VENERDI SANTO

 

PASSIONE DEL SIGNORE

  1. In questo giorno e il giorno seguente, la Chiesa, per antichissima tradizione, non celebra l’Eucaristia.

  1. L’altare è interamente spoglio: senza croce, senza candelieri e senza tovaglie.

  1. Nelle ore pomeridiane di questo giorno, e precisamente le tre – a meno che, per motivi pastorali, non si ritenga opportuno spostare l’orario a più tardi – ha luogo la celebrazione della Passione del Signore.

Celebrazione della Passione del Signore

  1. La celebrazione si svolge in tre momenti: Liturgia della Parola, Adorazione della Croce, Comunione eucaristica.

In questo giorno la santa comunione ai fedeli viene distribuita soltanto durante la celebrazione della Passione del Signore; ai malati, che non possono prendere parte a questa celebrazione, si può portare la comunione in qualunque ora del giorno.

Il sacerdote e il diacono indossano le vesti di color rosso, come per la Messa.

Didascalia: Oggi si celebra la memoria della santa, salvifica e tremenda passione del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo: gli sputi, gli schiaffi, le percosse, gli insulti, gli scherni, la tunica di porpora, la canna, la spugna, l’aceto, i chiodi, e, prima di tutto, la croce e la morte, volontariamente accettate per noi; e inoltre anche la confessione salvifica sulla croce del ladro riconoscente crocifisso con lui.

La solenne azione liturgica inizia nel silenzio, segno di raccoglimento e della nostra intensa partecipazione.

Si recano poi all’altare e, fatta la debita riverenza, si prostrano a terra o, secondo l’opportunità, s’inginocchiano. Tutti, in silenzio, pregano per breve tempo.

  1. Quindi il sacerdote con i sacri ministri si reca alla sede

Rivolto al popolo e senza l’invito preghiamo, dice, a mani giunte, una delle orazioni seguenti:

 

Ricordati, Padre della tua misericordia; santifica e proteggi sempre questa tua famiglia, per la quale Cristo, tuo Figlio, inaugurò nel suo sangue il mistero pasquale. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

 

Oppure:

O Dio, che nella passione del Cristo nostro Signore ci hai liberati dalla morte, eredità dell’antico peccato trasmessa a tutto il genere umano, rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio; e come abbiamo portato in noi, per la nostra nascita, l’immagine dell’uomo terreno, così per l’azione del tuo Spirito, fa’ che portiamo l’immagine dell’uomo celeste. Per Cristo nostro Signore.

Amen.

«Cristo ha cancellato l’ignoranza, ha diminuito le difficoltà ed il suo sangue venerato ha spento il fuoco di quella spada tagliente che impediva l’accesso al regno della vita (cfr. Gn 3,24). In lui l’oscurità dell’antica notte ha fatto posto alla vera luce: ora il popolo cristiano è invitato a godere le ricchezze del paradiso, e per tutti quanti i redenti è aperta la via del ritorno alla patria perduta. Unica condizione è che nessuno si precluda volontariamente quella strada, che pure si aprì alla fede di un ladrone!» (S. Leone Magno, disc. LXVI,3).

 

 

LITURGIA DELLA PAROLA

Tutti seggono. Un lettore introduce la Liturgia della Parola:

Breve riflessione: Contempliamo con il profeta il Signore sofferente, «trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità».

 

Prima Lettura                           Is 52, 13 – 53, 12

Egli è stato trafitto per i nostri peccati (quarto canto  del Servo del Signore).

Dal libro del profeta Isaia

 

Ecco, il mio servo avrà successo,

sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente.

Come molti si stupirono di lui

– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto

e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –,

così si meraviglieranno di lui molte nazioni;

i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,

poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato

e comprenderanno ciò che mai avevano udito.

Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?

A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?

È cresciuto come un virgulto davanti a lui

e come una radice in terra arida.

Non ha apparenza né bellezza

per attirare i nostri sguardi,

non splendore per poterci piacere.

Disprezzato e reietto dagli uomini,

uomo dei dolori che ben conosce il patire,

come uno davanti al quale ci si copre la faccia;

era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,

si è addossato i nostri dolori;

e noi lo giudicavamo castigato,

percosso da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per le nostre colpe,

schiacciato per le nostre iniquità.

Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;

per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,

ognuno di noi seguiva la sua strada;

il Signore fece ricadere su di lui

l’iniquità di noi tutti.

Maltrattato, si lasciò umiliare

e non aprì la sua bocca;

era come agnello condotto al macello,

come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,

e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;

chi si affligge per la sua posterità?

Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,

per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.

Gli si diede sepoltura con gli empi,

con il ricco fu il suo tumulo,

sebbene non avesse commesso violenza

né vi fosse inganno nella sua bocca.

Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.

Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,

vedrà una discendenza, vivrà a lungo,

si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.

Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce

e si sazierà della sua conoscenza;

il giusto mio servo giustificherà molti,

egli si addosserà le loro iniquità.

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,

dei potenti egli farà bottino,

perché ha spogliato se stesso fino alla morte

ed è stato annoverato fra gli empi,

mentre egli portava il peccato di molti

e intercedeva per i colpevoli.

 

Salmo Responsoriale

 

Dal Salmo 30 (31)

R/.       Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.

In te, Signore, mi sono rifugiato,

mai sarò deluso;

difendimi per la tua giustizia.

Alle tue mani affido il mio spirito;

tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele.                      R/.

Sono il rifiuto dei miei nemici

e persino dei miei vicini,

il terrore dei miei conoscenti;

chi mi vede per strada mi sfugge.

Sono come un morto, lontano dal cuore;

sono come un coccio da gettare.           R/.

Ma io confido in te, Signore;

dico: «Tu sei il mio Dio,

i miei giorni sono nelle tue mani».

Liberami dalla mano dei miei nemici

e dai miei persecutori.             R/.

Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto,

salvami per la tua misericordia.

Siate forti, rendete saldo il vostro cuore,

voi tutti che sperate nel Signore.          R/.

 

Seconda Lettura                      Eb 4, 14-16; 5, 7-9

Cristo imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

Breve riflessione: Ecco giunto il momento in cui il Cristo, sommo sacerdote fedele a Dio e solidale con i fratelli, offre preghiere e suppliche, con forte grida e lacrime a Colui che può liberarlo da morte.

Dalla lettera agli Ebrei

 

Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.

Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.

[Cristo, infatti,] nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

 

Canto al Vangelo 

Cf Fil 2, 8-9

R/.       Gloria e lode a te, Cristo Signore!

Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte

e a una morte di croce.

Per questo Dio lo esaltò

e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome.

R/.       Gloria e lode a te, Cristo Signore!

Breve riflessione: Con profondo silenzio e intima sofferenza ascoltiamo la Passione del Signore. Tutti partecipiamo quando interviene la turba. Al momento della morte interromperemo la lettura per genuflettere e sostare un poco.

  1. PASSIONE Di NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cedron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli.  Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli.  Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi.  Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro:

 +      Chi cercate?

  1. Gli risposero:
  2. turba : Gesù, il Nazareno.
  3. Disse loro Gesù:

+     Sono io!

  1. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra.

Domandò loro di nuovo:

+          Chi cercate?

  1. Risposero:
  1. – turba – Gesù, il Nazareno.
  1. Gesù replicò:

+        Vi ho detto che sono io.  Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano.

  1. Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro:

+        Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?

  1. Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli era, infatti, suocero di Càifa, che era sommo sacerdote in quell’anno. Càifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È meglio che un uomo solo muoia per il popolo.»

Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote; Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta.  Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro.  E la giovane portinaia disse a Pietro:

  1. Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?

 

  1. Egli rispose:

  1. Non lo sono.

  1. Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina.  Gesù gli rispose:

+ Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagòga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto.  Perché interroghi me?  Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto.

  1. A queste parole, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù dicendo:

  1. Così rispondi al sommo sacerdote?

  1. Gli rispose Gesù:

+ Se ho parlato male, dimòstrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?

  1. Allora Anna lo mandò legato a Càifa, sommo sacerdote.

Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi.  Gli dissero:

  1. turba – Non sei anche tu dei suoi discepoli?

  1. Egli lo negò e disse:

  1. Non lo sono.

  1. Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse:

  1. Non ti ho forse visto con lui nel giardino?

  1. Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

Allora condussero Gesù dalla casa di Càifa nel pretorio.  Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò:

  1. Che accusa portate contro questo uomo?

  1. Gli risposero:

  1. turba – Se non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato.

  1. Allora Pilato disse loro:

  1. Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!

  1. Gli risposero i Giudei:

  1. turba – A noi non è consentito mettere a morte nessuno.

  1. Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire.

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse:

  1. Tu sei il re dei Giudei?

  1. Gesù rispose:

+        Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?

  1. Pilato rispose:

  1. Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?

  1. Rispose Gesù:

+        Il mio regno non è di questo mondo; se Il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù.

  1. Allora Pilato gli disse:

  1. Dunque tu sei re?

  1. Rispose Gesù:

+        Tu lo dici; lo sono re. Per questo lo sono nato e per questo sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce.

  1. Gli dice Pilato:
  2. Che cos’è la verità?…
  3. E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro:

  1. Io non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l’usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?

  1. Allora essi gridarono di nuovo:

  1. turba – Non costui, ma Barabba!

  1. Barabba era un brigante.

Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano:

  1. turba – Salve., re dei Giudei!

  1. E gli davano schiaffi. Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro:

  1. Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa.

  1. Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora.

E Pilato disse loro:

  1. Ecco l’uomo!

  1. Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono:

  1. turba – Crocifiggilo, crocifiggilo!

  1. Disse loro Pilato:

  1. Prendetelo voi e crocifiggètelo; io non trovo in lui nessuna colpa.

  1. Gli risposero i Giudei:

  1. turba – Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio.

  1. All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù:

  1. Di dove sei?

  1. Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato:

  1. Non mi parli?… Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?

 

  1. Rispose Gesù:

+        Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande.

  1. Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono:

  1. turba – Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa. re si mette contro Cesare.

  1. Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbata. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei:

  1. Ecco il vostro re!

  1. Ma quelli gridarono:

  1. turba – Via, via, crocifiggilo!

  1. Disse loro Pilato:

  1. Metterò in croce il vostro re?

  1. Risposero i sommi sacerdoti:

  1. turba – Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare!

  1. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Crànio, detto in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù nel mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei ». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato:

  1. turba – Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei.

  1. Rispose Pilato:

  1. Ciò che ho scritto., ho scritto.

  1. I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tùnica. Ora quella tùnica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro:

  1. turba – Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca.

  1. Così si adempiva la Scrittura: «Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte». E i soldati fecero proprio così.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.  Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre:

+        Donna, ecco il tuo figlio!

  1. Poi disse al discepolo:

+        Ecco la tua madre!

  1. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Dopo questo, Gesù sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura:

+          Ho sete.

  1. Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse:

+          Tutto è compiuto!

  1. E, chinato il capo, spirò.

Qui si genuflette e si fa una breve pausa.

Tu sei degno, o Signore, di prendere il Libro e di aprirne i sigilli,

perché sei stato immolato

e ci hai riscattato per Dio con il tuo Sangue! (Ap. 5)

  1. Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzàrono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne usci, sangue e acqua.

Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.  Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Dopo questi fatti, Giuseppe d’Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù.  Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodemo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvòlsero in bende insieme con oli aromatici, come usanza seppellire per i Giudei.  Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Parascève dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino.

Parola del Signore.

Tutti acclàmano:

Lode a te, o Cristo!

Dopo la lettura della Passione, si tiene una breve omelia.

Meditazione sulla crocifissione, morte e sepoltura del Signore

Lo crocifissero e con lui altri due

17b Essi presero Gesù

            I suoi, che in precedenza non lo avevano accolto (cfr. 1,11), lo accolgono ora nel momento in cui Egli sta per essere crocifisso.

Paradossalmente i giudei lo accolgono nel momento del manifestarsi della sua regalità messianica e benché lo vogliano rifiutare, in realtà essi lo ricevono. Gesù sta per sempre, come Innalzato, in mezzo al suo popolo.

Questa è la speranza ed è pure il dramma d’Israele. Ogni altra regalità da loro cercata e desiderata s’infrange contro la croce di Gesù. Nessuna regalità, al di fuori della sua, può dare pienezza a Israele.

Se questo è dramma è pure speranza perché i figli d’Israele sono destinati a incontrare Gesù, a riconoscerlo benedicendolo: Egli infatti sta per sempre come re in mezzo al suo popolo.

17 ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota,

            Dopo che i giudei lo hanno ricevuto da Pilato, Gesù porta da solo la croce ed esce verso il Luogo del Cranio, che si dice in ebraico Golgota.

Giovanni lo mostra a noi come il Re del suo popolo che esce portando lo strumento della sua glorificazione e si dirige verso il Golgota.

Portando per sé la croce. La prende per sé perché in essa si manifesta la sua divinità: Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che IO SONO (8,28).

Giovanni non ode nulla, non vede la debolezza di Gesù perché il discepolo contempla il Maestro nella verità del mistero.

È Gesù che ha preso da solo la croce, è Lui che è uscito di sua iniziativa verso il Luogo del Cranio perché Egli ha il potere di dare la sua vita e il potere di riprenderla di nuovo (cfr. 10,18).

Egli non ha notato nulla in Gesù che fosse da Lui subito; tutto Egli compie come il Signore, il Re dei giudei.

Tutto l’agire degli uomini s’infrange contro la sua volontà; accade solo quello che Gesù accetta e che poi è scritto come espressione della volontà del Padre.

Benché, secondo i sinottici Gesù sia stato aiutato da Simone di Cirene, Giovanni ci presenta Gesù che porta da solo la croce.

Gesù aderisce alla croce con tutto se stesso e d’ora in poi non l’abbandona più; essa s’imprime per sempre nella sua carne. Lo sguardo di Gesù, la sua tensione di Figlio, la sua obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, il suo amore per noi, la sua regalità sul suo popolo, tutto si concentra in questo gesto: Egli porta la croce da solo.

La porta per sé e su di sé, come Isacco. È Lui che prende l’iniziativa, con slancio (tradizione ebraica: Isacco prende con slancio la legna, costruisce con il padre l’altare, prepara il trono della gloria)[1]. Così Gesù porta la croce come trono della sua gloria e talamo di prime nozze.

  1. Tommaso commenta: «Cristo porta la croce come un re porta lo scettro, ossia quale segno della sua gloria che è il dominio universale su tutte le cose. Vedi Sal 95,9: «Il Signore regnerà dal legno»’; Is 9,6: «Il principato è stato posto sulle sue spalle, e sarà chiamato ammirabile, consigliere, Dio forte, padre del secolo venturo, principe della pace». Egli porta la croce come il vincitore porta il trofeo della vittoria. Vedi Col 2,15: «Spogliati i principati e le potestà li trascinò dietro il suo corteo trionfale». Inoltre egli porta la croce come il maestro porta il candelabro sul quale sarà issata la lucerna della sua dottrina, poiché la parola della croce per i credenti è potenza di Dio. Vedi Lc 11,33: «Nessuno accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma la pone sul candelabro, perché chi entra veda la luce» (2414).

Portando la croce, Gesù uscì verso il Luogo del Cranio, che in ebraico si dice Golgota.

L’evangelista precisa il luogo della crocifissione perché la storia fa un tutt’uno con la teologia.

La sua contemplazione del mistero non trascura il dato storico. Gesù fu veramente crocifisso in quel luogo, che allora era chiamato Golgota.

Uscì, dalla città. Liberamente esce (cfr. Gv 16,18: è il ritorno al Padre, che passa attraverso la morte. Gesù è entrato nel mondo e ora esce dal mondo e torna al Padre passando attraverso la morte).

Vedi Eb 13,11-14: Gesù esce portando fuori della città perché è il vero olocausto. Anche noi dobbiamo uscire dal mondo seguendo Cristo fino alla sua morte ignominiosa.

18 dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo.

            Dove lo crocifissero. La frase è lapidaria. In quel luogo i giudei innalzarono il Figlio dell’uomo; là essi intronizzarono il loro Re; ma non sapevano quello che facevano (cfr. Lc 23,34). Questa concisa parola non si appella alla nostra immaginazione ma alla nostra fede, che contempla il Signore innalzato sulla croce.

L’evangelista con tre parole scolpisce l’evento più che mille parole atte a evocare sentimenti di compassione o indulgere in descrizioni sulle sofferenze di Gesù.

Volutamente in queste supreme azioni non vi è soggetto perché tutti abbiamo preso Gesù e lo abbiamo crocifisso.

La sobrietà della Parola esige la sobrietà del sentire. Siamo davanti a Lui crocifisso afferrati nel nostro io e nel nostro esistere.

Egli non cerca il nostro pianto, la nostra compassione, ma noi stessi nel silenzio del non sentire, nell’incapacità del comprendere.

Egli vuole che ripetiamo queste parole: dove lo crocifissero perché rifiorisca in noi lo stupore, l’assurdo dell’essere peccatori, il pianto del pentimento e la gioiosa gratitudine della redenzione.

Giovanni quindi toglie tutto quello che potrebbe dare origine a un sentire che prescinda dalla fede.

Solo credendo a queste tre parole ne possiamo cogliere tutta la portata per tutti gli uomini e per ciascuno di noi.

Appaiono ora altri due, di qua e di là e Gesù nel mezzo.

Essi sono testimoni che Gesù è stato davvero crocifisso come loro. Perché non si vanifichi il Signore crocifisso, l’evangelista ce lo mostra davvero crocifisso assieme ad altri due, che erano ai suoi lati mentre Gesù era nel mezzo.

Non vi sono parole che diano adito a interpretazioni che cerchino di annullare la croce di Gesù.

Gesù nel mezzo perché è il Maestro e il Signore (cfr. 20,19.26)[2].

  1. Tommaso commenta: «Si noti però che Cristo sta nel mezzo anche nella Passione. E questo, secondo l’intenzione dei giudei fu fatto per sua ignominia, in modo che la causa della sua morte fosse giudicata alla pari con quella dei briganti. Vedi Is 53, 12: «Egli è stato annoverato tra gli empi».

Ma se si fa attenzione al mistero, ciò rientra nella glorificazione del Cristo: perché ciò dimostra che mediante la Passione Cristo ha meritato il suo potere giudiziario. Vedi Gb 36,17: «La tua causa è stata giudicata come quella d’un empio, ma riceverai la causa e la sentenza». È proprio del giudice tenere il giusto mezzo (…). Ecco dunque perché fu posto nel mezzo, l’uno a destra e l’altro a sinistra, perché nel giudizio finale egli metterà le pecore a destra e i capri a sinistra. Infatti il ladrone di destra credette e fu liberato; mentre l’altro, di sinistra, il quale insultava, fu condannato» (2417).

Gesù viene elevato da terra sulla croce:

            – perché torna al Padre,

            – è il vessillo elevato sopra i popoli (cfr. Is 11,10).

            – attua le profezie: è il serpente di bronzo (cfr. 3,14-15).

Quindi Gesù è rivelato e glorificato, riunisce tutti i figli di Dio dispersi (cfr. 12,52) e dona la vita.

19 Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei».

            Sul capo di Gesù, sulla croce, vi è il titolo, scritto dallo stesso Pilato.

Pilato si riserva l’iniziativa di fare quest’ultima dichiarazione su Gesù. Anche se fatto mediante altri, è Pilato stesso che scrive, è lui che dichiara chi è il condannato: è Gesù il Nazoreo, il Re dei giudei.

Il titolo non suona quindi come condanna ma come rivelazione. Come Egli è da tutti conosciuto come Gesù il Nazoreo (cfr. 18,5.7) così ora Egli è fatto conoscere a tutti come il Re dei giudei.

Egli quindi non è sulla croce come un condannato ma perché è il Re dei Giudei. Gesù non è sulla croce perché i capi del suo popolo non lo hanno voluto riconoscere ma perché questo è il modo come Egli regna.

I capi non sopportano la messianità di Gesù perché non vogliono credere alle divine Scritture. Come Gesù rivela, la sua regalità porta tutti davanti allo scandalo: Beato chi non si sarà scandalizzato di me (Lc 7,23). Proprio nel suo essere sulla croce Egli è il Re dei giudei.

Tutti devono imbattersi di fronte a questa solenne dichiarazione scritta fatta dal magistrato romano.

La sentenza non solo è assolutoria (Gesù è innocente) ma è dichiaratoria: Gesù il Nazoreo è il Re dei giudei.

Colui che i capi avevano disprezzato non pensando che fosse nato a Betlemme e che lo dichiaravano proveniente dalla Galilea (cfr. 7,40-43) e precisamente da un paese di poco conto, quale Nazareth (cfr. 1,46), costui è il loro Re, il Messia.

Essi non sopportano lo scandalo della croce, il Messia non può finire così. Quella scritta che domina sulla croce, posta al centro, crea in loro un enorme disagio. Essi sanno benissimo che «il titolo è qualcosa che fa testo, è la definizione ufficiale, giuridicamente valida, va agli atti: è quindi per sua natura irreformabile, è ciò che resta, è il fatto. Tutto il resto è discussione, questo è il fatto» (U. Neri, Il Mistero Pasquale …, p. 40).

  1. Tommaso dà una lettura spirituale del nome:«In secondo luogo viene indicato il testo di quella scrittura: «Vi era scritto: Gesù il Nazareno re dei giudei». Tre parole che sono ben appropriate al mistero della croce. Infatti il nome di Gesù, che significa salvatore, è appropriato alla virtú della croce, con la quale è stata compiuta la nostra salvezza (Mt 1,21: «Lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai loro peccati»). L’aggettivo Nazareno, che significa fiorente, ben si addice all’innocenza della vittima (Ct 2,1: «Io sono un fiore del campo, un giglio delle valli»; Is 11,1: «Un fiore spunterà dalla sua radice, ecc.»). L’espressione poi «re dei giudei» si addice alla potenza del condannato, e al dominio che egli ha meritato con la sua Passione (vedi Fil 2,9: «Per questo Dio lo ha esaltato…»; Gr 23, 5: «Il Signore… regnerà da vero re, e sarà saggio»; Is 9, 7: «Egli siederà sul trono di David e sul suo regno … »)» (2420).

20 Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco.

            L’evangelista motiva il fatto che molti fra i giudei lessero questo titolo perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città.

La città è Gerusalemme, la città del grande re (Mt 5,35) e Gesù fu crocifisso sul Golgota, luogo vicino a Gerusalemme.

Accanto alla città regale è innalzato il suo Re Messia, proclamato tale dal titolo posto sulla croce e letto da molti.

La notizia che Gesù sia il Re dei giudei è di dominio pubblico ed è leggibile non solo dai giudei ma anche dalle genti perché il titolo è scritto in ebraico, latino, greco.

La sua conoscenza è destinata a espandersi in tutto il mondo (cfr. 12,19: tutto il mondo gli è andato dietro). In questo modo si realizza la parola: Uscite figlie di Sion, guardate il re Salomone con la corona che gli pose sua madre, nel giorno delle sue nozze, nel giorno della gioia del suo cuore (Cant 3,11).

Gerusalemme ha incoronato il suo Re e il titolo lo proclama tale a Israele e alle Genti.

Questa è la solenne e definitiva manifestazione, quella da Gesù stesso annunciata: Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo allora saprete che IO SONO (8,28).

Molti giudei sanno chi è Gesù, lo sa pure Pilato e tra poco lo sapranno pure le Genti perché il chicco di grano sta morendo per portare molto frutto (cfr. 12,24).

L’Evangelo rileva che i molti giudei non tanto vedono Gesù, quanto leggono il titolo. Leggendo si viene a conoscere chi è Gesù. Questi è conoscibile nell’annuncio pubblicamente dato e scritto.

21 I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”».

            Di fronte a questa manifestazione i sommi sacerdoti dei giudei vogliono correre ai ripari. Essi non sopportano questa proclamazione oggettiva e assoluta e premono su Pilato perché renda soggettivo il titolo: è Gesù che ha detto: Re sono dei giudei.

Davanti a Pilato, Gesù ha proclamato di essere Re definendo esattamente la sua regalità. E ora sulla croce questa regalità si manifesta.

I sommi sacerdoti non vogliono che essa appaia nella sua evidenza, ma vogliono che appaia come un reato: Gesù si è proclamato Re dei giudei presumendo un titolo che non gli appartiene.

Ai sommi sacerdoti una simile correzione appare opportuna anche per il governatore perché trasforma il titolo non in una proclamazione ma in un motivo di condanna.

  1. Umberto così commenta. «21b Ma che egli ha detto. Come sopra (al v. 7: Egli si è fatto Figlio di Dio), i capi cercano di qualificare come usurpazione ciò che invece è l’eredita del Padre, ciò che è nella piena legittimità del Cristo, ciò che è nella sua natura profonda e reale. È Figlio di Dio, e loro dicono: «Si è fatto Figlio di Dio». È re d’Israele, e loro dicono: «Egli ha detto: Io sono il re d’Israele». All’incontro di questi due aspetti del mistero di Cristo sta la proclamazione del Salmo 2, nella versione greca (ancor più eloquente del testo ebraico):

Io [è il Messia che parla] sono stato costituito re da lui [il Signore] sul Sion, il suo monte santo, annunciando il proclama del Signore. Il Signore mi ha detto: “Tu sei mio figlio”» (Sal 2, 6 LXX).

Questo salmo racchiude tutte e due le risposte alle accuse: «Egli ha detto: lo sono Figlio di Dio»; e il salmo dice: «Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio». Ancora: «Egli ha detto: lo sono il re d’Israele»; e qui, dice il salmo: «Io sono stato costituito da lui re sul Sion, suo monte santo». È un testo decisivo perché costituisce la risposta data da Dio stesso, data dai profeti in anticipo, all’accusa di usurpazione dei due titoli fatta dai Giudei al Cristo» (o.c., p. 122).

22 Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».

            Ma il rifiuto di Pilato è deciso. Egli stronca ogni loro argomento dicendo: Quello che ho scritto, ho scritto.

Egli dichiara solennemente che non è un errore giudiziario. Egli ha voluto veramente scrivere così manifestando l’innocenza di Gesù e nel contempo la sua regalità.

Le parole del governatore sigillano il titolo. Non vi è nessuna ironia, non vi è nessun disprezzo; chi sta morendo innalzato sulla croce è davvero il Re dei giudei non uno che ha preteso di esserlo.

Tutto il processo e la stessa morte di croce non hanno nulla di ignominioso, tutto proclama la sua regalità.

 

 

Si sono divisi tra loro le mie vesti

23 I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.

            L’evangelista ci presenta ora la scena della spartizione delle vesti da parte dei soldati. Era questo un loro diritto.

Come la pelle degli animali sacrificati era di proprietà del sacerdote (cfr Lv 7,8), che compiva il sacrificio, così ora le vesti di Gesù diventano proprietà dei soldati che lo hanno crocifisso.

Le vesti vengono divise in quattro parti, una per ciascun soldato.

Il drappello dei quattro soldati, che hanno crocifisso Gesù, non vive il dramma della croce di Gesù. Dopo la fatica di aver crocifisso Gesù come ricompensa ne prende i vestiti.

Essi osservano come la tunica sia tessuta tutta d’un pezzo e senza cuciture. La tunica era l’abito di sotto, che aderiva alla pelle. Il valore della tunica stava proprio nel fatto di essere tutta d’un pezzo per cui i soldati pensano che non valga la pena dividerla.

24 Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così.

            Essi quindi ricorrono alla sorte.

Questa loro decisione adempie in modo perfetto quanto è scritto in Sal 22,19. La Scrittura si evidenzia in Gesù perché in Lui si adempie con esattezza letterale.

Giovanni vede confluire in Gesù le divine Scritture per dare a Lui testimonianza. Esse si rapportano a Gesù come a colui che ne è il significato. Tutto avviene secondo quello che è scritto, anche nelle minime cose (cfr. Mt 5,18; Lc 24,44).

Oltre che perfetto adempimento delle divine Scritture, la spartizione delle vesti è stata oggetto di riflessione nella ricerca del senso simbolico.

Da parte nostra proponiamo la seguente interpretazione:

Le vesti vengono divise in quattro parti.

            Simbolo della distribuzione dei doni (linguaggio tipico dei carismi: divisione, parte, ciascuno).

            Le quattro parti: le quattro parti del mondo che confluiscono al Cristo innalzato (il tempio alto sopra i monti: cfr. Is 2). Divisione e unità (l’unica tunica): unico è lo Spirito, unico è il Signore.

            Caratteristiche della tunica = caratteristiche del Cristo. cfr. Sal 139,13-15: il corpo è tessuto dall’alto: il Cristo viene dall’alto ed è in alto ed è tessuto tutto d’un pezzo (cfr. Gv 3,31; 8,23).

            Se questa tunica è paragonabile al corpo, resta pur vero che essa ha le caratteristiche della tunica del sommo sacerdote (cfr. Mc 14,63; Es 28,4-6: intessuta). Da qui si deduce il carattere sacerdotale del corpo di Cristo (cfr. Eb 10,5-10): nel donare la tunica, Egli dona il suo stesso sacrificio, unico e indivisibile e il suo unico sacerdozio che perpetua questo sacrificio.

 

Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!

25 Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.

 

            Dopo che i soldati si sono ritirati in disparte per dividersi le sue vesti, ora stanno presso la croce di Gesù quattro donne.

Ai quattro soldati, che hanno crocifisso Gesù innalzandolo sul legno, corrispondono ora quattro donne, elencate due a due: la madre sua e la sorella della madre sua, Maria di Clopà e Maria la Maddalena.

La regina madre, scortata da queste donne, sta ora accanto al Figlio, il Re dei giudei.

L’asprezza della crocifissione viene ora addolcita da questa presenza femminile.

È difficile identificare la sorella della madre di Gesù e Maria, moglie di Clopà.

Come a Cana di Galilea così ora è menzionata la Madre di Gesù.

Presente al primo dei segni, ora ella è presente al momento della glorificazione del Figlio suo.

Le donne stanno presso la croce di Gesù.

Esse sono ferme e immobili senza arrossire di Gesù che muore tra malfattori.

La loro presenza si contrappone a quella di Eva. La Madre di Gesù, la nuova Eva, è con le altre donne accanto all’albero della vita.

Giovanni non ode la voce degli avversari a noi registrata dai sinottici e neppure le grida dei due appesi con Gesù, egli contempla questa scena delle quattro donne presso la croce di Gesù. Esse sono testimoni privilegiate della sua crocifissione e della sua morte.

  1. Agostino rileva l’importanza della presenza della madre con le seguenti parole: «Questa era quell’ora della quale Gesù, quando si preparava a mutare l’acqua in vino, aveva parlato alla madre, dicendo: “Che c’è tra me e te, o donna? La mia ora non è ancora venuta”. Egli aveva predetto quest’ora, che non era ancora giunta, e nella quale, nell’imminenza della morte, avrebbe dovuto riconoscere colei dal cui seno aveva ricevuto questa vita mortale. Allora, quando si preparava a compiere un’opera divina, sembrava respingere, come una sconosciuta, la madre non della sua divinità ma della sua debolezza umana; al contrario, ora che sta sopportando sofferenze proprie della natura umana, raccomanda con affetto umano colei nel cui seno si è fatto uomo. Allora, colui che aveva creato Maria, si faceva conoscere con la sua potenza; ora colui che Maria aveva partorito, era inchiodato alla croce» (CXIX,1)

Anche d. Umberto Neri accosta i due momenti, quello di Cana e quello della Croce e dice: «Oltre ai testimoni, Giovanni torna subito a quello che gli preme di più: c’è Maria, la madre di Gesù. Era là, presso la croce, come si trovava all’inizio del ministero di Gesù, quando Gesù fece il primo dei suoi segni: è presente al compimento del primo dei segni alle nozze di Cana, doveva perciò essere presente al compimento anche dell’ultimo. È presente nel momento in cui Gesù dice «Non è ancora venuta la mia ora»; deve essere presente nel momento in cui Gesù dice: «Tutto è compiuto». La sua ora è venuta. Perché proprio in questa sua presenza, a questo punto, si rivelasse il senso di ciò che allora era stato semplicemente significato e promesso in profezia. Dunque la madre è là».

 

26 Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!».

            Gesù vede solo quelli che ama.

Egli quindi vede la madre. Ora l’evangelo non dice più la madre sua; usa invece il termine assoluto la madre. Nel momento in cui ella sta per essere consegnata al discepolo, che Gesù ama, diviene la madre.

Gesù la vede e accanto egli vede il discepolo che ama. Gesù in questo momento crea un nuovo rapporto tra la madre e il discepolo. È un rapporto che scaturisce dal suo. Proprio perché è la madre sua ed è il discepolo da lui amato, Gesù crea il rapporto tra la madre e il discepolo. È quindi un rapporto scritto dentro il suo.

Egli consegna alla donna il suo discepolo come sia se stesso. Gesù s’identifica nel discepolo che ama; questi forma un tutt’uno con il suo Maestro e quindi lo consegna come fosse se stesso alla madre e in rapporto a lei lo qualifica come figlio.

In questo momento la donna, che ha generato il Figlio, sente che la sua maternità si estende a tutti coloro che Gesù ama e che egli accoglie pertanto alla sua scuola.

Per la madre ogni discepolo amato da Gesù diviene suo figlio; ella quindi lo ama come ama Gesù. Come unica è la sorte del Maestro con i suoi discepoli, così unico è l’amore della Madre per il Figlio suo e per tutti coloro che Gesù chiama fratelli.

Il rapporto infatti è così intimo da giungere all’identificazione.

«Non dice: «donna, ecco un tuo figlio», ma “iltuo figlio. Le due cose sono evidentemente molto diverse. Cioè l’accento non è posto sulla maternità di Maria, ma è posto sulla identificazione del discepolo amato (cioè del discepolo) con il Cristo stesso.

Ecco il tuo figlio: di Giovanni, un discepolo che ama, Gesù fa se stesso. Il tuo figliò è l’unigenito, il Cristo Gesù! È una identificazione ed una compresenza: è una reciproca inabitazione, è una assimilazione, perfetta del Cristo con i suoi discepoli che qui si realizza in modo tipico, a nome di tutti coloro che lo guarderanno trafitto stando presso la croce, che crederanno nel suo amore. È una compresenza, un’assimilazione perfetta di cui Gesù più volte ha parlato nel Vangelo e che costituisce uno dei temi dominanti della seconda parte del Vangelo di Giovanni. Particolarmente due sono i riferimenti che vi propongo: Jo. 15,5; 17,23» (U. Neri Il Mistero Pasquale … p. 53).

27 Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

            Gesù consegna la madre al discepolo che ama. A questi Gesù non dà nessun titolo. Egli dice al discepolo: Ecco la madre tua.

Ogni discepolo di Gesù riceve in dono la madre. Gesù non solo dà se stesso al discepolo ma dona anche la madre.

Più il discepolo accoglie l’amore di Gesù in sé più accoglie la madre. Segno dell’amore oblativo del Cristo è accogliere la madre ed essere da lei accolti.

L’evangelista commenta che da quell’ora il discepolo la prese nella sua casa.

Nell’ora di Gesù, l’ora della sua glorificazione, il discepolo, cioè ogni discepolo accoglie la madre presso di sé. Egli l’accoglie come il bene più prezioso consegnatogli da Gesù. Perciò il discepolo, che ha ricevuto una simile consegna, venera la madre e l’accoglie presso di sé e gioisce perché sa di essere amato da lei come figlio.

28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete».

            Dopo questo, dopo aver consegnato il discepolo alla madre e questa al discepolo, Gesù sa, è consapevole che tutto è ormai compiuto.

Il dono della madre e la sua identificazione con il discepolo sono l’ultimo atto che dà compimento al tutto.

Si direbbe che nella relazione da Lui creata e in Lui esistente della madre con il discepolo, che diviene Lui stesso, stia il senso del suo innalzamento sulla croce e della sua glorificazione.

La comunità dei discepoli forma un tutt’uno con Lui e quest’unità si qualifica relazionandosi alla madre.

Tutto anche in noi giunge a compimento mediante questo rapporto d’identificazione con Lui e di reciprocità con la madre.

in questo modo l’amore verso i discepoli è giunto al termine (13,1).

il termine è appunto il nostro essere in Lui figli di Dio (1,12s) ed Egli ci fa essere tali in forza del suo amore per noi, che giunge qui al suo compimento.

L’evangelo dice: perché fosse adempiuta la Scrittura dice: Ho sete.

Tutto è compiuto ma nella Scrittura vi è ancora una parola, che deve essere adempiuta: Ho sete.

Il Signore è attentissimo nell’adempiere in modo perfetto quello che è scritto; nulla Egli vuole trascurare fin nei minimi particolari, come Egli stesso ha insegnato, che neppure un apice o uno iota cadranno dalla Scrittura senza che tutto sia adempiuto (cfr. Mt 5,18).

Egli in questo momento si riferisce al Sal 69,22: per dissetarmi mi hanno abbeverato di aceto. Come nel salmo non vi è soggetto così nel testo evangelico non si dice chi lo abbeveri: tutto deve adempiersi in modo rigorosamente letterale, senza glossa.

Agostino commenta: «Quale uomo è in grado di disporre le proprie azioni, come dimostrò quest’uomo di saper disporre tutte le circostanze della sua passione? Ma questi è il mediatore tra Dio e gli uomini (Cfr. 1Tim 2,5). È colui di cui era stato predetto: Egli è uomo, ma chi lo riconoscerà?, perché gli uomini per i quali queste cose accadevano non riconoscevano l’uomo‑Dio (Cfr. 2Cor 6,10). Colui che. appariva come uomo, nascondeva la sua divinità: come tale sopportava le sofferenze della passione, e la divinità che in lui stava nascosta disponeva tutto ciò» (CXIX,4).

29 Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna (lett.: issopo) e gliela accostarono alla bocca.

            Il fatto che l’evangelista rilevi che c’era un vaso pieno d’aceto significa che esso è stato preparato per questo perché Gesù potesse portare a compimento le sante Scritture.

Tutto è a servizio suo.

Viene descritto in modo minuzioso come Gesù è stato abbeverato dall’aceto. Essi riempiono una spugna di aceto e ne avvolgono l’issopo e infine porgono la spugna alla sua bocca.

C’è da chiedersi perché mai Giovanni sia così descrittivo in questa azione e perché mai abbia così rilievo l’issopo, che altrove la Scrittura cita per l’aspersione del sangue dell’alleanza (cfr. Es 12,22; Eb 9,19).

Anzitutto l’evangelista ancora una volta vuole mostrare l’esatto adempimento delle Scritture addirittura con mezzi inadatti quali l’issopo, come osservano gli esegeti.

Ma l’uso dell’issopo è un forte richiamo alla pasqua. Esso è presente accanto a Gesù come simbolo del suo sangue, che è quello dell’Agnello di Dio, che è versato per la redenzione nostra.

Sembra quasi che senza l’issopo la morte di Gesù non avrebbe avuto un carattere pasquale. Esso infatti, nel suo valore simbolico, serve a collegare la sua morte con la pasqua egiziana e quindi a mostrare in se stesso il compimento della redenzione iniziata in Egitto con la liberazione del popolo.

La croce non era alta, quindi è stato sufficiente avvolgere la spugna nell’issopo e porgerla alla sua bocca.

Agostino dà questa lettura allegorica: «L’issopo su cui collocarono la spugna imbevuta di aceto, è una umile pianta dotata di virtú purgative: rappresenta giustamente l’umiltà di Gesù Cristo, che i giudei circondavano e che credevano di aver chiuso in trappola per sempre. Ecco perché leggiamo nel salmo: «Bagnami con l’issopo e sarò mondo » (Sal 50,9). Noi siamo purificati nella umiltà di Cristo: se infatti egli non si fosse umiliato, se non si fosse fatto obbediente sino alla morte di croce, il suo sangue non sarebbe stato versato per la remissione dei nostri peccati, cioè per la nostra purificazione» (CXIX,4).

30 Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

            Dunque dopo che ebbe preso l’aceto, la sua obbedienza è il compimento delle divine Scritture.

Nulla in Lui avviene per caso e nulla Gesù conosce dopo, ma tutto Egli conosce in modo anticipato perché nella sua obbedienza si esprima la sua signoria, il suo potere di porre la sua anima e il suo potere di riprenderla di nuovo (cfr. 10,18).

Egli muore non subendo la morte ma come libero tra i morti (Sal 88,6).

Per questo Gesù dice: «È finito». È Lui a mettere la parola fine. Ora l’amore per i suoi è giunto alla sua pienezza, ora le divine Scritture si sono pienamente realizzate, ora l’opera del Padre è stata pienamente compiuta (cfr. 4,34) per cui Gesù dichiara di morire.

Ed Egli muore chinato il capo. Egli si abbandona alla morte e il suo corpo diviene inanimato; ma nell’atto in cui Egli china il capo consegna lo Spirito. Egli spira lo Spirito; la sua morte segna il passaggio alla vita. Essa quindi non è morte frutto della condanna del peccato, ma è morte che vince la morte divenendo il momento in cui lo Spirito torna a vibrare sull’umanità per comunicarle la nuova vita.

È la morte dell’Agnello di Dio e quindi segna l’inizio della nostra redenzione; non più l’angelo della morte visita gli uomini ma lo Spirito di Dio, ultimo soffio del Signore che muore.

Lo Spirito è consegnato all’uomo dal Figlio dell’uomo e diviene il suo stesso respiro, quel respiro che è il suo stesso pensiero, che non s’inoltra più nei sentieri di morte ma s’incammina in Gesù nei sentieri della vita guidato dallo Spirito verso tutta la verità (cfr. 16,13).

Dall’intimo dell’uomo, dal suo cuore, inabitato dallo Spirito, ha inizio la nuova creazione. Da Gesù glorificato nei suoi discepoli lo Spirito si effonde in tutta la creazione mediante l’evangelo predicato a ogni creatura (cfr. Mc 16,15).

Egli muore, come chicco di grano per dare molto frutto e il molto frutto siamo noi, che abbiamo creduto in Lui.

Qui si genuflette e di fa una breve pausa.

 

E subito ne uscì sangue e acqua

31 Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via.

            Ora i giudei hanno una preoccupazione, quella che durante il Sabato solenne della Pasqua non ci siano corpi appesi sulla croce.

Sappiamo che il giorno in cui fu crocifisso Gesù era la parasceve della pasqua (v. 14), ora siamo informati che era pure la parasceve del sabato, per cui era grande il giorno di quel sabato.

La preoccupazione dei giudei deriva dalla norma stabilita in Dt 21,23 che, stando a Giuseppe Flavio, era stata estesa anche ai crocifissi, i cui corpi venivano staccati prima del tramonto[3].

Il testo dice: Il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità.

L’apostolo Paolo in Gal 3,13 applica questo testo a Gesù crocifisso sul quale si è addensata tutta la maledizione della Legge per essere tramutata in benedizione: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno».

La lettura dell’apostolo Paolo illumina quella dell’evangelista che pensa a Gesù come all’Agnello di Dio, l’agnello pasquale, che toglie il peccato del mondo (1,29).

I giudei sono preoccupati dell’osservanza legale e la loro preoccupazione come l’accondiscendere di Pilato rivela che tutto avviene perché si deve adempiere la Scrittura.

Essi quindi chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero tolti dalla croce.

I giudei dicono a Pilato quello che egli sapeva bene. Essi vogliono accelerare la morte dei crocifissi con un altro terribile tormento, la rottura delle ossa delle gambe.

Inoltre essi vogliono togliere quello spettacolo (cfr. Lc 23,48) che in realtà non può più essere tolto: Gesù è per sempre il crocifisso, l’innalzato.

La sua morte in croce non è un episodio che la storia cancellerà ma è evento centrale di essa verso il quale tutto converge, come annuncia la profezia poco dopo citata.

Essi hanno fretta di cancellare questa scena perché tutto scompaia nelle viscere della terra; essi vogliono che tutto sia ingoiato dagli inferi e poter celebrare finalmente la pasqua senza più la presenza di Gesù.

32 Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui.

            I soldati eseguiscono l’ordine con i due crocifissi con Gesù. Questi sono ancora vivi e devono anch’essi morire prima che inizi la festa di pasqua. Essi muoiono così tra indicibili dolori.

Non importa la loro sofferenza; la pasqua sta per sopraggiungere ed essi non possono più essere sulla croce quindi bisogna accelerare la loro morte.

Per loro la pasqua non è redenzione ma condanna. Essendo essi sotto la maledizione della legge, nessuno ha compassione di loro, essi devono morire.

I soldati agiscono senza provare nessuna compassione; essi devono eseguire gli ordini ricevuti.

In tal modo prima che inizi la pasqua essi saranno tolti dalla croce e sepolti.

Ancora una volta i giudei hanno mostrato di amare più la Legge che l’uomo mentre deve essere il contrario; altrove il Signore citando i profeti aveva detto ai farisei: «Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13)

33 Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe,

            Infine i soldati vengono da Gesù e constatano che Egli è già morto. Anch’essi sono testimoni che la sua morte è vera. Ne è prova il fatto che non gli spezzano le gambe. È importante che Gesù sia veramente morto, che in Lui non ci sia più il soffio vitale e che il Figlio di Dio immortale sia morto nella sua carne.

Morendo, Gesù è entrato negli inferi e i morti lo hanno visto scendere da loro non come un condannato ma come un vincitore.

Nell’Apocalisse Egli proclama: Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi (1,18).

Morto, Gesù prende in suo potere la stessa morte, che inizia a perdere il suo dominio anche sugli uomini.

Negare la morte di Gesù significa negare la redenzione perché la morte resterebbe l’unico luogo non dominato da Gesù.

Sia la madre con le donne e il discepolo amato da Gesù assieme agli stessi soldati testimoniano quindi la morte del Signore.

Giovanni, come anche Marco (15,44s), rileva con forza la morte di Gesù contro coloro che dichiarano che la sua morte fu solo apparente.

Ignazio di Antiochia, un secolo dopo, scrive che la morte di Gesù è vera: «realmente è nato, ha mangiato e ha bevuto; realmente fu perseguitato sotto Ponzio Pilato, realmente fu crocifisso e morì al cospetto dei celesti, dei terrestri e degli inferi; che anche realmente resuscitò dai morti avendolo risuscitato il Padre suo, che anche, a sua somiglianza, noi credenti in lui cosi risusciterà il Padre suo in Cristo Gesù, senza il quale non abbiamo il vero vivere. Ma se, come dicono alcuni atei, egli ha patito in apparenza ‑ mentre sono loro in apparenza ‑ io perché sono incatenato, perché anzi desidero combattere con le belve? Dunque muoio invano, dunque mento contro il Signore» (Lettera ai Trallesi, IX – X).

34 ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.

            Sul corpo di Gesù interviene ora uno dei soldati. Noi non sappiamo la ragione perché egli abbia voluto colpire il fianco di Gesù con la lancia.

Egli sicuramente si è sentito attratto a farlo perché tutti coloro che si relazionano a Gesù non possono non obbedire alle divine Scritture.

Fosse o no il colpo con cui accertarsi se Gesù era veramente morto sta di fatto che il soldato ne colpì il fianco con la lancia e subito uscì sangue ed acqua.

Nella prima lettera di Giovanni si commenta questo evento: Costui è colui che è venuto attraverso l’acqua e il sangue, Gesù Cristo, non con l’acqua solamente ma con l’acqua e il sangue; e lo Spirito è colui che testimonia, perché lo Spirito è la verità (5,6).

Il sangue e l’acqua, che escono dal fianco colpito dalla lancia, sono dunque testimoni della venuta di Gesù assieme allo Spirito, che è la verità.

Quale testimonianza dà lo Spirito attraverso l’acqua e il sangue?

Questi due elementi, apparsi ora dopo la morte del Signore, qualificano la sua venuta ed è attraverso essi che lo Spirito della verità dà testimonianza a Gesù.

Non solo il sangue e l’acqua testimoniano che Gesù è veramente uomo ma la loro testimonianza è rivelatrice del mistero di Cristo.

Attraverso l’acqua e il sangue lo Spirito rivela la stessa testimonianza del Padre nei confronti di suo Figlio (cfr. 1Gv 5,9).

Lo Spirito pertanto non si dissocia, nel suo rivelarsi, dall’umanità del Cristo ma Egli agisce solo attraverso di essa e precisamente attraverso il sangue e l’acqua che diventano i sacramenti della nostra redenzione.

In essi siamo redenti proprio perché in essi lo Spirito rivela chi è Gesù e noi crediamo alla testimonianza dello Spirito, dell’acqua e del sangue, sempre presenti nella Chiesa.

La lettura sacramentale è accolta e sviluppata da Agostino nel suo commento, in cui invece della lettura «colpì» segue quella di «aprì».

Egli dice: «L’evangelista si è servito di un verbo particolarmente espressivo; non ha detto: gli colpì, o gli ferì il fianco, o qualcosa di simile. Ha detto: «gli aprì», per mostrare che, in tal modo, fu aperta una porta per consentire l’uscita dei sacramenti della Chiesa, senza i quali non si può avere accesso a quella vita, che è la vera vita. Quel sangue è sparso per la remissione dei peccati; l’acqua offre la bevanda della salvezza, ed è insieme bevanda e bagno purificatore. (…) Sempre per preannunziare questo mistero, la prima donna fu fatta con l’osso tolto dal fianco dell’uomo che dormiva (cfr. Gn 2,22) e fu chiamata vita e madre dei viventi (cfr. Gn 3,20). Quella donna era l’immagine di un gran bene, prima di divenire l’immagine del gran male, della violazione della legge. Vediamo qui che il secondo Adamo, reclinato il capo, si addormentò sulla croce, in modo da permettere che la sua sposa fosse formata con il sangue e l’acqua, che fluivano dal suo fianco aperto, dopo che si era addormentato. O morte, che diviene il principio che consente la risurrezione dei morti! Che cosa c’è di più puro di questo sangue? Che cosa si può concepire di più salutare di questa ferita?» (CXXVIII,2).

Se accostiamo questo momento con la solenne proclamazione di 7,37-39, possiamo dire che ora appare lo Spirito: già donato dall’ultimo respiro di Gesù morente, ora Egli si fa presente attraverso il corpo trafitto del Signore.

Benché morto, il Signore è nella gloria e lo Spirito si rivela al compimento di tutto.

Lo Spirito scaturisce dal Cristo come l’acqua dal tempio (cfr. Ez 47,1-6; Gl 4,18; Zc 13,1; 14,8).

  1. Umberto così commenta: «Questa promessa è interpretata dal Cristo stesso che,

‑ mentre dichiara espressamente che il suo corpo (non lui ma “il suo corpo”) è il tempio escatologico: Parlava del tempio del suo corpo (Gv 2,21),

‑ invita a bere dai fiumi di acqua viva che sgorgheranno dal suo seno, come dice la Scrittura (Gv 7,38), cioè quell’acqua che egli solo può e vuole dare e che è lo Spirito Santo (cfr. 7,39 e 4, 14. 24)» (L’ora della glorificazione di Gesù, p. 143).

35 Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.

            La morte di Gesù è ora sigillata dalla testimonianza di colui che ha visto. Il discepolo, che Gesù ama, ha seguito in tutto e per tutto il suo Maestro e documenta con la sua testimonianza oculare quello che ha visto.

Egli dichiara che vera è la sua testimonianza. Ci si può chiedere come possa egli testimoniare da solo quando è prescritto dalla Legge che solo la testimonianza di due o tre testimoni è vera (cfr. 8,17: Nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera).

In realtà il discepolo non è solo perché egli testimonia il puntuale realizzarsi delle Scritture in quello che vede compiersi in Gesù e che Egli stesso compie. Per questo la sua testimonianza è vera. Egli ha osservato tutto assieme alla divina Scrittura. La sua testimonianza è pertanto vera non solo perché corrisponde alla verità dei fatti ma perché essa è adempimento puntuale di quello che è scritto.

Ed egli sa di dire il vero perché anche voi crediate. La fede dei discepoli è credere che in Gesù si è adempiuto puntualmente tutto quello che è scritto.

Egli, che ha visto e ha creduto, consegna la sua testimonianza scritta alla comunità dei discepoli perché anch’essi cogliendo il nesso tra gli avvenimenti e le divine Scritture credano.

La connessione tra i due poli, gli avvenimenti e le divine Scritture, genera la fede.

Non credere è dissolvere questa tensione. Se infatti noi non accogliamo nel rigore della testimonianza che le divine Scritture questo hanno scritto e che Gesù ha voluto adempiere il senso letterale perfetto di quello che è scritto noi non crediamo ancora perfettamente.

Da qui deriva quello che scrive l’apostolo Paolo: i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza (1Cor 1,22). Tutti vogliono fuggire da quel confronto puntuale che il discepolo amato da Gesù e testimone oculare ha rilevato tra gli avvenimenti e le divine Scritture.

Agostino commenta: «Non disse l”evangelista: affinché anche voi sappiate, ma affinché anche voi crediate. Sa, infatti, chi vide; e chi non ha visto crede alla sua testimonianza. Alla natura della fede appartiene più credere che vedere. Infatti, che cosa è credere se non prestare fede?» (CXX,3).

36 Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». 37 E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

            L’evangelista annota i due passi della Scrittura che hanno guidato l’agire dei soldati, ovviamente inconsapevoli di questa obbedienza.

Anche dopo la morte in Gesù tutto avviene perché sia adempiuta la Scrittura e quindi sia rivelato chi è Gesù.

I soldati non hanno potuto spezzare le gambe a Gesù perché Egli è l’Agnello di Dio immolato nella Pasqua, prefigurato dall’agnello pasquale per il quale nella Legge esiste l’esplicito ordine: Non gli sarà spezzato alcun osso (cfr. Es 12,10.46 LXX: e nessun osso spezzerete in lui).

Il fatto poi che uno dei soldati gli abbia colpito il fianco con la lancia trova la sua ragione nella Profezia: essi guarderanno a colui che hanno trafitto.

Per il valore della citazione tratta da Zac 12,10 vedi Brown che dice: « Possiamo essere ragionevolmente sicuri che la citazione di Giovanni ha origine da una antica recensione greca del genere, forse nella forma breve, Essi guarderanno a colui che hanno trafitto. (In effetti, nel testo di Giovanni non c’è «lo», ma è richiesto dal senso; si paragoni la citazione di Zaccaria in Ap 1,7: Ogni occhio lo vedrà, ognuno che lo trafisse) (o.c., p. 1170).

L’adempimento di questa profezia corrisponde alle parole di Gesù: Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me (12,32).

Egli, l’Innalzato sul legno, non è fonte di maledizione ma al contrario è colui che raduna i figli di Dio dispersi, che ricapitola in sé tutto e che opera il giudizio su tutto e su tutti.

L’evangelista cita due testimonianze bibliche per rispettare il principio dei due testimoni e raccoglie la testimonianza sia della Legge che dei Profeti, le due parti in cui è distinta la divina Scrittura.

In tal modo con il loro proprio, sia la Legge che la Profezia danno testimonianza a Gesù.

La Legge lo contempla come il vero agnello pasquale e la Profezia lo guarda come il trafitto.

Tutto si è adempiuto.

D’ora in poi i redenti celebreranno la vera Pasqua con l’Agnello immolato e dal Trafitto contemplato con fede (cfr. 3,14-15: il serpente innalzato da Mosè) scaturisce il dono nuovo dello Spirito riversato sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme come Spirito di grazia e di consolazione (Zac 12,10).

La profezia citata non solo guarda al tempo intermedio ma volge lo sguardo a quell’ultimo giorno perché essa annuncia che «Cristo verrà di nuovo nel mondo, nella stessa carne nella quale è stato crocifisso» (s. Agostino, CXX,3).

«Allora, Cristo è il tempio da cui sgorga lo Spirito; è l’agnello pasquale immolato per provocare la nuova Pasqua, cioè l’esodo dalla schiavitù del peccato e della morte alla patria; ed è l’unigenito e il primogenito, è colui mediante il quale si effonde lo Spirito. È tutto» (U. Neri, l’ora della glorificazione di Gesù, p. 144).

Presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli insieme ad aromi

38 Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù.

            Dopo questo, l’espressione indica la successione degli avvenimenti. Essendo la parasceve del Sabato è necessario seppellire subito Gesù.

A questo compito provvede Giuseppe d’Arimatea, che appartiene a quei giudei, che hanno chiesto a Pilato di affrettare la morte dei crocifissi.

Egli è qualificato come discepolo di Gesù tuttavia in occulto per timore dei giudei. Egli rappresenta quella parte d’Israele che aderisce a Gesù ma che è ancora nascosta perché dominata da quella paura che i giudei incutono a chiunque di loro voglia credere in Gesù.

Su di essi l’evangelista pronuncia un giudizio molto severo: anche tra i capi, molti credettero in lui, ma non lo riconoscevano apertamente a causa dei farisei, per non essere espulsi dalla sinagoga; amavano infatti la gloria degli uomini più della gloria di Dio (12,42-43).

Questo timore, già più volte registrato (cfr. 7,13; 9,22; 20,19), è così forte da pervadere tutto e tutti al punto tale da creare una solidarietà contro Gesù così forte che credere in Lui appare come un’assurdità.

Esso investe gli stessi discepoli nel luogo dove stanno (cfr. 20,19) per cui tengono ben chiuse le porte.

È un senso così forte di paura che impedisce di manifestare il proprio rapporto con Gesù.

Questa è la premessa della persecuzione.

Giuseppe chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. In questo egli non si espone perché fa cosa gradita ai giudei perché era necessario seppellire al più presto il corpo di Gesù.

Tutto quello che egli compie fa parte della pietà giudaica.

Pilato lo permise. Di nuovo il corpo di Gesù, consegnato a Pilato perché fosse condannato e quindi crocifisso, torna in seno a Israele.

Venne dunque e prese il suo corpo per la sepoltura. In tal modo il discepolo viene alla luce e vuole onorare il suo Maestro dandogli nobile sepoltura. È compito infatti dei discepoli dare onore ai loro maestri nella loro morte. Non permettendo che il corpo del Signore fosse trattato in modo vile e spregevole, egli manifesta quel coraggio che prima non aveva in quanto dominato dalla paura.

Forse i giudei si aspettavano sì che lo seppellisse ma non con onore. Giuseppe invece dà una sepoltura degna al Signore e in questo dichiara il suo rapporto con Lui.

Egli dapprima si è mosso senza dare nessun adito a critiche da parte dei giudei ma come egli ha seppellito Gesù certamente questo lo ha esposto alla disapprovazione delle autorità del sinedrio e così egli è venuto alla luce mostrando il suo coraggio (cfr. Mc 15,43: andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù).

«Il corpo non è gettato nell’immondezzaio: il Padre non esita a compiere un miracolo trasformando il cuore di un uomo perché quel corpo sia custodito con cura, perché è un corpo santo, anzi è la fonte di tutta la santità. Non è solo la cura riservata al corpo di Gesù: ma è proprio l’opera dello Spirito già in atto nel mondo. C’è già una Pentecoste in quello che sta accadendo, è un segno di quello che accadrà» (U. Neri, Il Mistero Pasquale … p. 65).

39 Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe.

            Dopo che Giuseppe ha preso il corpo di Gesù, viene anche Nicodemo. Di lui si ricorda il suo precedente incontro con Gesù avvenuto di notte (3,1). A quel punto l’evangelista lo qualifica come fariseo e principe dei giudei. Di lui si registra un intervento nel sinedrio, di cui è membro, in difesa di Gesù mentre invita gli altri membri ad agire in conformità della Legge (7,50-51). Di lui non si dice che sia discepolo di Gesù.

Come Giuseppe, anch’egli partecipa alla sepoltura di Gesù portando una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre.

Di mirra e di aloe profumano le vesti dello sposo (Sal 45,9) e questi profumi appartengono pure alla sposa paragonata a un giardino chiuso, che contiene in sé ogni pianta aromatica tra cui la mirra e l’aloe (cfr. Ct 4,14).

La loro presenza, così abbondante (circa kg 33), si riferisce quindi al mistero sponsale del Cristo. Egli è sepolto come lo Sposo di cui si dice nel Cantico: Finché il re sta in posizione supina (1,12 LXX) il mio nardo ha diffuso il suo odore. Mentre il re, dal cui corpo emana in modo sovrabbondante il profumo della mirra e dell’aloe, sta in posizione supina nel sonno della morte, il nardo della sposa diffonde il profumo di lui.

In questa unzione si annuncia la sua resurrezione e l’incorruttibilità del suo corpo

Origene, nel suo commento al Cantico, attribuisce questo passo alla morte e alla risurrezione del Signore: egli giacendo ha dormito come un leone e come un leoncello e il Padre lo ha risvegliato ed egli è risorto dai morti (cfr. Commento al Cantico dei Cantici, p. 171).

Nicodemo pertanto agisce in conformità al mistero portando questa abbondante mistura di mirra e di aloe.

39 Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura.

            Giuseppe e Nicodemo presero dunque il corpo di Gesù. Sono in due perché la loro testimonianza sia concorde riguardo alla sepoltura del Signore. Non solo Giuseppe, ma anche Nicodemo prese il corpo di Gesù già morto con i segni dei chiodi alle mani ed ai piedi e della lancia al costato.

Essi lo legarono con pannilini insieme ad aromi. Il discepolo, che Gesù ama, vede tutto questo e ne dà testimonianza. I pannilini egli li rivedrà all’interno del sepolcro vuoto (20,5) e li riconoscerà come quelli che avvolgevano il corpo del Signore.

Essi legarono il corpo del Signore con questi pannilini a indicare l’immobilità della morte e vi aggiunsero gli aromi secondo l’uso proprio ai giudei di seppellire.

Tutto avviene come se la sepoltura sia definitiva, l’ultimo atto della vita terrena di Gesù. Il suo corpo scompare sotto i pannilini e gli aromi.

Per Giovanni non è una sepoltura provvisoria, come potrebbe apparire dai sinottici. Gesù è stato veramente sepolto perché era veramente morto. Se non fosse morto e sepolto non sarebbe vera la sua risurrezione.

Benché legato con i pannilini, Egli è libero tra i morti (Sal 88,6) e non cessa di essere il Signore.

Egli viene sepolto secondo l’uso dei giudei perché questi non dubitino della sua morte e ne accolgano l’annuncio della risurrezione.

Tutto sembra finito anche per i discepoli che compiono questo ultimo doveroso atto verso il loro Maestro.

Essi sono avvolti dal timore dei giudei e se ne stanno in silenzio, a porte chiuse.

Solo quando sarà tolta la pietra del sepolcro allora anche le porte, dove stavano i discepoli, si apriranno e scaturirà l’annuncio da coloro che avevano paura e non pensavano alla sua risurrezione.

40 Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. 41 Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

Giuseppe e Nicodemo presero dunque il corpo di Gesù. Sono in due perché la loro testimonianza sia concorde riguardo alla sepoltura del Signore. Non solo Giuseppe, ma anche Nicodemo prese il corpo di Gesù già morto con i segni dei chiodi alle mani ed ai piedi e della lancia al costato.

Essi lo legarono con pannilini insieme ad aromi. Il discepolo, che Gesù ama, vede tutto questo e ne dà testimonianza. I pannilini egli li rivedrà all’interno del sepolcro vuoto (20,5) e li riconoscerà come quelli che avvolgevano il corpo del Signore.

Essi legarono il corpo del Signore con questi pannilini a indicare l’immobilità della morte e vi aggiunsero gli aromi secondo l’uso proprio ai giudei di seppellire.

Tutto avviene come se la sepoltura sia definitiva, l’ultimo atto della vita terrena di Gesù. Il suo corpo scompare sotto i pannilini e gli aromi.

Per Giovanni non è una sepoltura provvisoria, come potrebbe apparire dai sinottici. Gesù è stato veramente sepolto perché era veramente morto. Se non fosse morto e sepolto non sarebbe vera la sua risurrezione.

Benché legato con i pannilini, Egli è libero tra i morti (Sal 88,6) e non cessa di essere il Signore.

Egli viene sepolto secondo l’uso dei giudei perché questi non dubitino della sua morte e ne accolgano l’annuncio della risurrezione.

Tutto sembra finito anche per i discepoli che compiono questo ultimo doveroso atto verso il loro Maestro.

Essi sono avvolti dal timore dei giudei e se ne stanno in silenzio, a porte chiuse.

Solo quando sarà tolta la pietra del sepolcro allora anche le porte, dove stavano i discepoli, si apriranno e scaturirà l’annuncio da coloro che avevano paura e non pensavano alla sua risurrezione.

 

PREGHIERA UNIVERSALE

 

La Liturgia della Parola si conclude con la preghiera universale. Un lettore la introduce con queste parole:

Didascalia: Davanti alla croce del Signore la Chiesa prega solennemente e a lungo per le necessità sue e di tutto il mondo. Dalla croce, albero della vita da cui pende il frutto della salvezza, sgorga il torrente della grazia e della misericordia.

Queste preghiere, che abbracciano tutti gli uomini e ne fanno proprie tutte le richieste, riflettono bene l’universalità della Redenzione che, col Sangue della croce, ha riconciliato a Dio tutta l’umanità.

Il sacerdote, stando all’ambone, pronuncia l’esortazione con la quale viene indicata l’intenzione della preghiera. Quindi tutti pregano per qualche tempo in silenzio; poi il sacerdote  allargando le braccia, dice l’orazione.

I fedeli restano in piedi o si mettono in ginocchio. Nel caso il sacerdote può dire: Mettiamoci in ginocchio.

 

  1. Per la santa Chiesa

Preghiamo, fratelli carissimi, per la santa Chiesa di Dio: il Signore le conceda unità e pace, la protegga su tutta la terra, e doni a noi, in una vita serena e tranquilla, di render gloria a Dio Padre onnipotente.

 

Dio onnipotente ed eterno, che hai rivelato in Cristo la tua gloria a tutte le genti, custodisci l’opera della tua misericordia, perché la tua Chiesa, diffusa su tutta la terra, perseveri con saldezza di fede nella confessione del tuo nome. Per Cristo nostro Signore.

 

  1. Per il papa

Preghiamo il Signore per il nostro santo padre il papa Giovanni Paolo II: il Signore Dio nostro, che lo ha scelto nell’ordine episcopale, gli conceda vita e salute e lo conservi alla sua santa Chiesa, come guida e pastore del popolo santo di Dio.

 

Dio onnipotente ed eterno, sapienza che reggi l’universo, ascolta la tua famiglia in preghiera, e custodisci con la tua bontà il papa che tu hai scelto per noi, perché il popolo cristiano, da te affidato alla sua guida pastorale, progredisca sempre nella fede. Per Cristo nostro Signore.

 

III. Per tutti gli ordini sacri e per tutti i fedeli

Preghiamo per il nostro vescovo N, per tutti i vescovi presbiteri e i diaconi, per tutti coloro che svolgono un ministero nella Chiesa e per tutto il popolo di Dio.

Dio onnipotente ed eterno che con il tuo Spirito guidi e santifichi tutto il corpo della Chiesa, accogli le preghiere che ti rivolgiamo perché secondo il dono della tua grazia tutti i membri della comunità nel loro ordine e grado ti possano fedelmente servire. Per Cristo nostro Signore.

 

  1. Per i catecumeni

Preghiamo per i [nostri] catecumeni: il Signore, Dio nostro, illumini i loro cuori e apra loro la porta della sua misericordia, perché mediante l’acqua del Battesimo ricevano il perdono di tutti i peccati e siano incorporati in Cristo Gesù, nostro Signore.

Dio onnipotente ed eterno, che rendi la tua Chiesa sempre feconda di nuovi figli, aumenta nei [nostri] catecumeni l’intelligenza della fede, perché, nati a vita nuova nel fonte battesimale, siano accolti fra i tuoi figli di adozione. Per Cristo nostro Signore.

 

  1. Per l’unità dei cristiani

Preghiamo per tutti i fratelli che credono in Cristo; il Signore Dio nostro conceda loro di vivere la verità e professano e li raduni e li custodisca nell’unica sua Chiesa.

 

Dio onnipotente ed eterno, che riunisci i dispersi e li custodisci nell’unità, guarda benigno al gregge del tuo Figlio, perché coloro che sono stati consacrati da un solo Battesimo formino una sola famiglia nel vincolo dell’amore e della vera fede. Per Cristo nostro Signore.

 

  1. Per gli ebrei

Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza.

Dio onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo e alla sua discendenza, ascolta la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione. Per Cristo nostro Signore.

 

VII. Per i non cristiani

Preghiamo per coloro che non credono in Cristo perché, illuminati dallo Spirito Santo, possano entrare anch’essi nella via della salvezza.

Dio onnipotente ed eterno, fa’ che gli uomini che non conoscono il Cristo possano conoscere la verità camminando alla tua presenza in sincerità di cuore, e a noi tuoi fedeli concedi di entrare profondamente nel tuo mistero di salvezza e di viverlo con una carità sempre più grande tra noi, per dare al mondo una testimonianza credibile del tuo amore. Per Cristo nostro Signore.

 

VIII. Per coloro che non credono in Dio

preghiamo per coloro che non credono in Dio perché, vivendo con bontà e rettitudine di cuore, giungano alla conoscenza del Dio vero.

Dio onnipotente ed eterno, tu hai messo nel cuore degli uomini una così profonda nostalgia di te, solo quando ti trovano hanno pace: fa’ che, al di là di ogni ostacolo, tutti riconoscano i segni della tua bontà e, stimolati dalla testimonianza della nostra vita, abbiano la gioia di credere in te, unico vero Dio e padre di tutti gli uomini. Per Cristo nostro Signore.

 

  1. Per i governanti

Preghiamo per coloro che sono chiamati a governare la comunità civile, perché il Signore Dio nostro illumini la loro mente e il loro cuore a cercare il bene comune nella vera libertà e nella vera pace.

Dio onnipotente ed eterno, nelle tue mani sono le speranze degli uomini e i diritti di ogni popolo: assisti con la tua sapienza coloro che ci governano, perché, con il tuo aiuto, promuovano su tutta la terra una pace duratura, il progresso sociale e la libertà religiosa. Per Cristo nostro Signore.

 

  1. Per i tribolati

Preghiamo, fratelli carissimi, Dio Padre onnipotente, perché liberi il mondo da ogni disordine: allontani le malattie, scacci la fame, renda libertà ai prigionieri, giustizia agli oppressi, conceda sicurezza a chi viaggia, il ritorno ai lontani da casa, la salute agli ammalati, ai morenti la salvezza eterna.

Dio onnipotente ed eterno, conforto degli afflitti, sostegno dei tribolati, ascolta il grido dell’umanità sofferente, perché tutti si rallegrino di avere ricevuto nelle loro necessità il soccorso della tua misericordia. Per Cristo nostro Signore.

 

ADORAZIONE DELLA SANTA CROCE

Terminata la preghiera universale, ha luogo la solenne adorazione della Croce.

Didascalia: Viene ora svelata a noi la Croce. Il mistero nascosto da secoli in Dio ora lo contempliamo con i nostri occhi. Per tre volte, all’invito del celebrante, rispondiamo con fede: «Venite, adoriamo!».

Il sacerdote che porta la Croce ne scopre la parte superiore e la eleva, cantando:

Ecco il legno della Croce,

al quale fu appeso il Cristo,

Salvatore del mondo.

Ass. Venite, adoriamo.

 

La Croce viene deposta nel ceppo ai piedi del presbiterio con accanto i candelieri. Il sacerdote celebrante, che vi si trova davanti, seguito dai ministri e dai ministranti, compiono il gesto tradizionale dell’Adorazione della Croce, ad esempio con una genuflessione e con un bacio.

Dopo i ministranti, tutti i fedeli si avvicinano per l’adorazione della Croce. Intanto si eseguono i canti.

 

Didascalia: Venite saliamo al monte del Signore e contempliamo Colui che è stato innalzato. Come disse, ora Egli ci attira a sé. Prostriamoci e baciamo il Figlio e ascoltiamo i suoi lamenti pieni di amaro stupore per le nostre ingratitudini di fronte ai suoi innumerevoli benefici.

 

Canto per l’Adorazione della Croce

Il mistero pasquale è inaugurato nel sangue (orazione) perché noi che portiamo l’immagine dell’uomo terreno possiamo essere trasformati ad immagine dell’uomo celeste. Questo cammino è incentrato nel Legno della Croce «cui fu appeso il Cristo Salvatore del mondo». Per questo la liturgia mette a confronto le ingratitudini del popolo con le meraviglie operate da Dio in Cristo nell’antico esodo (Lamenti). Dopo esserci umiliati, siamo condotti nel giardino dove, dall’albero della Croce, possiamo cogliere il frutto della vita (Inno).

 

ANTIFONA

Adoriamo la tua Croce, Signore,

e glorifichiamo la tua santa risurrezione. 

Dal legno della Croce

è venuta la gioia in tutto il mondo.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica;

su di noi faccia splendere il suo volto

e abbia misericordia.

ANTIFONA

Adoriamo la tua Croce, Signore,

lodiamo e glorifichiamo la tua santa risurrezione.

Dal legno della Croce è venuta la gioia in tutto il mondo.

LAMENTI DEL SIGNORE

I lamenti sono la voce dello Sposo che mostra tutte le sue sofferenze. Essi hanno un’origine gerosolimitana (sec. VI) e si diffondono in occidente nel sec. IX): essi mettono a confronto le meraviglie compiute nell’antico esodo con quello che è stato fatto al Signore Gesù nel suo esodo (vedi Lc 9,31) da questo mondo al Padre.

Popolo mio che male ti ho fatto?

In che ti ho provocato?  Dammi risposta.

lo ti ho guidato fuori dall’Egitto,

e tu hai preparato la Croce al tuo Salvatore.

Popolo mio che male ti ho fatto?

In che ti ho provocato?  Dammi risposta.

Hágios o Theós.

Sanctus Deus.

Hágios ischyrós.

Sanctus fortis.

Hágios athánatos, eléison himás.

Sanctus immortálís, miserére nobis.

Perché ti ho guidato quarant’anni nel deserto,

ti ho sfamato con manna,

ti ho introdotto in paese fecondo,

tu hai preparato la Croce al tuo Salvatore.

Hágios o Theós.

Sanctus Deus.

Hágios ischyrós.

Sanctus fortis.

Hágios athánatos, eléison himás.

Sanctus immortális, miserére nobis.

Che altro avrei dovuto fare e non ti ho fatto?

lo ti ho piantato, mia scelta e florida vigna,

ma tu mi sei divenuta aspra e amara:

poiché mi hai spento la sete con aceto,

e hai piantato una lancia nel petto del tuo Salvatore.

Hágios o Theós…

LAMENTI DEL SIGNORE II

1 Io per  te ho flagellato l’Egitto e i primogeniti suoi

e tu mi hai consegnato per esser flagellato.

 

Popolo mio, che male ti ho fatto?

In che ti ho provocato? Dammi risposta.

2 Io ti ho guidato fuori dall’Egitto

e ho sommerso il faraone nel Mar Rosso,

e tu mi hai consegnato ai capi dei sacerdoti.

Popolo mio…

Io ho aperto davanti a te il mare,

e tu mi hai aperto con la lancia il costato

Popolo mio…

Io ti ho fatto strada con la nube,

e tu mi hai condotto al pretorio di Pilato

Popolo mio…

Io ti ho nutrito con manna nel deserto,

e tu mi hai colpito con schiaffi e flagelli.

Popolo mio…

Io ti ho dissetato dalla rupe con acqua di salvezza,

e tu mi hai dissetato con fiele e aceto.

Popolo mio… 

Io per te ho colpito i re dei Cananei,

e tu hai colpito il mio capo con la canna

Popolo mio… 

Io ti ho posto in mano uno scettro regale,

e tu hai posto sul mio capo una corona di spine.

Popolo mio… 

lo ti ho esaltato con grande potenza,

e tu mi hai sospeso al patibolo della croce.

Popolo mio…

 

Dopo che si è terminata l’adorazione della Croce, tutti si siedono e meditano la storia del sacro Legno ascoltando l’inno, cantato dai cantori.

Inno

L’inno è la voce della Sposa che piange di amore tenerissimo Colui che l’ha amata e l’ha ricondotta al suo giardino di delizie.

 

O Croce di nostra salvezza,

albero tanto glorioso, un altro non v’è nella selva,

di rami e di fronde a te uguale. 

Per noi dolce legno, che porti

appeso il Signore del mondo.

Esalti ogni lingua nel canto

lo scontro e la grande vittoria,

e sopra il trofeo della Croce

proclami il suo grande trionfo,

poiché il Redentore del mondo

fu ucciso e fu poi vincitore.

O Croce di nostra salvezza,

albero tanto glorioso,

un altro non v’è nella selva,

di rami e di fronde a te uguale.

D’Adamo comprese l’inganno

e n’ebbe il Signore pietà,

quando egli del frutto proibito

gustò e la morte lo colse.

Un albero scelse, rimedio

al male dell’albero antico.

                                      L’albero della conoscenza del bene e del male è       sostituito dall’albero della vita che è la croce del Signore.

Per noi dolce legno, che porti

appeso il Signore del mondo.

La nostra salvezza doveva

venire nel corso dei tempi,

doveva divina sapienza

domare l’antico nemico,

e trarci a salvezza là dove

a noi era giunto l’inganno.

O Croce di nostra salvezza,

albero tanto glorioso,

un altro non v’è nella selva,

di rami e di fronde a te uguale.

E quando il momento fu giunto

del tempo fissato da Dio,

ci venne qual dono del Padre

il Figlio, Creatore del mondo;

agli uomini venne, incarnato

nel grembo di Vergine Madre.

Per noi dolce legno, che porti

appeso il Signore del mondo.

Vagisce il Bambino, adagiato

in umile, misera stalla;

le piccole membra ravvolge e copre

la Vergine Madre,

ne cinge le mani ed i piedi,

legati con candida fascia

O Croce di nostra salvezza,

albero tanto glorioso,

un altro non v’è nella selva,

di rami e di fronde a te uguale.

Compiuti trent’anni e conclusa

la vita mortale, il Signore

offriva se stesso alla morte

per noi, Redentore del mondo;

in croce è innalzato l’Agnello,

e viene immolato per noi.

Per noi dolce legno, che porti

appeso il Signore del mondo,

Or ecco l’aceto ed il fiele,

gli sputi, la lancia ed i chiodi;

trafitto l’amabile corpo,

da cui rosso sangue fluisce,

torrente che lava la terra,

il mare, il cielo ed il mondo.

                                                         Dal Cristo sulla Croce sgorga il nuovo fiume, che rallegra la     città di Dio e che irriga tutta la terra. Così canta un tropario    bizantino: «Dal tuo vitale fianco una fonte, al pari di quella                                che scaturiva dall’Eden, innaffia la tua chiesa, o Cristo,            quasi spirituale giardino; di qui si divide, come da un unico        tronco, in quattro evangeli, irriga l’universo, rallegra la                                        creazione. fedelmente ammaestra i popoli a venerare il tuo    regno».

O Croce di nostra salvezza,

albero tanto glorioso,

un altro non v’è nella selva,

di rami e di fronde a te uguale,

Or piega i tuoi rami frondosi,

distendi le rigide fibre,

s’allenti quel rigido legno

che porti con te per natura;

accogli su un morbido tronco

le membra del Cristo Signore.

Per noi dolce legno, che porti

appeso il Signore del mondo.

Tu fosti l’albero degno

di reggere il nostro riscatto,

un porto prepari per noi,

come arca salvezza del mondo,

del mondo cosparso dal sangue

versato dal Corpo del Cristo.

O Croce di nostra salvezza,

albero tanto glorioso,

un altro non v’è nella selva,

di rami e di fronde a te uguale.

Al Padre sia gloria ed al Figlio,

e gloria allo Spirito Santo;

eterna sia gloria per sempre

all’Unico e Trino Signore;

il suo amore il mondo ha redento,

e sempre il suo amore lo salva.

Amen.

 

COMUNIONE DELL’ASSEMBLEA

 

Didascalia: Con la santa comunione è sigillata l’unione sponsale di Cristo con la sua Chiesa, che ha ritrovato nella Passione la fonte della sua purificazione e, introdotta di nuovo nel giardino di delizie, gusta il frutto della vita che pende dall’albero glorioso della Croce. Accostiamoci quindi alla mensa e mangiamo le carni immacolate dell’Agnello, appeso al legno della Croce, per il nostro riscatto, e arso dal fuoco dell’Amore per noi.

Il giardino è il luogo dove fu posto l’uomo (cfr. Gn 2,8); ivi era l’albero della vita. Da quel giardino fummo cacciati e in questo deserto ci trovò il Figlio di Dio. Iniziò quel dialogo caratterizzato dall’amore di Dio e dalla nostra ingratitudine (i lamenti del Signore). La Croce fu piantata su arido suolo che si è trasformato nel giardino dello Sposo (cfr. Ct 5,1). La Croce si è rivelata come l’albero della vita (inno). Per insegnarci questo e ricapitolare in sé tutta la storia, il Cristo iniziò la sua Passione in un giardino e ivi la concluse (cfr. Gv 18,1; 19,41).

Si stende sull’altare una tovaglia e vi si pongono sopra il corporale e il libro. Il sacerdote riporta il Santissimo Sacramento dal luogo della reposizione all’altare, per il percorso più breve: tutti rimangono in piedi in silenzio. Due ministranti, con le candele accese, accompagnano il Santissimo Sacramento e pongono poi i candelieri sopra l’altare. La pisside viene scoperta.

Il celebrante si reca all’altare e fatta la genuflessione, dice:

Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire:

E tutti con lui dicono:

Padre nostro, che sei nei cieli,

sia santificato il tuo nome,

 venga il tuo regno,

sia fatta la tua volontà,

come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

e rimetti a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

e non ci indurre in tentazione,

ma liberaci dal male.

Il sacerdote da solo continua:

Liberaci, o Signore da tutti i mali,

concedi  la pace ai nostri giorni,

e con l’aiuto della tua misericordia

vivremo sempre liberi dal peccato

e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza

e venga il nostro salvatore Gesù Cristo.

Il popolo conclude la preghiera con l’acclamazione:

Tuo È IL REGNO,

TUA LA POTENZA E LA GLORIA NEI SECOLI.

Quindi il sacerdote sottovoce dice:

La comunione con il tuo Corpo e il tuo Sangue,

Signore Gesù Cristo,

non diventi per me giudizio di condanna,

ma per tua misericordia

sia rimedio e difesa dell’anima e del corpo.

Prende una particola e, tenendola alquanto sollevata sopra la pisside, rivolto al popolo, ad alta voce dice:

Beati gli invitati

alla Cena del Signore.

Ecco l’Agnello di Dio,

che toglie i peccati del mondo.

Ass. O Signore, non sono degno

di partecipare alla tua mensa,

ma di’ soltanto una parola

e io sarò salvato.

Dopo essersi comunicati, i sacerdoti distribuiscono la comunione ai fedeli, come al solito.

Canto per la Comunione:

Terminata la distribuzione della comunione, si porta la pisside nel tabernacolo.

Dopo un breve silenzio, il sacerdote dice la seguente orazione:

Orazione dopo la Comunione

Dio onnipotente ed eterno, che hai rinnovato il mondo con la gloriosa morte e risurrezione del tuo Cristo, conserva in noi l’opera della tua misericordia, perché la partecipazione a questo grande mistero ci consacri per sempre al tuo servizio. Per Cristo nostro Signore.

 

CONCLUSIONE

Didascalia: Nel silenzio si è aperta la nostra assemblea e nel silenzio si scioglie. È il grande silenzio del Sabato: «Il Re dorme. La terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano». Lasciamoci penetrare da questo silenzio fin nel profondo del cuore per prorompere in grida di gioia nella notte di Pasqua.

Il sacerdote con le mani stese sul popolo, lo benedice:

 

Orazione sul popolo

Scenda, o Padre, la tua benedizione su questo popolo, che ha commemorato la morte del tuo Figlio nella speranza di risorgere con lui; venga il perdono e la consolazione, si accresca la fede, si rafforzi la certezza nella redenzione eterna. Amen.

L’assemblea si scioglie in silenzio. A tempo opportuno si spoglia l’altare.

Fino alla veglia pasquale, davanti alla Croce si fa genuflessione.

[1] Portando per sé. C’è un testo estremamente suggestivo riportato in Genesi Rabba 56, 4, che commenta Gn 22, 6 e dice che Isacco saliva al monte Moria carico della legna «come uno che porta sulle sue spalle la croce». E quando Isacco capì che il padre andava ad immolare lui, perché non c’era l’agnello (cfr. Gen 22, 8), «subito cadde terrore grande su Isacco, … e si scossero le sue membra, … e non riusciva a parlare, tuttavia si fece forza, e disse al padre suo: “Se è vero che il Santo ‑ benedetto Egli sia ‑ mi ha scelto, allora la mia anima è donata a lui”. E Isacco accettò con pace la sua morte, per adempiere il precetto del suo creatore» (in U. Neri, Il canto del mare, Roma 1995, 45).

E Rashi commenta lo stesso luogo di Gn 22,8 dicendo: «E benché Isacco avesse compreso che andava ad essere immolato, pure ambedue andavano insieme con cuore uguale» (ivi., 45, n. 14). (U. Neri, o.c., p. 113)

[2]  D. Umberto Neri fa due riferimenti, il primo a Gn 2,9: l’albero della vita è in mezzo al giardino; il secondo a Ct 2,3: Come un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto in mezzo ai figli degli uomini. E commenta: «La collocazione, dunque, rimanda certo a una posizione di signoria, e questo è sicuro. Le allusioni a Gn 2,9 e al Cantico sono invece solo possibili. Illustrano la realtà del mistero, ma l’intenzionalità non è dimostrata» (o.c., p. 115).

[3] Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, IV, V, 2 (cit. in Brown, op. cit., p. 1163)