DOMENICA QUARTA DI PASQUA – C

di P. Giuseppe Bellia

 

PRIMA LETTURA                                          At 13,14.43-52

Dagli Atti degli Apostoli

14 In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero.

Paolo e il suo gruppo, giungono ad Antiochia. «Il cammino da Perge ad Antiochia (ca. 160 Km) è difficile e pericoloso» (G. Schneider, o.c., n .22, p. ). Ed entrati nella sinagoga nel giorno di sabato sedettero. La sinagoga è il primo luogo cui vanno. Come l’annuncio parte da Gerusalemme, così in ogni luogo esso parte dalla sinagoga, come altrove insegna l’apostolo: Io infatti non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco (Rm 1,16).

Essi rispettano il buon ordine dell’assemblea e annunziano quando è il momento come faceva il Signore Gesù. Infatti questo momento richiama nell’Evangelo il momento in cui Gesù parla nella sinagoga di Nazaret e si rivela come il Messia (cfr. Lc 4,16-30).

43 Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio.

Dopo il culto sinagogale molti Giudei e proseliti credenti in Dio (siamo ancora all’interno del popolo di Dio comprendente Giudei di nascita e Gentili passati al giudaismo) seguirono Paolo e Barnaba, attratti dalla loro parola e desiderosi di essere ancora più ammaestrati.

L’esortazione a perseverare nella grazia di Dio ha come scopo quello non fermarsi a questo primo momento, eventualmente caratterizzato dall’entusiasmo, ma di proseguire nel cammino di conoscenza assecondando la grazia che già sta operando nei loro cuori per portarli alla fede nel Signore Gesù.

44 Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore.

Non solo i Giudei ma anche molti Gentili si radunano per ascoltare la parola di Dio. È singolare come la notizia abbia fatto il giro di tutta la città al punto da radunare insieme i Giudei e i Gentili. Paolo può ora dare testimonianza al Signore. È davvero l’Evangelo, la buona notizia, che risplende davanti al popolo che cammina nelle tenebre e siede nell’ombra di morte.

Di fronte all’attuale situazione di stanchezza in rapporto all’annuncio c’è da chiedersi se non ci sia una separazione spirituale in noi tra la Parola e il nostro ascolto. La nostra razionalità assunta come criterio di valutazione non può ammettere le categorie che sono proprie della Parola del Signore: il fatto che ad essa nulla è impossibile, lo scandalo della Croce e il fatto che la scelta cristiana porta all’opposto di quello che sembra essere la meta della nostra aspirazione: il rinnegamento di se stessi.

45 Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo.

La gelosia è dovuta al fatto che i Gentili s’interessino di Gesù predicato da Paolo.Si ripete in loro la stessa avversione dei Giudei di Gerusalemme sia nei confronti di Gesù che degli apostoli (cfr. 5,17). Essi contraddicono resistendo all’annuncio evangelico e bestemmiano Gesù.

46 Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. 47 Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».

Alla gelosia dei Giudei, Paolo e Barnaba rispondono con franchezza. Nel contesto la franchezza è la capacita di annunciare la verità senza lasciarsi intimorire: Essi rivelano come l’opposizione dei Giudei non è fondata sulle Scritture ma sulla loro gelosia. Questi erano i primi destinatari della Parola di Dio secondo il disegno divino (era necessario) ma essi la rifiutano. Il rifiuto della parola evangelica esclude dalla vita eterna. Solo cogliendo l’intrinseco rapporto che esiste tra la Parola di Dio e la Parola del Signore Gesù si può parlare con franchezza. Non tutto quello che si afferma in modo categorico è assoluto. La parola apostolica si può collocare come porta alla vita eterna proprio perché è l’Evangelo nel quale tutte le Scritture si adempiono.

Anche in questo momento il rivolgersi alle Genti non è dettato da sdegno nei confronti dei Giudei ma solo dalla Parola di Dio, che l’apostolo cita.

La citazione di Is 49,6 è attribuita a Gesù come Servo del Signore (cfr. Lc 2,32: il cantico di Simeone). Essa è attribuita da Paolo al ministero apostolico proprio perché nell’Evangelo annunciato dagli apostoli il Cristo risplende come luce per le Genti e la salvezza giunge sino ai confini della terra.

Il rifiuto non ostacola ma fa progredire l’annuncio secondo il piano stabilito da Dio (cfr. At 1,8: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra»).

48 Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. 49 La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione.

I pagani lett.: le Genti. Ci si esprime volutamente con una categoria universale per indicare che è iniziata in modo non più casuale ma programmatico l’evangelizzazione delle Genti. Queste si rallegrano e glorificano il Signore nella sua Parola. Da questa gioia e glorificazione solo coloro che sono destinati alla vita eterna credono. L’essere desinati esprime il manifestarsi di quel disegno divino che Paolo ha annunciato. Il Signore dà conferma alla parola apostolica chiamando dalle Genti i credenti come primizia della chiamata universale alla salvezza. Infatti dalla città l’Evangelo (la parola del Signore) si diffonde nelle campagne circostanti.

50 Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio.

Non potendo opporsi con la parola, i Giudei ricorrono alla loro influenza ad alto livello: pie donne di alto rango, che avevano simpatia per la religione ebraica e le stesse autorità della città. Il libro non ci riporta le motivazioni addotte per suscitare una simile persecuzione contro Paolo e Barnaba, che si esprime nel bando dal territorio della città.

51 Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. 52 I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

Paolo e Barnaba compiono il gesto comandato dal Cristo contro chi rifiuta (cfr. Lc 10,10). Benché perseguitati, tuttavia restano sempre coloro che annunciano la Parola che opera il giudizio di salvezza su coloro che l’accolgono e di condanna su coloro che la rifiutano. Essi proseguono il loro cammino e giungono a Iconio. Nulla può impedire l’espandersi della Parola, al contrario le stesse persecuzioni ne accelerano il cammino.

Questa situazione anziché scoraggiare i discepoli li riempie invece di gioia che è data dallo Spirito Santo sceso su di loro.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 99

R/. Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Oppure:

R/. Alleluia, alleluia, alleluia.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,

servite il Signore nella gioia,

presentatevi a lui con esultanza.           R/.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:

egli ci ha fatti e noi siamo suoi,

suo popolo e gregge del suo pascolo.   R/.

Perché buono è il Signore,

il suo amore è per sempre,

la sua fedeltà di generazione in generazione.    R/.

SECONDA LETTURA                                    Ap 7,9.14b-17

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo

Io, Giovanni, 9 vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.

Ci si interroga su quale rapporto ci sia tra i 144mila e la folla incalcolabile.

Gli uni sono primizia in rapporto agli altri. Tutti sono discendenza di Abramo perché tutti sono numerosi come le stelle del cielo e come i granelli sulla riva del mare (cfr. Gn 22,17). I 144mila sono distinti ma non separati dalla folla numerosa in quanto la loro caratteristica è di non aver mai conosciuto l’idolatria, di non essersi mai contaminati con donne, cioè di essere vergini (cfr. 14,1).

Essi formano le strutture portanti del nuovo popolo di Dio, che, essendo fondate sui padri, si articolano nelle dodici tribù d’Israele.

«Mi resta un problema generale di fondo sul rapporto tra la prima e la seconda parte: i 144mila vengono segnati in un tempo intermedio tra il trattenimento dei quattro angeli e il settimo sigillo. I segnati fanno parte della terra, devono subire la prova, la folla numerosa è in un ordine finale. Allora le due entità non sono più accostabili. La folla numerosa sono il dischiudersi terminale di coloro che ora sono segnati» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 22.5.1973).

L’articolazione del popolo di Dio ora, che equivale al suo articolarsi nelle Chiese, sembra racchiudibile in una dimensione numerica, ma in realtà esso si dilata in questa dimensione universale incalcolabile, che solo Dio conosce.

Il testo sembra dirci che i credenti ora, che stanno in rapporto all’antico Israele come la sua pienezza e che per questo sono segnati con il sigillo, sono in realtà a loro volta la primizia di questa folla innumerevole. Essi stanno in rapporto ad essa come il chicco di grano che morendo porta molto frutto (cfr. Gv 12,24).

Nulla pertanto può impedire alla Chiesa il suo dilatarsi in mezzo alle nazioni e tribù e popoli e lingue.

«Lingua per la pienezza della lode; occorre che ogni lingua lodi il Signore: tutte le lingue sono assunte nella lode di Dio: la lode non è il risultato dall’amalgama in una lingua unica, ma è il confluire di tutte le lingue in una lode unica» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 22.5.1973).

Essi sono rivestiti di vesti candide. Come lo sono gli uccisi sotto l’altare (cfr. 6,11). In seguito si spiegherà il significato della veste bianca.

Le palme nelle loro mani. Nella divina Scrittura le palme fanno parte della festa di Succòt o delle Capanne, che ricorda il momento in cui Dio ha fatto abitare la terra ai figli d’Israele (cfr. Lv 22,40.43) come pure esse ricordano la purificazione del tempio all’epoca dei Maccabei (2Mcc 10,7). Gli eletti quindi fanno festa davanti al trono e all’Agnello perché sono giunti alla loro terra e al tempio del Dio vivente e non saranno più perseguitati dalle potenze avverse, che li hanno uccisi perché non li hanno potuti piegare sotto la loro signoria.

14 E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello.

L’anziano, che fa parte del consiglio divino, può rivelare a Giovanni la provenienza di questa folla innumerevole.

Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione. Questa è una situazione in cui i credenti sono messi alla prova, verificati e posti di fronte ad una scelta.

Essa è il luogo della testimonianza, che può giungere fino al martirio con l’effusione del sangue. Noi tutti siamo posti in questa situazione.

Infatti lavare le vesti, cioè se stessi, rendendole candide col sangue dell’Agnello significa l’immersione nell’acqua battesimale, che è immersione nel sangue dell’Agnello sia come sua redenzione che come nostra testimonianza. Il battesimo implica il martirio.

«Mi sembrerebbe impoverire il testo escludere uno dei due significati: il battesimo preannuncia e profetizza il martirio. Vedi Rm 6: vi è lo stesso rapporto stretto tra il battesimo e il martirio; questo si può dire di tutti i redenti perché vivono nella grande tribolazione e realizzano il martirio nella loro stessa esistenza cristiana. […] il battezzato è un martire. Basilio stesso ancora nel IV sec. sente il battesimo come un martirio» (U. Neri, appunti di omelia, Gerico 24.5.1973).

Nel momento stesso in cui uno è battezzato è posto nella grande tribolazione per dare la sua bella testimonianza (1Tm 6,13) combattendo la buona battaglia della fede. Noi dobbiamo aspettarci che questa grande tribolazione si accentui al punto tale da divenire persecuzione cruenta oppure rifiuto radicale del messaggio cristiano ridotto a un prodotto culturale, assai interessante ma che non coinvolge in una scelta di vita.

Don Giuseppe Dossetti osservava:

«Siamo in una prospettiva estremamente esigente: noi distinguiamo battesimo da martirio. Molto probabilmente qui non si distingue; e se non distingue vuol dire che il battesimo ha un’enorme esigenza.

La grande tribolazione è una prova straordinaria: e la fede viene cruciata [1], messa a confronto, con le grandi tribolazioni.

Mi pare di notare una certa differenza tra il nostro tempo e quello precedente; i cristiani del secolo passato avevano motivi di confronto per la loro fede, ora le stesse strutture della società proclamano il mondo contrario alla fede stessa. I discorsi escatologici richiamano il fatto che la prova sarà talmente nell’intimo della Chiesa che non si può fare confronti con l’età passata. Noi viviamo nella situazione fortunata di aggrapparci alla fede di qualcuno che sta intorno a noi. Mi pare che oggi molti vivono in una situazione diversa dalla nostra; che vuol dire vivere sempre e continuamente a contatto con persone che non credono e con una Chiesa sempre più perdente nella fede.

Questo testo l’ho letto molto in questa chiave. È dominato dal termine tribolazione grande, che esprime abominio nella Chiesa e desolazione della fede stessa» (appunti di omelia, Gerico 24.5.1973).

15 Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.

Avendo attraversato la grande tribolazione, essi stanno davanti al trono di Dio. Il loro essere, come quello degli angeli, è relazionato al trono di Dio. Come in terra essi hanno glorificato Dio, riconoscendolo come l’unico sovrano, così ora essi sono riservati per il servizio divino. In terra la loro vita fu consacrata a Dio e alla santificazione del suo Nome, così ora essi sono tutti, come un solo uomo, davanti al trono.

Redenti dal sangue dell’Agnello e consacrati al suo Dio, costoro gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio. Esercitano un servizio sacerdotale incessante senza mai uscire dal tempio, che adornano simili a colonne (3,12). Stando nel tempio, i redenti partecipano a tutte le grandi imprese della lotta di Dio contro i suoi avversari.

Il gesto compiuto da Colui che siede sul trono di stendere cioè la sua tenda sopra di loro, sta a indicare che essi sono in un rapporto familiare con Lui, godono della sua amicizia all’interno della sua tenda, come è scritto: Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sul tuo santo monte? (Sal 15,1); Tu li nascondi al riparo del tuo volto, lontano dagli intrighi degli uomini; li metti al sicuro nella tua tenda, lontano dalla rissa delle lingue (Sal 31,21) Con fiducia l’orante esclama: Dimorerò nella tua tenda per sempre, all’ombra delle tue ali troverò riparo (Sal 61,5; cfr. Is 4,3-6).

Accolti nell’intimità divina, essi partecipano ai suoi piani, perché Egli li vuole come suoi consiglieri.

«Giorno e notte, cioè nell’eternità servono, come dice Daniele: Mille migliaia lo servivano (c. 7), non con un faticoso e servile ministero, ma con gioioso e libero tripudio di eterno amore. Qui infatti, mentre si vive, il ministero di Dio con fatica e lavorando, là invece il servizio di Dio è premio della fatica e ricompensa per il servizio» (Ruperto).

16 Non avranno più fame né avranno più sete,

non li colpirà il sole né arsura alcuna,

17 perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono,

sarà il loro pastore

e li guiderà alle fonti delle acque della vita.

E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

Il testo fondamentale di riferimento è Is 49,10, inserito nel suo contesto, che è Is 49,8-13. Il Signore invia un messaggio di consolazione al suo popolo, che sta ritornando dall’esilio babilonese. Il messaggio è riletto nell’Apocalisse in riferimento al popolo di Dio, che viene dalla grande tribolazione, dove gli eletti hanno sofferto fame e sete e il loro cammino è passato attraverso il deserto infuocato della persecuzione. Usciti dalla grande tribolazione, essi sono entrati in questo luogo di delizie, dove l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore. Durante la grande tribolazione i martiri avevano il Cristo come forza e modello del loro martirio fino a versare per Lui il loro sangue, ora che l’immersione nell’acqua e nel sangue dell’Agnello, sgorgati dalla sua croce (cfr. Gv 19,34), li ha resi candidi, essi Lo hanno come loro pastore. Pur stando in mezzo al trono, glorificato con l’unica gloria di Dio, Egli guida i suoi alle fonti delle acque della vita. Egli li porta a bere i fiumi d’acqua viva che sgorgano dal suo seno (Gv 7,39), cioè essi bevono le delizie dello Spirito Santo, come è scritto nel Sal 35,9-10: Si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie. È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce. Quello che già pregustavano mentre erano nella prova ora essi lo bevono in modo sovrabbondante nella casa di Dio.

E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi. Questo messaggio di consolazione ritorna in 21,4 ed è tratto da Is 25,8 inserito nel contesto del banchetto di vita dato dal Signore Dio a tutti i popoli sul monte Sion (Is 25,6-8). Il ricordo delle loro sofferenze, come abbiamo udito dalla supplica di quanti sono sotto l’altare (6,9-10), ancora li fa piangere, come anche il veggente piangeva davanti al libro sigillato (5,4), ma ora è Dio stesso che consola quanti appartengono al suo Cristo e tramuta le loro lacrime in canti di gioia, cioè porterà a compimento il suo disegno e farà partecipare i suoi alla sua stessa vittoria.

Astergere gli occhi da ogni lacrima è rendere capaci di contemplare quanto Dio ha preparato ai suoi eletti, come è scritto in 1Cor 2,9: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.

CANTO AL VANGELO                                       Gv 10,14

R/.       Alleluia, alleluia.

Io sono il buon pastore, dice il Signore,

conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                       Gv 10,27-30

Dal Vangelo secondo Giovanni

27 In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

Dopo aver dichiarato ai Giudei che essi non appartengono al suo gregge, Gesù definisce ora chi sono le sue pecore, riprendendo quanto ha già detto nella parabola, le note di chi crede.

Anzitutto chi gli appartiene ascolta la sua voce. Qui ascoltare significa non semplicemente udire, ma avere quell’interiore attenzione che è propria di colui che è dalla verità (cfr. 18,37). Se è vero che ogni uomo è menzogna (Sal 115,11), essere dalla verità deriva da un’interiore mozione dello Spirito che porta ad ascoltare la voce del buon Pastore. Ma i Giudei, che possedevano l’ombra della verità nella Legge, non erano anch’essi mossi dallo Spirito a riconoscere nella voce di Gesù quella del Cristo? Certamente! Ma essi volevano resistere, per non dare l’assenso della fede. Poiché potevano non darlo, non vollero darlo. Essi avevano il potere di darlo, ma, dal momento che erano liberi, scelsero il rifiuto per non dovere accogliere Gesù come il Cristo e consegnargli quella vigna che tenevano più come padroni che come custodi.

I suoi invece gioiscono nell’udire la sua voce e nell’essere da Lui conosciuti. Gesù precede il credente con la sua conoscenza perché, conoscendolo, lo chiama per nome e lo fa essere suo. Il nostro esistere è l’essere conosciuti e posseduti dal Cristo fin dall’eternità perché a Lui consegnati dal Padre nell’eterno dialogo, sorgente increata dello Spirito. I suoi, attratti dal profumo dello Spirito, che è versato in forza del nome di Gesù, lo seguono; anzi da Lui attirati, essi corrono (cfr. Ct 1,3-4).

Gesù vuole vincere ogni resistenza dei Giudei che, invece di seguirlo, Lo stanno circondando. Egli vuole loro mostrare che è in mezzo a loro come il Pastore in mezzo al popolo, del suo pascolo, al gregge della sua mano (Sal 94,7). Essi odono le sue parole; Egli non alza la voce perché non spegne il lucignolo fumigante e non spezza la canna incrinata (Is 42,2-3). Di fronte all’umiltà e mitezza di Gesù, essi si chiudono in un duro rifiuto.

28 Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.

I discepoli di Gesù ricevono incessantemente da Lui la vita. Gesù, nell’atto di conoscere i suoi, dà loro la vita. Egli comunica non più la vita secondo natura come quando in Lui il Padre fa essere tutte le cose, ma ora Gesù ai suoi, che conosce, comunica la sua stessa vita, in forza della quale i suoi non periranno in eterno. È la vita stessa di Dio che pervade il discepolo, si comunica alla sua intelligenza e genera in lui il pensiero di Cristo (cfr. 1Cor 2,16) e, penetrando nella sua volontà, gli fa desiderare le realtà celesti. Immergendosi sempre più nella vita divina, il discepolo è pervaso da un’intima gioia, e dietro il Pastore, cammina anche nella valle oscura senza temere alcun male (cfr. Sal 22,4), perché nessuno può strapparlo dalla sua mano. In questo “nessuno” vi è soprattutto un riferimento al lupo, l’avversario, che vuole dilaniare il gregge del Signore. Per questo Egli porta gli agnellini nel seno e conduce pian piano le pecore madri (Is 40,11).

Possiamo pensare che la vita eterna, data dal Cristo, si comunichi gradualmente. Dapprima essa è come un cammino a ritroso che riporta l’uomo all’innocenza e alla mansuetudine che caratterizza la sua origine e poi lo immerge nel ritmo della vita divina. L’uomo torna alla sua origine seguendo il Cristo sulla via stretta e tribolata (Mt 7,13) che lo porta a essere dove è il Signore (cfr.12,26), sia sulla Croce che nella sua gloria (cfr. 17,24). Chi compie questo itinerario di vita non teme anche nella grande tribolazione (Ap 7,14) perché sa di essere nella mano del Cristo, dalla quale nessuno può strapparlo. Nessuno, infatti, può separare il discepolo dall’amore di Cristo (cfr. Rm 8,35).

29 Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre.

Il versetto si presenta di difficile lettura. Il Padre mio, in rapporto a ciò che mi ha dato, è più grande di tutti. Il Padre, che è più grande di tutti, ha dato al Figlio di avere la vita in se stesso (cfr. 5,27) e gli dona la gloria che aveva prima che il mondo fosse (cfr.17,5). Nel Figlio vi è quindi la stessa vita e la stessa gloria del Padre perciò unica è la divinità, unica è la gloria e unica è la forza per cui nessuno può strappare dalla mano del Cristo, perché nessuno può strappare dalla mano del Padre.

Altri interpretano “In rapporto a ciò che mi ha dato” come riferito alle pecore. Queste sono date dal Padre al Cristo e formano un tutt’uno con Lui. La prima lettura è pure di Agostino. Il Verbo è al di sopra di ogni creatura perché In principio era il Verbo. «Ma siccome Colui dal quale il Verbo deriva, non deriva a sua volta dal Verbo, mentre il Verbo deriva da Colui del quale Egli è il Verbo, il Signore dice: Ciò che mi ha dato il Padre, cioè di essere il Verbo suo, il suo unigenito Figlio, in modo che sia lo splendore della luce di Colui che è più potente di tutti» (o.c., XLVIII, 6).

30 Io e il Padre siamo una cosa sola».

Io e il Padre siamo Uno. Nel vertice della professione di fede (Ascolta Israele il Signore è il nostro Dio il Signore è Uno), che è la parola Uno, vi è sia il Padre che il Figlio. L’Uno imperscrutabile, termine supremo del grido della fede e apice della rivelazione, è a noi rivelato dal Figlio nell’intimo. Il Figlio che è nell’Uno e viene dall’Uno ci rivela il mistero nascosto nell’Uno. Mosè aveva contemplato l’Uno dall’esterno e lo aveva consegnato a Israele come sua professione di fede, il Figlio ci rivela l’Uno dall’interno e ci apre la via perché anche noi diveniamo partecipi della stessa vita divina cioè essere uno come il Padre e il Figlio sono Uno (Gv 17,11).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Al Padre che in Gesù ci ha donato il Buon Pastore che ci dona la vita eterna, s’innalzi ora l’umile nostra preghiera.

Preghiamo insieme e diciamo:

Padre ricco di misericordia ascoltaci

 

  • Guarda con bontà la tua Chiesa, diffusa su tutta la terra e infondi in tutti il coraggio di annunciare con franchezza il vangelo, preghiamo.
  • Ricordati dei Pastori della tua Chiesa e rendili ricchi del tuo Santo Spirito perché custodiscano i loro fratelli e siano luce per i lontani, preghiamo.
  • Per quanti chiami al ministero perché il loro cuore arda di grandi desideri e la loro mente si apra ai grandi orizzonti dell’umanità, preghiamo.
  • Perché tutti ascoltino la voce del tuo Figlio e si pongano alla sua sequela per vivere nella tua stessa vita, preghiamo.
  • Fa’ risplendere in coloro che si sono consacrati la luce del tuo Regno perché in loro possiamo contemplare l’adempiersi delle tue promesse, preghiamo.
  1. O Dio, fonte della gioia e della pace, che hai affidato al potere regale del tuo Figlio le sorti degli uomini e dei popoli, sostienici con la forza del tuo Spirito, fa’ che nelle vicende del tempo, non ci separiamo mai dal nostro pastore che ci guida alle sorgenti della vita.

Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen.

[1] Cruciato, verbo che deriva dal latino cruciatum, che significa tormento, grande dolore. Da qui il verbo cruciare come tormentare, provare. Probabilmente l’uso singolare che d. Giuseppe fa di questo verbo è un riferimento implicito alla croce.