DOMENICA QUINTA DI PASQUA – C

di P. Giuseppe Bellia

 

PRIMA LETTURA                                            At 14,21-27

Dagli Atti degli Apostoli

In quei giorni, 21 Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, 22 confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni».

rianimando i discepoli lett.: rafforzando le anime dei discepoli. Il verbo rafforzare è usato anche in Lc 22,33 (comando del Signore a Pietro di confermare i fratelli). È questo uno dei compiti fondamentali degli apostoli. Nella Settanta il verbo indica lo stare saldi sopra qualcosa (sulle fondamenta, sul Signore). Nelle tribolazioni che sopraggiungono per la testimonianza al Regno è necessario stare saldi nel proprio animo (nel proprio sentire) sul fondamento della nostra fede, come subito si dice: a restare saldi nella fede, lett.: a rimanere dentro alla fede (cfr.: Settanta: rimanere dentro la legge e l’Alleanza). I discepoli sono esortati a rimanere dentro l’ambito della fede (nell’Evangelo annunziato dagli apostoli e nella sequela del Cristo).

È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio. Le molte tribolazioni sono causate da situazioni esterne. Questa necessità è già scritta e si attua secondo il disegno divino nella storia il cui termine è il regno di Dio, cioè il manifestarsi pieno della sua regalità.

Così è stato di Gesù così è della Chiesa.

23 Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto.

Costituirono quindi per loro, gli apostoli stessi stabiliscono gli anziani nelle singole comunità a indicare la continuità con il loro servizio. Essi sono costituiti per i discepoli in modo che continuino il compito di rafforzare e tenere saldi nella fede i discepoli.

Con la preghiera e il digiuno pongono davanti al Signore le giovani comunità perché sappiano essere forti nelle persecuzioni.

Fondamento è il Signore nel quale avevano creduto. Il tempo passato (nel greco il perfetto) sta a indicare la potenza dell’atto di fede, nel quale i discepoli nascono alla vita divina. La fede nel Signore contiene in sé la forza di rafforzarli, tenerli saldi e farli crescere nelle prove. L’energia della fede è tale da dare forza nella tribolazione. Tuttavia essa è sempre accompagnata dall’esortazione apostolica.

24 Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia 25 e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; 26 di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.

Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.

L’impresa (lett.: l’opera) è quella di dare inizio all’evangelizzazione delle Genti. Essa è stata compiuta. La grazia a cui sono stati affidati dalla Chiesa li ha portati a fruttificare il dono. All’annuncio evangelico si apre il vasto campo dei popoli.

Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede.

Poiché è una missione pubblica, essi ne informano subito la Chiesa per celebrare le meraviglie compiute dal Signore con loro (secondo gli esegeti, la preposizione “con” non indica sostegno ma mezzo: in loro, cioè attraverso di loro).

Note

Nelle tribolazioni non perdere la visione globale della storia della salvezza. Lo scoraggiamento infatti nasce dal chiudersi nel proprio orizzonte e nella propria solitudine.

Porsi invece nel quadro ampio del cammino dell’Evangelo rafforza l’animo e aiuta a restare nell’ambito della fede senza percorrere le strade delle fantasie.

Alla Chiesa e alle singole comunità in essa è sempre necessario il carisma apostolico dell’esortazione e della consolazione perché i discepoli si aprano sempre alla speranza e alla visione del Regno.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 144

R/. Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.

Oppure:

R/. Alleluia, alleluia, alleluia.

Misericordioso e pietoso è il Signore,

lento all’ira e grande nell’amore.

Buono è il Signore verso tutti,

la sua tenerezza si espande su tutte le creature.       R/.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere

e ti benedicano i tuoi fedeli.

Dicano la gloria del tuo regno

e parlino della tua potenza.    R/.

Per far conoscere agli uomini le tue imprese

e la splendida gloria del tuo regno.

Il tuo regno è un regno eterno,

il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.    R/.

SECONDA LETTURA                                       Ap 21,1-5a

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo

Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più.

E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.

Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:

«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!

Egli abiterà con loro

ed essi saranno suoi popoli

ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.

E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi

e non vi sarà più la morte

né lutto né lamento né affanno,

perché le cose di prima sono passate».

E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

CANTO AL VANGELO                                       Gv 13,34

R/.       Alleluia, alleluia.

Vi do un comandamento nuovo, dice il Signore:

come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                  Gv 13,31-33.34-35

Dal Vangelo secondo Giovanni

31 Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui.

I discepoli hanno pensato che l’uscita di Giuda fosse motivata da situazioni contingenti (v. 29), Gesù ora ne rivela lo scopo: Ora è stato glorificato il Figlio dell’uomo. Benché debba ancora essere innalzato, Gesù parla di una glorificazione già attuata sia di se stesso che di Dio in Lui. Il primo atto (il tradimento di Giuda) è interpretato da Gesù alla luce del suo compimento. Tutto in Gesù è talmente unitario che il tempo non fraziona la sua azione con la sua successione di momenti, ma esso diviene il luogo dove si rivela in modo unitario la sua glorificazione. Egli quindi ora è stato glorificato da Dio. Egli pertanto non è stato abbandonato o disprezzato, non ha conosciuto ciò che è proprio dell’uomo, cioè il fallimento della sua missione, al contrario in tutto quello che noi uomini potremmo considerare ignominia, fallimento e disprezzo, in questo si rivela la sua gloria a Lui data dal Padre. Non solo ma in Lui, il Figlio dell’uomo, i discepoli contemplano la stessa glorificazione di Dio.

Egli è il Figlio dell’uomo e come tale ora è stato glorificato. Quindi tutto quello che sta succedendo è la manifestazione visibile di quella glorificazione che il profeta Daniele ha contemplato riguardo al Figlio dell’uomo (Dn 7,13-14).

Non solo ora si manifesta la sua gloria ma in questo si manifesta la stessa gloria di Dio; questa è tutta racchiusa nella gloria del Figlio dell’uomo e solo in Lui trova la sua piena e unica manifestazione.

Il passato è stato glorificato contempla quindi l’azione, che è appena iniziata, nella sua unità inscindibile anche se espressa in vari momenti. Ma ognuno di questi è assorbito da quell’unico atto che è la glorificazione.

L’unità inscindibile è data dall’interiore disposizione di Gesù ad accogliere la volontà del Padre. All’azione del discepolo che lo consegna corrisponde la volontà di Gesù di consegnare se stesso alla morte. «Quello che avverrà sarà soltanto la verifica di quello che è già successo nell’intimo di Gesù» (U. Neri, op. cit., p. 14). Agostino vede in queste parole un anticipo della glorificazione finale di Gesù negli eletti: «Uscendo il discepolo immondo, rimasero quelli che erano puri, e rimasero insieme a colui che li aveva purificati. Qualcosa di simile accadrà quando il mondo, vinto da Cristo, sarà passato, e nessun immondo resterà nel popolo di Cristo; quando la zizzania sarà separata dal buon grano (cfr. Mt 13,43), e i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre suo. È prevedendo che ciò accadrà che il Signore, per testimoniare che ciò ora è raffigurato nell’allontanamento di Giuda, separato come la zizzania, dice agli apostoli santi che, come il buon grano, sono rimasti: «Adesso è stato glorificato il Figlio dell’uomo». Intendeva dire: Ecco quel che accadrà nella mia glorificazione, quando non vi sarà più nessun malvagio e nessuno dei buoni andrà perduto» (LXIII,2).

E Dio è stato glorificato in lui. In questa uscita di Giuda non solo è stato glorificato il Figlio dell’uomo da Dio, ma questi è stato glorificato in Lui. In quello che è accaduto Dio è stato glorificato in Gesù che si rivela al satana e ai suoi avversari come il Figlio dell’uomo. La gloria di Dio non inabita nel tempio e in Israele ma in Gesù e qui si manifesta. Egli è il luogo della sua piena manifestazione. Essa non solo si manifesterà con la sua risurrezione ma già si è manifestata con l’uscita di Giuda e quindi del satana.

Il tentativo degli avversari di distruggere Gesù pensando di dare gloria a Dio si tramuta nella glorificazione sia del Figlio dell’uomo che di Dio in Lui. Nel Figlio consegnato si rivela l’amore del Padre che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (3,16).

Gesù vive quindi il tradimento del discepolo nella realtà del disegno del Padre, cioè del ricupero dell’uomo e della creazione devastata dal principe di questo mondo. L’uomo e il mondo tornano ad essere il luogo della manifestazione della gloria di Dio proprio per la consegna che Gesù fa di se stesso ai progetti dei suoi avversari.

Nessuno può quindi mutare questo progetto, tutti ne sono soggetti. Il satana trova in questa sua iniziativa la sua sconfitta, i suoi avversari un’ulteriore possibilità di redenzione. Tutti devono rivolgersi a Lui perché in Lui vedono la Gloria di Dio.

Per conoscere Dio tutti devono passare per Gesù innalzato perché non c’è altra possibilità di conoscenza se non questa in quanto non c’è altra manifestazione di Dio se non il Figlio. Ogni altra manifestazione è solo riflesso della gloria ma non la gloria stessa. Questa è visibile solo in Gesù ed è comunicata ai credenti attraverso l’annuncio evangelico.

  1. Tommaso afferma: «Il Signore, parlando qui della sua glorificazione, afferma: Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato quanto alla sua umanità, nella Passione che ormai è imminente, divenendo celebre nella conoscenza degli uomini. E anche Dio, cioè il Padre, è stato glorificato in lui. Infatti il Figlio non ha rivelato solo se stesso, ma anche il Padre, come dirà in seguito espressamente (infra, 17, 6): «Padre, ho fatto conoscere il tuo nome». Ecco perché non è stato glorificato solo il Figlio, ma anche il Padre, come accenna quel passo evangelico (Mt 11, 27): «Nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo». E dice che è stato glorificato in lui, perché chi vede il Figlio vede anche il Padre (cf. infra, 14, 9) (1830).

32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.

In Gesù non vi è nulla che sia ignominia anche se tale appare agli occhi degli uomini, tutto in Lui è manifestazione della gloria di Dio e sua.

La mistica cena e la lavanda, la rivelazione di colui che lo sta per consegnare hanno glorificato il Padre in Gesù. Quanto sta per accadere è finalizzato alla sua glorificazione. Egli nel suo innalzamento (croce, risurrezione e ascensione) sale al Padre e porta nell’intimo della sua eterna generazione la carne assunta perché Gesù è in modo inscindibile il Figlio di Dio e il Figlio dell’uomo. «La natura umana che è stata assunta dal Verbo eterno riceverà in dono l’immortale eternità» (Agostino, LXIII, 3).

Questo avverrà subito. «C’è questa grande fretta: la fretta del Cristo di consegnarsi, “fallo presto”; la fretta del Satana di compiere la sua opera folle con cui si distrugge, Giuda uscì subito; la fretta del Padre di ricuperare il Cristo traendolo dai lacci della morte, perché non era possibile che il principe della vita ne fosse costretto e tenuto legato (cfr. At 2,24), e assumerlo nella sua gloria dopo essere stato dal Figlio, come si è detto, glorificato (U. Neri, op. cit., p. 17).

L’occhio interiore del credente guarda a Gesù che si umilia fino alla morte di croce e lo contempla nella gloria. Solo nella luce della gloria la morte del Signore non appare più come uno scandalo ma come la reciproca glorificazione del Padre e del Figlio. Tuttavia la sua immediata glorificazione è percepita solo in virtù della fede. Essa sfugge alla sapienza umana che pensa di giudicare Gesù secondo il proprio modo di pensare e quindi non coglie nella sua passione e morte il manifestarsi della gloria di Dio.

Gesù c’insegna così di fare delle nostre sofferenze e della nostra vita un luogo dove glorificare il Padre in modo che anche noi in Gesù possiamo essere glorificati dentro la stessa gloria del Figlio.

33 Figlioli, ancora per poco sono con voi.

voi mi cercherete, ma come ho gia detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire.

Nell’imminenza del distacco Gesù chiama i suoi discepoli figliolini. Questa è l’unica volta in cui Gesù li chiama così. Egli fa loro percepire che li ama sino alla fine. L’appellativo fa pure percepire che in Lui è il Padre che opera e che Egli è uno con il Padre (cfr. 10,30). Gesù infatti non è estraneo alla nostra generazione. Il termine «è evocativo di un grande mistero, della generazione spirituale del Cristo, che ci genera nel suo sangue, dal suo seno propriamente» (U. Neri, op. cit., p. 18). Inoltre Gesù avvolge i suoi discepoli con la sua compassione perché sa quanto sono deboli e quindi facilmente soggetti allo scandalo anziché vedere nella sua passione il manifestarsi della sua gloria. «In effetti erano deboli confronto a quella forza veramente divina che avrebbe loro comunicato dopo la sua risurrezione, facendoli giungere allo stato di uomo perfetto, alla misura dell’età e della pienezza secondo la quale Gesù Cristo doveva essere formato in loro, come dice l’apostolo san Paolo» (Sacy).

Essendo già stato glorificato, Gesù dichiara: “Ancora per poco sono con voi”.

È il tempo che intercorre tra l’uscita di Giuda e il suo arresto. Ora Gesù è con i suoi discepoli in tutto simile a noi, dopo sarà con noi nella sua gloria facendosi percepire da noi come il Vivente e il Signore (cfr. Ap 1,17-18: Io sono il primo e l’ultimo e il Vivente, e fui morto ed ecco sono vivente per i secoli dei secoli).

Dal momento che Gesù dice: “Mi cercherete”, è chiaro che non si riferisce solo al breve tempo in cui ancora è con loro, ma a quel tempo che caratterizza l’attesa della sua venuta. I suoi discepoli lo cercano e desiderano essere con Lui. È il tempo in cui gli avversari dicono: “Dov’è il tuo Dio?” (Sal 41,4). E lo stesso Signore dichiara: «Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete» (Lc 17,22).

Gesù da solo ora è glorificato, i discepoli non possono essere con Lui. Essi sono simili ai giudei impossibilitati ad andare dove va Gesù (cfr. 7,34). Per il fatto che i discepoli sono in tutto simili agli altri, ciò che caratterizza il loro rapporto con Gesù è la fede. Noi lo cerchiamo credendo in Lui e amandolo. Su questo si fonda la speranza, come certezza, che un giorno saremo dove Lui è. La nostra vita quindi è ancora dentro il mondo ed è continuo desiderio di Gesù, di essere con Lui partecipi della sua gloria.

L’attesa quindi si caratterizza come purificazione e perfezione. Così annota Agostino: «E proprio là andava il Signore, dove, dopo la risurrezione, mai più sarebbe morto, e dove la morte non avrebbe più avuto potere su di lui (cfr. Rm 6,9). Come potevano essi seguire il Signore, che andava a morire per la giustizia, dato che essi non erano ancora maturi per il martirio? Come avrebbero potuto seguirlo sino all’immortalità della carne, essi che, qualunque sarebbe stato il momento della loro morte, avrebbero dovuto attendere la fine dei secoli per risorgere anche nella carne? Come avrebbero potuto seguire il Signore che tornava nel seno del Padre senza abbandonarli, e dal quale tuttavia mai si era allontanato per venire in terra, dato che solo la perfetta carità poteva loro dare la possibilità di entrare in quella perfetta felicità?» (LXIV,4).

In questo tempo intermedio Gesù ci dà un comando, quello nuovo; solo a questa condizione potremo essere dove Lui è.

34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Il tempo della sua assenza è caratterizzato dal comandamento nuovo. La vita nuova, che da Lui scaturisce, esige un comando nuovo. Nel momento stesso in cui come discepoli ci poniamo in relazione a Gesù noi riceviamo da Lui il comandamento nuovo. Questa relazione è da principio, come c’insegna lo stesso apostolo Giovanni nella sua prima lettera: Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto fin da principio. Il comandamento antico è la parola che avete udito. E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo, il che è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende (2,7); il comando è vecchio in quanto è da principio ed è nuovo perché è vero in lui e anche in noi perché la tenebra passa e la luce vera già risplende (ivi). Ogni volta che i discepoli si amano gli uni gli altri Gesù dà loro il comando nuovo cioè risplende in loro e gli uomini sono illuminati dalla luce evangelica. Il comando è quindi nuovo perché riflette la novità cioè la presenza di Gesù tra noi. Per essere attuato esige la comunità in quanto è fondato sulla reciprocità. Come esso implica relazione con Gesù così richiede pure la reciproca relazione tra i discepoli. Nessun discepolo può infatti attuarlo se non si mette in relazione con l’altro. Esso implica quindi l’annullamento di tutto quello che non è amore.

L’amore poi ha come misura Gesù: Come io vi ho amato, così voi vi amiate gli uni gli altri. La misura dell’amore di Gesù è il dono di sé, come insegna lo stesso apostolo Giovanni nella sua prima lettera: Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli (3,16).

«Tutti possiamo seguire Gesù nella gloria del Padre del Figlio che ci amiamo l’un l’altro, come il Figlio ci ha amato. Questo amore deve estendersi sino a dare la vita per i propri amici. Questa è anche la condizione perché il mondo conosca la verità che siamo autentici discepoli del Figlio» (d. G. Dossetti, omelia, 21.10.1988).

«Signore so che voi non comandate alcunché di impossibile, conoscete meglio di me la mia debolezza, la mia imperfezione, voi sapete bene che mai potrei amare le mie sorelle come le amate voi, se voi stesso, o mio Gesù, non le amaste ancora in me. È perché voi volevate concedermi questa grazia, che avete fatto un comandamento nuovo. Oh come l’amo il vostro comandamento, poiché mi dà la sicurezza che la volontà vostra è di amare in me tutti coloro che voi mi comandate d’amare Sì, lo sento, quando sono caritatevole è Gesù solo che agisce in me, più sono unita a lui, più amo anche le mie sorelle» (S. Teresa di G.B., M.C. n. 290 p. 267).

35 Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Gesù pone nell’amore vicendevole la manifestazione a tutti del nostro rapporto con Lui come discepoli. Tutti, nessuno escluso, conosceranno in questo il nostro essere suoi discepoli. Non solo conosceranno persone che si amano ma comprenderanno che questo amore vicendevole deriva dall’essere alla scuola di Gesù. Infatti noi uomini non possiamo stabilire un vincolo saldo e vicendevole di amore se non con pochi. Se i discepoli di Gesù si amano a vicenda nessuno può dubitare che quest’amore non deriva dall’uomo ma da colui del quale si dichiarano discepoli. Come infatti la Legge nella sua osservanza rivela che un figlio d’Israele è discepolo di Mosè così l’amore vicendevole rivela che siamo discepoli di Gesù.

Chi infatti custodisce nel cuore questa parola custodisce in se stesso l’amore di Dio (cfr. 1 Gv 2,5). Più il discepolo ama Dio ed è da questi amato, più ama i suoi fratelli e ne accoglie in sé l’amore. Il rapporto con Gesù e in Lui con il Padre, la divina inabitazione hanno la loro manifestazione nell’amore vicendevole. Al riguardo l’apostolo Paolo insegna che siamo ammaestrati direttamente da Dio (cfr 1 Ts 4,9). Questa è pertanto una parola che sgorga direttamente dall’intimo, dalla relazione che si ha con il Signore. Quando si è in Lui il rapporto non si chiude ma si apre; questo è segno di un rapporto vero con il Signore. Se dichiariamo di amare il Signore ma il nostro amore per Lui non fiorisce nell’amore vicendevole, siamo nella menzogna, in un rapporto illusorio e ingannevole. Invece se ci amiamo gli uni con gli altri tutti gli uomini avranno sempre la possibilità d’incontrare Gesù e di entrare in questa circolarità divina e umana dell’amore. Chi è in questa circolarità esperimenta in sé che Gesù dona a lui la sua vita e che anche i suoi discepoli lo amano fino a donare per lui la propria vita; da questa esperienza scaturisce la determinazione di dare lui pure la propria vita per il Signore e per i suoi fratelli. «Attua allora il precetto di Gesù, colui che muore per il fratello; assume la propria vita in una donazione totale a Dio per la salvezza del mondo, per la salvezza dei fratelli, per portare frutto. E ripeto: in questo atto d’amore risolutivo, definitivo, che sfocia e che si attua pienamente soltanto quando si muore, ogni altro atto d’amore e ogni altro momento della propria vita è incluso, come nella morte si racchiude tutta l’esistenza» (d. U. Neri, op. cit., p. 28).

Agostino conclude con questo inno commosso alla Chiesa: «O sposa di Cristo, bella tra tutte le donne! Tu che splendi nel tuo candore e ti chini sul tuo amato fratello la cui luce ti dà fulgore, e il cui sostegno ti regge perché tu non cada! quanto bene canta di te, come in un canto di nozze, il Cantico dei Cantici: « L’amore fa le tue delizie » (7,6 LXX). Questo amore non perde la tua anima insieme a quelle degli empi; esso separa la tua causa da quella dei peccatori, esso è forte come la morte ed è la sorgente della tua gioia. Quale meraviglioso genere di morte quella, per cui non fu abbastanza non essere tra i tormenti, ma volle essere nella pienezza della gioia!» (LXV,3).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Preghiamo il Signore perché da tutti i discepoli s’irradi la luce dell’amore divino su tutti gli uomini perché questi possano giungere a conoscere il vero Dio e colui che egli ha mandato, Gesù Cristo.

Preghiamo insieme e diciamo:

Padre santo, fonte dell’amore, ascoltaci.

Perché la Chiesa di Cristo goda di vera e stabile pace su tutta la terra, sia piena del conforto dello Spirito Santo e irradi su tutti gli uomini la vera luce, preghiamo.

Perché i credenti in Cristo non ricadano nelle tenebre dell’odio ma professino apertamente la loro fede nell’amore vicendevole, preghiamo.

Perché tutti i cristiani sentano in sé la fame della Parola di Dio e si siedano alla mensa del Padre riconciliati gli uni con gli altri, preghiamo.

Perché l’Evangelo annunziato nelle sante Chiese metta radice nel cuore di ogni uomo e produca frutti di giustizia e di santità, preghiamo.

  1. O Dio, che nel Cristo tuo Figlio rinnovi gli uomini e le cose, fa’ che accogliamo come statuto della nostra vita il comandamento della carità, per amare te e i fratelli come tu ci ami, e così manifestare al mondo la forza rinnovatrice del tuo Spirito.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.