DOMENICA SECONDA DI PASQUA – C

 

Lo Spirito, profumo del Cristo,

primavera nuova, si propaga

fino a quanti sono nei sepolcri.

Il Signore crocifisso è risorto!

Risplendono in cielo gli eletti

e la luce pura inonda la terra.

Tu, nuova Creazione di Dio,

Agnello al vespro immolato,

tutto in te si fa integro e puro.

Beato chi legge e in te crede!

Vede le orme dei tuoi passi,

di mattina stillanti rugiada.

Il dito misi nel foro dei chiodi,

gettai la mano nel suo fianco:

toccai la carne del mio Dio!

Il discepolo vide il sepolcro

e credette alle sante Scritture,

che nell’armonia dello Spirito

ti acclamano Dio e Signore:

Tu vinci la morte e dai la vita,

scendendo libero tra i morti.

Puro e glorioso nel tuo corpo,

ti doni a noi nel sacramento

del Pane vivo e del Calice.

Cantando un nuovo canto

in te, Cristo, credo e acclamo:

«Mio Signore e mio Dio!».

PRIMA LETTURA                                             At 5,12-16

Dagli Atti degli Apostoli

12 Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera (lett.: attraverso le mani) degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone;

Attraverso le mani degli apostoli. Si riferisce alla supplica di 4,29s: «Stendi la tua mano perché si compiano guarigioni segni e prodigi mediante il nome del tuo santo servo Gesù». Ora la mano divina e la potenza del Nome di Gesù operano attraverso le mani degli apostoli. Quello che Pietro compie, lo compiono pure tutti gli apostoli. Le azioni di Pietro non sono fuori del collegio apostolico ma dentro di esso.

Anche l’apostolo Paolo manifesta queste caratteristiche, come egli scrive: Certo, in mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli (2Cor 12,12). Egli pone come caratteristica fondamentale: una pazienza a tutta prova. Più l’apostolo è provato più in lui si manifesta la potenza divina. Del resto i grandi prodigi appartengono, se pure in modo diverso, anche alla bestia (cfr. Ap 13,13), ma non la pazienza.

La comunità è caratterizzata ancora una volta da tutti, la cui caratteristica è quella di essere unanimi. Questo termine ricorre altrove (1,14; 2,46; 4,24) caratterizzando così la comunità di Gerusalemme. Nel portico di Salomone essi si radunavano per ascoltare gli Apostoli, come prima avevano ascoltato Gesù (cfr. Gv 10,23).

13 nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava.

Degli altri, gli altri sono contrapposti ai credenti, sono quelli di fuori; in Lc 8,10 il Signore dice: «A voi è dato di conoscere i misteri del regno, agli altri invece in parabole» (cfr. Mc 4,11 invece di «altri» dice: a quelli di fuori).

Nessuno osava associarsi a loro, «unirsi strettamente a qualcuno» è detto anche di Paolo che vuole unirsi ai discepoli (9,26); sembra quasi che indichi un rapporto così stretto che cambia la vita e che fa condividere in tutto la sorte di coloro ai quali ci si unisce (è infatti un verbo sponsale cfr. 1Cor 6,16). Il grande timore impedisce di unirsi con leggerezza ai credenti che erano magnificati dal popolo. Questi rendeva oggetto della sua lode a Dio la presenza dei credenti in Gesù e li additava come esempio. Era infatti un gesto coraggioso diventare cristiani perché comportava delle scelte radicali.

14 Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore (oppure: ad opera del Signore), una moltitudine di uomini e di donne,

Nessuno può unirsi di sua spontanea volontà alla comunità dei credenti ma è il Signore che porta dentro uomini e donne: è Lui che chiama personalmente ciascuno. Non esiste un «fenomeno di massa».

15 tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro.

Tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, secondo alcuni esegeti questa frase va unita a «il popolo li esaltava». Il popolo era così ammirato dalle guarigioni operate dagli apostoli da portare gli ammalati sulle piazze, dove Pietro stava per passare.

Il contatto fisico con Pietro, anche nella sua espressione più debole, quale l’ombra, era sufficiente per implorare da Dio la guarigione. Precedentemente il testo ha parlato delle mani degli apostoli. In tal modo si sottolinea sia la centralità del Cristo, che continua a operare nella sua Chiesa, sia che gli apostoli annunciano secondo il disegno di Dio. Questi infatti conferma la Parola con i segni che l’accompagnano, come è detto in Mc 16,20.

16 Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti.

La guarigione operata tramite gli apostoli tocca sia le malattie fisiche che quelle spirituali (gli spiriti impuri) e si estende da Gerusalemme alle città vicine secondo la forza dell’espandersi dell’Evangelo.

Il fatto che tutti vengano guariti, anticipa la salvezza di tutti gli uomini e l’inclusione in essa di tutti. È un messaggio universale che viene annunciato e profeticamente anticipato.

SALMO RESPONSORIALE                                Sal 117

R/.  Rendete grazie al Signore perché è buono:

il suo amore è per sempre.

Oppure:

R/.  Alleluia, alleluia, alleluia.

Dica Israele:

«Il suo amore è per sempre».

Dica la casa di Aronne:

«Il suo amore è per sempre».

Dicano quelli che temono il Signore:

«Il suo amore è per sempre».             R/.

La pietra scartata dai costruttori

è divenuta la pietra d’angolo.

Questo è stato fatto dal Signore:

una meraviglia ai nostri occhi.

Questo è il giorno che ha fatto il Signore:

rallegriamoci in esso ed esultiamo!      R/.

Ti preghiamo, Signore: Dona la salvezza!

Ti preghiamo, Signore: Dona la vittoria!

Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

Vi benediciamo dalla casa del Signore.

Il Signore è Dio, egli ci illumina.                      R/.

SECONDA LETTURA                              Ap 1,9-11.12-13.17.19

Dal libro dell’apocalisse di san Giovanni apostolo

9 Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù.

Vostro fratello per la risurrezione del Signore nella quale siamo divenuti suoi fratelli e quindi anche tra di noi come è scritto: Va’ dai miei fratelli (Gv 20,17) e  uscì dunque questa parola tra i fratelli (21,29). Se io Giovanni sono vostro fratello lo sono in modo particolare perché sono compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù. Fratello e compagno sono due termini legati da intimo rapporto: L’essere fratelli rende compagni. Ciò che manifesta che noi siamo fratelli è questa compartecipazione alla tribolazione, al Regno e alla perseveranza in Gesù, come dice Paolo ai Filippesi: Avete fatto bene nel farvi partecipi alla mia tribolazione (4,14) e prima aveva detto: voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa sia nelle catene, sia nella difesa e nel consolidamento del vangelo (1,7). La Chiesa compartecipa con l’Apostolo e i fratelli compartecipano tra di loro della tribolazione e delle catene, del Regno e della difesa e consolidamento dell’Evangelo e della pazienza in Gesù. Per il fatto che unisca la tribolazione e il regno indica la natura della Chiesa da una parte e dell’altra anticipa in questi due termini lo svolgersi delle rivelazioni caratterizzate dalla tribolazione dei santi e dall’affermarsi del regno del Signore Gesù sulle potenze avverse. Mentre tribolazione e regno sono due realtà oggettive che dominano l’attuale svolgersi degli avvenimenti, la perseveranza in Gesù è il nostro modo personale di aderire a questo disegno storico di Dio.

Giovanni racconta ai propri fratelli,raccolti nelle sette chiese, la sua esperienza di relegato nell’isola di Patmos a causa della parola di Dio da lui annunciata e della testimonianza resa a Gesù.

Secondo s. Ireneo questo accadde sotto l’impero di Domiziano, «che voleva essere considerato l’unico signore e l’unico dio» (Mollat).

L’imposizione del culto imperiale portò a un asprirsi della persecuzione contro i cristiani.

10 Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva:

Giovanni è nello Spirito, che gli fa contemplare e scrivere le visioni che gli mostra. «Spirito è lo Spirito della profezia: questo è elemento molto forte di rapporto con l’A.T. David in Spirito dice ecc. (At 4) e Giovanni nello Spirito vede la gloria di Gesù» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 1.5.1973).

Questo accade nel giorno del Signore, il primo dopo il sabato, quello della sua risurrezione. Quanto nell’Apocalisse ci è rivelato promana dalla forza della risurrezione del Signore, è l’esplicarsi di questo evento nella storia e nella sua consumazione.

La prima cosa, che il veggente ode dietro di lui, è una voce potente, come di tromba. Anche in 4,1 la voce parla come una tromba. La forza, che ha una tromba quando suona, è simile alla forza della voce di Dio e nello stesso tempo «allude all’indescrivibilità del suono» (G. Friedrich).

La voce dà inizio alla lettura delle lettere alle Chiese. Esse sono quindi annunciate nella forza della voce di Dio, che è quella stessa del Figlio dell’uomo.

11 «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa».

a Efeso,città dell’Asia minore, ricordata anche nel libro degli Atti, a Smirne, anch’essa in Asia minore, attraversata dal fiume Meles, a Pèrgamo, città della Troade, attraversata dal fiume Sileno, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia, città della Misia, e a Laodicèa, città dell’Asia celebre per il fiume Lico.

A queste sette città sono inviate le sette lettere, la cui scrittura è la stessa voce di Dio simile a tromba e il cui contenuto esprime pertanto il mistero della storia ed è irradiazione della gloria del Figlio dell’uomo.

12 Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro

Voltarsi è il tipico gesto della Maddalena alla presenza del Signore (cfr. Gv 20,14.16) e rileva il passaggio ad una nuova rivelazione.

Egli vede sette candelabri d’oro sui quali splendono le sette lucerne (cfr. Zac 4,2: «Vedo un candelabro tutto d’oro; in cima ha un recipiente con sette lucerne e sette beccucci per le lucerne»). Essi sono il simbolo delle sette Chiese, che stanno davanti al Santo dei Santi e da Lui mutuano la loro luce e il loro splendore.

13 e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro.

Egli se ne sta in mezzo, come sempre sta in mezzo a noi. Ancora una volta vi è un richiamo alla sua risurrezione: stette in mezzo a loro (Gv 20,19.26). Gesù sta in mezzo a noi sia in alto che qui nella sua Chiesa.

Simile a un Figlio d’uomo. Egli è in tutto simile a noi ed è anche dissimile perché è l’Unigenito del Padre. La sua somiglianza non impedisce la dissomiglianza.

con un abito lungo fino ai piedi. «veste lunga, è di tipo sacerdotale Lv 16,2sg: nel giorno di Kippùr il sacerdote non metteva le vesti sacerdotali, ma una lunga veste con la quale entrava nel Santuario: questa è la veste santa per eccellenza che il Cristo ha indossato nell’entrare nel Santo dei santi una volta sola (Eb)» (P. Giorgio, appunti di omelia, Gerico, 1.5.1973).

e cinto al petto con una fascia d’oro. Essa indica il potere regale, come si dice nel Sal 92,1: Il Signore regna, si ammanta di splendore; il Signore si riveste, si cinge di forza; rende saldo il mondo, non sarà mai scosso.

In senso mistico la cintura d’oro è la schiera dei santi, di cui Gesù è circondato, come cinto. «Questa interpretazione è anche di un antico autore, che sembra essere Ticonio, di cui Agostino loda molto le interpretazioni benché sia donatista» (Gagnée).

[14I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida come neve. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco.

I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida, come neve. «Così appare l’Antico dei giorni (Dn 7,9). S. Giovanni esprime che il Figlio è coeterno al Padre suo, al quale si rivolgeva con queste parole: «E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,5)» (Gagnée).

I suoi occhi erano come fiamma di fuoco. Gli occhi esprimono la forza della divina penetrazione fino alle profondità inaccessibili e il fuoco esprime il suo giudizio.

 

15 I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, purificato nel crogiuolo. La sua voce era simile al fragore di grandi acque.

i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. Egli che era venuto a noi nell’umiltà dell’annuncio evangelico, ora viene nella gloria. «I piedi – secondo Gregorio il teologo – rappresentano gli apostoli, fondamenta della Chiesa, che purificati dal crogiolo, sono simili al bronzo dorato; perché partecipano nel martirio della purezza dell’oro e della forza e solidità del bronzo» (E. Menochio).

La voce era simile al fragore di grandi acque. Come la voce di Dio è simile a una tromba, così quella del Figlio dell’uomo è simile a molte acque. La sua voce è come un fiume impetuoso (cfr. Ez 1,24; 43,2.10). La similitudine ricorre ancora in 14,2.

16 Teneva nella sua destra sette stelle e dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio, e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza.

Nella destra teneva sette stelle. Sono questi i sette angeli, che sono soggetti al Cristo, pronti a eseguire i suoi comandi.

E dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio. È la Parola di Dio in uno dei suoi attributi (cfr. Eb 4,12). In bocca sua la Parola di Dio opera efficacemente e opera tutto quello per cui Egli la invia penetrando nel punto di divisione dell’anima e dello spirito e scoprendo i segreti dei cuori.

e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza. Tutta la creazione in Lui si compendia e in Lui ha la causa esemplare. I suoi attributi si riflettono nelle sue creature, che in virtù sua esistono e di Lui portano l’impronta e a Lui tendono come al loro fine e alla loro pace e perfezione.]

17 Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo,

Appena lo vidi caddi ai suoi piedi come morto perché vidi Colui che Isaia vide, il Signore che sedeva sul trono alto ed elevato (Is 6,1); caddi come morto perché è scritto nel Salmo: Tu sei terribile; chi ti resiste quando si scatena la tua ira? (76,8).

Ma egli posando su di me la sua destra, disse : Non temere!

Pose la sua destra su di me, nella quale aveva le sette stelle (1,16). La destra del Cristo tiene in sé le sette stelle che sono pure esse un mistero (20) e con essa tocca Giovanni ridandogli la vita e rendendolo in qualche modo capace di vedere la visione e conoscere il mistero.

Non temere, toglie dal suo cuore il timore che lo aveva ridotto a essere come morto come accadde alla guardie venute a prendere il Signore (Gv 18,4-6). Solo dopo che ha tolto dal suo cuore il timore, Egli si rivela: Io sono il Primo e l’Ultimo. Egli è il Primo perché in Lui tutto ha inizio ed l’Ultimo perché tutto rinnova alla fine dei tempi (cfr. Is 41,4; 44,6).

18 e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi.

Essendo per natura il Vivente, il suo essere stato morto è reale ma non tale da essere Egli annientato dalla morte, come in più passi attestano le Scritture apostoliche. Avendo il potere sulla morte, Gesù annuncia nella sua risurrezione la nostra perché, avendo le chiavi della morte e degli inferi, Egli può trattenere in essa chi vuole e strappare dal suo potere chi decide di liberare.

19 Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito».

L’Apocalisse tiene unito in un solo sguardo il passato, il presente e il futuro; essa è perciò un’incessante sintesi offerta ai credenti perché non si smarriscano ma tengano davanti ai loro occhi la visione completa della storia dal principio alla fine, dall’alfa all’omega. Mentre il Qoelet afferma che non è possibile avere questa conoscenza perché l’uomo è un frammento che al massimo può avere una pallida nozione d’eternità, qui invece si afferma che in Cristo è data a noi la visione completa di tutto l’evento.

È questi il mistero di cui il profeta parla immediatamente (v. 20). «mistero, non è tanto là “cosa arcana”, il senso recondito (Bibbia CEI) ma è un termine escatologico: è la manifestazione di ciò che si rivelerà alla fine dei tempi. Il senso di mistero qui non è sostanzialmente diverso dal senso delle lettere di Paolo dalla prigionia» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 2.5.1973).

CANTO AL VANGELO                                      Gv 20, 29

R/.       Alleluia, alleluia.

Perché mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto;

beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                      Gv 20,19-31

Dal Vangelo secondo Giovanni

19 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne (lett.: viene) Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Le porte erano chiuse e il sepolcro era sigillato, tutto era dominato dalla morte. Il timore dei giudei è simbolo di morte; quando esso domina e fa chiudere le porte è segno che Gesù non è ancora venuto e i discepoli non lo hanno ancora conosciuto. Allo stesso modo i genitori dell’uomo che era nato cieco hanno paura di riconoscere quello che è avvenuto nel figlio (cfr. 9,22).

Venne (lett.: viene) l’uso del presente è suggestivo perché colloca il racconto nel tempo presente della Chiesa.

Con il primo saluto di pace Gesù mostra il suo corpo glorioso e risorto, corpo non immateriale ma fisico sebbene non soggetto alle leggi dello spazio e del tempo, entra infatti a porte chiuse. Nel suo corpo Gesù porta i segni della sua crocifissione. Dalla pace e dalla sua presenza scaturisce la gioia.

21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Con il secondo saluto il Signore fa partecipi i suoi discepoli della sua stessa missione. Questa consiste nella presenza del Signore attraverso i suoi discepoli (cfr. Mt 25, 40: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»).

Come … così, questi termini di confronto rilevano come unica è la missione di Gesù e dei suoi; essa quindi si presenta con le stesse caratteristiche e gli stessi poteri di cui il più alto è la remissione dei peccati.

22 Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Il dono dello Spirito Santo è l’inizio della nuova creazione. Gesù lo dona alitando sui discepoli. Lo Spirito infatti è paragonato al soffio che comunica la vita (cfr. Ez 37,9). Questa si manifesta con la remissione dei peccati, nei quali si esprime il potere della morte. Le parole del Signore, che sono Spirito e vita (cfr. Gv 6,63), distruggono il potere della morte e del peccato. I discepoli ricevono dal Cristo questo dono di portare la vita donando lo Spirito mediante l’annuncio evangelico. Questo è il soffio dello Spirito che porta la vita, come misticamente è espresso nel Cantico dei Cantici: Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni, soffia nel mio giardino si effondano i suoi aromi. Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti (4,16).

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

«Abbiamo visto il Signore!». La gioia dei discepoli, suscitata dal Signore, è incontenibile ed essi affermano ciò che appare assurdo a Tommaso. Se siamo veramente nella gioia non sono certo i ragionamenti altrui che possono spegnerla. Tommaso contrappone alla loro gioia la concretezza delle prove. Per questo alcuni Padri e Scrittori (Agostino, Beda, Lirano, Tommaso) affermano che Tommaso si era allontanato dagli altri sia di fronte a quanto le donne dicevano e sia a causa della testimonianza dei discepoli per cui era assente alla venuta di Gesù.

«Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». I discepoli hanno visto le mani e il costato, Tommaso vuole non solo vedere ma anche toccare soprattutto quei fori alle mani e quella ferita al costato che danno testimonianza che è veramente il corpo di Gesù crocifisso. Tommaso vuole fondare la sua fede sul segno e non sulla testimonianza e di conseguenza sulla Parola. Vedendo il Signore, egli la fonderà sulla Parola. Tuttavia, essendo apostolo, Tommaso doveva vedere il Signore e toccarne i segni della crocifissione  per essere testimone della sua risurrezione.

L’evangelo ci presenta così due discepoli agli antipodi: quello che Gesù ama crede vedendo il sepolcro vuoto, Tommaso invece si rifiuta di credere alla testimonianza degli altri.

26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne (lett.: viene) Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!».

Il Signore lascia passare otto giorni in modo che ritorni il primo giorno dopo il sabato, perché sia il memoriale della sua risurrezione. Infatti Egli compie gli stessi gesti e dà lo stesso saluto della domenica di risurrezione. Il tempo è ricapitolato nella Pasqua e ha in essa la sua pienezza, così anche per noi il tempo è ricapitolato nell’Eucaristia dove il Signore compie gli stessi segni salvifici della sua Pasqua fino alla sua venuta.

27 Poi disse (lett.: dice) a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».

Il Signore sana l’incredulità del discepolo: invitandolo a toccare le sue ferite gli mostra che è veramente Lui nel suo vero corpo e nel rispondere alle sue parole gli si rivela come Colui che tutto conosce e al quale nulla sfugge dei suoi discepoli.«Volle mostrare ad alcuni che dubitavano le cicatrici delle ferite nella sua carne per sanare la ferita dell’incredulità» (S. Agostino, Sermo 147, De Tempore)

28 Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».

Questo è il grido di fede di ogni credente. Tommaso giunge alla fede vedendo e toccando Gesù. Vi è quindi una progressione di esperienza del Signore risorto; il discepolo che Gesù ama crede cogliendo il rapporto tra la Scrittura e il sepolcro vuoto, Maria di Magdala vede il Signore e Tommaso lo tocca nelle sue ferite perennemente aperte.

La fede è sia frutto dell’annuncio comunitario ma è anche dovuta all’incontro personale con Gesù conosciuto e accolto come proprio Signore e proprio Dio.

29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Essi crederanno accogliendo la testimonianza apostolica.

Posta alla fine del quarto vangelo l’affermazione di Gesù è come il sigillo del libro stesso. Infatti saranno beati quanti, percorrendo l’itinerario che l’evangelo secondo Giovanni fa compiere, giungeranno alla stessa fede di Tommaso che ha visto e toccato Gesù risorto.

Allo stesso modo è scritto in 1Pt 1,8-9: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime.

30 Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31 Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Tra i molti segni compiuti da Gesù (manifestazione della pienezza della grazia in Lui presente), l’evangelista ha scelto quelli narrati e li ha disposti secondo l’ordine storico e d’iniziazione perché ogni discepolo, attraverso l’Evangelo, giunga alla piena professione di fede in Gesù come il Figlio di Dio e ad avere nel suo Nome la vita eterna. L’Evangelo, letto e vissuto nella Chiesa, la comunità dei discepoli, è reale esperienza di Gesù come il Figlio di Dio, creduto e amato senza essere visto. Infatti questa è la vita eterna: chi crede nel suo nome è strappato dalla morte che lo aveva in suo potere e trasferito nella vita. Finché si è nella fede si è in una lotta vittoriosa fondata su un’esperienza sempre più forte di Gesù nei segni della sua presenza tra noi.

Note

«Tutto il testo della conclusione di questo Vangelo di Giovanni è intorno alla parola «credere». Conclusione questa del Vangelo di Giovanni.

Altre volte abbiamo considerato la figura di Tommaso. Ora mi fermo qui: tutto il fine della vita è credere, credere in Gesù, al suo essere divino e credere che in Lui abbiamo la vita per lodarlo eternamente.

In Apocalisse è questo stesso Gesù che, nell’Evangelo, appare ai discepoli mite e rassegnato davanti alla loro incredulità e mancanza di fede. Questo stesso Gesù uomo dallo sguardo fulgente, con i segni del Padre, davanti al quale l’apostolo e il profeta s’inabissano.

Fu una bella avventura questa di Giovanni. Lo ha seguito da ragazzo, lo ha seguito fino nella Passione, presente con Maria alla Croce, presente a tutte le manifestazioni di Gesù risorto. Egli ci fa vivere e vedere l’esperienza di Tommaso e poi torna a vedere Gesù in spirito nella sua Gloria in mezzo al dominio delle Chiese e da Lui riceve l’ordine di scrivere l’Apocalisse e l’Evangelo.

Egli ci dice che bisogna credere, non si può avere la vita eterna se non credendo. Ci fa vedere cos’è la fede in Tommaso che dice: «Mio Signore e mio Dio» e resta così per l’eternità.

Che cosa si chiede a noi? Che siamo buoni, dolci, altruisti ecc? Ma non ne siamo capaci! Che cosa si chiede? Una cosa sola: che riceviamo la fede, che ringraziamo, che chiediamo perdono e che chiediamo l’aumento della fede stessa e di lì viene la dolcezza, la purezza ecc. Non viene da noi, ci è donata in quella fede che è amore: «Signore mio e Dio mio».

E allora non dobbiamo prendercela ma rimanere calmi e chiedere: «Signore credo, aumenta la mia fede» in modo che possiamo dire: «Signore mio e Dio mio» ed Egli lo bruci sull’altare del profumo. Là tu bruci il mio ego perché io sono soltanto questo. Giovanni ha visto il Figlio di Dio e si è lasciato consumare come un filo d’incenso che sale a Dio.

Stiamo nella pace e non spaventiamoci. Se il Signore permettesse che facessimo del male restiamo nella fede. La vita cristiana è impossibile, diviene facile se crediamo. Non stupiamoci, siamo proprio … non posso dire quello che siamo: drammatizziamo, ci spaventiamo e continuiamo ad avere una cattiva impressione della nostra miseria e invece dobbiamo avere un’impressione buona della nostra miseria. Tutti siamo miseri e anche i santi sono miseri, solo che si sono abbandonati. Quindi continuiamo a dire«credo, credo male, con incoerenza, ma CREDO». E la mia incoerenza non toglie che anche in questa condizione pessima io dica: «Aumenta la mia fede» e dica: «Signore mio e Dio mio … non voglio altra santità che la tua» perché Lui solo è il Vero, il vero Dio, Lui solo è il Santo, Lui solo è la pazienza, l’amore ecc. mentre io sono tutto l’opposto: egoismo mancanza di purezza ecc. «IO CREDO, aumenta la mia fede e avrò la vita eterna».

(D. G. Dossetti, appunti di omelia, seconda domenica di Pasqua, Gerico, 13 aprile 1980)

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Rivolgiamo la nostra preghiera a Dio Padre, elevando al cielo mani purificate dalla grazia della Pasqua e chiediamo per tutti gli uomini la pace.

Ascolta i tuoi figli, o Padre.

Perché questa nostra assemblea, radunata in un solo luogo, sia un cuore solo e manifesti a tutti la presenza del Signore risorto, preghiamo.

Perché tutti i discepoli di Gesù ricevano nello Spirito Santo la remissione dei peccati e donino a tutti gli uomini il lieto annuncio della vita eterna, preghiamo.

Perché i neo-battezzati siano assidui all’ascolto della Parola di Dio, perseveranti nella preghiera, testimoni di Cristo nella carità fraterna, preghiamo.

Perché quanti portano in sé le ferite del Cristo crocifisso trovino conforto alla loro sofferenza nell’amore dei discepoli di Gesù per giungere alla certezza della nostra trasfigurazione in lui, preghiamo.

Chiediamo abbondante la misericordia e la consolazione di Dio per tutti i nostri fratelli e sorelle che stanno soffrendo persecuzione per il nome di Gesù: minacciati, aggrediti, esiliati, ridotti in schiavitù, umiliati ed emarginati. Il Signore assista tutti e ciascuno nella grande prova della fede e converta i cuori dei responsabili. Il sangue versato dai martiri possa dare frutti di pace e di rispetto per la vita di tutti gli uomini. Preghiamo. [1]

  1. O Padre, che nel giorno del Signore raduni il tuo popolo per celebrare colui che è il primo e l’ultimo, il vivente che ha sconfitto la morte, donaci la forza del tuo spirito, perché, spezzati i vincoli del male, ti rendiamo il libero servizio della nostra obbedienza e del nostro amore, per regnare con Cristo nella gloria.

Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen.

[1] Per i membri della Chiesa di Bologna: «Nella domenica della Divina Misericordia l’Arcivescovo Matteo Maria Zuppi chiede che in ogni Celebrazione Eucaristica che si compie in Diocesi di Bologna, si faccia accorata preghiera per i nostri fratelli di fede perseguitati in ogni parte del mondo, a cominciare dalle recenti vittime della strage di Pasqua a Lahore (Pakistan)».