La vita consacrata apostolica: quale misericordia?

Ma anche: quale Vangelo, Profezia, Speranza?

 

Bruno Secondin ocarm.

 

  1. Per introdurci
  1. La professoressa sr. Nuria Calduch ha meditato per noi il racconto evangelico de “la mujer del perfume” (Lc 7, 36-50), in prospettiva fondatrice e rigeneratrice, mettendoci così sulla strada della “mistica dell’incontro”, oltre gli schemi e i pregiudizi. Gesù vede risorse interiori ancora disponibili, Simone vede solo patologie e devianze; Gesù con il suo stile fa fiorire le possibilità dell’anima, Simone è rigido nei suoi schemi e dubita persino di Gesù.

La vita religiosa può specchiarsi in questo atteggiamento di Gesù, per recuperare la sua genuina funzione nella Chiesa. Come diceva Benedetto XVI nell’omelia del 2 febbraio 2010:

Le persone consacrate sono chiamate in modo particolare ad essere testimoni di questa misericordia del Signore, nella quale l’uomo trova la propria salvezza. Esse tengono viva l’esperienza del perdono di Dio, perché hanno la consapevolezza di essere persone salvate, di essere grandi quando si riconoscono piccole, di sentirsi rinnovate ed avvolte dalla santità di Dio quando riconoscono il proprio peccato. Per questo, anche per l’uomo di oggi, la vita consacrata rimane una scuola privilegiata della ‘compunzione del cuore’, del riconoscimento umile della propria miseria, ma, parimenti, rimane una scuola della fiducia nella misericordia di Dio, nel suo amore che mai abbandona. In realtà, più ci si avvicina a Dio, più si è vicini a Lui, più si è utili agli altri“.

Vorrei mettere insieme la domanda posta nel titolo ufficiale proposto dall’organizzazione – “Quale misericordia?” – con le tre parole guida dell’anno della vita consacrata: Evangelium, Prophetia, Spes. Le troviamo nel logo conosciuto. E di più, vorrei contestualizzare il mio intervento in tutto quello che è avvenuto in questi ultimi anni in questa forma di vita ecclesiale, e che sta dando sia problemi e nodi, sia impulsi nuovi e in parte creativi alla nostra stessa identità e missione ecclesiale.

La chiusura nelle nostre problematiche – pur importanti: come la crisi di numeri e di forze; la sensazione di marginalità ecclesiale; la crisi delle opere e la ricerca di nuove diaconie profetiche; il bisogno di spiritualità autentica e la dispersione individualistica del pathos; ecc. – rischia di rendere la nostra presenza ecclesiale “autoreferenziale”, e quindi poco feconda. Dobbiamo rompere con questa aria da falliti, e ripensare identità, ecclesialità e missione in modo creativo e rifondativo.

  1. Una serie di nodi sono venuti al pettine negli ultimi decenni fra noi. Stiamo affrontando la crisi di anemia (forze, protagonismo) e di anomia (identità teorica e fragilità motivazionale): e ognuno fa esercizi di sopravvivenza, più o meno decorosi. Chiudendo case, unificando provincie, andando a pescare vocazioni altrove, teorizzando modelli alieni di fraternità, celebrando centenari vanitosi, lasciando crescere l’individualismo disgregatore, e mille altre cose. Tutti conosciamo queste fantasie all’opera[1].

Il risultato è che la vita consacrata rischia di perdere molto della sua originalità, della sua funzione di pungolo profetico, di avventura audace del Vangelo, di coscienza critica e insieme empatica in una società caotica e alla deriva. Noi per primi crediamo poco a noi stessi, alle nostre teologie così vivaci e stimolanti, al nostro stesso futuro descritto con toni suggestivi nei testi capitolari, ma poi inefficaci nella realtà concreta.

  1. Il ciclone Papa Francesco: egli viene con un retroterra ecclesiale e spirituale ben diverso e incapace di accettare le nostre tristezze e angosce apocalittiche. La sua visione ecclesiale ha portato un vento nuovo: non più discussioni teoriche, documenti distillati e raffinati, isolamento “sacro”, cerimoniali barocchi, formalismi vuoti. Ma passione per la fede del popolo, gesti di tenerezza e prossimità verso i più deboli, voce che parla a nome dei silenziati della terra, linguaggio diretto e critiche graffianti verso il sistema economico che uccide, ma anche verso i difetti ecclesiastici e la “mondanità spirituale”[2].

E per la vita consacrata, da subito ha usato un linguaggio che interpella, chiede di non piangersi addosso, puntando il dito sulla mondanità ammantata di sacro, sulle ipocrisie e le doppiezze. Ma soprattutto chiede di essere profeti, di uscire, di abbracciare i poveri e accarezzare in loro la carne di Cristo, di non chiudere il carisma in una pergamena da incorniciare, in un museo dei ricordi, e neppure presentarlo come acqua distillata in bottiglia. Ma farne un fermento di vita e di critica, di trasformazione simbolica e di creatività audace, una spinta verso “altri luoghi”, con un protagonismo intrecciato con le culture e tutti gli uomini. Soprattutto che sia una fonte di gioia, che dà al Vangelo nuova incarnazione.

  1. L’anno dedicato alla vita consacrata è una iniziativa audace e da molti considerata (forse) un atto di consolazione. E invece fa parte della sua strategia ecclesiale, in maniera chiara. Mentre il grande protagonismo elitario dei movimenti e delle nuove comunità sta mostrando i limiti – perchè queste esperienze si stanno chiudendo (come élites) nelle loro storie e crisi di identità, quasi diventando chiese parallele – Francesco vede come urgente riporre al centro l’ethos religioso del popolo. Per questo chiede di dare centralità alle parrocchie e alle diocesi, anche da parte dei movimenti.

Per questo chiede ai sacerdoti di acquistare l’odore delle pecore, cioè di stare tra la gente, di apprendere la “mistica del vivere insieme” (EG). Per questo chiede e insiste per una Chiesa in uscita, magari anche inciampata e lacera[3]. Sempre meglio che una Chiesa chiusa e malata di tristezza. E chiede ai religiosi di “svegliare il mondo”, di essere profeti di nuova fraternità, rifondando i carismi, intercettando i fremiti e le sfide delle nuove periferie, ascoltando e seguendo le novità di Dio, tralasciando cose obsolete e sterili[4]. Ci scuote sul serio, scuote, scuote!

Mi viene in mente la scena evangelica della donna incurvata (rattrappita: synkyptousa)), che prega nella sinagoga e Gesù la guarisce perchè preghi con tutta la dignità in mezzo a tutti (cf. Lc 13,10-17). Questa nuova dignità suscita gioia in alcuni e irritazione in altri, dice il vangelo. Lo stesso vale per noi religiosi… Ma noi riusciamo a tirarci su dritti, o rimaniamo rattrappiti…?

  1. Più gesti che testi: grandi testi magisteriali finora Papa Francesco non ha scritto sulla vita consacrata. Ma di cose interessanti ne ha dette tante, magari a frammenti – discorsi, incontri, lettere, omelie, ecc. – e si possono già vedere delle linee portanti, che riaffiorano qua e là e caratterizzano il suo pensiero sulla vita consacrata oggi. Egli non entra mai in discussioni teoriche, ma cerca sempre l’aggancio con la vita, con le fatiche, le tensioni e le risorse della vita consacrata.

Per lui la vita consacrata è se stessa non quando rispecchia le teorie astratte, ma quando mette in evidenza e pratica le esigenze radicali del Vangelo, realizza prossimità servizievole fra i fragili, suscita con i gesti e i fatti entusiasmo e gioia nel seguire Cristo. Non forma chiesuole egoiste né si riduce a consumare riti e memorie, ma esplora nuove possibilità e nuovi modelli di fraternità, di comunione, di santità vera, non mummificata.

Vedo quindi molto bene riassunta la visione che Francesco ha, nelle tre parole chiave del logo dell’anno della vita consacrata: Vangelo – Profezia – Speranza.

  1. Le tre parole chiave

La nostra autenticità. Proprio sulla ripresa di senso e di vita nuova di questi tre valori – Vangelo – Profezia – Speranza – fondamentali si gioca la nostra identità e il nostro futuro. Il modello che abbiamo ereditato – e che è stato vincente in questi ultimi due secoli – è stato quello della vita religiosa iperattiva, con opere e opere di tutti i generi, in una società che si modernizzava, ma lasciava al margine intere categorie sociali. Nelle scuole, nell’assistenza, nella formazione professionale, e in tante altre attività siamo stati pionieri benemeriti: e abbiamo non solo fatto molto, ma anche plasmato la coscienza collettiva sulla dignità della persona, ragazzi e ragazze, uomini e donne, malati e vecchi, operai e immigrati, migranti e nomadi…. A tutti abbiamo dato dignità e protagonismo.

Oggi lo stato e la organizzazione sociale si fanno carico di quello che noi abbiamo fatto da pionieri, sfidando mentalità grette, anche del clero. La storia dei nostri istituti ne è prova evidente. Ma oggi emergono altre urgenze e povertà che esigono nuove stagioni creative e coraggiose, una rifondazione dei carismi, un nuovo modello di vita consacrata. Ma abbiamo forze scarse e quindi ci limitiamo a gestire il passato sopravvissuto e vecchio.

  1. Vangelo

Tutti sappiamo bene che la vita consacrata vuole vivere il Vangelo in maniera seria, generosa, anche geniale. Lo ha sempre fatto: e una delle definizioni della nostra vita è quella che parla di “vita secondo la professione dei consigli evangelici”. Ma col tempo abbiamo fatto dei “consigli evangelici” dei recinti sacri, una lista di obblighi e divieti materiali, una scuola scrupolosa di perfezione. Anche del riferimento alla comunità primitiva dei primi cristiani – più ideale che reale, più monoculturale che multiculturale – abbiamo fatto un assoluto che poco risponde oggi ad un mondo complesso e alle sfide delle differenze culturali. Bisogna recuperare altri modelli di comunione dentro il Nuovo Testamento[5]. Qui c’è molto da recuperare e da rinfrescare. Proponiamo qualcosa, anche se in forma sintetica.

  1. Prima Gesù Cristo: prima ancora dei consigli evangelici, viene Gesù Cristo. È lui che noi seguiamo, imitando i suoi gesti, assimilando le sue opzioni, consacrati come Lui al Padre e al Regno. Per molti religiosi il Gesù che seguono e onorano ha le sembianze del tempo della adolescenza, un po’ romantico, intimista, affascinante, anche esangue e pure biondo…. La cristologia in questi decenni ha fatto enormi sviluppi, mettendo in luce nuove prospettive che possono dare impulsi anche per la sequela e l’imitazione.

E questo dovrebbe avere una ricaduta anche nella nostra vita spirituale, nel nostro modo di seguire Cristo (visto che enfatizziamo la sequela Christi): invece rimane tutto come trenta, quaranta, cinquanta anni fa. Tornare al Vangelo è uno dei pilastri della ecclesiologia di Papa Francesco, ma lo era già stato per il Vaticano II. Quanto è evangelica la nostra vita? Quanto Vangelo splende nelle nostre opere, nella nostra vita e attività pubblica, nella nostra spiritualità? Di quale “Cristo” siamo testimoni concreti, visibili, credibili? Senza questa densità evangelica la nostra vita diventa una Ong, una organizzazione di “affari sacri”.

  1. Poi parlare di consigli evangelici, oggi significa dare risalto alla sapienza orientatrice della Parola, e non anzitutto agli obblighi e divieti. Se sono consigli non sono precetti, ma sono sapienza di una vita riuscita, secondo certe linee e certi orizzonti mostrati dal Maestro. Quanti consacrati mostrano oggi una sapienza evangelica che li ha plasmati e trasfigurati, brillano per una umanità saggia e serena frutto di esperienza che ha dato frutti? Il ritorno alla centralità della Parola – di cui la lectio divina è un po’ la locomotiva più evidente – e la sua relazione viva (si dice sacramentale) con la liturgia – che è culmen et fons di tutta la vita ecclesiale – dovrebbe plasmare la nostra spiritualità e purificarla, come fa il ventilabro con la pula e il grano. E invece assistiamo ad un rigurgito di devozioni strane, a proposte cultuali dove le emozioni e le suggestioni abbondano, a danno della essenzialità del mistero. Ci vuole una nuova “evangelizzazione”!

Non si può vivere la misericordia, scrive Papa Francesco, senza l’ascolto della Parola: “Vogliamo vivere questo Anno Giubilare alla luce della parola del Signore: Misericordiosi come il Padre. L’evangelista riporta l’insegnamento di Gesù che dice: ‘Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso’ (Lc 6,36). È un programma di vita tanto impegnativo quanto ricco di gioia e di pace. L’imperativo di Gesù è rivolto a quanti ascoltano la sua voce (cf. Lc 6,27). Per essere capaci di misericordia, quindi, dobbiamo in primo luogo porci in ascolto della Parola di Dio. Ciò significa recuperare il valore del silenzio per meditare la Parola che ci viene rivolta. In questo modo è possibile contemplare la misericordia di Dio e assumerlo come proprio stile di vita” (Misericordiae vultus, bolla di indizione del Giubileo, n. 13).

  1. Esegesi vivente del Vangelo, hanno definito la vita consacrata i papi recenti; “memoria vivente del modo di vivere e di agire di Gesù” (VC 22). Non una esegesi languida in una società schiumosa, ma funzione performativa, che cioè incita ad agire, chiama a conversione, segnala ed “esplora vie nuove per attuare il Vangelo nella storia” (VC 84). Non basta meditare la Parola, specie i Vangeli, bisogna stare in ascolto delle novità di Dio, dei suoi giudizi sulla storia, dei segni dei tempi, e interpretarli alla luce del Vangelo, per fare scelte opportune e anche audaci, con sapienza evangelica e creatività carismatica.

Senza le intuizioni dei mistici, senza la libertà dei profeti, senza la genialità di nuove sintesi, senza la passione per “altri luoghi” e altri stili di vita e presenza “dove si viva la logica evangelica”, la Chiesa si riduce ad un museo di tradizioni vecchie (Lettera ai consacrati, II,2). Lo stesso vale per le Congregazioni: chi non ha più sogni è già morto. Ma non intendo sogni da sonnambuli in pieno giorno, piuttosto passione per i progetti autentici di Dio ancora incompiuti, o mal incarnati, o deformati da pigre abitudini. Papa Francesco ci provoca a sognare e inventare…

  1. Profezia

La rivalutazione della natura/funzione/testimonianza profetica è un fatto recente nella teologia della vita consacrata: precisamente verso la fine degli anni ’70. Ed è avvenuto non senza resistenze e accuse di esagerazione e mania di rotture. Anche nella teologia e pastorale della Chiesa questo termine ha provocato talora turbamenti. Per noi religiosi è una caratteristica “inerente alla vita consacrata come tale” (VC 84) che risale alle nostre origini, ed è stata sempre evidente anche lungo la storia, fino alle fondazioni recenti[6]. “La testimonianza profetica richiede la costante e appassionata ricerca della volontà di Dio, la generosa e imprescindibile comunione ecclesiale, l’esercizio del discernimento spirituale, l’amore per la verità. Essa si esprime anche con la denuncia di quanto è contrario al volere divino e con l’esplorazione di vie nuove per attuare il Vangelo nella storia, in vista del Regno di Dio” (VC 84).

Anche papa Francesco insiste su questa funzione della vita consacrata: anzi lui giunge a dire che mentre la radicalità è per ogni cristiano, “la nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia” (II,2). Ma attenzione a capire bene cosa significa natura profetica: spesso gli equivoci abbondano, identificando la funzione profetica con la critica fanatica, la contestazione, fare il bastian contrario. Secondo il testo fondamentale di Dt 18,15-24, la funzione del profeta in mezzo al popolo è quella di Mosè: guidare il popolo all’ascolto “obbediente” della Parola e conformarsi ai disegni di Dio nella storia.

  1. Prima di tutto la profezia nasce da una esperienza interiore intensa, una visione, un incontro inatteso col Signore (quella che chiamiamo la vocazione). Non è una invenzione personale, una voglia matta di contestare, ma un impulso che viene da Dio, attraverso l’ascolto della sua Parola e la condivisione dei suoi disegni. Quindi una funzione profetica mai può nascere ed essere autentica senza una obbedienza conformativa alla Parola, e una comunione con la Chiesa che nasce e cresce fecondata dalla Parola.

La grande enfasi sulla Parola nella pastorale attuale dovrebbe portare ad una passione più viva per i disegni di Dio, e quindi a una capacità di Parola “profetica”, che è stata accolta in mezzo al fuoco. Tanto più per la vita consacrata. Se non c’è profezia, vuol dire che non c’è ascolto obbediente della Parola, un lasciarsi possedere dalla Parola, plasmare, sedurre, ma solo ascolto distratto, devoto, intimista, consolatorio. Perchè o la Parola è viva, efficace, tagliente… (cf. Ebr 4,12), o è capriccioso esercizio di chiacchiere vane (cf. 2Tm 4,3s).

  1. Non solo anticipazione dei beni futuri – la vita eterna, l’assoluto di Dio alla fine, così ben enfatizzato nella tradizione – ma anche qui e ora una funzione critica, simbolica, trasformatrice, di prossimità coraggiosa, di libertà da idolatrie, di solidarietà con tanti umiliati, che la società riduce a scarto sociale (cf. VC 26-27). “Il profeta sta abitualmente dalla parte dei poveri e degli indifesi, perchè sa che Dio stesso è dalla loro parte” (Lettera, II,2). I consacrati sono sempre stati all’avanguardia nella diaconia ai poveri, nell’esplorare vie nuove, nell’affermare i valori fondamentali per la vita della Chiesa, specie quando essa li dimenticava facilmente. Profeti di fraternità e di libertà, di giustizia e solidarietà, contro false sicurezze e comode sistemazioni sacralizzate.
  1. Anche i carismi devono essere riportati alla centralità dell’annuncio del Vangelo e alle esigenze della edificazione della Chiesa, che vuole essere evangelizzatrice in vista del Regno di Dio. La teologia del carisma ha offerto indubbi vantaggi per interpretare la propria storia e la propria identità ecclesiale. Ma, come effetto collaterale, ha prodotto anche una specie di auto-certificazione: abbiamo un carisma riconosciuto, unico, originale, tutto nostro, e guai a chi ci disturba… Fino alla fine dei secoli noi continueremo così…! Ma il carisma è un fuoco dello Spirito che deve apportare novità e creatività nella Chiesa. Deve cioè servire l’annuncio e l’incarnazione del Vangelo (della misericordia, della carità, della conversione, della preghiera, della formazione cristiana, ecc.).

Papa Francesco ha detto alcuni mesi fa: “Voi sapete che un carisma non è un pezzo da museo, che resta intatto in una vetrina, per essere contemplato e nulla più. La fedeltà, il mantenere puro il carisma, non significa in alcun modo chiuderlo in una bottiglia sigillata, come se fosse acqua distillata, affinché non sia contaminato dall’esterno. No, il carisma non si conserva tenendolo da parte; bisogna aprirlo e lasciare che esca, affinché entri in contatto con la realtà, con le persone, con le loro inquietudini e i loro problemi. E così, in questo incontro fecondo con la realtà, il carisma cresce, si rinnova e anche la realtà si trasforma, si trasfigura attraverso la forza spirituale che tale carisma porta con sé… Sarebbe un grave errore pensare che il carisma si mantiene vivo concentrandosi sulle strutture esterne, sugli schemi, sui metodi o sulla forma. Dio ci liberi dallo spirito del funzionalismo” (Udienza ai sacerdoti di Schönstatt, 3/9/15).

  1. Mancano oggi queste voci, espresse come coro, come sistema, come rete. Ci sono sì singole persone, ma isolate, guardate male, tenute al margine. Dovrebbe invece essere una forza d’urto dentro la Chiesa e dentro la società. Tante volte siamo ridotti a funzionari di un sistema che idolatra se stesso, le sue attività: pronti anche a “sacrifici umani” assurdi, pur di conservare opere e servizi, come vitelli d’oro sacrileghi. Non riduciamo la nostra presenza a vere isole di narcisismo suicida: non si entra nella Chiesa per chiudersi dentro a custodire vecchie memorie[7].

Si è Chiesa uscendo nel mondo, “con-vocando” storpi, ciechi, poveri, fragili, marginali, scarti sociali (cf. Lc 14,21), mettendo le mani in pasta, sporcandosele, rischiando anche la vita per gli ultimi (cf. VC 86). Come vogliamo che i giovani si sentano attratti da questo nostro modo “idolatrico” di vivere? Dobbiamo imparare a primerear, e non continuare a balconear (espressioni tipiche di Papa Francesco). I dépliants di propaganda e promozione vocazionale dei nostri istituti spesso sembrano far concorrenza con le carriere professionali, con i centri benessere (wellness), con gli spot pubblicitari. Ma non confondiamo essere testimoni del Logos con l’essere testimonials di un logo. Si tratta di sostanza diversa!

  1. Speranza

La fede non è per la fine, ma è per la nascita di una umanità profondamente rinnovata, quella che canta la musica delle beatitudini. Come società, ma anche come Chiesa e vita consacrata, viviamo di poche speranze. E anche quelle sono a corto respiro e non a largo raggio: perchè siamo tentati di misurarci sui numeri e sull’efficienza, confidando nelle nostre forze. Prevale una certa aria di apocalissi, soprattutto in Occidente: anzi si direbbe di apocatastasis, cioè di catastrofe, di dissolvimento. Basta guardare quanti funerali facciamo, e faremo probabilmente nei prossimi anni, nelle nostre congregazioni (specie in Occidente); e quante poche professioni nuove. Numerosi sono solo i 50mi e i 25mi. Questo genera una venatura di tristezza e di incubi sul futuro prossimo.

“Non lasciatevi rubare la speranza”, invita spesso papa Francesco. “Non ripiegatevi su voi stessi, non lasciatevi asfissiare dalle piccole beghe di casa, non rimanete prigionieri dei vostri problemi… Troverete la vita dando la vita, la speranza dando speranza, l’amore amando” (Lettera, II,4).

  1. Un bene scarso e fragile è oggi la speranza, e noi dobbiamo esserne consapevoli. Non possiamo far finta di niente o ridurre la speranza solo alla vita eterna. Molta gente – giovani e meno giovani – si stordisce in mille modi proprio perchè non sa se vale la pena vivere, se c’è un domani che valga lo sforzo oggi, perchè non ha più fiducia in niente. E noi non abbiamo preparato per loro sogni di valore, progetti robusti. E allora tanti giovani si isolano nel loro mondo strano, diventano asociali, pessimisti, coltivando interessi e relazioni senza senso.

Questa fatica di tanti ci riguarda: perchè noi abbiamo per caratteristica proprio di essere come delle “sentinelle” sulla soglia della storia (cf. Is 21,11s; Ab 2,1) e a questo serve vivere “i consigli evangelici” in vista del Regno. Non lo facciamo per fare le belle statuine, ma per essere lievito, sale, luce, sotto la guida della fantasia dello Spirito. Dobbiamo essere interlocutori sapienti degli inquieti fremiti delle nuove generazioni[8].

  1. Abbracciare il futuro con speranza: questo è il terzo obiettivo proposto da Papa Francesco per l’anno della vita consacrata. Ma senza mitizzare quanto già abbiamo fatto o ereditato: che è rischio concreto e fenomeno macroscopico. Piuttosto domandarci: come vivere la creatività, l’inventiva, la fantasia della fede e della carità dei fondatori? In altre parole: Quale è il futuro del nostro passato? Quali semi di futuro esso ancora contiene e sono affidati alle nostre mani fragili? Come accostare i segni dei tempi, la radicalità evangelica e la scintilla ispiratrice dei nostri carismi? Cosa si aspetta la nostra gente da coloro che proclamano di seguire Gesù Cristo più da vicino, più chiaramente, più radicalmente? Oggi sembrano poco realistici e teologicamente problematici gli elogi al comparativo di Lumen Gentium 44.

Non è fecondo fare questo riesumando vecchie tradizioni, identificando la fedeltà con la beatificazione dei fondatori, o con il pellegrinare delle loro urne in giro per il mondo. Piuttosto si realizza inventando vie nuove di futuro e di diaconia profetica, scavando nuovi pozzi di acqua fresca nei deserti aridi delle periferie ridotte a macerie, a scarti, a disumanità. La nostra storia mostra che in questo siamo sempre stati geniali e sorprendenti: abbiamo tante volte scavato nuovi pozzi e inventato diaconie, senza paralizzarci nella custodia idolatrica dei vecchi pozzi, come Giacobbe con quelli scavati dal padre Abramo e otturati dai Filistei (Gen 26,18s). Bisogna esercitare l’arte di scavare pozzi, e non solo dedicarci alla venerazione per quelli vecchi…[9]

  1. Dentro la speranza dell’umanità: troppo ci preoccupiamo delle nostre “speranze” (raso terra e circoscritte), mentre il perimetro della speranza che dobbiamo vivere deve avere la dimensione dell’umanità. E oggi la umanità sta vivendo tribolazioni e fallimenti della speranza: ci è stato scippato il futuro e si rotola senza dignità. Noi dobbiamo dare risposta a questa situazione: vivendo insieme con tutti lo smarrimento, ma anche l’implorazione di nuova speranza, lavorando per aprire gli orizzonti orfani di futuro ad altri tempi meno oscuri.

Se c’è buio, non imprecare, accendi un fiammifero. Ma non per mostrare la nostra faccia, ma per indicare cammini, per rompere con la paura, per superare la meschinità della lagna, per percorrere sentieri smarriti eppure presenti. Non possiamo vivere la speranza nel chiuso delle nostre case e congregazioni: ma in comunione con tutti coloro che incontriamo. Ma come possiamo suscitare speranza se la nostra gioia ormai non esiste più? Se abbiamo la faccia da Quaresima e da funerale (EG, 6, 11), se abbiamo un atteggiamento di paura o di rifiuto verso ogni novità? Mettiamoci sul cammino dell’autenticità, dopo lungo tempo di abitudini al “personaggio”, di idolatria del “si è sempre fatto così”, col rischio dell’ipocrisia… Altrimenti vale per noi: “Cessano di essere pellegrini e si trasformano in erranti, che ruotano sempre intorno a sé stessi senza arrivare da nessuna parte” (EG 170).

Conclusione

“Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). Questa espressione sintetica di Gesù la dobbiamo riascoltare con cuore aperto al discernimento e alla creatività.

Oggi il Regno di Dio passa per una grande passione per il Vangelo, per il suo annuncio, ma soprattutto per l’incarnazione delle sue esigenze più forti. Perchè abbiamo troppo diluito la sostanza del Vangelo dentro le nostre precauzioni e le nostre distinzioni. Non tradiamo il Vangelo in nome delle nostre tradizioni comode e del nostro amore stanco.

Oggi il Regno di Dio prende forma e fermenta la storia se l’impegno per la giustizia che si incarna nella misericordia – oltre il primato della legge, nella luce della prossimità, solidarietà, fraternità, condivisione, ospitalità – genera nuovi stili di vita, rompe le barriere e i rifiuti, le paure e le chiusure. Saremo testimoni di Dio che si rivela volto di misericordia nel Figlio per noi donato, quando mostreremo capacità di sequela ospitale, come quella che chiedeva Gesù.

Ospitalità come chiede Papa Francesco verso i rifugiati e i senza speranza, ma anche multiculturalità non aggressiva, accoglienza disarmata e generosa, disponibilità ad esperimentare nuove condivisioni. Solo così la gioia del Vangelo non sarà ipocrita, ma frutto genuino e prova di un Vangelo vissuto e amato.

Termino con un’ultima citazione dalla Lettera apostolica ai consacrati, che invita alla concretezza, per una nuova cultura della misericordia, coniugata con la solidarietà, perchè il futuro da minaccia si trasformi in promessa.

Aspetto da voi gesti concreti di accoglienza dei rifugiati, di vicinanza ai poveri, di creatività nella catechesi, nell’annuncio del Vangelo, nell’iniziazione alla vita di preghiera. Di conseguenza auspico lo snellimento delle strutture, il riutilizzo delle grandi case in favore di opere più rispondenti alle attuali esigenze dell’evangelizzazione e della carità, l’adeguamento delle opere ai nuovi bisogni” (Lettera ai consacrati, II,4).

[1] . Cf. Aa.Vv., Il Concilio Vaticano II e la vita religiosa. Fedeltà e rinnovamento, CISM, Roma 2014; A. Bocos Merino, Un relato del Espíritu. La vida consagrada postconciliar, Claretianas, Madrid 2011; Ph. Lécrivain, Une manière de vivre. Les religieux aujourd’hui, Lessius, Bruxelles 2009.

[2] . Rimandiamo al nostro saggio: Il linguaggio, lo stile e il progetto ecclesiale di Papa Francesco. Un bilancio provvisorio, in Aa.Vv., La bussola del soprannaturale. Omaggio a Carmelo Mezzasalma, Ed. Feeria, Comunità di San Leolino, Panzano in Chianti 2015, 46-61.

[3] . Cf. R. Luise, Con le periferie nel cuore, San Paolo, Cinisello B. 2014.

[4] . Cf. l’incontro con i Superiori Generali (USG) del 29/11/2013: Papa Francesco, Illuminate il futuro. Una conversazione con A. Spadaro, Ancora, Milano 2015. Raccoglie la varietà degli spunti anche la lettera circolare: Rallegratevi. Ai consacrati e alle consacrate dal magistero di Papa Francesco, a cura della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita apostolica, Lev, Città del Vaticano 2014.

[5] . Più volte, per esempio, abbiamo proposto come paradigmatico il pluralismo di personalità e di culture della comunità di Antiochia. Cf. nei saggi: Abitare gli orizzonti. Simboli, modelli e sfide della vita consacrata, Paoline, Milano 2002, 136-163; Quale modello di fraternità: terapia, comunione o profezia? In Aa.Vv., La vita fraterna: inizio di risurrezione, Gabrielli Editori, S. Pietro in Cairano 2010, 31-75.

[6]. Cf. Aa.Vv., I religiosi sono ancora profeti?, ed. J. M. Alday, Ancora, Milano 2008.

[7] . Cf. J.M. Arnaiz, Per un presente che abbia futuro. Vita consacrata oggi: più vita e più consacrata, Paoline, Milano 2003.

[8] . Cf. la nostra ricerca: Inquieti desideri di spiritualità. Esperienze, linguaggi, stile, Dehoniane, Bologna 2012.

[9] . Cf. il nostro studio: Per una fedeltà creativa. La vita consacrata dopo il Sinodo, Paoline, Milano 1995, in particolare le pp. 414-418, col commento a Gen 26,15-33.