DOMENICA TERZA DI PASQUA – C

 

 

Sussurrio e ritmo di acque,

parole antiche ed eterne.

Qui stette il Signore risorto.

Voce che chiami misteriosa

da chi chiede un po’ di cibo

e abbondi nel nostro nulla,

vero Agnello di Dio, immolato,

impulso vitale dell’universo,

in te armonizzi le creature,

tutti ti lodiamo, adorandoti

dal silenzio dell’essere,

che di te tutto si riempie.

Ti conosce chi tu ami:

attirato fin dal mattino,

si sazia dei tuoi beni.

Avvolto dal tuo amore

non sente le percosse,

lieto per te di soffrire.

PRIMA LETTURA                                      At 5,27b-32.40b-41

Dagli Atti degli Apostoli

In quei giorni, 27b il sommo sacerdote interrogò gli apostoli dicendo: 28 «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo».

Nel nome di costui si nota la voluta estraneità e il disprezzo. Ma esso attua la parola del Signore: «Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Lc 13,35).

E volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo cioè dichiararci responsabili della sua morte al punto tale da richiedere il nostro sangue in posto del suo. «Il principe dei sacerdoti ha dimenticato il debito che aveva contratto per sé e i suoi con le parole: “il suo sangue sia sopra di noi e sui nostri figli” (Mt 26,25)» (Beda).

29 Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini.

Nel dono dello Spirito Santo si comprende quando un comando dato a nome di Dio sia veramente tale.

Il mistero di Cristo da voi ucciso sul legno, ma da Dio esaltato alla sua destra come Principe e Salvatore non può essere accettato da chi gli disobbedisce perché resta fuori dalla conversione che consiste nella remissione dei peccati e nel dono dello Spirito Santo (29-32).

30 Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. 31 Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati.

«Nella risurrezione di Gesù, Pietro con gli Apostoli proclama la fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo e rivela il mistero personale delle tre divine persone: il Padre, il Dio dei nostri padri, ha risuscitato; il Figlio è stato ucciso da voi ed esaltato dal Padre; lo Spirito rende testimonianza della sua risurrezione alla Chiesa. S. Ireneo: “Dov’è la Chiesa ivi è lo Spirito, e dov’è lo Spirito ivi è la Chiesa”» (sr M. Gallo, note).

Per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. Questi appaiono qui un puro dono che scaturisce dal mistero pasquale del Cristo. Giovanni il Battista diceva: «Fate dunque frutti degni di conversione» (Mt 3,18). Egli richiedeva le opere della Legge, qui si richiede la fede nell’attuarsi del disegno salvifico, che s’incentra in Cristo e che riguarda Israele e le Genti.

32 E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono».

A quelli che gli obbediscono. «Gregorio il Teologo e Massimo il Confessore distinguono due modi di presenza dello Spirito: attraverso la sua operazione in quanto muove i sensi naturali di tutti gli enti e personale nella Pentecoste su coloro che credono e sono battezzati e gli obbediscono» (sr M. Gallo, note).

40 Fecero flagellare [gli apostoli] e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà. 41Essi allora se ne andarono via dal Sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù.

Per la prima volta gli apostoli vengono colpiti con le verghe. Nonostante l’intervento di Gamaliele, la mano del Sinedrio si fa pesante. Conseguenza è il fatto che sono disonorati in quanto colpiti dalla suprema autorità del popolo. E questo provoca in loro la gioia .Dalla gioia nasce la loro predicazione continua.

Note

«Nella prima lettura ci troviamo di fronte al tema del “nome” di Gesù, l’unico nome nel quale possiamo essere salvati. È con questo terna che termina la lettura: lieti per essere stati ritenuti degni di essere disprezzati a motivo del nome. La traduzione dal lezionario non lascia trasparire il carattere di “grazia” che gli apostoli attribuiscono alla loro persecuzione; inoltre, nell’originale, si dice semplicemente “il nome” (non il nome di Gesù): il Nome per eccellenza non ha bisogno di.essere esplicitato. La fede nel nome causa dunque persecuzioni, anche quando per la forza di quel nome si fa del bene agli uomini» (Diaconia).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 29

R/.       Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.

Oppure:

R/. Alleluia, alleluia, alleluia.

Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato,

non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.

Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,

mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.  R/.

Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,

della sua santità celebrate il ricordo,

perché la sua collera dura un istante,

la sua bontà per tutta la vita.

Alla sera ospite è il pianto

e al mattino la gioia.     R/.

Ascolta, Signore, abbi pietà di me,

Signore, vieni in mio aiuto!

Hai mutato il mio lamento in danza,

Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre. R/.

SECONDA LETTURA                                       Ap 5,11-14

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni Apostolo

Io, Giovanni, 11 vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia

Al trono e ai Viventi e ai vegliardi fanno cerchio molti angeli pronti alla voce della sua parola (Sal 103,20). Essi sono al servizio del Cristo, come più volte ci attestano gli evangeli.

Ruperto annota: «Il secondo testimone è tutto il coro o l’esercito dei santi angeli, che lo annunziarono quando doveva incarnarsi (Lc 1,26), lo cantarono nato negli altissimi con gloria (Lc 2,13), lo servirono quando era tentato nel deserto (Mt 4,11), lo confortarono mentre agonizzava nella passione, come dà testimonianza Luca (Lc 22,43), parlarono della gloria di lui risorto apparendo alle beate donne (Mt 28,5), ammonirono i santi apostoli sul suo trionfo nell’ascensione e sul suo ritorno nel giudizio (At 1,10)».

La loro voce appare una a indicare che essi si fondono, benché diversi, in una sola lode all’Agnello, da cui derivano e da cui portano impressa la ragione del loro esistere. Essi, creati nell’istante in cui fu la luce, la fanno scintillare nella varietà delle loro nature e si armonizzano ad essa nell’unica lode. Questa luce angelica, che tutto avvolge, è splendore intellegibile e fuoco di amore, che tutto circonda con la lode perenne all’Agnello. Come l’occhio terreno non si stanca di contemplare questa luce visibile, così l’occhio interiore desidera contemplare la luce sorgiva dell’Agnello e il suo riflettersi negli angeli e mai si sazia di contemplare trascinato dal dinamismo della luce celeste. In quel giorno anche il nostro corpo vedrà questo splendore: risorgeremo infatti a questa luce e nella luce angelica vedremo la luce del Verbo (cfr. Sal 35,10).

12 e dicevano a gran voce:

«L’Agnello, che è stato immolato,

è degno di ricevere potenza e ricchezza,

sapienza e forza,

onore, gloria e benedizione».

Gli angeli proclamano la lode dell’Agnello. Assoggettati alla sua signoria, essi lo hanno servito quando era in mezzo a noi di poco inferiore agli angeli (Eb 2,9) e ora ne proclamano la gloria, come è detto in Eb 1,4: è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.

Mentre i quattro Viventi e i ventiquattro presbiteri si rivolgono direttamente all’Agnello, gli angeli proclamano il loro assenso con la terza persona, quasi che proclamassero – essendo angeli – a tutte le creature quanto sta accadendo alla corte divina.

Prendendo il libro, l’Agnello prende potenza e ricchezza e sapienza e forza e onore e gloria e benedizione.

Questa lode degli angeli richiama quella del re Davide, registrata in 1Cr 29,10-13, dopo aver raccolto materiale per costruire il Tempio.

Gli attributi, che gli angeli riferiscono all’Agnello, sono gli stessi che Davide riferisce al Signore, suo Dio.

Anzitutto l’Agnello prende da Dio potenza non parziale ma totale. Proprio perché è immolato, Gesù è potente nel sottomettere a sé tutte le potenze invisibili e visibili sia nei cieli che negli inferi e sulla terra.

Alla potenza è unita la ricchezza. È scritto infatti che tutte le ricchezze dei popoli si riversano in Gerusalemme (cfr. Ag 2,7: Scuoterò tutte le nazioni e affluiranno le ricchezze di tutte le genti e io riempirò questa casa della mia gloria, dice il Signore degli eserciti). Tutti i re lo adorano e tutti i popoli lo servono e portano a Lui i loro doni, come c’insegnano le profezie (cfr. Sal 72,10-11: I re di Tarsis e delle isole porteranno offerte, i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi. A lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni).

Egli prende dal trono la sapienza con la quale opera il giudizio dei popoli e riporta tutto all’ordine impresso dal volere di Dio nella creazione.

La forza è la capacità di dominare tutto e tutti in modo che nessuno possa resistere al suo volere.

Onore e gloria e benedizione sono gli attributi, che Egli riceve da tutte le creature, che si rinnovano nell’incessante sua glorificazione. Infatti queste lo onorano, lo glorificano e lo benedicono per la redenzione da Lui operata con la sua immolazione.

Dobbiamo pure dire che l’Agnello non solo possiede ma è tutto questo: potenza e ricchezza e sapienza e forza e onore e gloria e benedizione. Egli non prende qualcosa che non possieda ma si manifesta nel corso della storia chi Egli è da sempre e per sempre per cui quello che è scritto nel Libro è l’esplicarsi del suo essere Dio e quindi dei suoi attributi divini. È infatti Lui il centro di tutto l’universo invisibile e visibile, come è detto in Eb 1,3-4: Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.

13 Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che dicevano:

«A Colui che siede sul trono e all’Agnello

lode, onore, gloria e potenza,

nei secoli dei secoli».

Dagli esseri, che stanno davanti al trono, la lode si espande ad ogni creatura, che riempie i grandi spazi della creazione: il cielo, la terra, sottoterra e il mare. Non vi sono più le potenze, che impediscono alle creature di esprimere la loro lode. Infatti la benedizione a Dio è il movimento di tutta la creazione verso di Lui, è l’armonia del cosmo che nelle sue singole parti si sintonizza nell’unica lode riconoscendo la signoria di Dio e dell’Agnello.

La regalità di Dio si sta attuando e tutti la riconoscono; la creazione cessa di gemere (cfr. Rm 8,22) e inizia a lodare il suo Creatore e il suo Redentore.

Agli spazi cosmici delle opere della creazione, rivelati a noi nella Genesi, l’Apocalisse aggiunge anche il sottoterra, gli inferi, dove soggiornano i morti. Anche qui si celebra la lode perché si sta attuando il riscatto dalla morte. Gli inferi e la morte stanno tremando perché non possono più trattenere sotto il loro potere le creature da quando è sceso in loro il Figlio dell’uomo, che ha il potere sopra la morte e sopra gli inferi (Ap 1,18). Questa lode è l’emergere di tutta la creazione dal suo assoggettamento alla corruzione e alla vanità per essere partecipe della gloria dei figli di Dio, che sta per rivelarsi. L’intercessione dello Spirito, che intercede per noi con gemiti inesprimibili (Rm 8,26), è esaudita e lo Spirito, riempiendo tutta la creazione e tenendo insieme l’universo, conosce ogni voce (Sap 1,7) e tutte le armonizza nell’unica lode.

Tutto il creato in ogni singola parte saluta con gioia Colui che siede sul trono e l’Agnello proclamando verso di loro la benedizione e l’onore e la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli.

La benedizione è il riconoscere le opere meravigliose compiute da Dio; l’onore è il giusto tributo dato a Dio, da cui proviene l’esistenza di tutto; la gloria e la potenza si stanno manifestando in questa ultima fase della storia della salvezza.

Tutto questo non è legato solo a questo tempo ma si prolunga per sempre superando tutte le ere, perché tutte le creature, presenti in ogni era, riconoscono nell’Agnello il loro Redentore.

14 E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E gli anziani si prostrarono in adorazione.

La lode all’Agnello è partita dai quattro Viventi e dai ventiquattro vegliardi e ha coinvolto tutta la creazione sia invisibile che visibile, gli esseri del cielo e quelli della terra. Questo enorme coro, che loda l’Agnello in un’unica liturgia, ha il suo sigillo nell’amen dei quattro Viventi ed è rappresentato nella sua adorazione dai vegliardi.

Da questo le Chiese imparano che la loro liturgia di lode, pur frammentata nel tempo e nello spazio, è parte di quest’unica liturgia, che ha come centro l’Agnello e che coinvolge tutta la creazione nel suo processo di redenzione.

La liturgia è l’armonia della creazione redenta. In essa tutte le creature si armonizzano tra loro nell’unica lode all’Agnello e in Lui al Padre. Nella liturgia lo Spirito Santo, vincolo d’amore, unifica le diverse voci nella gioia della lode. Questa lode scaturisce dalla sala del trono e si espande in tutti gli esseri spirituali e dagli angeli è annunciata a tutta la creazione visibile. Le Chiese sono la primizia della nuova creazione proprio perché celebrano questa liturgia di lode.

La nostra liturgia terrena, inserita in questa creazione, ha il suo sigillo davanti al trono dell’Agnello nell’amen dei Viventi e nell’adorazione dei vegliardi.

«Il senso di questo libro sigillato è proiettato verso la liberazione finale della potenza. Il libro racchiude i decreti per il tempo avvenire. Si piange quando non si apre il libro perché non aprirlo è impedire a Dio di scatenare la sua potenza salvifica. I santi sono coloro che piangono. «Non piangere perché ha vinto l’Agnello per aprire il libro», la vittoria del Cristo è la forza essenzialmente dinamica proiettata nella Gloria che apre i decreti di Dio e rimette nel mondo la forza liberante. Tutta l’azione del Cristo è proiettata nell’escaton. I santi entrano in questo secondo momento: la vittoria del Cristo ha innalzato le loro preghiere verso questo scatenarsi della Gloria. I santi immettono se stessi nella vittoria del Cristo orientando questa vittoria nella manifestazione finale del Cristo: la preghiera è lode e invocazione perché divenga presto. Le nostre preghiere sono in quelle fiale» (U. Neri, appunti di omelia, 1971).

CANTO AL VANGELO

R/.       Alleluia, alleluia.

Cristo è risorto, lui che ha creato il mondo,

e ha salvato gli uomini nella sua misericordia.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                        Gv 21,1-19

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, 1 Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade.

Mentre in precedenza l’evangelista usa il verbo «stare» per indicare la presenza del Signore risorto in mezzo ai suoi, ora usa il verbo «manifestarsi». Così Giovanni viene per manifestarlo a Israele (1,31), Gesù manifesta la sua gloria a Cana in Galilea (2,11). Senza il suo manifestarsi, nessuno lo può conoscere, soprattutto dopo la sua risurrezione.

Ai discepoli non più a tutti (cfr At 10,40-41: «Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti»).

Sul mare di Tiberiade là dove li aveva chiamati (cfr. in Lc 5,4-11 la somiglianza di situazione: la notte senza pesca, «sulla tua parola getterò le reti», Pietro che si proclama peccatore e qui si getta in mare, «sarai pescatore di uomini» «pasci»).

E si manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te».

Ruolo principale di Pietro. È lui che riporta i discepoli a fare quello che facevano prima dell’incontro con Gesù. A lui Gesù si rivolge con la triplice richiesta se lo ama e il dono di pascere il suo gregge. Il Signore lascia che ritornino alla loro situazione iniziale e qui li richiama da Risorto. È infatti iniziato il tempo della Chiesa dove chi prende l’iniziativa è sempre il Signore.

Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.

«Gli Apostoli senza nostro Signore lavorarono tutta la notte e non presero neppure un pesce, ma la loro fatica era accetta a Gesù. Voleva mostrare loro che Lui soltanto ci può dare qualcosa. Voleva che gli Apostoli si umiliassero … forse se avessero presero qualche pesciolino Gesù non avrebbe fatto il miracolo, ma non avevano nulla e così Gesù riempì subito la loro rete in modo da farla quasi rompere» (S. Teresa di Gesù Bambino, lettera 140).

4 Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti (lett.: non sapevano) che era Gesù. 5 Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No».

Figlioli (lett.: figliolini, fanciullini) tenerezza incomparabile di colui che, abbandonato dai suoi amici, non cessa di amarli e di chiamarli con tenerezza allo stesso modo come aveva fatto durante la Cena.

La domanda del Signore corrisponde al comando di preparare la Pasqua. Egli chiede perché vuole mangiare con loro. La notte infatti è passata, il giorno si è avvicinato, non è più il tempo dell’assenza ma della presenza, non più il tempo della fatica ma del riposo.

Ma essi non hanno nulla. Ma poiché non è più il tempo in cui non si può aver nulla, Egli subito riempie le loro reti. I tempi non sono nostri e non sono frutto della nostra arte, ma sono di Dio per cui anche la notte più infruttuosa sfocia nella luce della Pasqua e della sua presenza.

6 Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. 7 Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!».

Colui che nel sepolcro vuoto aveva creduto alle Scritture, che lo proclamano risorto, riconosce ora il Signore. L’amore, con cui Gesù lo ama, è principio di rivelazione. Ogni discepolo, in quanto amato dal Signore, se vuole, sa conoscere il Signore sia nelle Scritture come nei segni della sua potenza. Il Signore si manifesta in modo che il discepolo in forza del suo amore, da cui si sente avvolto, lo sa riconoscere là dove chi non è discepolo non percepisce il Signore. La percezione della fede ha come origine il suo amore per i suoi.

Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare.

All’annuncio del discepolo, Pietro si cinge ai fianchi la sopravveste per poter nuotare più speditamente. Non poteva infatti togliersela perché sotto era nudo (cfr. Brown).

Egli è attratto dal Signore e non può trattenersi di correre verso di Lui, come dice il Cantico: «Attirami dietro a te, corriamo!» (1,4).

8 Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.

Tutti sono attratti: il discepolo riconosce il Signore, Pietro si getta in mare, gli altri discepoli trascinano quella rete che con le loro forze non potevano neppure tirare su. Tutto opera il Signore con la sola sua presenza infondendo grazia a ciascuno così come Egli vuole e attirandoli a sé là dove Egli si trova. In tal modo, nel suo manifestarsi, egli attua quanto ha chiesto nella sua preghiera: «Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo» (Gv 17,24).

9 Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane.

Quel fuoco, che ora arde nel mattino, ardeva anche nella notte del rinnegamento (18,18). Là era acceso dai servi, qui da Gesù. Là spezzava una comunione qui la restaura. Con gli stessi segni del peccato il Signore richiama il discepolo nel suo amore.

10 Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora».

Con questo secondo comando il Signore vuole che si constati la verità del segno da Lui compiuto.

11 Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò.

Quello che tutti hanno fatto insieme, Simon Pietro lo compie da solo. Il comando infatti non è stato dato a lui personalmente, quindi egli lo compie a nome di tutti. Egli tutti rappresenta.

La rete non si spezzò perché in Simon Pietro, la Parola apostolica conserva l’integrità della fede.

12 Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. 13 Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce.

Questi sono i segni con cui Egli si rivela e si fa conoscere ai discepoli, sono segni legati alla mensa, come già in precedenza il giorno della sua risurrezione. Tutto è legato all’Eucaristia. «L’Eucaristia è l’evento per il quale sappiamo bene che Gesù è il Signore» (Diaconia).

14 Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

15 Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?».

Simon Pietro ha già mostrato al Signore di amarlo sia buttandosi a nuoto sia tirando la rete a terra. Il Signore lo pone a confronto con gli altri discepoli per ricordargli la parola con la quale anche da solo aveva dichiarato che lo avrebbe seguito fino alla morte (cfr. Mc 14,29-30).

Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene».

Il fatto che Pietro non aggiunga «più di loro» è segno della sua conversione. Egli non vuole porsi sopra gli altri perché non ne conosce i cuori. Egli conosce la sua debolezza e sa che fondamento della sua forza è l’amore del Signore.

Gli disse: «Pasci i miei agnelli».

Sembra che il Signore affidi per primi gli agnelli come a indicare che primaria dev’essere la cura dei più piccoli, di coloro che sono ancora all’inizio del cammino della fede e dei più deboli, come è detto in Isaia del Pastore: Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri (Is 40,11).

16 Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?».

Con questa seconda richiesta il Signore vuole togliere dal cuore dell’apostolo il timore. Infatti nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore (1Gv 4,18). Pietro ancora teme il castigo per il suo rinnegamento, per questo Gesù ancora lo interroga.

Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene».

Cacciato dal suo cuore il timore, l’apostolo professa con cuore gioioso il suo amore.

Gli disse: «Pascola le mie pecore».

L’amore verso il Cristo diviene dono verso i fratelli. «Sia compito dell’amore pascere il gregge del Signore, come fu segno di paura rinnegare il Pastore» (s. Agostino, tract. 123).

17 Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?».

È insegnamento comune dei Padri quello che Agostino afferma: «al triplice rinnegamento corrisponde la triplice confessione perché la lingua, che ha servito la paura, serva ora allo stesso modo l’amore» (tract. 123).

Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene».

La tristezza di Pietro forse deriva dal fatto che l’apostolo teme che il Signore non creda al suo amore per l’ombra del rinnegamento.

Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore.

Come insegna l’apostolo: Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge (1Pt 5,2-3).

18 In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio.

Come Pietro si è cinto i fianchi e si è gettato in mare spinto dal suo amore per Cristo, così nell’età senile da altri sarà condotto là dove egli non vorrà, cioè alla morte. Prima Pietro avrebbe voluto seguire Gesù fino alla morte ma non poteva, ora il Signore lo chiama e comprende come l’avversione alla morte può essere vinta solo dall’amore e diviene quindi testimonianza.

E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Questa è la sequela che lo porterà all’immolazione. Chi diviene pastore del gregge sa che lo attende la stessa immolazione del Signore come segno supremo dell’amore.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Eleviamo al Padre la nostra preghiera perché si aprano le porte della sua misericordia e si riversi sovrabbondante la grazia su ogni nazione e nel cuore di ogni uomo.

Ascolta, o Padre misericordioso, la nostra preghiera

  • Perché la grazia dello Spirito scenda in ogni uomo e fiorisca in opere di giustizia e di pace, preghiamo.
  • Perché usciti dall’Eucaristia, in cui abbiamo conosciuto il Signore nello spezzare del Pane, possiamo camminare sulle strade dell’umanità e riconoscerlo nei poveri e nei forestieri, preghiamo.
  • Perché i nuovi agnelli del gregge del Signore, rigenerati dal fonte della vita, imparino dal buon Pastore a essere sempre miti e umili di cuore, e a custodire l’innocenza battesimale, preghiamo.
  • Per chi è oppresso dalla colpa, dalla tristezza e dall’angoscia perché l’amore del Cristo vinca le sue tenebre e lo illumini con la luce della fede e lo rafforzi con la speranza nelle divine promesse, preghiamo.

Padre misericordioso, accresci in noi la luce della fede, perché nei segni sacramentali della Chiesa riconosciamo il tuo Figlio, che continua a manifestarsi ai suoi discepoli, e donaci il tuo Spirito, per proclamare davanti a tutti che Gesù è il Signore.

Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen.