L’annuncio del Vangelo nella “gratuitá”

È per me una gioia e un onore poter prendere la parola in questo convegno nel quale rendiamo omaggio al Prof. André Fossion, alla sua riflessione catechetica, al suo contributo per una fede sensata e desiderabile. Io devo molto ad André. Fin da quando l’ho conosciuto attraverso i suoi scritti ho sentito una profonda sintonia con lui, una complicità di sguardo e di pensiero. Quando ci siamo incontrati, all’interno dell’Equipe europea di catechesi, è iniziato tra noi un dialogo che ha generato non soltanto la stima reciproca, ma “une belle et élégante amitié”, come la definisce lui stesso.
La riflessione che ora propongo è una specie di “dichiarazione di intenti” condivisa. La formulerò alla seconda persona plurale, al “noi”. In questo modo ho l’ardire di associare la riflessione di André alla mia, di parlare anche in qualche modo a nome suo. Mi sento autorizzato a farlo in forza dell’amicizia e della lunga frequentazione della sua riflessione catechetica. Ma il “noi” con il quale parlerò associa anche tutti coloro che condividono la stessa visione di fede, e posso testimoniare che sono tanti. Sono numerose le persone impegnate nella catechesi a livello europeo che si sono sentite interpretate da André, sostenute nel loro impegno di evangelizzazione, accompagnate a vivere con speranza e creatività i grandi cambiamenti che la Chiesa è chiamata ad affrontare.
Il titolo della mia relazione (L’annonce de l’évangile dans l’espace de la gratuité) riassume bene la visione di fede e di annuncio che intendo presentare. La articolerò in sette punti, offrendo per ognuno di essi una breve riflessione.
1. Un nuovo cristianesimo: di libertà e di scelta
2. I cristiani: una minoranza “a favore”, e non “a parte” o “contro”
3. L’adesione a Gesù Cristo: una supplemento di grazia non necessario ma determinante
4. Il vangelo: grazia di umanità
5. La Chiesa: luogo ospitale dei racconti
6. La fede: un abbandono a Dio che cerca la propria intelligenza
7. L’annuncio: perché la nostra gioia sia completa
Concluderò con un racconto veritiero che fa pensare.

1. Il cristianesimo in un orizzonte di libertà e di scelta

Noi accettiamo volentieri che sia terminato in Europa il cristianesimo nella sua forma sociologica (il “catecumenato sociologico”, come lo ha definito Joseph Colomb con una felice espressione), quel cristianesimo, cioè, nel quale cristiano e cittadino coincidevano e nel quale non si poteva essere altro che cristiani: la fede ereditata, dovuta, scontata, obbligata. Nei 20 secoli di storia del cristianesimo noi siamo passati dal « on ne naît pas chrétien, on le devient », affermato nel terzo secolo da Tertulliano in un contesto pagano, a una situazione esattamente rovesciata: “Si nasce cristiani e non si può non esserlo”. Siamo consapevoli che lo Spirito Santo (e non solo l’attuale congiuntura culturale) inviti la Chiesa a vivere con speranza un terzo passaggio, che potremmo riassumere con la seguente espressione: “Cristiani non si nasce, si lo si può diventare, ma non è più percepito come necessario per vivere umanamente bene la propria vita”. La fede cristiana è oggi una possibilità, non una evidenza culturale. Essa torna così al suo statuto originario di proposta gratuita e di adesione libera. Essa si confronta con altre prospettive, con altre religioni, con altre filosofie, con altre saggezze. La cultura attuale – ricorda sovente André Fossion – non trasmette più la fede, ma la libertà religiosa. La risposta inadeguata a questa situazione è quella della nostalgia, che pastoralmente si traduce nel moltiplicare l’impegno per riportare le cose riguardanti la fede a come erano prima, quando tutti e tutte si riferivano alla chiesa. Si tratta di una generosità pastorale mal orientata. La postura giusta è invece quella di una pastorale della proposta, di una comunità missionaria che nel suo insieme, in tutte le sue espressioni e dimensioni, si fa testimone credibile del Vangelo, offerto a tutti come dono fraterno. Noi crediamo che questo cristianesimo della gratuità e della libertà e abbia un avvenire promettente davanti a sé.

2. I cristiani: una minoranza a favore

In questo contesto plurale, i cristiani saranno ormai una minoranza, come erano all’inizio. Noi accettiamo gioiosamente di essere ormai e per sempre una minoranza. Dopo la monocultura che ha caratterizzato a lungo l’Europa, abitiamo volentieri la biodiversità culturale e religiosa che ci è dato di vivere. Vogliamo essere, in questa biodiversità, come il sale e il lievito. Ricuperiamo in questo modo lo spirito della lettera a Diogneto, che così si esprimeva: « les chrétiens sont dans le monde ce que l’âme est dans le corps » (Lettera a Diogneto, 6). Siamo convinti che il problema per il cristianesimo non è quello di essere ridotto a minoranza, ma di decidere quale minoranza intende essere. Non ci ripieghiamo in una minoranza a parte (una setta), che fa del sacro un luogo di rifugio e di protezione dalla complessità della storia; non vogliamo assolutamente essere “una minoranza contro”, prigioniera del risentimento e impegnata a criticare la cultura, cioè le donne e gli uomini di oggi: siamo infatti consapevoli che questa è la tentazione più forte per chi è stato a lungo maggioranza. Decidiamo di essere una minoranza “a favore”, il segno di una differenza che promuove: non una controcultura, ma uno scarto fecondo dentro questa cultura.

3. L’adesione a Gesù Cristo: non necessaria ma determinante

Noi professiamo che fuori della pasqua di Gesù Cristo non c’è salvezza, che egli è il salvatore di tutte e di tutti. Riteniamo allo stesso tempo che lo Spirito della Pentecoste sia effuso in tutti i cuori e che la fede, intesa come adesione esplicita al Signore Gesù dentro la comunità ecclesiale, non condizioni il suo amore, come dice il CCC: « Dieu a lié le salut au sacrement du Baptême, mais il n’est pas lui-même lié à ses sacrements.» (CCC 1257). Facciamo nostro l’orizzonte del Concilio, che afferma:
« Puisque le Christ est mort pour tous et que la vocation dernière de l’homme est réellement unique, à savoir divine, nous devons tenir que l’Esprit Saint offre à tous, d’une façon que Dieu connaît, la possibilité d’être associé au mystère pascal» (GS 22).
La fede cristiana che noi professiamo è dunque in se stessa dell’ordine del “non necessario” , in quanto è il Dio stesso di Gesù Cristo a essersi reso “non necessario”. Questo è il senso profondo del dono dello Spirito a Pentecoste: una disponibilità universale senza imposizione.
Riteniamo dunque che in tutti e tutte ci sia già una grazia prima (come viene definita da André Fossion) o una fede elementare (secondo l’espressione altrettanto felice di Christophe Theobald). E che in qualcuno maturi, in forza di una “grazia seconda”, la “fede del discepolo”.
Siamo convinti che il fatto di considerare la fede cristiana dell’ordine della non necessità non la collochi nello spazio del superfluo, ma del “più che necessario”, del di più gratuito non necessario ma determinante. E crediamo che questa figura di fede sia udibile, credibile e desiderabile in un contesto secolarizzato, segnato dalla libertà e dalla pluralità di percorsi umani e religiosi.

4. Il vangelo: grazia di umanità

Noi crediamo che la fede cristiana sia un dono offerto a tutti per divenire più umani e per rendere umano il mondo. Al centro del Credo c’è un’affermazione che non finisce mai di sconvolgere, anche se sepolta sotto l’abitudine di una recitazione abitudinaria e meccanica: “Pour nous les hommes et pour notre salut”. Cioè per l’umano e per la sua pienezza. Il Dio al quale noi affidiamo la nostra vita, nel suo volto trinitario, è un Dio per l’uomo, così “per l’uomo” che si è fatto definitivamente e pienamente umano.
Per questo noi pensiamo che la fede nel Signore Gesù non ci rende più religiosi, ma più umani. La prova che la nostra fede è credibile, per noi e per gli altri, è che gli altri leggano in noi una bella umanità. Non una buona religiosità, ma una bella umanità. Se una certa concezione di “religione” tende a estrarre dalla storia e rinchiudere nel sacro, la fede cristiana invece riconduce alla storia e al compito di renderla sempre più umana, un mondo di figli di Dio e di fratelli e sorelle, secondo il sogno di Gesù. Questo criterio permette di discernere dove c’è fede nel Dio di Gesù Cristo e anche dove non ce n’è. Là dove c’è un reale impegno per l’umano si è dalla parte di Gesù Cristo e ci si lascia guidare dal suo Spirito. C’è dunque una fede implicita in tante donne e uomini, e una fede esplicita nel Signore Gesù da parte di alcuni, chiamati a essere segno per gli altri. Ma quello dell’umanizzazione è anche il criterio più sicuro per dire dove non c’è fede cristiana. Dovunque c’è disumanità non c’è l’azione dello Spirito del risorto e questo è un criterio da applicare anche all’interno della Chiesa. Non c’è fede cristiana quando dentro la Chiesa non c’è rispetto, quando c’è abuso del potere, quando c’è egoismo e carrierismo, quando non c’è misericordia per le persone ferite dalla vita, quando non c’è un uso sobrio e solidale dei beni; quando c’è invidia, polemica, esclusione. Si può avere la bocca piena di Cristo ma egli non ci riconoscerà, come dice chiaramente il Vangelo « Je ne sais d’où vous êtes » (Lc 13,25).
Questa visione ci dà una grande libertà d’animo. Ci rende liberi di impegnarci per rendere più umana la vita nel nome del Signore Gesù e di farlo con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, di ogni credo, di ogni posizione. Ci rende pronti a collaborare con tutti, senza barriere, senza etichette, senza steccati. Pienamente convinti che « Quiconque suit le Christ, homme parfait, devient lui-même plus homme» (GS 41), pienamente aperti a tutti e tutte per la costruzione del bene comune.

5. La Chiesa: luogo ospitale dei racconti

Questa fede non necessaria ma infinitamente preziosa non è un sistema religioso, né una filosofia di vita, pur essendo portatrice di un grande patrimonio di saggezza. Essa è una relazione che prende forma nella storia. È la storia di una relazione in corso, e come tale sempre aperta agli imprevisti, alle sorprese. Dopo il Primo e Secondo testamento, Dio continua a scrivere la sua storia di salvezza, il suo “terzo testamento” nella vita delle persone: la vita dell’uomo è l’alfabeto del suo amore. Noi crediamo di conseguenza che la comunità ecclesiale è chiamata ad essere non primariamente un luogo di affermazioni dottrinali o di orientamenti etici, ma un spazio di narrazioni, la casa nella quale risuona costantemente il racconto della storia delle salvezze, l’intreccio tra le grandi narrazioni bibliche e le storie concrete delle donne e degli uomini di oggi. Slegato dai racconti, infatti, il suo patrimonio simbolico si svuota: il Credo si riduce a una dottrina, i riti scadono in cerimonie, la morale viene a coincidere con una serie di divieti, la preghiera diventa una pratica di devozione. La chiesa è la casa ospitale che autorizza e libera i racconti, che resta costantemente in ascolto di quello che il Signore le dice attraverso la vita reale delle persone, particolarmente dei poveri e di chi è colpito dalla vita. Così la chiesa esprime la sua santità ospitale, così essa è aiutata a scoprire e vivere sempre più in profondità la grazia del vangelo. Solo se rimane profondamente narrativa essa è in grado di comprendere il volto sempre sorprendente del suo Signore e di orientare verso il bene la vita dei suoi membri. Solo così essa si configura come luogo concreto in cui risuona ininterrottamente il grande racconto della misericordia di Dio.

6. La fede: un fiducia intelligente

La fede cristiana è un atto di abbondono e fiducia che cerca continuamente la propria intelligenza. S. Agostino dice: «Chi è che amo quando amo il mio Dio? (Le Confessioni X,7,11); Ho desiderato vedere con l’intelligenza ciò che ho creduto (La Trinità XV,28,51)». Egli esprime così un’esigenza intrinseca della fede cristiana: quella di cogliere le ragioni del proprio credere. Il pensare è costitutivo della fede, perché è la ricerca umile e costante per riconoscere l’identità di Colui che ci è venuto incontro e il senso che questo ha per noi di fronte alle domande e ai problemi dell’esistenza. Si entra così nella fede cristiana: per un atto di fiducia soppesata e pensata, per un’adesione fiduciosa e critica che diventa stile di vita. Nella fede cristiana non dissoceremo mai queste tre confessioni: Credo in (mi affido), credo che (so che questo Dio è affidabile), faccio credito (imposto su di Lui la mia vita). La fede cristiana fa spazio all’emozione, ma non si riduce a un’esperienza emotiva; richiede la ragione, ma la allarga al mistero che la supera; spinge all’azione, senza lasciarsi mai ridursi a una morale. Essa è per sua natura una relazione.
Noi pensiamo che un compito prioritario, in un contesto nel quale la fede non è più un’evidenza, sia quello di trovare le parole per dire la fede a noi stessi e agli altri in modo che appaia sensato, pensabile, plausibile, desiderabile. Riconosciamo che siamo in deficit su questo punto e che le nostre catechesi, non solo quelle che abbiamo ricevuto da bambini, anche quelle che rischiamo di fare agli altri e di subire da grandi, mancano di pensiero. La fede cristiana onora il dubbio. La psicanalista non credente Julia Kristeva afferma che il cristianesimo ha fatto due regali all’occidente: trasmettere la fede e l’autorizzazione a sottoporla costantemente all’istanza critica. Ha regalato la fede e il diritto di dubitare. Il dubbio è l’alleato più prezioso della fede, perché le impedisce di cadere nel fideismo e anche nel fondamentalismo. Paul Claudel diceva che il dubbio è l’omaggio di Dio alla libertà dell’uomo, ma è vero anche l’inverso: è l’omaggio della libertà dell’uomo a Dio, per lasciarlo Dio e non farne mai un idolo. Carlo Maria Martini diceva: «Nessuno di noi è lontano dall’esperienza dell’ateismo o meglio dell’ignoranza su Dio. C’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere». E aggiungeva: «La differenza non è tanto fra credenti e non credenti ma tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di vivere la sofferenza, di continuare a cercare per credere, sperare, amare, e uomini, donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati di quello che hanno e non sanno più accendersi di desiderio e nostalgia al pensiero dell’ultima patria».
Noi siamo pronti a dare ragione della fede che è in noi testimoniando che siamo credenti in ricerca, aperti.

7. L’annuncio: perché la nostra gioia sia completa

Anche se riteniamo che la fede, come adesione esplicita al Signore Gesù, non condizioni il suo amore per tutti, noi non possiamo rinunciare ad annunciare il vangelo. Non lo facciamo per proselitismo, né per necessità di salvare gli altri. Lo facciamo prima di tutto per noi stessi, come ci ricordava Paolo VI:
« Les hommes pourront se sauver aussi par d’autres chemins, grâce à la miséricorde de Dieu, même si nous ne leur annonçons pas l’Evangile ; mais nous, pouvons-nous nous sauver si par négligence, par peur, par honte — ce que saint Paul appelait “ rougir de l’Evangile ”[134] — ou par suite d’idées fausses nous omettons de l’annoncer ? » (EN 80).
Noi annunciamo per esigenza intrinseca alla nostra fede, nella debolezza e semplicemente per la nostra gioia, come dice 1Gv 1,4, “perché la nostra gioia sia piena”, e questa gioia non sarà piena fino a quando tutti non potranno godere della grazia che ci ha raggiunto.
Noi annunciamo perché – sono le parole di Papa Francesco –
« On ne peut persévérer dans une évangélisation fervente, si on n’est pas convaincu, en vertu de sa propre expérience, qu’avoir connu Jésus n’est pas la même chose que de ne pas le connaître, que marcher avec lui n’est pas la même chose que marcher à tâtons, que pouvoir l’écouter ou ignorer sa Parole n’est pas la même chose, que pouvoir le contempler, l’adorer, se reposer en lui, ou ne pas pouvoir le faire n’est pas la même chose. Essayer de construire le monde avec son Évangile n’est pas la même chose que de le faire seulement par sa propre raison. Nous savons bien qu’avec lui la vie devient beaucoup plus pleine et qu’avec lui, il est plus facile de trouver un sens à tout. C’est pourquoi nous évangélisons » (Evangelii Gaudium, 266).
Testimoniamo la fede per la gioia che proviamo nel viverla e per fare un regalo a chi lo desidera, perché “non è la stessa cosa”.
È anche per questo motivo che siamo capaci di vedere, quando testimoniamo ad altri la fede, che il Signore è già nelle persone che noi incontriamo, quelle di altre religioni, quelle che non credono, quelle che dubitano. L’annuncio è dunque dell’ordine della testimonianza grata: noi diciamo ad altri ciò che per grazia, e non per nostro merito, siamo diventati.
Per presentare la nostra fede abbiamo solo due parole possibili: “Eccolo”; Eccomi”. Eccolo, come mi è venuto incontro; eccomi, come Lui mi ha trasformato, come provo ad accoglierlo, come vivo la relazione con lui.

Conclusione: abbandonare ciò che è inutile per salvaguardare il tutto

Desidero concludere questa mia dichiarazione di intenti ricordando un episodio che ci dà da pensare e che esprimere bene la posta in gioco del cristianesimo che sta davanti a noi. Paolo De Benedetti , teologo e biblista italiano di origini ebraiche, narra in un suo libro del 1992 la vicenda di Jochanan ben Zakkaj, il rabbì che nel 68 d.C., consapevole dell’ineludibile destino che segnava la città e il tempio (incendiati e distrutti nel 70 d.c.), si finse morto e così riuscì a uscire in una bara da Gerusalemme, assediata da Vespasiano, portando con sé soltanto la torah. Vespasiano, infatti, permetteva che uscissero dalla città assediata solo i morti. Presentatosi poi a Vespasiano, Iochanam ben Zakkaj ottenne da lui che il modesto sinedrio di Javne (l’attuale Tel Aviv) fosse risparmiato e lì rifondò il giudaismo come popolo della torah, salvandone così il nucleo essenziale. Così De Benedetti commenta l’episodio :

«La decisione di Rabbì Jochanan ha avuto per l’ebraismo un’importanza incalcolabile: egli riuscì a preservare la continuità della tradizione, la catena ininterrotta della Legge orale e con gli altri maestri convenuti a Javne per il richiamo della sua autorità assicurò all’ebraismo i mezzi giuridici, rituali, organizzativi e morali per sopravvivere […]. C’è molto da riflettere su quello che può fare un uomo: rabbì Jochanan era uno studioso senza autorità ufficiale, non aveva la presidenza del sinedrio centrale e non era il patriarca. Egli fu il solo, tuttavia, a scorgere chiaramente quello che si poteva conservare e quello che si doveva abbandonare per conservare il tutto […]. Egli seppe leggere, come si direbbe oggi, i segni dei tempi, ma in questi segni non vedeva solo la storia, bensì la misteriosa volontà di Dio, che egli era abituato a venerare in ogni precetto.
Ai cristiani – continua Paolo De Benedetti – non è accaduto di dover compiere un mutamento così radicale come quello toccato all’ebraismo, per rimanere se stessi; ma non si può dire che non sarebbe stato o non sia ugualmente necessario. Infatti, il grande tempio della cristianità tradizionale è già profondamente intaccato dal fuoco, e sono venuti meno i riti che vi si compivano per dare al mondo intero una buona coscienza. Ma questo incendio è, su scala umana, straordinariamente lento, quasi inavvertibile è il crollo se non si guarda indietro e tutto ciò rende più che mai difficile che sorga un uomo come rabbì Jochanan ben Zakkaj che decida di portare fuori dal tempio ciò che deve essere salvato. Ogni volta che qualcuno, più per istinto che per lucida consapevolezza fa qualcosa del genere, viene accusato di profanare, sconsacrare, secolarizzare la santità […]. Ma questa non è un’opera umana: non si deve discutere su ciò, e forse neppure decidere. Occorre piuttosto porsi dietro alla parola di Dio, come i magi dietro alla stella, e seguirla là dove, uscendo dal tempio rovinante della cristianità, andrà a posarsi. Non è, oggi, una stella così lucente da offuscare tutte le altre stelle, anzi si lascia confondere abbastanza con alcune di esse; questo è nel disegno divino […] che […] non pensa la salvezza del cristianesimo come una solenne processione da uno a un altro tempio, i re in testa alla processione, il popolo in coda. […]. Oggi ogni cristiano è personalmente impegnato a uscire dal vecchio tempio e seguire una stella destinata a condurre proprio lui. Solo così alla fine tutta la chiesa di Dio si troverà in salvo, in questo mondo profano ma così caro a Dio».

Voi sapete bene che ciò che Paolo De Benedetti definiva nel 1992 “un incendio lento, quasi inavvertibile”, è ormai in larga parte d’Europa un incendio compiuto, consumato. Ci sembra quindi che sia giunto il tempo che la chiesa, fingendosi morta (permettetemi questa espressione) esca dal tempio, dal sacro, e stabilisca la sua dimora nella concretezza della vita umana. Solo in questo modo, infatti, salverà la Parola di Dio, la parola che si è fatta carne. E in tal mondo salverà l’uomo, che è fatto di carne. Una chiesa in uscita, dunque, secondo l’appello insistente di Papa Francesco. È curioso vedere come Dio ci abbia impiegato tutta la storia della salvezza per prendere carne e come noi spesso ci ostiniamo a rimandarlo nei cieli da cui è venuto, fuori dagli spazi umani dove si è compiaciuto di piantare la sua tenda.
Papa Francesco ci dice: «La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cf. Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana» (Evangelii Gaudium, 169).
È questo il mio augurio per la nostra chiesa e in essa per quella delicata e fondamentale espressione che è la catechesi: che abbia la lucidità di vedere quello che si può conservare e il coraggio di abbandonare ciò che non essenziale per conservare il tutto. Questo vale anche per la riflessione teologica.
È questo il futuro della fede che io auspico, il sogno che mi sembra di condividere, ormai da anni, con André.