I gesti e gli insegnamenti di Papa Francesco

che maggiormente interpellano la Vita consacrata”

 

  1. Dono e responsabilità dell’ora ecclesiale presente

Papa Francesco è un dono per la Chiesa e in particolare per la vita consacrata. In quanto religioso, egli vive e conosce la vita consacrata per esperienza diretta. Il suo esercizio del ministero petrino sta aiutando tutta la Chiesa a conoscere e valorizzare la vita consacrata; nello stesso tempo egli sta dando speranza alla vita consacrata e la sta aiutando a uscire dall’isolamento e dalla autoreferenzialità.

La vita consacrata era ritenuta da tanti ormai alla fine o per lo meno era considerata marginale nella Chiesa. Le difficoltà della vita consacrata confermavano ulteriormente questa percezione: invecchiamento, mancanza di vocazioni, pesantezza delle strutture, ridimensionamento, chiusura delle opere, … Il rischio dello scoraggiamento e del ripiegamento su di sé era reale.

Già il Papa Benedetto XVI aveva iniziato questo processo di attenzione alla vita consacrata e alla sua valorizzazione, dopo un periodo di relativa marginalizzazione. Avendo ora la Chiesa un Papa religioso, questa spinta al riconoscimento della specificità della vocazione consacrata è ulteriormente avanzato. Papa Francesco non si dimentica di essere religioso e invita i consacrati alla conversione del cuore.

La testimonianza di vita di Papa Francesco aiuta i Superiori generali a motivare i confratelli nel vivere la loro vocazione consacrata con più radicalità, in stile evangelico e con gioia. Li sostiene nel chiedere di porre al centro della risposta vocazionale la relazione con il Signore Gesù e la sequela. Egli mostra il fascino della vita consacrata e con questo pone interrogativi vocazionali ai giovani circa la vocazione consacrata nella Chiesa.

In questa stagione ecclesiale la vita consacrata può dire e dare un suo specifico contributo alla Chiesa. La vita consacrata è aiutata a scoprire la propria specificità nell’annuncio della misericordia, nel superamento della mondanità spirituale, nella testimonianza della fraternità, nell’uscita verso le frontiere e le periferie, nella preferenza dello stare con la gente, nello stile di vita povera e nel servizio ai poveri.

Il linguaggio di Papa Francesco è il nostro: semplice, immediato, comprensibile. E’ il linguaggio del popolo e per questo è il linguaggio cristiano. Egli parla e guida la Chiesa per il ruolo che ha, ma con la sua persona. Egli manifesta di essere vicino a Dio per la sua umanità: tale umanità rivela un Dio vicino a tutti, soprattutto agli esclusi. Il suo stile è spontaneo e immediato, non formale o programmato. Egli vive ciò che crede.

Papa Francesco si aspetta molto dalla vita consacrata; egli ci inviata a “svegliare il mondo”. L’icona della “donna curva” è parsa a qualcuno eccessiva; la vita consacrata rischiava di essere ammalata anche per le sue chiusure. Certamente oggi l’appello rivolto da papa Francesco alla vita consacrata è una nuova e impegnativa opportunità e responsabilità. Come il cieco di Gerico siamo inviati ad alzarci e camminare.

  1. Esperienza spirituale della vita consacrata

Papa Francesco ci invita a tornare al primo amore, a dare il primato a Dio nella nostra vita, a porci al seguito del Signore Gesù, a testimoniare la vita evangelica. L’identità della vita consacrata è essere segno della forma di vita di Cristo. Egli insiste nell’avere cura della intimità con Cristo; partendo da questa relazione tutto cambia. I suoi scritti sono fonte di ispirazione e stimolo per la conversione; sono un valido aiuto per i Superiori generali; egli invita ad assumere questa scelta fondamentale di vita.

La spiritualità che ci propone è quella concreta della vita quotidiana, vissuta con gesti semplici e autentici, carichi di amore e tenerezza; essa non ci porta a vivere in un mondo parallelo, ma a vivere la vita reale. La spiritualità si traduce in saluto e cortesia, chiedere permesso, dire grazie, domandare scusa, … L’esperienza spirituale non è solo per specialisti o specializzati, ma è per tutti; è una realtà comune e popolare. Non si può vivere la vita cristiana senza una forte spiritualità.

Il Papa ci invita a superare la mondanità spirituale, che è fatta di ricerca di potere e privilegi, manifestazione di forza e potenza, corsa ai primi posti e all’avanzamento nella carriera, ostentazione di superiorità e orgoglio, fame di denaro, comodità e lusso. Segni concreti che indicano il superamento della mondanità spirituale sono la semplicità, l’umiltà, la sobrietà e la povertà, l’autenticità senza ipocrisie e formalismi.

Egli insiste sul discernimento spirituale come attitudine di vita. Egli ha maturato una capacità di guida spirituale, attenta a ciò che avviene, secondo il criterio che la realtà è più importante dell’idea. Il discernimento aiuta la vita consacrata ad ascoltare, a leggere le situazioni, a individuare cammini in modo che risulti profetica. Il discernimento ci porta alla conversione; esso ci chiede una spiritualità dell’esodo.

Egli permette allo Spirito Santo di essere libero e creativo; è aperto alle sorprese di Dio . C’è talvolta nella Chiesa la tendenza ad addomesticare lo Spirito. Aperti allo Spirito, anche noi dobbiamo lasciarci sorprendere da Dio; anche la nostra vita deve essere una sorpresa. Frutto di apertura allo Spirito è essere attenti a ogni persona, specialmente all’ “amico importuno”, mantenere la serenità nelle situazioni impreviste, irradiare gioia.

  1. Costruzione della fraternità da parte della vita consacrata

Il Papa insiste sul fatto che noi religiosi dobbiamo collaborare a costruire la Chiesa come “casa e scuola” della comunione. La capacità di accogliere e ascoltare di Papa Francesco è uno stimolo per i Superiori generali a costruire la comunione. Occorre farsi carico più della persona che non della organizzazione e delle struttura e avere attenzione a tutti, iniziando dai giovani fino agli anziani e ammalati.

Il servizio di autorità nella vita consacrata è “guardare alla croce di Cristo, per servire fino a dare la vita”. La pazienza è una virtù che i Superiori devono avere per poter costruire la comunione. Il riconoscersi peccatori con limiti e fragilità, anche da parte di chi esercita il servizio di autorità, facilita la costruzione della vita fraterna e pure la correzione fraterna. Occorre sapere parlare al cuore dei confratelli: “cor ad cor loquitur”.

La cultura dell’incontro deve favorire la comunicazione. Occorre per questo una mistica della fraternità e una spiritualità della comunione, che faciliti condivisione di vita e vissuto, relazioni profonde, vere amicizie, dialogo, cammini comuni, accoglienza delle differenze, superamento di divisioni, passi di riconciliazione, possibilità concreta della correzione fraterna. Senza incontro non è possibile fare un cammino insieme.

La testimonianza della fraternità della vita consacrata è già il primo servizio alla missione; ciò richiede di lavorare insieme, progettando, realizzando e valutando in equipe. La fraternità, non autoreferenziale ma “in uscita”, diventa comunione apostolica. La fraternità appresa e costruita nella comunità si allarga fino a diventare comunione con i laici coinvolti nel nostro spirito e nella nostra missione, comunione con la Chiesa locale, rete di comunione con il territorio; si possono così instaurare nuove “mutuae relationes”.

Noi non siamo stati formati alla fraternità; essa richiede tempo, impegno, attitudini, capacità. La comunità religiosa è comunità apostolica; noi spendiamo tempo per parlare del lavoro apostolico, ma spesso non abbiamo tempo per la fraternità. Papa Francesco, anche con il suo stile di vita a Santa Marta, ci insegna l’importanza della comunità e della relazione. Le 15 malattie della curia romana possono riguardare anche le curie generalizie. Occorre superare chiacchiere, pettegolezzi, calunnie.

  1. Il servizio della vita consacrata alla missione

Papa Francesco ci invita a realizzare la nostra missione, lasciando strutture che non rispondono più alle esigenze odierne, e a non identificare la missione con le opere. Egli evangelizza con gesti e parole. Egli sa stare con la gente, perché ritiene che l’incontro è un modo privilegiato per evangelizzare. Egli ci sollecita ad andare dove ci sono le fragilità del mondo, per guarirle con la medicina dell’accoglienza e della misericordia.

Il carisma non va “imbottigliato” e preservato; esso deve essere ravvivato più frequentemente; lo spirito degli inizi di un Istituto non può essere considerato come la totalità del carisma: esso ha uno sviluppo e una crescita, ma può avere anche una sclerotizzazione e un declino. Mantiene vivo e vivace il carisma l’andare fuori, il lasciare le consuetudini e non fermarsi nelle posizioni acquisite. Per poter “svegliare il mondo”, la vita consacrata deve essere sveglia e continuamente vigilante.

Solo se si ha una mistica del servizio e una spiritualità della missione apostolica, allora si può superare la tensione tra azione pastorale, vita fraterna e preghiera e quindi vivere in grazia di unità e in armonia l’identità della vita consacrata. Per questo occorre costruire comunità per la missione, che non siano ripiegate su se stesse e che abbandonino comodità e agiatezze, che si lascino interpellare dalle necessità della gente.

La testimonianza è una forma fondamentale a servizio della missione. Papa Francesco invita a mostrare che è possibile vivere il vangelo nella vita quotidiana; il vangelo allora diventa contagioso e attraente. “La Chiesa infatti cresce non per proselitismo, ma per attrazione”. Una testimonianza libera, bella e creativa rende visibile e significativa la vita consacrata; la varietà delle sue forme attesta la ricchezza del vangelo.

La vita consacrata deve ricollocarsi nei luoghi dei bisogni più impellenti, specialmente con i più poveri; la ripartenza dalle periferie mette in movimento la vita consacrata e la obbliga a reinventarsi. E’ meglio una comunità religiosa accidentata che ammalata. La vita consacrata esce e va nelle periferie coinvolgendo laici, giovani e famiglie. E’ difficile talvolta coinvolgere i confratelli per inviarli in zone non confortevoli. Oggi la vita religiosa sta sostenendo le chiese occidentali, creando comunità interculturali.

La vita consacrata è chiamata ad avere meno sicurezze e a vivere di più la prossimità, divenendo capace di stare con la gente, facendo proprio l’ethos della vicinanza e della compassione: ascoltare le persone, sentire l’umano che ci interpella, prima che proporre e definire comportamenti, morale o dogmi. Identificarsi nel modo di agire di Cristo, che propone un’esperienza possibile e profonda, che assume uno stile che fa sentire l’incontro tra persone e riempie la vita di gusto e di senso.

“L’animazione dei Consigli generali  nella vita delle Province”

La sfida di questo appello a partecipare pienamente al rinnovo dell’evangelizzazione non deve portare la vita consacrata ad elaborare nuovi piani strategici.

È più un appello a sviluppare un modo «spirituale» di affrontare le sfide e i rischi dell’evangelizzazione oggi.

È un invito ad una spiritualità di tutta la creatività, mossa dalla speranza di comunione.

È una spiritualità del dono generoso di sé, e del coraggio di prendere dei rischi, preferendo accettare la sconfitta piuttosto che stabilirsi nelle false sicurezze dell’immobilismo.

 

(Relazione Cadorè)

  1. CONSTATAZIONI

 

  1. La varietà delle forme istituzionali, della loro storia e tradizione, la diversità delle modalità organizzative dovute al differente numero di membri interpellano in modo diverso ciascuno di noi.
  2. Si riconosce, però, in generale, che il processo storico ha portato a una più marcata autonomia della province rispetto ai governi generali, determinando da un lato la necessità di un governo generale sempre più carismatico e ispiratore e dall’altra evidenziando anche il rischio di una frammentazione dell’unità.
  3. Si stanno implementando diverse esperienze per “ridurre la distanza” fra governi provinciali e governo generale: incontro del consiglio generale con i provinciali; incontri del consiglio generale con i consigli provinciali di una regione; presenza agli incontri delle province (capitoli o assemblee); organizzazione di forum tematici, incontri e celebrazioni internazionali…
  4. Si valorizzano le diverse forme di comunicazione, anche con l’uso dei mezzi tecnologici moderni, ma si sottolinea l’importanza primaria del rapporto personale con i singoli confratelli o con i superiori provinciali.
  5. Se è vero che “il messaggero è il messaggio” è evidente che in ordine alla comunione e alla corresponsabilità quello che vive e testimonia il consiglio generale è punto di riferimento per i consigli provinciali e modella in buona misura la vita dell’Istituto.
  1. LE PRIORITA’ dell’OGGI NELL’AZIONE DEL CONSIGLIO GENERALE
  1. Custodire e far crescere il senso di appartenenza all’Istituto come comunità internazionale, a partire dal fuoco del carisma: il tutto è più importante della parte.
  2. Favorire e costruire la comunione fra le diverse parti e di ciascuna con il governo generale, nel rispetto delle autonomie e delle differenze, “le forme di autonomia devono servire alla comunione
  3. Contribuire alla costruzione della “cultura dell’incontro” mantenendo un dialogo aperto e continuo con i governi provinciali
  4. Mantenere viva la “visione”: aiutare a leggere ed interpretare il presente alla luce delle ispirazioni dei capitoli, nell’attualizzazione del carisma e della missione come servizio alla Chiesa e al mondo e nel contesto del cammino globale dell’Istituto.
  5. Incoraggiare le realtà delle province a un movimento in “uscita”: avere il coraggio di andare oltre la conservazione dell’esistente, osando strade nuove, pur nella fragilità delle risorse.
  6. Aiutare a leggere i dati del presente e a proiettarsi nel futuro favorendo una conoscenza chiara, concreta, globale e trasparente delle risorse di persone e di mezzi, per favorire la crescita della corresponsabilità.
  7. Promuovere e sostenere nuovi progetti di frontiera, con la disponibilità e la partecipazione delle diverse province.
  8. Rendere sempre più visibile ed effettiva la circolazione dei beni nell’istituto: idee, persone, risorse economiche, …
  9. Favorire il valore e il vissuto dell’interculturalità come globalizzazione della fraternità.
  10. Offrire linee unitarie di formazione iniziale e permanente.