle nuove povertà, in tutte le periferie. Forse oggi l’intraprendenza può sembrare un po’ meno vivace, ma resta vero che questa è una delle caratteristiche da tutti ammirata. Si tratta semmai di rischiare nuovi destinatari e nuove frontiere, esplorando ancora con audacia dentro gli scarti della storia, fra i reietti sociali, fra le mille forme di volti sfigurati e di dignità calpestate: “Marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare” (EG 273).

Le opere di tutti i generi sono lì a testimoniare una storia gloriosa, frutto di una capacità mai stanca di sporcarsi le mani, di mettersi in gioco, di inventare percorsi di guarigione e liberazione, di promozione umana e prossimità evangelica. Le variegate ferite degli ultimi spesso sono diventate feritoie per vedere oltre e più ampiamente, e hanno generato le forme di diaconia, per coscientizzare i distratti davanti al groviglio delle ingiustizie, per offrire il balsamo della solidarietà e della tenerezza, della dignità e della speranza a chi non ha mai conosciuto rispetto e fraternità.

La crisi delle nostre “opere di misericordia” – così numerose e storicamente importanti, anche per la storia della civilizzazione – ci sta ponendo problemi seri per il futuro. Ci sentiamo sparire il terreno sotto i piedi, perchè attraverso di esse pensavamo che avevamo dignità e diritto ad esistere, a sentirci Chiesa, a rivendicare diritti e utilità. Con la loro sparizione sparisce un certo modello di vita consacrata, un modello ecclesiale, una storia di carità, di servizi, di intraprendenza anche femminile che ci manda tutti in tilt. Abbiamo forse confuso la testimonianza della carità con l’organizzazione di “onerosi servizi sociali”. Molti trasferiscono quel modello, ormai usurato e sfocato in Occidente – dove è nato e si è consolidato – verso altri luoghi meno evoluti. Ma anche lì prima o poi ci si troverà fuori gioco: non tanto perchè le opere di misericordia diventino inutili, ma perchè il modello standardizzato non regge più (cf. Brasile). Bisogna inventarne altri, in risposta ai nuovi bisogni, alle nuove sfide, alle nuove emergenze: ma anche in sinergia con le nuove corresponsabilità, le nuove disponibilità.

Non riduciamoci alla conservazione miope e amministrativa di quello che già facciamo, quanto suggerisce Papa Francesco: “Aspetto da voi gesti concreti di accoglienza dei rifugiati, di vicinanza ai poveri, di creatività nella catechesi, nell’annuncio del Vangelo, nell’iniziazione alla vita di preghiera. Di conseguenza auspico lo snellimento delle strutture, il riutilizzo delle grandi case in favore di opere più rispondenti alle attuali esigenze dell’evangelizzazione e della carità, l’adeguamento delle opere ai nuovi bisogni” (Lettera ai consacrati, II,4). Questa frase, molto realistica, è incorniciata da un invito iniziale a “creare ‘altri luoghi’ dove si viva la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco” (II,2).

  1. Una pagina biblica: Atti degli Apostoli, 16,1-40

 

Provo a rivisitare con voi una pagina biblica che mi sembra capace di dare ispirazione alla nostra situazione attuale. Mi riferisco al momento critico in cui si è venuto a trovare Paolo, durante il secondo viaggio missionario. Si tratta del capitolo 16 degli Atti degli Apostoli, la prima esperienza evangelizzazione in Europa.

Vorrei fare alcune annotazioni a margine.

3.1. Il momento della sofferenza: Paolo si trova ferito dal contrasto con Barnaba (At 15,36-40), e questo può aver influito anche nella sua attività, generando in certo modo confusione e incertezza, come si vede dalle difficoltà. Ne viene fuori quando si lascia portare dalle cose e soprattutto intuisce nell’incubo notturno (la supplica del macedone) una nuova chiamata. Ad essa risponde con generosità, senza mezze misure: infatti prende l’iniziativa di passare in Europa, e di inoltrarsi decisamente fino ad una città latinizzata. Non si scoraggia per la mancanza di strutture religiose ben organizzate (manca la sinagoga), ma intuisce una possibilità… lungo il fiume, dove si trova in un gruppetto di donne.

3.2. La sorpresa: strano questo Paolo – un po’ misogeno – seduto fra le donne a parlare e aspettare qualche risposta. È Lidia la prima ad aderire: “Il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo” (v. 14). Una azione di Dio espressa con un vocabolo audace: il verbo greco (diènoixen) richiama lo spalancarsi, il dilatarsi della matrice della donna perchè esca il bambino. Un lasciarsi portare a vita piena, lei che era già “una credente in Dio”. E anche quel verbo aderire (prosékein), vuol dire aggrapparsi, afferrare, trovare solidità. Si completa l’adesione alla fede con l’insistenza ad accettare la casa di Lidia come luogo della nuova comunità: Paolo, attaccato ai suoi schemi, si sente “costretto” ad accettare.

3.3. La vita si complica: la vicenda prosegue con un ritmo di preghiera e predicazione, finchè non scoppia un incidente. C’era una schiava indovina, sfruttata dai suoi padroni, e che quando Paolo e compagni andavano alla preghiera gridava che quegli stranieri erano “servi del Dio altissimo”, dando fastidio (v.18). A un certo punto Paolo, scocciato, scaccia lo spirito di divinazione che la possedeva, rovinando gli affari agli sfruttatori. Questi diffondono la diceria che quei predicatori sovvertono le abitudini religiose comuni: i magistrati senza troppo indagare ci credono e fanno bastonare i missionari e li buttano in prigione. Nonostante la sofferenza e l’ingiustizia essi anche lì “cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli” (v. 25).

3.4. Un lume nella notte: proprio mentre pregano e cantano, c’è una specie di terremoto, cadono le catene e si spalancano le porte. E il carceriere si sveglia e crede che ci sia una fuga in massa. Rassicurato da Paolo, presta ai prigionieri le cure: lava le ferite ai carcerati, accetta di essere battezzato e offre la sua tavola per celebrare il battesimo della sua famiglia. Paolo scopre amici e discepoli là dove meno pensava. Si completa, con il protagonismo di un’altra famiglia il costituirsi della comunità a Filippi: tra la casa di una matrona e la casa del carceriere.

3.5. Meno male: il giorno dopo Paolo è liberato, perchè era stata fatta un’ingiustizia a lui che era civis romanus, ma è prudente che se ne vada dalla città. Però prima passa dalla casa di Lidia, incontra i fratelli, si esortano a vicenda e parte verso Tessalonica. Quella che era stata una forzatura – accettare di essere ospitato – diventa una risorsa provvidenziale. Anzi proprio verso la comunità di Filippi Paolo continuerà ad avere un atteggiamento di speciale attenzione: si informa sugli sviluppi, solo da loro accetta il sostegno per la sua attività. Ma soprattutto dona a loro, oltre alla sua nostalgia e affetto, un bellissimo inno cristologico (Fil 2,6-11), per interpretare i sentimenti con cui è stato accolto e aiutato.

  1. Dalla Parola alla vita

Alla luce di questa icona vorrei fare alcune considerazioni e applicazioni per la vita consacrata in Europa oggi. Non si dimentichi che quell’episodio ricorda come è iniziata la evangelizzazione in Europa: fuori città, lungo il fiume, in mezzo ad un gruppetto di donne, con una forzatura sui metodi abituali (Lidia che costringe Paolo ad essere ospitato), e attraverso violenze (il carcere senza un previo giudizio). Ma troviamo anche mense solidali, case che accolgono, fratelli che si portano nel cuore, doni reciproci senza ricatti, voglia di cantare Dio in fondo alla galera.

4.1. L’avventura paolina di Filippi si colloca nel contesto di un passaggio culturale che Paolo aveva timore di affrontare: quello della cultura europea e latina, a lui quasi sconosciute. Ma quando si rende conto che è la mano misteriosa dello “Spirito di Gesù” (vv. 6. 8) che gli blocca le altre strade, accetta il rischio e si mette in gioco con intelligenza. Indica per tutti noi che certe situazioni difficili e rischiose possono farci paura, ma bisogna cogliere i tenui segni/segnali della volontà di Dio, bisogna aderire e mettersi in gioco da protagonisti, senza tremore. Anche un sogno può essere un segnale, come è nello stile biblico, se siamo disponibili e intuitivi: ma per una testimonianza generativa, non solo efficientista.

4.2. La mancanza di sinagoga pubblica costringe Paolo e compagni a trovare soluzioni più fragili, in alternativa, “escono fuori porta, lungo il fiume” (v. 13) e proprio lì incontrano delle donne riunite per onorare Dio. Fuori dai segni sacri, in un ambiente povero e profano, sanno mettersi in gioco come annunciatori della Parola del Signore. Dentro il carcere, fra catene e buio, offrono al carceriere disperato il lume di una fede che non era incatenata, e ricevono da lui una solidarietà che ha il sapore della maturità ecclesiale. Seminano con disponibilità e semplicità: e nasce la prima comunità cristiana, senza riti, vesti, muri, oggetti sacri e speciali per pregare e annunciare.

4.3. Il Signore opera: mentre Paolo e compagni fanno la loro parte, anche il Signore lavora con loro. È lui che “apre il cuore di Lidia per aderire alle parole di Paolo” (v. 14). Solo il Signore, e sempre lui, ha la chiave del cuore, sa suscitare la reazione di fede vera e salvifica. L’esperienza insegna che in ogni caso solo se il Signore accompagna le nostre attività di annuncio e di dialogo esse hanno l’effetto giusto. Il problema è che non sempre sappiamo riconoscere la mano del Signore, lo lasciamo essere davvero quello che apre il cuore alla fede. Siamo sempre lì a misurare e verificare, a controllare con compiacenza, a fare statistiche, a richiedere efficienza secondo nostri schemi. Egli semina negli interstizi, sulla soglia, dove avvengono trasgressione di frontiere e schemi: per generare nuove relazioni interpersonali.

4.4. L’intera famiglia si coinvolge nel battesimo – oikon: indica familiari e parentela, servi e domestici – sia in Lidia che dal carceriere. Sono proprio queste “famiglie” le basi vivaci della evangelizzazione e del rafforzamento della comunità nel metodo pastorale di Paolo. È la sollecitazione ad apprezzare la Chiesa domestica, il coinvolgimento di tutti i familiari, e non solo puntare ad una adesione individuale, è il valore sacramentale della tavola familiare. È anche il richiamo ad una chiesa domestica ricca di ospitalità, preghiera, servizio, esortazione, con la partecipazione di molti, e il protagonismo delle donne. Bisogna imparare – a volte anche a lasciarsi costringere – ad uscire dal sacro rigido e rituale, spesso solo individuale, per un calore familiare, ospitale e di sostegno. La nuova galassia delle esperienze di vita consacrata chiamate “famiglia” – cui partecipano con intensità laici e famiglie, uomini e donne – è un percorso da esplorare meglio.

4.5. Tenere viva la nostalgia: da Filippi Paolo dovette scappare, dopo la prigione, e andarsene verso Tessalonica (At 17,1). Un soggiorno perciò breve e sofferto, eppure di quella comunità, di quella sua prima esperienza “europea”, conserverà una intensa nostalgia. E si interesserà fino alla fine della sua evoluzione e crescita, sostenendola nelle difficoltà e regalando loro il gioiello dell’inno cristologico (Fil 2,5-11): a ribadire la decisività di Cristo nella loro fede. Le difficoltà, i rischi, le ferite, sono diventati simboli e mediazioni di qualcosa di nuovo, per far diventare la domanda su Dio una domanda aperta, un viaggio dell’anima, una ricerca, che porta a riscrivere i codici, le mete, i risultati.

4.6. Quando gli dèi cadono, quando viene il tempo della fede come apertura di credito senza garanzia né regole stabilite, allora è tempo di sapienza e parresia, non di idolatria insensata. E se la “nuova evangelizzazione” in Europa avesse qualche somiglianza con questa pagina biblica? Anche per noi c’è l’intento di tornare alle vecchie conoscenze, a rivedere le glorie passate, a confermare il già realizzato perchè non abbiamo la fantasia di pensare altro. E ci troviamo, come Paolo e compagni, davanti ad ostacoli senza un perchè, a sterilità di buone intenzioni e di abitudini, a ricevere in dono mediazioni vaghe recuperabili nella natura o nel cuore che ha risorse nascoste disponibili: e da lì si apre tutto.

4.7. Una conclusione intermedia. La sfida di parlare di Dio in una cultura europea che è pervasa dall’oblio della sua memoria cristiana potrebbe trovare qui una originale ispirazione e un percorso mistagogico che passa attraverso incertezze e imprevisti, conversazioni familiari e traumi di disperazione. Uscire “fuori porta”, lungo fiumi o rive di mari che inghiottono profughi disperati, trovare cortili e spiazzi dove parlare familiarmente o tende improvvisate per ripararsi, o carceri buie e profonde dove le catene pesano assurdamente: tutto questo è Europa oggi. Ricca anche di nuovi protagonismi femminili, di nuove forme aggregative capaci di ospitalità creativa, guidati nel buio da un lume di fiducia e chinati ad accudire e lavare le piaghe[5].

Noi abbiamo imparato a fare memoria delle esperienze fragili, delle situazioni di povertà e di sofferenza ingiusta, e di improvvisazioni a rischio totale vissute da tanti fondatori e fondatrici nelle nostre origini. Non si tratta solo di memoria commovente, non possiamo ridurre tutto a leggende auree. Si tratta di ritrovare lo stato di invenzione, il carisma in statu nascenti: opportunità che dobbiamo sempre riprendere e vivere, con audacia, ma anche con concretezza di disponibilità. Altrimenti rischiamo di meritarci il rimprovero rivolto dallo Spirito, attraverso il veggente di Patmos, alla comunità di Tiatira… (cf Ap 3,15-29).

  1. Schengen in bilico, e oltre…

In Europa si sta arrivando ad una decisione molto pericolosa. La proposta in atto di sospendere la libera circolazione delle persone fra gli stati europei (il famoso trattato di Schengen). Non rivela solo l’esasperazione della paura verso i nuovi migranti, la minaccia apocalittica e incontrollabile del terrorismo islamico, ma anche la chiusura entro vecchie identità che rischiano il meticciato senza essere preparate, e per questo le fantasie lavorano impaurite e aggressive.

C’è in evidenza la crisi della coscienza europea, come patria comune di popoli e destini. Nel giro di pochi mesi, siamo entrati in un vortice critico di una Europa che ha sussulti clamorosi contro l’egemonia strozzina della stabilità economica, del pareggio dei bilanci, della reciproca imposizione di vincoli finanziari senza anima. Con la devoluzione delle primavere arabe verso derive fondamentaliste di un islam fanatico e tagliagole (pensiamo all’Isis), sono cominciate anche le ondate di migrazioni caotiche dal Medio Oriente verso l’Europa, creando un caos imprevisto e ingovernabile.

Tutta l’Europa si è come svegliata con un incubo: prima represso pensando che si trattava di Italia, Spagna e Grecia, con le loro coste facilmente raggiungibili dai migranti. Ora le rotte dei migranti si prolungano dalla Turchia e dalla Grecia, attraverso i Balcani, fino a dentro il cuore del benessere europeo, alla Germania e verso Nord. E non si vede la fine, e neppure la soluzione: l’Europa sta chiudendo le frontiere, rinnegando la sua ospitalità, la sua solidarietà. Nuovi muri si costruiscono per bloccare i flussi, violenza e paure si diffondono come una nuova pestilenza. Stiamo assistendo – con incoscienza variabile – allo sgretolamento della unità europea, come ideali, comunione, sinergia.

E i religiosi non alzano la voce; e i vescovi europei neppure. Fa eccezione il Papa Francesco, che grida forte e coraggioso. Eppure là dove ci sono emergenze e sofferenze, vittime e violenze, la vita religiosa – tutti, uomini e donne – dovrebbe essere presente, intraprendente, solidale, in sintonia e sinergia, ispirandosi al Vangelo, svelando Chiesa ospitale e orientando la storia. Una presenza non sporadica, non per avere protagonismo mediatico, ma davvero per audacia evangelica. Penso che in questo contesto che esplode ogni giorno fra di noi tutti, ci sia una prima sfida a da intercettare, a vantaggio della Chiesa intera, e di riflesso anche della società attuale. Cioè assumere un protagonismo e portare un contributo efficace, non solo mettendoci in gioco con le opere e le risorse che abbiamo, ma anche come pro-vocazione audace e profetica. Si tratta di denuncia coraggiosa degli egoismi e delle paure, di proposta alternativa alle chiusure per una ospitalità che è com-passione operosa, per ridare fascino e geniale testimonianza alla nostra storia di ospitalità e di convivialità feconda delle differenze. Come dice Papa Francesco: contestando “strutture di peccato collegate ad un modello di falso sviluppo fondato sull’idolatria del denaro, che rende indifferenti al destino dei poveri le persone e le società più ricche, che chiudono loro le porte, rifiutandosi persino di vederli” (Messaggio per la Quaresima 2016).

A me pare che oltre la generosità delle iniziative sparpagliate – che pure vanno lodate e ammirate – la vita consacrata nel suo insieme non abbia saputo farsi voce critica, e neppure fare sistema e rete, per una azione alternativa, dentro l’Europa degli egoismi e delle paure. Con la croce, l’aratro e il libro, la vita monastica aveva gettato le basi dell’Europa dopo il dissolvimento dell’impero romano. E poi gli ordini mendicanti con la loro itineranza evangelizzatrice e l’accoglienza dell’ethos religioso popolare hanno accompagnato e generato il formarsi della cultura urbana e della democrazia. E nell’espandersi delle cultura a strati ampi della popolazioni nella prima modernità le fondazioni di collegi e scuole sono state forze trainanti per una nuova civilizzazione. Mentre negli ultimi due secoli le numerose fondazioni di diaconia della carità (educazione, scuola, assistenza, predicazione, recupero, ecc.) hanno creato una rete fittissima di presenze benemerite, che hanno redento gli effetti perversi della prima rivoluzione industriale. Una memoria preziosa che dovrebbe ispirare nuovi protagonismi e nuove esplorazioni profetiche, senza perdere tempo a tenere in camera di animazione situazioni e servizi ormai esangui e deculturati.

Oggi siamo già alla terza o alla quarta rivoluzione industriale. Ma soprattutto siamo all’alba di una dirompente ibridazione delle culture prima rimaste localizzate dentro stati e frontiere. Gli oltre 200 milioni di migranti attuali, cresceranno a dismisura nei prossimi decenni, secondo previsioni realistiche: e apporteranno con sé non solo mari di lacrime e sanguinanti cicatrici di sradicamenti violenti. Ma anche risorse di diversità culturali e problemi vastissimi di integrazione e di nuove stagioni di meticciato. Come già è avvenuto con le invasioni barbariche nei secoli V-IX del medioevo. E poi si è ripetuto in altri contesti – in particolare in America nei secoli XIX-XX – con le varie ondate di migrazioni dall’Europa e che solo ora hanno trovato una forma compiuta di meticciato e amalgama multiculturale. Solo lentamente qui da noi in Europa si ricomporrà una sintesi creativa e feconda, e nascerà una nuova civilizzazione per ora non immaginabile. Ci vorranno vari decenni, se non secoli per arrivarci: ma ora siamo nel pieno della tribolazione e delle reazioni insensate e apocalittiche.

  1. Ritrovare lo “stato di invenzione”: per il nostro futuro in Europa

Chi ha vissuto la vita religiosa del pre-Concilio, sa benissimo per esperienza, quanto bouleversement ha prodotto l’impulso conciliare, al fine di realizzare la adequata renovatio richiesta dal Concilio. Più importante è stato anche il rinnovamento nelle grandi categorie di vita, spiritualità, teologia, diritto.

Il Concilio è stato di fatto un esempio paradigmatico della complessa relazione fra continuità e discontinuità. Le sue risposte alle sfide e alle sofferenze, ai traumi e alle utopie di quel momento – 50 anni fa, ma sembrano secoli! – sono solo in parte adeguate alla nostra situazione. Ma è ancora valida e ispirativa, per esercitarla, la sua arte del vivere la contemporaneità critica della fede[6].

Bisogna ritrovare lo stato di invenzione, che rendeva quegli anni davvero bollenti ed effervescenti. E forse proprio il papato di Francesco potrebbe offrire una nuova opportunità di esplorazione e invenzione: strategicamente egli ha per noi consacrati una particolare attenzione ispiratrice. Egli infatti tocca le corde più sensibili della nostra missione ecclesiale[7]. Non si tratta di impadronirci dei suoi impulsi, ma di partecipare al suo progetto ecclesiale da protagonisti, liberandoci da certe sensazioni di caos e di apocalisse, che a volte paralizzano tutto. C’è troppa tendenza a piangersi addosso!

“Questa malattia non è per la morte” (Gv 11,4). Ci vuole una nuova docilità allo Spirito: Dio sembra aspettarci alle radici, come diceva Rilke. Perchè la crisi non è forse solo di finalità, ma di fondamento. Non possiamo sequestrare il carisma e la sequela in otri vecchi, anche se sono stati fabbricati nei decenni postconciliari, con l’illusione che durassero a lungo. Sono molte le questioni che andrebbero toccate, e sono anche fondamentali. Ho scelto di parlare solo di alcuni temi, per sollecitare ad esplorare gli orizzonti con spirito di ascolto e discernimento corale.

 

  1. La Parola viva per rinnovare la sequela e la profezia

 

Tutti sappiamo bene che il ritorno alla centralità della Parola nella vita della Chiesa è una delle grandi novità del Concilio. Oggi si riconosce nella Dei Verbum uno dei cardini dell’influsso permanente e anche più decisivo della riforma conciliare. Questo vale anche per la vita consacrata, che il Concilio ha invitato ad una familiarità quotidiana con la Parola (PC 6; DV 25)[8].

7.1. Centralità della Parola. È da questa ripresa di familiarità che è fiorita una nuova spiritualità: e sempre da qui rifiorirà: “Questo primato della santità e della preghiera non è concepibile che a partire da un rinnovato ascolto della Parola di Dio” (NMI, 39). Essa si esprime soprattutto con il recupero diffuso della esperienza antica della lectio divina. Pur chiamata con vari nomi, secondo luoghi e esperienze – lettura orante, meditazione biblica, incontro biblico, ascolto orante, e altro – essa va sostenuta, e nella formazione va insegnata, praticata e anche condivisa con i gruppi di laici che la praticano[9]. Ma la centralità deve esprimersi anche in molte altre modalità: come ha descritto in dettaglio Verbum Domini (2010), in riferimento alle forme di vita, ai ministeri e alla evangelizzazione (parte seconda e terza).

Da questa familiarità deve venire il processo di purificazione delle molte pratiche di pietà diffuse nelle case religiose, specie femminili. Purtroppo persistono tenacemente forme barocche e intimistiche senza sostanza. Ma il processo va portato più avanti. Tutta la spiritualità che si vive e si promuove deve alimentarsi a questa “fonte pura e perenne di vita spirituale” (DV 21). “La Parola creatrice e liberatrice che ha preso corpo con Gesù Cristo, poi nelle Scritture, non cessa di incarnarsi in coloro che vivono del suo Spirito”(P. Claverie). Va ricordato che solo il fare la Parola rende possibile un ascolto obbediente e fecondo, altrimenti è gnosticismo.

Si tratta di ritrovare o reimmettere anche nella ispirazione carismatica di fondazione questa centralità. O almeno avvicinarla oggi con coscienza viva e viverla “operis veritate” (1Gv 3,18). Diceva Vita consecrata: “Dalla meditazione della Parola di Dio, e in particolare dei misteri di Cristo, nascono, come insegna la tradizione spirituale, l’intensità della contemplazione e l’ardore dell’azione apostolica… Dalla frequentazione della Parola di Dio essi [i fondatori] hanno tratto la luce necessaria per quel di­scernimento individuale e comunitario che li ha aiutati a cercare nei segni dei tempi le vie del Signore. Essi hanno così acquisito una sorta di istinto sopranna­turale, che ha loro permesso di non conformarsi alla mentalità del secolo, ma di rinnovare la propria mente, ‘per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto’ (Rm 12,2)” (VC 94). Una verità non solo da esaltare ma anche da re-imparare, per un discernimento contemplativo e attivo.

C’è un involuzione in atto, un ritorno a vecchie ritualità e a forme spurie di pia exercitia, magari sotto ispirazione di supposte apparizioni di madonne o messaggi di santi. Per non dire dei vestimenti liturgici buffi, rituali devozionali barocchi, linguaggi e formule riprese con mentalità fanatica e senza criterio teologico o liturgico. Qui bisogna avere il coraggio di imporre una sana teologia liturgica. In queste tendenze la centralità della presenza della Parola di Dio è considerata “mania protestante” (!), e vale di più la formalità rituale arcaica e il numero delle candele, che la Parola viva di Dio.

 

7.2. La sequela Christi, in modo profetico. Il Concilio aveva sollecitato tutti i religiosi – ma logicamente vale per tutti i cristiani come tali (cf. GS 22) – a riportare l’identità all’autentica “Christi sequela in Evangelio proposita” (PC 2,a). Questo era il primo e decisivo criterio della renovatio da intraprendere. Non si tratta di un “criterio” fra gli altri, ma del principio (principium, dice il Concilio) che sovrasta tutti gli altri, è fondamento, giudica e giustifica gli altri criteri. E Papa Francesco lo richiama in continuazione, con una sua specificità di linguaggio: in particolare collegando spesso carne di Cristo e carne dei poveri. Ed egli insiste anche sullo spostamento dalla radicalità alla profezia: “La radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico”[10].

In certe comunità si ha l’impressione a volte che Vangelo e sequela Christi vi siano presenti così per abitudine, come “presidenze onorarie”, per routine quotidiana. Quello che conta – e che è al centro vero e sonoro – pare sia il proprio fondatore/fondatrice, qualche sua espressione barocca, i suoi oggetti personali, l’urna sepolcrale, la sua effigie, o altro. Parola e sequela Christi non sono dei soprammobili di convenienza: sono la motivazione più sostanziosa della vita, da vivere in dinamismo profetico.

Abbiamo ereditato una cristologia piena di suggestioni emotive, di devozioni barocche, di linguaggi romantici. Molti religiosi sono ancora lì, a quella cristologia delle prime catechesi parrocchiali, alle devozioni familiari, piene di pathos popolare. Una rilettura del nostro fondamento cristologico, guidato dalla Parola biblica e secondo la coscienza ecclesiale di oggi, è esigenza primaria. Esiste una grande ricchezza nella cristologia degli ultimi decenni[11]. Conoscerla e assimilarla, per tradurla in vita, può provocare – e spesso ha provocato – una purificazione radicale. Cristo non ha fondato una nuova religione, ha portato una vita nuova (J. Moltmann). Bisogna insistere su un ritorno al radicalismo autentico, un linguaggio centrato sulla sequela Christi, cioè su Colui che è il profeta messianico del poveri[12].

Anche le intenzioni e i progetti dei fondatori e dei carismi vanno riletti alla nuova luce della Parola, ritrovando una sapienza evangelica e biblica prima oscurata da manipolazioni culturali. Bisogna imparare a distinguere bene la religiosità “mascherata” (come ha fatto Paolo a Filippi con la donna indovina) e non identificarla con la fede che guarisce. L’esilio della Parola dalla prassi cristiana normale – frutto del divieto al popolo (dopo Trento) di avere in mano la Bibbia – ancora produce effetti deleteri. Bisogna continuare a mettere le fondamenta: e il dialogo ecumenico, specie nel contesto di una vivace presenza evangelica e protestante, avrà qui una sorgente di tutto valore, come diceva Vita consecrata: “La condivisione della lectio divina nella ricerca della verità, la partecipazione alla preghiera comune… [sono] segni della volontà di camminare insieme verso l’unità perfetta sulla via della verità e dell’amore” (VC 101). E la settimana scorsa nella basilica di San Paolo, Papa Francesco ha ribadito: “Convertirsi significa lasciare che il Signore viva ed operi in noi. Per questo motivo, quando insieme i cristiani di diverse Chiese ascoltano la Parola di Dio e cercano di metterla in pratica, compiono davvero passi importanti verso l’unità”.

7.3. Scuola di profezia. Questa riscoperta del primato della Parola anche nelle intenzioni più genuine dei fondatori si è accompagnata con la ripresa della prospettiva profetica per la vita consacrata. Non quindi un ascolto consolatorio, devoto, individualista della Parola, ma una familiarità che accenda cuore e progetti per i disegni di Dio manifestati nella sua Parola. “La vera profezia nasce da Dio, dall’amicizia con Lui, dall’ascolto attento della sua Parola nelle diverse circostanze della storia” (VC 84). Dalla Parola ascoltata e meditata si passa alla profezia di gesti e scelte, di denunce e annuncio, di esplorazione di vie nuove e di nuovi modelli di misericordia e di comunione.

C’è stato un tempo, nel rinnovamento conciliare, nel quale parlare di profezia, di natura profetica, di funzione profetica, suscitava qualche preoccupazione, anche in alto loco. Specie se si associavano profezia, poveri e martirio. Ma dopo il Sinodo 1994 e l’esortazione Vita consecrata con l’ampia sezione intitolata: “Una testimonianza profetica di fronte alle grandi sfide” (nn. 84-95), ogni sospetto è abolito. Quella “sezione” ha ampliato lo stesso orizzonte della testimonianza profetica della vita consacrata fino ad includervi anche il martirio, i tre voti e la vita fraterna, la spiritualità, la liturgia e perfino la lectio divina. Questa diffidenza non ha più vigore[13]. Molti forse non se ne sono accorti: il magistero è a volte vero anticipatore.

Oggi Papa Francesco ha più volte ribadito che i religiosi devono essere profeti, non giocando ad esserlo: “La profezia del Regno, che non è negoziabile. L’accento deve cadere nell’essere profeti, non nel giocare ad esserlo”, nella famosa intervista di p. A. Spadaro, pubblicata nella Civiltà Cattolica. Dove ha anche ribadito: “Mai un religioso deve rinunciare alla profezia!”[14].

Oggi nella lettura cristologica ed evangelica si mettono più in evidenza la misericordia, la preghiera, la vigilanza, la tenerezza, la riconciliazione, la sobrietà, la giustizia, la carità: tutti valori che i tre classici nostri “consigli evangelici” (castità, povertà, obbedienza) non sembrano del tutto evidenziare. Da qui si potrebbe dedurre che forse la “triade” classica (risalente ai tria substantialia del XIII secolo) potrebbe essere ripensata, per una nuova provocazione culturale? Papa Francesco parla con frequenza della misericordia, della tenerezza, della prossimità, del servizio: come espressioni evangeliche vincolanti della sequela Christi. Si potrebbe ipotizzare una differente scelta nella “professione dei consigli evangelici”?

Non sarebbe di grande valore – pari almeno a quelli espressi dalla professione dei tre consigli – fare oggi professione di misericordia in un mondo di violenza, di riconciliazione in un mondo diviso e ingiusto, di sobrietà e solidarietà in un mondo di sprechi irrazionali, di relazionalità empatica e solidale in un mondo di individualismo esasperato? Alcune nuove comunità “professano” solo castità e comunione dei beni, altre insistono sulla solidarietà con i poveri (conviventia cum pauperibus), altre si caratterizzano per una ecologia solidale, oppure per la fraternità orizzontale, o per una terapia di umanizzazione. È solo un di più assimilabile ad un “quarto voto”? Oppure si può pensare che queste proposte “sfidano” più chiaramente le “idolatrie” attuali e quindi hanno un impatto “evangelico” più provocatorio? L’antropologia teologica che è implicata nei tre voti classici corrisponde ancora alla nostra antropologia, alla sensibilità culturale attuale, parla ancora ad una cultura digitale e al mondo virtuale? Ho parecchi dubbi al riguardo.

  1. Teologia del carisma, verso nuove frontiere

Il Concilio Vaticano II non ha applicato il termine carisma alla vita consacrata, ma con allusioni e citazioni (paoline) ha favorito una simile applicazione. Lo sviluppo recente della “teologia del carisma”, applicato alla vita consacrata, è un frutto evidente dell’impulso conciliare. Oggi possediamo una articolata “teologia del carisma”, con applicazioni e distinzioni numerose: carisma della vita consacrata, carisma di/del fondatore, carisma dell’istituto, carismi personali, famiglia carismatica, ecc.[15].

8.1. Vantaggi evidenti. Questa chiave interpretativa ha aiutato tutti gli istituti a rileggere le proprie identità fondazionali in forma dinamica, progettuale, e non solo accumulativa. Sia i grandi istituti storici, che i più piccoli gruppi hanno trovato in questo principio una possibilità di interpretarsi. Inoltre questa terminologia, se usata bene, aiuta a interpretare le vicende storiche dei vari istituti, le loro crisi e le frequenti spinte di “riforma”, come stagioni creative in contesto specifico ecclesiale e sociale. Ma fa da base anche per ogni nuovo tentativo di “ri-fondare” la famiglia religiosa, nei nuovi contesti e per rispondere alle nuove sfide e urgenze. Non sempre la “teologia del carisma” a cui si fa appello, con le sue costellazioni e la ricerca in process, è genuina nei fondamenti cristologici e pneumatologici. Peccato che nel Codice la parola carisma sia stata eliminata nella fase finale, per paura di troppa vaghezza: si è ripiegato sul termine patrimonio (c. 578). Ma abusus non tollit usum!

Certamente questa categoria interpretativa è stata strumento efficace per mettere in moto le forze e il discernimento, la progettualità e l’inventiva. La fedeltà al carisma si vive purificando l’identità da stratificazioni culturali non più feconde o significative nell’orizzonte del radicalismo evangelico. E si vive esplorando, sotto la guida dello Spirito e dei pastori, vie nuove per una fecondità inedita e non puramente ripetitiva. Come dice Papa Francesco, “il carisma non va conservato come una bottiglia di acqua distillata, va fatto fruttificare con coraggio, mettendolo a confronto con la realtà presente, con le culture, con la storia”[16].

8.2. Risorsa euristica. Il “progetto carismatico” di un istituto non è la somma dei fatti e delle opere. Non è neppure cristallizzato nelle vicende e nei testi di fondazione, o nella redazione delle Costituzioni. Ma è un dinamismo più profondo, un impulso misterioso che bisogna continuare a incarnare, che si conserva come fuoco e come philum genetico. Perchè sia vivo e vero non può bastare una scrupolosa ricerca archivistica, non basta la evocazione idolatrica della memoria, ci vuole l’arte carismatica di esplorare e l’impegno a inculturarsi. Gli istituti sono delle “comunità narranti”: sanno raccontare insieme, in modo differenziato, la premura di Dio e i suoi disegni ancora incompiuti, affidati alle nostre mani. Quando tutta l’enfasi è sul fondatore, come “icona” del carisma e modello ipostatizzato, la teologia non è sana. Bisogna vigilare, perchè ci sia davvero “una credibile presenza dello Spirito Santo”, e non solo basato su “utilità e convenienza operativa… o fenomeni devozionali per se stessi ambigui” (MR 51).

Lo Spirito Santo non abbandona a se stessi i carismi, ma ne è il donatore e l’interprete, e continuamente opera perchè i nostri schemi di interpretazione non lo rinchiudano in formule sacralizzate. E neppure si può pensare che un carisma possa essere monopolizzato da un gruppo, per poi metterlo in contrasto con altri carismi, o anche per isolarsi nella chiesa come un gruppo elitario. Il carisma è donato alla Chiesa, attraverso un uomo/una donna, e rimane di natura e finalità ecclesiale, per una dedizione “radicale” a Cristo e al vangelo nella Chiesa e nella storia. È “un’esperienza dello Spirito, trasmessa ai propri discepoli per essere da questi vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il corpo di Cristo in perenne crescita” (MR 11).

Quindi nessuna “autocefalia”, né chiusura dentro “circoli” impenetrabili. Bisogna che sia fermento, non che generi “chiesuole” separate. Il moltiplicarsi in questi ultimi decenni di forme di “famiglie” dentro tantissimi istituti – con la partecipazione dei laici alla spiritualità e all’attività e anche alla responsabilità per la fecondità dei carismi (cf, VC 54-56) – esige qualche indicazione di gestione adatta. È lo Spirito che rende corresponsabili i laici alla fecondità del carisma, non è una concessione dell’istituto. Bisogna indicare non solo limiti, ma anche dare direttive per assecondare lo Spirito e le sue nuove avventure. Molte iniziative sono allo stato “brado”: è urgente indicare parametri adatti a unire antico e nuovo[17]. Possiamo parlare di un vero movimento di meticciato, del tutto inedito, non di razze o di etnie o di culture, ma di forme di vita ecclesiale, di osmosi e circumincessione.

Una questione spinosa è la relazione fra il modello di incarnazione del carisma inculturato in Europa, in una certa situazione storica e ecclesiale, e la sua fecondità in contesti nuovi e inediti, fuori dall’Europa, o anche dentro l’Europa attuale. La trasmissione è opera doverosa e necessaria, ma va fatta in modo che siano in evidenza il fuoco dello Spirito, l’intuizione evangelica, “la scintilla ispiratrice, le idealità, i progetti, i valori… quale creatività ha sprigionato” (Lettera ai consacrati,,1). Evangelizzare anche la storia del carisma vissuto, ritrovando il sapore genuino e creativo dentro una memoria mitizzata, questo è il compito delle nuove generazioni. Bisogna dare la possibilità di farlo: sia nei nuovi contesti fuori Europa delle origini, sia dentro la nostra Europa, con la sua nuova cultura e le nuove urgenze.

Un carisma “ibernato” nella interpretazione storicamente datata e “sclerotizzato” dentro opere e stili di vita sacralizzati, è peccato contro lo Spirito santo! Un carisma che non riesce a promuovere una “ministerialità” ecclesiale diffusa[18], ma tende a monopolizzare a suo vantaggio valori ecclesiali essenziali (preghiera, carità, educazione, iniziazione cristiana, comunione, ecc.), contraddice quanto Paolo raccomandava: il sostegno vicendevole e la oikodomé (Rm 14,19).

8.3. Sinergia dei carismi. La situazione di debolezza diffusa, sta portando molte famiglie religiose alla “ristrutturazione” di opere e aggregazioni: la fenomenologia è evidente in tutti gli istituti. Non solo si chiudono tante case e tante opere, anche famose, ma si uniscono le province, i noviziati, le case di formazione, l’economia, la comunicazione, e tante altre cose. Si chiede anche aiuto di personale ad altre province per non chiudere. Una situazione caotica, soluzioni spesso improvvisate e senza gradualità, insofferenze non accompagnate con discernimento: in Europa migliaia sono i religiosi “importati” per tappare buchi e fragilità di personale. Non si tratta di una “missionarietà” ad intra genuina: si tratta di operazioni senza criterio, se non quello insensato della idolatria delle opere, glorie effimere, trasformismi taroccati. “Inseminazione artificiale” ha chiamato queste importazioni Papa Francesco (1/2/16)

Perchè non pensare anche a dare attuazione a quello che già il Perfectae caritatis (PC 21-22) indicava come operazione da gestire: la unione, la fusione fra istituti religiosi? Non si fa unione quando ormai la morte incombe: due malati non fanno un sano[19]. Ma farlo quando ancora c’è vitalità, quando si può creare insieme qualcosa di nuovo, quando è possibile vivere una avventura di fecondità evangelica e carismatica.

E dietro la resistenza fanatica e ostinata di isolarsi, di credersi “unici e irripetibili”, si muovono però anche altri interessi. Le case e le opere che ormai non si riesce a gestire sono appetite dai “furbi” benefattori. E mentre in apparenza sembrano venire in aiuto, consigliare e proteggere, tramano per i propri interessi. E tanti istituti si trovano nei guai! Perchè non incoraggiare di più la sinergia, la federazione, l’associazione, la fusione e anche l’unione? Tante situazioni sono in piena decomposizione di vita e di evangelicità: possiamo lasciare che vadano alla deriva, vite senza risorse, tristezze palesi, solitudini in agonia?

 

8.4. La crisi delle opere apostoliche. Sono la gloria e il tormento in ogni istituto. Qualcuno ha parlato delle innumerevoli opere apostoliche come “epifenomeno della rivoluzione industriale” (G. Canobbio), come lo erano per es. gli ordini cavallereschi nel medioevo, o i Monti di pietà del rinascimento. Oggi altre sono le rivoluzioni. Certamente nei paesi in via di sviluppo hanno ancora un ruolo fondamentale. Ma nelle società di sviluppo avanzato, e dove il welfare statale provvede bene a molti di questi servizi, la domanda si pone: hanno ancora un senso? Erano risposte coraggiose e funzionali a certe deficienze e urgenze del passato: dalle scuole all’assistenza, dalla educazione alla prevenzione, ecc. Oggi hanno perso molte ragioni della loro utilità e plausibilità.

Oggi non basta dire che sono gestite meglio, che fanno lo stesso un buon servizio, che sono mediazioni per far passare i principi cristiani, ecc. Bisogna riconoscere che si trovano a rispondere a richieste che nessuno fa, a farsi concorrenza tra loro, a dare sostegno alle élites che poi si comporteranno secondo principi alieni all’etica cristiana. A volte sono strutture e attività così complesse e pesanti, da schiacciare i pochi religiosi che vi lavorano, alimentando un disagio di fondo nelle persone, e ciò fa problema. Si arriva a veri e propri “sacrifici umani”, per amore di onore e gloria, per avidità di guadagni, per vanità sociale.

Non si tratta allora di riciclare questi enormi edifici in agriturismo religioso a prezzi modici o in “casa per ferie” per il turismo religioso – come succede in tanti posti, anzitutto a Roma – ma di riportare le persone alle radici della consacrazione alla radicalità evangelica. Perchè in queste mastodontiche opere non si vede lo smalto dell’evangelo, non v’è trasparenza di Dio. Molte volte non c’è neanche più voglia di testimonianza autentica: tutto rotola, tutto soffoca, manca l’aria… Il problema non è solo amministrativo e di efficienza, ma di fondo: quanto è evangelico tutto quello che si vuole attestare attraverso queste opere? E se lo era in passato, come è percepito oggi da chi ci guarda e giudica?

L’invito di Papa Francesco ad uscire verso le periferie non potrebbe aprire una nuova stagione di rifondazione, per esplorare nuove iniziative coraggiose e audaci di servizio apostolico, di presenza in mezzo ai poveri, di compagnia nel nome del Signore e del Vangelo? Le mediazioni adottate in passato hanno fatto tanto bene, sono diventate cultura di riferimento. E lo Stato ha imparato a prendersi cura di tanti servizi che prima facevamo noi: e così ci ha tolto l’aria e l’erba sotto i piedi. Non facciamoci del male da soli con certe idolatrie, ma riconosciamo che è all’opera lo Spirito nel bloccarci le strade abituali, per aprirci strade nuove verso sconosciute “Filippi”. Infatti ci sono ancora tanti settori, urgenze, sofferenze dove lo Stato non sa arrivare, o non ha voglia di farlo. Recuperando il fuoco carismatico delle loro origini, tanti istituti potrebbero inventare qualcosa, “uscendo fuori porta”, cioè passando dalla tristezza del fatalismo alla gioia per la fantasia della carità. Dio ci aspetta “altrove”, chiede una spiritualità distopica, cioè che vedere oltre, attraverso, per una testimonianza non solo efficientistica, ma generativa ed esplorativa. La crisi va trasformata in opportunità, per una umanità migliore, per colmare il vuoto d’anima dell’Europa sazia ed egoista.

  1. La chiesa “fraternità“: un modello alternativo

Sappiamo tutti che la spiritualità di comunione è uno dei punti chiave dell’impulso conciliare, però non in senso intimistico e romantico. Ma il Concilio ha usato anche altri vocaboli e immagini, offrendoci una ecclesiologia ricca. In particolare forse la prospettiva del popolo di Dio in cammino, era la terminologia più suggestiva. Oggi ritorna nel magistero di Papa Francesco la centralità del Popolo di Dio, con la sua religiosità, con le sue sofferenze, e le sue utopie, con il suo sensus fidei: “Il popolo di Dio possiede un fiuto infallibile nel riconoscere i buoni pastori e distinguerli dai mercenari” (Udienza, 23/11/2014).

Dietro un differente lessico ci sono sensibilità e culture diverse. E poi anche le stesse parole, in contesti culturali differenti, possono acquisire forza e significati non conosciuti altrove. La preferenza del Sinodo 1985 e anche di Benedetto XVI, per il lessico della Chiesa comunione, non era esente da preoccupazioni teologiche ed ecclesiali legate alla crisi di identità e di unità dell’Occidente cristiano. Il termine popolo di Dio, oltre ad essere conciliare, per Papa Francesco ha uno spessore esistenziale e teologico tutto particolare, a motivo della sua provenienza ecclesiale dall’America latina. Un simile vocabolo detto in contesto asiatico risuonerebbe diversamente; detto nell’Est Europa o in Africa, implica ancora altro significato.

Sia Benedetto XVI che Francesco preferiscono utilizzare il termine fraternità[20]. Mi permetto di sfruttare questo termine. E da questa prospettiva ecclesiologica possiamo trarre ispirazione per sviluppare alcune applicazioni alla vita consacrata.

9.1. Vita fraterna. Solo noi più anziani ricordiamo la concezione della vita in communi agenda del Codice del 1917, dove prevaleva la rigidità della uniformità visibile e la regularis observantia, pignola e scrupolosa. Tutt’altra visione ha il PC 15a, quando parla di fraterna conversatio e chiede di evidenziare il vinculum fraternitatis. Sulla stessa prospettiva si muove il nuovo Codice, quando parla di: Vita fraterna, unicuique instituto propria… fraterna comunione… (can. 602). Non si tratta solo di recupero di un lessico antico, o del superamento del modello rigido e spersonalizzante anteriore. Si tratta di un modello di Chiesa, che la vita consacrata intende proporre e visibilizzare. Una Chiesa di fraternità, di dialogo, di prossimità, di servizio e corresponsabilità.

Non è una variante linguistica, è qualcosa di sostanza. Anche se si fa fatica a ricavare le conseguenze giuridiche, modificando modelli istituzionali o almeno aprendoli al nuovo che cresce. Molte sono state in questo tempo le esperienze di fraternità che i consacrati hanno voluto tentare di vivere. Al fascino della fraternità semplice, flessibile, ospitale, orante, dialogante, in mezzo alla vita di tutti, si sono ispirati tanti gruppi in questi anni. Ma vorrei fare un passo più avanti. Bisogna andare oltre la fenomenologia, per una nuova ecclesiologia.

La vita in fraternità è anche un modello ecclesiale da proporre. È sempre stato così, da Basilio a Francesco, da Agostino alle esperienze attuali: la fraternitas non era una illusione romantica, un pio desiderio generoso. Ma un modello alternativo di essere Chiesa, autentica, fedele, centrata sulle relazioni primarie, sincere, immediate, non gerarchizzate. E nello stesso tempo anche aperta alla differenza delle culture, alla sinodalità[21]. In questo gioverebbe far ricorso più alla comunità pluralistica e missionaria di Antiochia degli Atti, che a quella enfatizzata di Gerusalemme, troppo simbiotica, monoculturale e narcisista[22].

9.2. Laboratorio di interculturalità. Si moltiplicano velocemente le comunità dove convivono e collaborano persone di differenti origini, culture, lingue, origini. In passato questo era molto raro. Oggi questo fenomeno si sta trasformando da occasionale a progettuale, necessario, voluto, pianificato. E quindi bisogna gestirlo e non solo subirlo: per fare questo molte cose vanno ripensate. Ma non basta stare insieme nella stessa casa per superare le barriere e le reciproche incomprensioni. Le comunità devono assumere il compito di una conversione permanente, di invenzione di un nuovo modello di convivenza: “In modo da riuscire per tutti un aiuto reciproco nel realizzare la vocazione propria di ciascuno” (CJC, can. 602).

Qui si impone un modo nuovo di vivere ed esercitare la leadership: non si può nascondere la diversità per paura di compromettere l’unità. Non si può enfatizzare la diversità fino al punto da frammentare tutto per paura di ferire qualcuno. Proprio di un leader è l’arte di motivare le diversità verso la sinodalità, la sinergia, la dinamica della collaborazione e della corresponsabilità. La classica figura del superiore che fa da vigile urbano, “canalizzando” il traffico dell’osservanza regolare, non regge più. Deve sentirsi impegnato a vivere la diversità riconciliata, non con mero accostamento delle diversità, ma nella “convivialità delle differenze”. Facendo convergere tutto nei progetti, nelle mete, nelle iniziative, come nella preghiera, nella corresponsabilità, nella solidarietà.

Esistono di fatto molte comunità interculturali e multiculturali, ma manca lo sguardo contemplativo reciproco, il desiderio di fare chiesa insieme, l’impegno a diventare laboratori di ospitalità solidale attraverso procedimenti a rete. Perchè siamo abituati a gestire sistemi chiusi, procedure standard di efficienza e funzionalità. Ma la comunità religiosa non è una azienda e non può vivere per schemi “eterodiretti”. Deve essere capace di autogoverno, gestendo le dinamiche interne e proprie. Il problema di fondo è che mancano modelli collaudati di responsabili con questa mentalità. Servono fraternità con inediti codici di esperienza e di appartenenza: la sinodalità e la koinonia non vanno confuse con una perpetua presenza simultanea di tutti, con la puntualità di tutti allo stesso orario, con il livellamento amorfo, e neppure con l’indifferenza reciproca per amore di pace.

È più difficile, se non impossibile, quando si tratta di attività/opere complesse, dove forse si richiede oggi più management da funzionari che ispirazione orientatrice da leadership. Troppo spesso il superiore delle case internazionali sembra esercitare il ruolo dell’albergatore che offre ricovero dietro pagamento, e non quello del samaritano che scende dalla cavalcatura e fascia le ferite… (cf. Lc 10,34). Non ci si improvvisa in questo nuovo ruolo, bisogna avere dentro il cuore una risorsa di empatia e di servizio, per rendere soggetto le persone e non l’organizzazione. E questo non è dato automaticamente con la nomina canonica…

9.3. Una chiesa povera e per i poveri. È rimasta famosa questa espressione di Papa Francesco, detta nell’incontro con i giornalisti pochi giorni dopo la sua elezione. In questi 35 mesi di pontificato si è visto che è davvero una opzione fondamentale, ed emerge di continuo nei gesti e nelle esortazioni, nelle critiche pungenti che ama fare e nelle preoccupazioni che esprime. Nella sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium si nota questo fil rouge che attraversa tutto il testo, perchè egli è convinto che “nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri” (EG 197). Egli vuole una “Chiesa in movimento di uscita da sé, di missione centrata in Gesù Cristo, di impegno verso i poveri. Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali! Questa mondanità asfissiante si sana assaporando l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio” (EG 97).

Tutta la storia della vita consacrata è segnata da questa centralità, espressa in varie maniere, secondo circostanze ed emergenze. S. Giovanni Paolo II aveva affermato che “servire i poveri è atto di evangelizzazione e, nello stesso tempo, sigillo di evangelicità e stimolo di conversione permanente per la vita consacrata” (VC 82). Tutte le riforme nella millenaria storia della vita consacrata hanno avuto nella scelta della povertà e dei poveri uno dei fulcri decisivi. Anche oggi questa situazione dei poveri, degli impoveriti e degli emarginati si presenta con molteplici differenze, secondo luoghi e contesti. Ma è una sfida e una chance, e bisogna riprendere questo protagonismo inventivo che tanto lodiamo per il nostro passato[23]. È un questione di amore e di qualità relazionali: “Chi ama poco vede pochi poveri attorno a sé”. La misericordia è geniale, intuitiva, creativa.

Ma la risposta o le risposte non possono essere semplicemente quelle delle opere ereditate dal passato, che pure hanno ancora senso e sono necessarie. Bisogna inventare nuove soluzioni, avviare nuove “opere” come risposta alle nuove urgenze. Ci deve essere lo splendore di una vita sobria, onesta, gratuita, senza sprechi. Ma anche una amministrazione senza illegalità, una gestione senza l’affanno dell’accumulo idolatrico. Più eloquente ancora è una scelta di vivere da poveri e abbracciare la causa dei poveri: “Non sono poche le comunità – riconosceva Giovanni Paolo II – che operano e vivono tra i poveri e gli emarginati, ne abbracciano la condizione e ne condividono le sofferenze, i problemi e i pericoli” (VC 90).

Oggi con questa “globalizzazione dell’indifferenza” e i sistemi finanziari senza etica né umanesimo, bisogna spingersi anche alla denuncia delle ingiustizie. Favorire una nuova alleanza contro l’individualismo mercificato dal capitalismo finanziario. Papa Francesco ha fatto un audace discorso all’incontro con i Movimenti Popolari (28 ottobre 2014), quando ha manifestato la sua solidarietà con i poveri che protestano contro le cause strutturali della povertà e ha invitato a promuovere il protagonismo e la dignità dei poveri stessi. Lo stesso tono ha avuto con i vari incontri nel viaggio in Sud America (luglio 2015). Ripete in maniera sempre pungente cose simili ogni volta che incontra gruppi intenti a promuovere la coscientizzazione dei diritti degli emarginati e degli “scarti” della società.

Come in passato i religiosi hanno saputo realizzare risposte strutturali e permanenti per la promozione dei poveri e degli emarginati, così oggi bisogna inventarne di nuove. Bisogna riprendere iniziative, primerear, direbbe Papa Francesco: “Prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi” (EG 24). I carismi possono diventare fantasmi ossessivi o totem intoccabili: devono invece essere “il profumo del Vangelo” (EG 39). Perchè “ogni volta che ci incontriamo con un essere umano nell’amore, ci mettiamo nella condizione di scoprire qualcosa di nuovo riguardo a Dio. Ogni volta che apriamo gli occhi per riconoscere l’altro, viene maggiormente illuminata la fede per riconoscere Dio” (EG 272).

Conclusione

 

Ho trattato solo alcuni aspetti, per indicare qualche pista di cammino, alla luce di alcuni grandi valori che caratterizzano la vita consacrata. Perchè oggi sia capace ancora, sotto la guida dello Spirito – in questa nuova Europa in bilico fra chiusure e solidarietà – di testimonianza evangelica, trasparenza di Dio, attrazione verso Cristo e il Regno promesso.

Siamo chiamati ad abitare gli orizzonti, ad esplorare cammini, non semplicemente a riciclarci, tanto per sopravvivere. Chi non anticipa il futuro, non troverà posto nel futuro[24]. I religiosi sono da sempre testimoni del futuro atteso e anticipatori simbolici di quello che tutti attendiamo nella fede: un “regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace”[25] .

  1. Giovanni Paolo II invitava a “riproporre con coraggio l’intraprendenza, l’inventiva, la santità dei fondatori e delle fondatrici come risposta ai segni dei tempi emergenti nel mondo di oggi” (VC 37). Ma per fare questo c’è bisogno di riconoscere alla vita consacrata uno “statuto giuridico” aperto e capace di rispettare e apprezzare una certa genialità di esplorazione e di invenzione. Se la si irrigidisce entro schemi fissi, per paura di perderne il controllo, o perchè il fascino del passato ci impedisce di pensare in modo nuovo e creativo, si rischia di farle fare la fine del vino nuovo messo in otri vecchi. Un disastro assicurato per il vino e per l’otre…: “Si perdono vino e otri” (Mc 2,22).

Certi esercizi di sopravvivenza non sono che un gioco di specchi: rimandano sempre la stessa figura, rimpicciolita all’infinito. Appunto come certe comunità e Istituti, che credono di fare cose nuove riciclando vecchie abitudini, solo superficialmente riverniciate. Tanto le cose buone valgono sempre…! Come dicevano quelli della parabola: “Il vino vecchio è gradevole!” (Lc 5,39).

“Ecco io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19). Lo Spirito sta facendo appelli a cose nuove, anzi già le suscita, con la sua creatività e chiamando a nuove stagioni i nostri carismi, dentro il travaglio di una Europa che si contorce per le doglie di un parto doloroso e imprevisto. Che non capiti anche a noi di constatare con il profeta Isaia: “Abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori quasi dovessimo partorire: era solo vento; non abbiamo portato salvezza alla terra e non sono nati abitanti nel mondo” (Is 26,18).

Bruno Secondin, ocarm

Roma, 3 febbraio 2016.

 

 

 

[1]. La bibliografia è immensa. Cf. Aa. Vv., Il Concilio Vaticano II e la vita consacrata. Fedeltà e rinnovamento, Il Calamo, Roma 2014; Bocos Merino A., Un racconto nello Spirito. La vita religiosa nel post-concilio, Dehoniane, Bologna 2013 (orig. 2011); García Paredes J.C.R., Teología de la vida religiosa, BAC, Madrid 2000; Guccini L., Vita consacrata: le radici ritrovate, Dehoniane, Bologna 20143; Lécrivain Ph., Une manière de vivre. Les religieux aujourd’hui, Lessius, Bruxelles 2009; Manicardi L., La vita religiosa: radici e futuro, Dehoniane, Bologna 2012; Rovira Arumí J., La vida consagrada hoy. Renovacion, desafíos, vitalidad, Claretianas, Madrid 2011; Secondin B., Il profumo di Betania. La vita consacrata come mistica, profezia, terapia, Dehoniane, Bologna 1997; Idem, Abitare gli orizzonti. Simboli, modelli e sfide della vita consacrata, Paoline, Milano 2002.

[2]. Cf. Guccini L., Vita consacrata, cit., 37.

[3]. Abbiamo tentato un bilancio in occasione del Sinodo 1994: Secondin B., Per una fedeltà creativa. La vita consacrata dopo il Sinodo, Paoline, Milano 1995. Di particolare valore il libro di Herzig A., “Orden-Christen”. Theologie des Ordenslebens in der Zeit nach dem Zweiten Vatikanischen Konzil, Echter, Würzburg 1991.

[4]. Oltre al testo fondamentale dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), si vedano le due famose interviste, trascritte da Spadaro, A. Intervista a Papa Francesco, in La Civiltà Cattolica, 164 (2013/III), 449-477 e il colloquio dei Superiori generali: “Svegliate il mondo!”. Colloquio di Papa Francesco con i Superiori Generali, in La Civiltà Cattolica, 165(2014/I), 3-17. Ma sarebbe da moltiplicare la bibliografia da citare, con tanti libri che stanno uscendo sulla strategia ecclesiale di Francesco. Ormai ne sono piene le librerie in varie lingue.

[5] . Va ricordata qui l’iniziativa: Talita Kum: la Rete internazionale di Vita consacrata contro la tratta di persone, nata in seno all’UISG nell’ambito di un progetto gestito in collaborazione. Un esempio di percorso esploratore di un uomo di frontiera, come quelli che piacciono a Papa Francesco: Di Piazza P., Fuori dal tempio. La Chiesa al servizio dell’umanità, Laterza, Roma-Bari 2011.

[6]. Cf. Lécrivain Ph., Une manière de vivre, cit., 100-124.

[7]. Ne fanno eco e proposta di cammini le 3 lettere circolari della CIVCSVA, Rallegratevi (2014), Scrutate (2015), Contemplate (2015). LEV, Città del Vaticano 2014-2015. Il loro stile dialogico e mistagogico è stato ben accolto e apprezzato.

[8]. Una valutazione a più voci: Garcia Paredes J.C.R.-Prado Ayuso F. (edd.), A la escuela de la Palabra, Claretianas, Madrid 2008.

[9] . Cf. Secondin >B., La lectio divina. Dal monastero al popolo di Dio, in Lateranum, 74(2008/1), 115-144.

 

[10] . Nell’incontro con i Superiori generali (USG), 29/11/2013; ripreso anche nella Lettera ai consacrati, II,2.

[11]. Per una rassegna orientativa della ricerca cristologica: Sesboüé B., Les “trente glorieuses” de la christologie (1968-2000), Lessius, Bruxelles 2012.

[12] . Cf. Moltmann J., La via di Gesù Cristo. Cristologia in dimensioni messianiche, Queriniana, Brescia 1991.

[13]. Cf. il nostro commento all’esortazione nel libro: Il profumo di Betania, 94-106: L’indole profetica della vita consacrata. Una prospettiva tradizionale rivisitata. Una riflessione a più voci: Alday J.M. (ed.), I religiosi sono ancora profeti?, Ancora, Milano 2008.

[14] . Nel dialogo con la USG, 29/11/2014.

[15]. Cf. Rocca G., Il carisma del fondatore, Ancora, Milano 2015.

[16]. Papa Francesco, Messaggio all’Assemblea della CISM, Tivoli, 7 nov. 2014.

[17]. Cf. il nostro: Abitare gli orizzonti, cit., 164-201,245-261.

[18] . Cf. CIVCSVA, Religiosi e promozione umana (1980), 6.

[19]. Secondo statistiche non proprio recenti, dal 1960 al 2009, la CIVCSVA ha approvato la scomparsa la fusione/unione di 370 istituti; nello stesso tempo ne ha approvati 469 di nuovi (inclusi gli istituti secolari).

[20]. Cf. Ratzinger J./Benedetto XVI, La fraternità cristiana, Queriniana, Brescia 2005; Papa Francesco, Fraternità, fondamento e via per la pace, Messaggio per la Giornata della Pace, 1 gennaio 2014; cf. Dianich S.-Torcivia C., Forme del popolo di Dio tra comunione e fraternità, San Paolo, Cinisello B. 2012.

[21]. Cf. il documento della CIVCSVA, La vita fraterna in comunità. “Congregavit nos in unum Christi amor” (1994). Molto ispiritavo per il tema fraternità è il recente documento della CIVCSVA, Identità e missione del fratello religioso nella Chiesa. “E tuti voi siete fratelli” (Mt 23,8), LEV, Città del Vaticano 2015.

[22]. Ho già elaborato questa idea in: Abitare gli orizzonti, cit., 136-163; anche in Aa.Vv., La vita fraterna inizio di risurrezione, Gabrielli, S. Pietro in Cariano 2010, 31-75; De Jérusalem à Antioche. Repenser le modèle biblique de la vie consacrée, in Vies Consacrées, 77(2005-3), 174-195.

[23]. Cf. Gutierrez G.-Müller G.L., Dalla parte dei poveri. Teologia della liberazione, teologia della Chiesa, Emi, Bologna 2013.

[24] . De Mahieu W., Quel avenir la vie consacrée se donnera-t-elle? Ou quel avenir accueillera-t-elle?, in Vies Consacrées 87(2015/3), 209-216.

[25] . Prefatio per la festa di Cristo re dell’universo.