DOMENICA SESTA DI PASQUA – C

di p. Giuseppe Bellia

 

PRIMA LETTURA                                         At 15,1-2.22-29

Dagli Atti degli Apostoli

In quei giorni, 1 alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati».

Alcuni cfr. v. 24: ai quali non avevano dato nessun incarico. Questi alcuni sono solo alcuni che Luca dice discesi dalla Giudea mentre Paolo dice: alcuni di Giacomo (Gal 2,12) quindi della cerchia più stretta dell’apostolo che presiede la Chiesa di Gerusalemme.

Essi pongono la circoncisione come necessaria alla salvezza. Accostandola al battesimo e all’effusione dello Spirito, essi svuotano la salvezza di Cristo, che non diviene l’unica possibilità, ma un’alternativa.

2 Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione.

Opposizione di Paolo e Barnaba: dissidio e discussione aspri. I termini dissidio e scontro (trad.: dissentivano e discutevano animatamente) sottolineano la gravità della situazione. Dispute e controversie simili sorgono pure a Corinto (18,12-17) e di nuovo a Gerusalemme (23-29). Il termine è usato da pagani per indicare le dispute tra Paolo e i Giudei (23,29; 25,19).

Su questo non si può giungere a un compromesso. Nella Chiesa non può sussistere la figura e la realtà, la circoncisione e il battesimo.

Come in 26,3 così qui la disputa non riguarda il modo di osservare le usanze di Mosè quanto piuttosto il loro valore in rapporto alla salvezza. Questo è tanto importante che la decisione spetta agli apostoli e agli anziani della Chiesa di Gerusalemme.

22 Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli.

Dopo il discorso di Giacomo si decide di inviare ad Antiochia Giuda chiamato Barsabba e Sila. Questi risulta collaboratore di Paolo (15,40; cfr. 1Ts 1,1; 2Ts 1,1; 2Cor 1,19: Silvano). Come tale era sulla sua stessa linea missionaria.

Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora; a questa espressione corrisponde: parve bene allo Spirito Santo e a noi: in tal modo la Chiesa è completa: lo Spirito, gli Apostoli, i Presbiteri, tutta la Chiesa. Parve bene la forma impersonale e non forte sottolinea l’azione dello Spirito alla quale tutta la Chiesa si sottomette. Egli è l’unità della Chiesa.

Giuda e Sila sono chiamati guide tra i fratelli (nella traduzione: uomini di grande autorità tra i fratelli), titolo che è già in Lc 22,26.Nella Chiesa c’è chi è più grande e chi è più giovane e chi è guida e chi è servo; Gesù dice: «Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve». La Lettera agli ebrei li ricorda: «Ricordatevi dei vostri capi (lett.: guide), i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede» (13,7); lo stesso fanno Giuda e Sila ad Antiochia (15,32): «Giuda e Sila, essendo anch’essi profeti, parlarono molto per incoraggiare i fratelli e li fortificarono».

23 E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute!

La lettera ha la seguente struttura: indirizzo (23); esposizione dei motivi (24); invio dei delegati (25-27); le esigenze imposte (28-29).

Mittenti sono gli apostoli e gli anziani, destinatari i fratelli di Antiochia, Siria e Cilicia. Il termine fratelli detto da giudeo-cristiani a etnico-cristiani ne mette in risalto l’uguaglianza e la piena comunione.

Salute corrisponde all’ebraico pace. Il saluto che in greco è gioite vuole dissipare nel cuore dei destinatari ogni oppressione. Infatti la loro lettura comunica gioia (v. 31).

24 Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi.

La lettera mette subito in luce che coloro che li hanno turbati con i loro discorsi così da sconvolgere i loro animi non erano da loro inviati. Era una loro iniziativa (cfr. Rm 10,13-15: chi non è inviato non porta la fede perché è fuori della catena della trasmissione; predica se stesso e non Cristo; cerca la sua gloria e non quella di Cristo).

25 Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, 26 uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo.

Ad essi si contrappongono gli inviati scelti dalla comunità (ci è parso bene perciò, tutti d’accordo). Il v. 26 sta in mezzo tra i due gruppi Barnaba e Paolo da una parte (25) e Giuda e Sila dall’altra (27). Si può pertanto pensare che si riferisca sia agli uni che gli altri.

Uomini che hanno rischiato la vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo; 20,24: tutta la vita viene incentrata sul Nome per la cui glorificazione si spende tutto se stessi. Questa è la santificazione (Gv 17,17-20).

27 Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. 28 È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: 29 astenersi dalle carni offerte agl’idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».

Sono adottate le clausole di Giacomo nelle quali appare evidente l’opera dello Spirito Santo. Quindi è tolto il peso della Legge; l’osservanza di queste clausole conduce ad agire rettamente perché mette le basi per la comunione vicendevole, ma non è una necessità in ordine alla salvezza.

Dalle carni offerte agli idoli. idolotiti sacrifici offerti a chi non esiste. Proibizione di mangiare questa carne, di compravendita perché essa è fonte d’impurità, mangiarne è apostasia.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 65

R/. Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.

Oppure:

R/. Alleluia, alleluia, alleluia.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica,

su di noi faccia splendere il suo volto;

perché si conosca sulla terra la tua via,

la tua salvezza fra tutte le genti.                       R/.

Gioiscano le nazioni e si rallegrino,

perché tu giudichi i popoli con rettitudine,

governi le nazioni sulla terra.                R/.

Ti lodino i popoli, o Dio,

ti lodino i popoli tutti.

Ci benedica Dio e lo temano

tutti i confini della terra.            R/.

SECONDA LETTURA                                 Ap 21,10-14.22-23

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo

10 L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, 11 risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.

Perché Giovanni possa vedere la città santa, l’angelo lo trasporta su un monte grande e alto. Nella profezia d’Ezechiele il monte è assai alto (40,2) e qui è pure costruita la città. Essa è ancora terrena. Qui invece il monte è grande e alto. Dobbiamo chiederci se questo monte non stia ad indicare una visione sublime e di grande portata a lui comunicata dall’angelo [1]. Questi trasporta il veggente di conoscenza in conoscenza fino a fargli giungere al vertice, che non è Dio, ma è il luogo dove egli può contemplare la città santa Gerusalemme ed esser illuminato dalla sua visione. Tutto quello che in questa Gerusalemme terrena era simbolo, dal Tempio e alle strutture della città, qui si rivela nella realtà. Gerusalemme scaturisce dall’intimo mistero di Dio ed è in Lui nascosta. Essa scaturisce come gemma preziosissima dal mistero di Dio, perciò in lei vi è la gloria di Dio. Gerusalemme è il principio e il compimento della nuova creazione. Essa è la pietra di fondamento della nuova creazione. La gloria, che da lei splende è simile a pietra di diaspro cristallino. Il diaspro è la pietra preziosa, che rivela Dio e lo nasconde: Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono (4,3). Gerusalemme partecipa del mistero stesso di Dio nel suo rivelarsi nella storia. Essa è unita inscindibilmente al Cristo. Come Egli è disceso dal cielo, così ora la città scende dal cielo, da Dio [2]. E benché sia nella gloria, la città discende in uno spazio inferiore, dove si rende visibile agli occhi del veggente. Questo spazio possiamo dire che è il Corpo di Cristo, al quale ella si congiunge per essere la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose (Ef 1,23). La discesa da Dio non è pertanto una diminuzione di gloria ma è il compiersi del mistero, espresso altrove dall’apostolo con la consegna al Padre della sua regalità su tutte le creature sottomesse al Cristo. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). Nella discesa contempliamo quindi il compimento nella sottomissione a Dio del Cristo e della sua Chiesa, in cui tutto si ricapitola, come piena sottomissione a Dio di tutto, in modo che questi riempia di sé tutte le creature redente.

12 È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13 A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte.

Il muro, che delimita la città e la separa nettamente da tutto il resto, è grande e alto. Non si può accedere alla città da qualsiasi parte, ma solo dalle porte. Nessuno può conoscere la città dall’esterno, ma solo entrandovi. Chi sta fuori può solo immaginare ma non può conoscere la vita, che si svolge nella città.

Le porte sono dodici. L’angelo sta a guardia della porta per impedire che vi entri chi non è chiamato. Egli discerne in rapporto al Cristo. Solo coloro che lo hanno servito, anche senza saperlo, come è accaduto alle Genti (cfr. Mt 25,31 sg.), potranno entrare nella città santa. Su ogni porta vi è scritto il nome di una delle dodici tribù dei figli d’Israele. Questo sta ad indicare che il popolo chiamato per primo è radunato nella città santa in forza del Cristo, che raduna i figli di Dio dispersi, come c’insegna l’evangelo secondo Giovanni: Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi (11,51-52). L’ingresso nella città santa avviene pertanto attraverso quelle porte, che mettono i redenti dalle Genti in stretto contatto con i redenti da Israele. L’apostolo Paolo esprime questo mistero parlando dell’innesto delle Genti nell’olivo d’Israele (cfr. Rm 11,24).

Le porte della città sono volte, tre a tre, verso i quattro punti cardinali per essere in grado di accogliere tutti i redenti da ogni parte della terra. Venendo, essi trovano davanti a sé le porte aperte, e così può confluire in essa la ricchezza dei popoli, come rivela la profezia d’Isaia: Così parla il Signore: «Ecco, io dirigerò la pace verso di lei come un fiume, la ricchezza delle nazioni come un torrente che straripa, e voi sarete allattati, sarete portati in braccio, accarezzati sulle ginocchia» (Is 66,12). Come nella profezia d’Isaia così nell’Apocalisse troviamo scritto che tutto converge a Gerusalemme. Essa nel suo mistero, che si rivelerà negli ultimi tempi, sta al centro di tutto e sarà il luogo cui converge ogni popolo, che realizzerà in essa la sua piena vocazione nell’armonia con gli altri popoli.

14 Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

Il muro di cinta della città poggia su dodici basamenti, che lo rendono incrollabile e forte. La forza consiste nella fede apostolica. La fede, che unisce i dodici apostoli all’Agnello, sta a fondamento del muro della città. Qui la fede non è l’assenza della visione, come accade a noi, ma è la natura del rapporto che i dodici apostoli hanno con il Cristo. Questo legame è l’assoluta e totale consegna a Lui e la professione che Egli è il Figlio di Dio. Pur evidenziandosi la sua divinità nella manifestazione della gloria, è compito degli apostoli proclamare in cielo e in terra che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio [3]

La città celeste, che è un tutt’uno con la Chiesa peregrinante in terra, ci rivela che anche per noi gli apostoli stanno a fondamento di quel muro alto, che circonda la Chiesa e che consiste nella sua inaccessibilità da parte di tutto quello che vuole alterare la tradizione apostolica. La Chiesa, e in essa tutte le singole Chiese, resta salda nella fede trasmessa dagli apostoli. Infatti gli apostoli, per bocca dell’apostolo Paolo, dicono: Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo (1Cor 3,10-11).

I dodici apostoli sono dichiarati fondamenti perché pongono quell’unico fondamento, che è Gesù Cristo. Il loro compito pertanto è quello di essere la verifica di ogni dottrina, che s’insegna nella Chiesa. Tutto quello che non ha il marchio apostolico non può esser ritenuto nella Chiesa. Lo Spirito Santo, che opera e agisce in lei, respinge fuori tutto quello che non appartiene alla sana dottrina dell’insegnamento apostolico. Già dall’epoca apostolica s’intromettono nella Chiesa falsi fratelli che vogliono spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi (Gal 2,4) di dottrine insegnate dagli uomini, nuove e peregrine (cfr. Eb 13,9: Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine, perché è bene che il cuore venga rinsaldato dalla grazia, non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne usarono). Così dichiara il Signore: «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante» (Gv 10,1). La porta è una sola come uno è il fondamento. L’unica porta si esprime nelle dodici porte e l’unico fondamento nei dodici fondamenti. Nella Chiesa ci sono le varie tradizioni apostoliche, che proclamano l’unica fede e l’unica dottrina apostolica, che tutti insieme professiamo, anche se purtroppo divisi gli uni dagli altri. Là apparirà l’unità nella diversità senza divisioni, quale è la natura della Chiesa anche qui sulla terra. Nessuno infatti può dividere la Chiesa per sua natura una come per sua natura è santa e apostolica.

22 In essa non vidi alcun tempio:

il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello

sono il suo tempio.

A differenza della Gerusalemme terrena, quella celeste non ha alcun tempio. Benché in più passi si parli del tempio, ora il veggente dichiara di non aver visto in essa nessun tempio. In Gerusalemme non vi è nessuna struttura che richiami il tempio quali mura, spazi sempre più sacri, altare, perché tutto questo appartiene alla figura e non alla verità. Essendoci solo la verità, il tempio della città santa è il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello. Tutto quello che in precedenza abbiamo visto del tempio non è altro che rivelazione del mistero di Dio. In 3,12 il vincitore diventa una colonna nel tempio. In lui Dio si rivela nella sua santità, gloria e bellezza come sta scritto nei salmi: le nostre figlie come colonne d’angolo (144,12). In 11,19 si dichiara che fu aperto il tempio di Dio, che è nel cielo e fu vista l’arca della sua alleanza nel suo tempio. L’apertura del tempio e la visone dell’arca intendono riferirsi al rivelarsi del mistero di Dio significato sia nel tempio che nell’arca. Così pure nel fatto che gli angeli escano dal tempio deve intendersi che escono dall’intimo del mistero di Dio e dell’Agnello, il cui corpo è il tempio di Dio.

Prima ha parlato con linguaggio figurato, ora dichiara in modo esplicito che non esiste nessun tempio perché il rapporto degli angeli e degli eletti non è mediato da nessuna struttura fatta da mano d’uomo, ma solo il corpo immolato dell’Agnello media tra noi e Dio. Solo attraverso di Lui possiamo accedere a Dio. Egli è l’unica via. Essendo perennemente in Dio, angeli e uomini gli prestano continuo culto in spirito e verità.

«Dal momento che avevamo o ancor abbiamo ignoranza del Nome, usiamo un lume, cioè la Scrittura Santa, per poter apprendere in essa o attraverso di lei qualcosa, non tanto come sia Dio ma piuttosto che cosa non sia e come non si debba assimilare Dio a nessuna creatura. Ma quando in quella Sion sarà visto Dio (Psal. LXXXIII) faccia a faccia, come è (I Cor. XIII), ed Egli presente sarà posseduto dentro noi stessi, abitando nella stessa sostanza delle nostre anime e l’inondante divinità sarà sentita come l’impeto di un fiume, come un torrente di delizia, e con gli occhi esterni (taccio riguardo alla sostanza della divinità, della cui visione si è disputato dai santi padri se debba o possa esser vista da occhi corporali), con occhi esterni – dico –sarà visto presente quel tempio della divinità, che è ben significato quando si dice: e l’Agnello è il suo tempio. Infatti veramente l’Agnello è il tempio di Dio, il tempio della santa Trinità, e sarà, secondo la struttura del suo corpo, in cui abita corporalmente la pienezza della divinità (Coloss. II). Egli ha detto: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Questo diceva in riferimento al tempio del suo corpo (Joan. II). Come potrà esserci là un tempio manufatto, quale qui facciamo per invocare il nome del Signore, quando là vedremo presente il volto del Signore e la bellezza del tempio non manufatto, cioè il corpo glorificato di Cristo?» (Ruperto ad l.) [4]

23 La città non ha bisogno della luce del sole,

né della luce della luna:

la gloria di Dio la illumina

e la sua lampada è l’Agnello.

Essendo sottratta a questa creazione, la città santa, non ha bisogno dei due luminari, che presiedono il giorno e la notte e che scandiscono il tempo. Essa, fin dalla sua origine, è stata illuminata dalla gloria di Dio. Questa è la sua luce. La gloria è l’attributo divino, in cui Egli si rivela agli angeli e agli uomini, che ha scelto. Gerusalemme, cioè la Chiesa, riceve la luce, che viene da Dio, come luce intellettiva e come splendore, che si riflette nella sua corporeità. Come luce intellettiva, la gloria è la conoscenza di Dio non più come in uno specchio, in maniera confusa; perché allora vedremo a faccia a faccia (1Cor 13,12). Altrove l’Apostolo dichiara: E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore (2Cor 3,18). La gloria del Signore pertanto è dinamica perché diviene in noi il principio della nostra trasformazione nell’immagine del Signore. Perciò la gloria del Signore si fa luce, che fa emergere il proprio di ogni creatura e lo armonizza nell’insieme.

L’Agnello è la lucerna di Gerusalemme perché Egli media lo splendore accecante della gloria di Dio e lo rende accessibile agli occhi degli eletti. Come dichiara Davide nella sua preghiera: Sì, tu sei la mia lucerna, Signore; il Signore illumina la mia tenebra (2Sm 22,29), gli eletti, che hanno usufruito della luce del Cristo sulla terra, la contemplano nell’Agnello mediante il suo esser uomo. L’umanità glorificata del Verbo di Dio fa luce agli eletti mediando la gloria di Dio. Egli è il Maestro che c’istruisce anche quando sarà nella sua gloria, restando sempre per noi il principio della conoscenza di Dio. Come ora lo è mediante la fede allora lo sarà nella visione. Ma noi non possiamo prescindere da Lui, dalla sua mirabile Incarnazione, perché Egli per sempre è via per noi. Chi infatti vede Gesù vede il Padre perché il Padre è in lui ed Egli è nel Padre (cfr. Gv 14,10). La mediazione è comunione. Essendo noi in Gesù, con Lui siamo nel Padre. Senza Gesù, avremmo avuto una conoscenza esterna a Dio, mai saremmo stati ammessi alla visione beatifica, nel Figlio, del Padre.

CANTO AL VANGELO                                       Gv 14,23

R/.       Alleluia, alleluia.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,

e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Gv 14,23-29

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:

23 «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Gesù riprende quanto precedentemente ha detto e rivela il modo della sua manifestazione.

Perché Egli si manifesti è necessario che uno lo ami e manifesti il suo amore nel custodire la sua Parola. Nella Scrittura si parla spesso di custodire la Parola di Dio, che ora Gesù identifica con la sua. Quanto l’AT ha insegnato riguardo al custodire la Parola ora lo si attua nei confronti della Parola di Cristo. Ma poiché la Parola di Gesù è del Padre, Questi ama chi osserva la Parola di Gesù. E il discepolo diviene la dimora del Padre e del Figlio: verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Il culto spirituale al Padre e al Figlio è l’osservanza dei comandamenti. Rientrando in se stesso il discepolo che ama trova la divina Presenza. Il Padre e il Figlio che sono UNO fanno del discepolo che ama il loro Tempio. In questo modo il discepolo che ama è ogni giorno sempre più attratto dalla divina Presenza e desidera scomparire al mondo per essere sempre più manifesto a Dio. Questa vicendevole manifestazione non avviene in ciò che è visibile ma nell’invisibile, non nell’esteriore ma nell’interno, non a tutti ma solo a coloro che amano.

25 Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi.

Gesù sta per congedarsi dal suo dimorare presso i discepoli. Finora ha dimorato presso di loro in modo visibile d’ora in poi dimorerà in loro spiritualmente col Padre. Lo Spirito, che il Padre darà ai discepoli, è Colui che fa essere i discepoli nella Parola di Gesù e quindi li rende dimora del Padre e del Figlio.

26 Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

Lo Spirito Santo, il Paraclito, sarà con i discepoli. Egli è Colui che fa dimorare il Padre e il Figlio presso i discepoli e in Lui questi dimorano presso il Padre e il Figlio. In che modo? Insegnandoci tutto e ricordandoci tutto. L’insegnamento e la memoria, che lo Spirito suscita nei discepoli, non è una fredda intelligenza delle parole di Gesù ma è al contrario una memoria calda di amore e che quindi scalda il cuore come ai discepoli di Emmaus. Essa diventa un meraviglioso cammino di conoscenza stimolata dall’amore che tende alla pienezza (tutto). L’inizio della conoscenza è l’obbedienza e la memoria della Parola di Gesù. Questo inizio è faticoso perché il discepolo è messo alla prova, ma se egli persevera nel custodire contro se stesso e i vani ragionamenti del suo cuore, perviene alla conoscenza beatificante dell’amore per Gesù e quindi capace d’immettere in noi la divina Presenza del Padre e del Figlio.

27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

Le due proposizioni sono come in parallelo; Gesù dice: pace lascio a voi, e poi dice: la mia pace do a voi. La seconda affermazione specifica la prima. Dicendo pace lascio a voi intende dire che solo Lui ha la pace, anzi è la pace stessa e che non c’è pace al di fuori di quella che Lui lascia; dicendo la mia pace do a voi intende distinguere la sua pace da quella del mondo di cui parla subito dopo. Lascio la pace perché vado al Padre, do la mia pace perché torno da voi; infatti, dopo la risurrezione, dona la pace e lo Spirito (c. 20).

Se il mondo non dà la pace, la dà Gesù; non possiamo ricevere la pace dal mondo. Dice Agostino: «coloro che amano il mondo si danno la pace per godere senza molestie del mondo»; Crisostomo dice: «spesse volte la pace esterna finisce nel male; e a coloro che la possiedono non giova a nulla». Dopo aver dato la pace, Gesù dice: non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. La pace, che Gesù dona, toglie dal cuore il turbamento e il timore proprio dell’orfano non vi lascerò orfani, verrò a voi (v. 18).

28 Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29 Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò (lett.: torno) da voi. L’uso del presente può sottolineare che l’intervallo della sua assenza è brevissimo. Come Egli sta per andare così anche sta per tornare.

L’espressione: Avete udito che Io vi ho detto è tipica quando si cita la Scrittura: in tal modo appare divina la Parola del Cristo. Ad essa i discepoli devono dare la stessa fede della Parola scritta. Io vi ho detto, questa espressione è fondamento della fede.

Se mi amaste vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me come è detto in Eb 2,5-9: il Figlio è reso per poco inferiore agli angeli per la sofferenza della morte e quindi lo è anche in rapporto al Padre.

Note

 

«v.23 la dimora di Dio in noi è permanente, anche se a noi può sembrare diversamente per una discontinuità psicologica, spesso, alla quale non corrisponde affatto una maggiore o minore presenza di Dio. Il mondo non lo può vedere perché è nella disobbedienza. Non può avere nessuna esperienza neppure iniziale dello Spirito; quindi, per questo noi non possiamo avere nessuna partecipazione con il cosmo, con le sue idee.

Il punto decisivo dell’esperienza spirituale è quello di arrivare a percepire la presenza dello Spirito Santo in noi, quando ci accorgiamo che ci muoviamo non in noi ma nello Spirito. Il cammino è graduale: s’inizia con piccoli atti di obbedienza e così via.

Il cosmo non può più vedere il Cristo, oltre la sua morte (v.19), perché solo quelli che hanno almeno un germe dello Spirito possono riconoscere Gesù risorto. Solo chi ha lo Spirito può avere l’esperienza di Gesù vivente. Anzi la cosa si collega con la fede.

Quando non c’è l’esercizio dell’obbedienza liberante, è difficile che la fede progredisca e non sia fortemente vacillante. Invece attraverso l’obbedienza di fede arriviamo a conoscere che Gesù è nel Padre e noi in Lui (vv. 20 e 21).

Nell’esercizio progressivo di quest’obbedienza cresce l’amore così che sentiamo che Gesù è, che vive ed è in noi e c’immette nella comunione prima con Lui e [poi] col Padre.

Per effetto del battesimo e di tutte le grazie successive è molto più forte di quanto non avvertiamo, e continua, a meno che noi non la rifiutiamo con un atto di disobbedienza grave.

Persino l’interruzione rappresentata dalla morte di Cristo non interrompe il rapporto, dato che in quel momento ci viene trasfuso lo Spirito, che realizza in noi una continuità, anche a livello di coscienza, in quanto non solo c’insegna ma ci ricorda, tendendo a ricongiungere le rotture della nostra coscienza. Per cui chi vive nello Spirito Santo finisce col non dimenticare mai il Signore.» (D.G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 22.11.75).

PREGHIERA DEI FEDELI

Preghiamo, fratelli carissimi, il Padre, perché nell’effusione dello Spirito santo, possiamo elevare a Dio la nostra preghiera.

Ascolta, Signore, la nostra preghiera.

Per tutti i credenti in Cristo perché ascoltino in se stessi il gemito dello Spirito e con Lui desiderino i cieli nuovi e la terra nuova, preghiamo.

Per coloro che si sono allontanati dalla mensa del Signore e hanno spento la sua parola nei loro cuori, perché ritornino alla sorgente della vita, preghiamo.

Perché ogni coscienza sia raggiunta dal messaggio evangelico e nessuno frapponga ostacolo alla sua corsa, preghiamo.

Perché la Pasqua tolga ogni divisione e spenga ogni rancore dai cuori e tutti godano della vera pace, donata dal Cristo, preghiamo.

O Dio, che hai promesso di stabilire la tua dimora in quanti ascoltano la tua parola e la mettono in pratica, manda il tuo Spirito, perché richiami al nostro cuore tutto quello che il Cristo ha fatto e insegnato e ci renda capaci di testimoniarlo con le parole e con le opere.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

[1] Mons quippe iste Christus est, qui tanquam «lapis modicus de monte excisus sine manibus,» id est in humilitate nostrae conditionis de Virgine natus crevit, «factusque est mons magnus, et implevit orbem terrarum (Dan. VII),» crevit ascendendo super choros angelorum, Dominus omnium coelestium, terrestrium et infernorum (Phil. II) (Rupertus).

[2] Talis descensus gloriosus est, et in magna claritate sublimis (Rupertus).

[3] Agnus dicitur, idcirco videlicet, quia fundamenta haec omnia maxime fundamento innituntur passionis ejus propter quem Christus Dominus dicitur Agnus.

[4] Tunc quia ignorantiam ejusdem quoque nominis habuimus vel habemus lumen aliquantulum, id est, Scripturam sanctam nobis adhibemus, ut in ipsa, vel per ipsam utcunque perpendere queamus, non jam quid vel quomodo sit Deus, sed tantum quid non sit, et quod nulli creaturae assimilandus sit Deus. At vero ubi «in illa Sion Deus deorum videbitur (Psal. LXXXIII)» «facie ad faciem, et sicut est (I Cor. XIII),» et ipse praesens habebitur intus in nobisipsis, in ipsa substantia animarum nostrarum inhabitans et inundans divinitas sentietur sicut impetus fluminis, sicut torrens voluptatis, et exterioribus quoque oculis (ut de substantia divinitatis taceam de cujus visione sparsim disputatum est a patribus sanctis, utrum debeat vel possit corporalibus oculis videri); exterioribus, inquam, oculis illud divinitatis templum praesens videbitur, quod pulchre significatur cum dicitur: «Et Agnus templum est illius.» Nam vere Agnus templum Dei, templum sanctae Trinitatis est, et erit, secundum fabricam sui corporis, «in quo corporaliter habitat plenitudo divinitatis (Coloss. II).» Ipse enim dixit: «Solvite templum hoc, et in tribus diebus excitabo illud. Hoc autem, inquit evangelista, dicebat de templo corporis sui (Joan. II).» Quo igitur ibi nobis templum manufactum, quale hic facimus ad invocandum nomen Domini, cum ibi praesens conspiciatur facies Domini, et pulchritudo templi non manufacti, id est, glorificati corporis Christi?