GIOVEDì SANTO

 

Messa «in Cena Domini»

RITI DI INTRODUZIONE E LITURGIA DELLA PAROLA

 

Il tabernacolo deve essere vuoto.

La processione d’ingresso, se possibile, viene fatta solennemente dal fondo della Chiesa, con turibolo, croce e candelieri. Tre ministranti portano i vassoi con le ampolle degli Oli benedetti dal Vescovo nella Messa crismale, che verranno presentati dal Sacerdote all’inizio della celebrazione. Giunti in presbiterio e compiuta l’incensazione, i ministranti con gli Oli si portano vicino al Celebrante per passare nell’ordine gli Oli al Sacerdote.

 

Didascalia: Siamo stati convocati dal Signore stesso in santa assemblea per dare inizio al Triduo Pasquale.

Con questa celebrazione vespertina inizia la memoria della beata Passione del Signore.

Oggi celebriamo la Santa Lavanda, la mistica Cena, la sublime Preghiera e il Tradimento.

Questo è il giorno del nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale dell’amore del Cristo per la Chiesa, ed è il giorno in cui è stato istituito il sacerdozio che rende perenne quel sacrificio.

Questa è la sera in cui Gesù si consegna a noi nel Memoriale dell’Eucarestia e noi ci consegniamo ai nostri fratelli nell’amore, il comando nuovo; di esso il Signore ci dà l’esempio nella lavanda.

Questa è la notte in cui Gesù è tradito da Giuda e si consegna volontariamente ai suoi nemici.

 

Antifona d’Ingresso Cf Gal 6,14

Di null’altro mai ci glorieremo

se non della croce di Gesù Cristo, nostro Signore:

egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione;

per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati.

La croce è al centro. Il suo mistero di Passione, Morte e Risurrezione è a noi comunicato nei riti pasquali. Questa antifona introduce all’intero triduo del «Signore morto, sepolto e risuscitato» (Agostino).

 

Didascalia sugli oli: Questa mattina il vescovo, padre e pastore della nostra chiesa diocesana, ha benedetto gli oli durante la messa crismale celebrata con i suoi presbiteri. Dalla chiesa cattedrale gli oli santi sono portati nelle singole chiese parrocchiali per l’amministrazione dei sacramenti. Viene così espressa l’unità della nostra Chiesa incentrata nel vescovo che raggiunge tutta la comunità, attraverso il ministero dei presbiteri.

Ad ogni presentazione degli oli acclameremo:

Lode a te, o Cristo!

 

Ecco l’olio degli Infermi: nel quale è donato il sollievo alle sofferenze degli Infermi e la consolazione dello Spirito Santo.

Ecco l’olio dei catecumeni: con il quale vengono unti coloro che si preparano a ricevere il Battesimo: è il segno della fortezza per compiere il buon combattimento della fede, per la vita eterna.

Ecco il Sacro crisma: con il quale coloro che sono rinati nel Battesimo, vengono resi più somiglianti al Cristo per l’unzione dello Spirito Santo, e partecipi della sua missione profetica, sacerdotale e regale.

È l’Olio usato per il Sacramento della Confermazione, nell’Ordinazione sacerdotale ed episcopale. Viene usato per la dedicazione delle Chiese e degli Altari.

È profumato, per ricordare che la vocazione del Cristiano è vocazione missionaria: diffondere nel mondo il buon profumo di Cristo.

***

Prima di celebrare questi santi misteri, imploriamo dal Signore Gesù il perdono dei nostri peccati e, purificati dal suo amore, possiamo aver parte con lui nel banchetto del Regno.

Segue un breve momento di silenzio.

Signore, che hai lavato i piedi ai tuoi discepoli perché avessero parte con te, abbi pietà di noi.

Signore, pietà.

Cristo, che sei il pane della vita disceso dal cielo che ci fa vivere in eterno, abbi pietà di noi.

Cristo, pietà.

Signore, che nel tuo Sangue ci hai fatto partecipi della nuova ed eterna alleanza, abbi pietà di noi.

Signore, pietà.

Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna.

Amen.

Si canta il Gloria e si suonano le campane. Terminato il canto non si suoneranno più fino alla Veglia pasquale

 

Colletta

O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa’ che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio e vive e regna con Te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

 

Il nuovo ed eterno sacrificio è il convito nuziale del suo amore. È questo il tema principale (ripreso nel prefazio eucaristico 1: il rito del perenne sacrificio). La cena del Signore è il nuovo ed eterno sacrificio, affidato alla Chiesa come convito nuziale del suo amore, come memoriale attuale della sua morte e come offerta di salvezza e opera della nostra redenzione (E. Lodi, Liturgia della Chiesa p. 1106).

LITURGIA DELLA PAROLA

 

Prima Lettura              Es 12, 1-8. 11-14

Prescrizioni per la cena pasquale.

Breve riflessione: L’Agnello è al centro di questa lettura: è immolato al tramonto da tutta l’assemblea d’Israele, è mangiato in piedi e in fretta e il suo sangue redime facendo passare oltre l’angelo sterminatore.

Il Cristo è il vero Agnello immolato da tutta l’assemblea la cui carne è vero cibo e il cui sangue è vera bevanda.

Dal libro dell’Esodo

 

In quei giorni, 1 il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d’Egitto: [1]

2 «Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi [2], sarà per voi il primo mese dell’anno.

3 Parlate a tutta la comunità d’Israele [3] e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa [4].

4 Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino, il più prossimo alla sua casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello secondo quanto ciascuno può mangiarne. [5]

5 Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno [6]; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre 6 e lo conserverete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto.

7 Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno. 8 In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con àzzimi e con erbe amare. [7]

[9 Non lo mangerete crudo, né bollito nell’acqua, ma solo arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le viscere.

10 Non ne dovete far avanzare fino al mattino: quello che al mattino sarà avanzato lo brucerete nel fuoco.]

11 Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! [8]

12 In quella notte io passerò [9] per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore!

13 Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto. [10]

14 Questo giorno sarà per voi un memoriale; [11] lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne”».

Salmo Responsoriale

Dal Salmo 115 (116)

R/ Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza.

Che cosa renderò al Signore,

per tutti i benefici che mi ha fatto?

Alzerò il calice della salvezza

e invocherò il nome del Signore.           R/.

Agli occhi del Signore è preziosa

la morte dei suoi fedeli.

Io sono tuo servo, figlio della tua schiava:

tu hai spezzato le mie catene.              R/.

A te offrirò un sacrificio di ringraziamento

e invocherò il nome del Signore.

Adempirò i miei voti al Signore

davanti a tutto il suo popolo.               R/.

Seconda Lettura                        1Cor 11, 23-26

Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore.

Breve riflessione: L’Apostolo Paolo ci consegna quello che egli stesso ha ricevuto dal Signore Gesù: la mistica cena. In parallelo alla prima lettura vi è qui il Corpo del Signore, che nutre e il Sangue, che libera. Allo stesso modo questo è il memoriale, che trova la piena attuazione nella preghiera eucaristica dove il Cristo è ricordato al Padre e si attua quanto è annunciato nel racconto della Cena.

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, 23 io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, [12] prese del pane

24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».

Rendere grazie. Accompagna la frazione del pane, sia nella moltiplicazione (cfr. Mt 15,36; Mc 8,16; Gv 6,11 cfr. 6,23) come nell’ultima Cena (cfr. Mt 26,26; Lc 22,19). Nella Cena il termine appare pure nel dono del Calice (cfr. Mt 26,27; Mc 14,23). Rendere grazie è pronunciare la benedizione che precede il gesto dello spezzare il pane e del dare il calice. Nel rito pasquale la benedizione sul calice è molto sviluppata e sta alla base della nostra preghiera eucaristica.

Spezzare. Nei Vangeli sinottici ricorre nei racconti delle moltiplicazione dei pani e dell’ultima Cena. Nella 1Cor è usato per il Corpo del Signore (10,16; 11,24; cfr. 24b: Questo è il mio corpo che per voi è spezzato testimoniato da antichi codici autorevoli, da S. Basilio e da S. Giovanni Crisostomo). Da qui deriva l’espressione «La frazione del pane» testimoniata da Luca nell’Evangelo (24,35) e negli Atti (2,42). Molto usato è pure il termine frammenti per indicare il pane avanzato dalla moltiplicazione (Mt 14,20; 15,37; Mc 6,43; 8,8.19.20; Lc 9,17; Gv 6,12.13).

Nell’antichità il pane non veniva tagliato ma spezzato. «Durante il pasto – il pasto quotidiano o il banchetto con ospiti o anche la cena solenne che si svolge secondo un rito preciso la sera di Pasqua, all’inizio del sabato ecc. – il padrone di casa, dopo una preghiera di ringraziamento, spezza il pane e ne porge un pezzo ai commensali» (GLNT,Behm).

Il padre di famiglia,spezzando il pane e distribuendolo, distribuisce ai commensali ciò che in ogni pasto costituisce l’elemento principale. L’espressione spezzare il pane diviene in seguito tipica per esprimere la cena del Signore cfr. At 20,7: il primo giorno della settimana ci eravamo uniti per spezzare il pane. Lo stesso uso è testimoniato dalla Didachè: nel giorno del Signore raccoglietevi a spezzare il pane (14,1) e da S. Ignazio martire: in una concordia stabile spezzando l’unico pane (Ef 20,2). In seguito prevalse l’uso del termine Eucaristia.

Memoria. La parola memoria è memoriale «va intesa come un atto o una celebrazione che in qualche modo rende “presente” l’avvenimento ricordato (cfr. Es 12,14). Per questo nel rito della celebrazione della pasqua, il padre di famiglia deve parlare in prima persona: “Quando sono uscito dall’Egitto”; e la Mishnà (il primo nucleo del Talmùd) precisa: «il padre parlerà ai figli come se fosse egli stesso uscito dall’Egitto». Il memoriale biblico/ebraico e anche cristiano è dunque un evento del presente» (E. Lodi). Esso ha pure una forza escatologica: ripetendo quanto ha fatto Gesù per suo comando, ne affrettiamo il compimento con la sua venuta gloriosa.

25 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».

Alleanza. Nuova alleanza . Chiaro riferimento a Gr 31,31. Gesù intende affermare che essa ora si realizza non più nel sangue di vitelli e di capri ma nel suo sangue. Nel testo di Geremia si contrappone l’alleanza conclusiva all’uscita dall’Egitto con questa nuova alleanza le cui caratteristiche sono definite nei vv 33-34. Questo testo di Geremia caratterizza l’attesa del Messia come di Colui che realizza la nuova alleanza.

Gesù durante l’Ultima Cena, donando il calice della benedizione, afferma che il suo sangue versato sulla Croce e contenuto sacramentalmente nel calice dà inizio a questa nuova alleanza in cui il rapporto tra Dio e l’uomo non passa più attraverso la Legge ma attraverso l’Evangelo e non si fonda più sulle opere della Legge ma sulla fede.

26 Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

 

Il gesto, che noi oggi chiamiamo comunione, è visto dall’apostolo come annuncio della sua morte fino alla sua venuta gloriosa. Perché questo gesto, da noi interiorizzato come incontro con Gesù, è definito dall’apostolo annuncio della morte del Signore? La sua morte è annunciata mediante il pasto sacro, dove la vittima è consumata. Così per noi è possibile mangiare sacramentalmente la carne del Signore e berne il sangue perché Egli è veramente morto ed è risorto. Se Gesù non fosse morto la sua carne non potrebbe essere nostro sacrificio e non potrebbe costituire un banchetto sacro.

 

Canto al Vangelo  Cfr. Gv 13,34

R/.       Gloria e lode e onore a te, Cristo Signore!

Vi do un comandamento nuovo, dice il Signore:

come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

R/.       Gloria e lode e onore a te, Cristo Signore!

Vangelo                        Gv 13, 1-15

Li amò sino alla fine

Dal vangelo secondo Giovanni

 

1 Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

 

Prima della festa di Pasqua, che è celebrata il giorno seguente con l’immolazione di Gesù, l’Agnello di Dio. Infatti qui non dice «la pasqua dei giudei». Chiamando Pasqua l’imminente morte di Gesù sulla Croce, l’evangelista vuole introdurci nella sua Passione come nella vera liturgia pasquale, dove i simboli cedono il posto alla realtà.

Sapendo che era venuta l’ora. Gesù non subisce il tempo ma si pone in esso come il Signore. Egli vive nel tempo come colui che dà ad esso pienezza. L’ora stabilita dal Padre è giunta e Gesù la riempie con la sua libera e perfetta obbedienza alla volontà del Padre. Tutto quindi si svolge non come subìto ma come posto da Gesù: Egli fa essere gli avvenimenti perché Egli è il Verbo in forza del quale tutto avviene.

Gesù pertanto è giunto all’ora di passare da questo mondo al Padre. È Lui che passa, nessuno lo costringe a passare. Il Padre lo richiama da questo mondo in cui suo Figlio era venuto con la sua Incarnazione. Ora è giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre. Il passaggio avviene in una solenne liturgia pasquale. Come nella sua Incarnazione si erano impressi nella sua carne i simboli della Legge così ora in questo transito nella sua carne immolata e risorta si rivela la verità evangelica. Il passaggio quindi non avviene per spostamento di luogo ma per cambiamento di condizione. In Lui anche noi siamo passati dai deboli elementi del mondo presenti nella Legge alle realtà celesti operanti nell’Evangelo.

Avendo amati i suoi, che erano nel mondo. Gesù da sempre ha amato i suoi, coloro che il Padre gli dato, con amore inalterato; nell’ora, in cui tutto ha termine, Gesù manifesta loro il suo amore. Termine del suo amore sono i suoi. Questo vocabolo appare pure nel prologo per indicare i giudei (1,11). Là i suoi non l’accolgono; rifiutato dai suoi, Gesù è accolto da altri, che diventano i suoi (cfr. 1,12-13). Questi Gesù ama e, giunta la sua ora (la fine), a loro Egli manifesta il suo amore.

Gesù ama i suoi che sono nel mondo, là dove Egli è entrato e donde sta per uscire. I suoi sono nel mondo non come Lui vi era. Egli vi era in tutto simile a noi fuorché nel peccato (cfr. Eb 4,15), noi ci siamo anche nell’espressione più deleteria, che è il peccato. Gesù ci ama e ci raggiunge là dove noi siamo, cioè nel mondo, nel peccato. Egli è infatti l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (cfr. 1,29). Da questo deriva che i suoi sono sì nel mondo ma non nel peccato. Il fatto che Gesù ci ami, ci fa uscire dalla situazione del peccato ma non dal mondo. Essendo il gesto, che Gesù sta per compiere, espressione del suo amore giunto al termine, è chiaro che esso è carico di quanto sta per accadere con la sua esaltazione sulla Croce, là dove Gesù dice: «Tutto è giunto al suo termine» (19,30). L’esempio, che Egli ci consegna, è anche il sacramento del suo amore. Come esempio e sacramento, la lavanda reciproca dei piedi diviene il modo corretto per relazionarci gli uni con gli altri. Gesù pertanto vuole riempire l’esistenza dei discepoli con il suo amore espresso in gesti ed elementi sacramentali. Nella sua ora, nella fine, vi è la piena rivelazione di Gesù che si esprime già come realtà sacramentale. Questa è consegnata alla Chiesa, che obbedendo al mandato del suo Signore, compie quei segni e così il suo Maestro e Signore è sempre con lei.

2 Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo,

Durante la cena, l’evangelista sembra togliere ad essa i connotati pasquali presenti invece nei sinottici, perché la Pasqua appaia solo nell’immolazione di Gesù sulla Croce, come il vero Agnello pasquale. La cena appare quindi il momento conviviale della scuola in cui il Maestro dà gli ultimi insegnamenti ai suoi discepoli. I sinottici hanno trasmesso la Cena del Signore nei segni eucaristici del pane e del calice; Giovanni ci trasmette la Cena come luogo della vicendevole purificazione e dell’ascolto degli insegnamenti del Maestro. Origene distingue tra pranzo e cena. «Il pranzo significa il nutrimento primo, quello che bene si confà a coloro che sono appena iniziati, prima del compimento del giorno spirituale che è la nostra vita. La cena invece è il nutrimento finale, che viene apprestato a coloro che sono molto avanzati. In un altro senso, qualcuno potrebbe dire che il pranzo è il senso profondo degli scritti del Vecchio Testamento, mentre la cena sono i misteri nascosti nel Nuovo Testamento» (XXXII, 2).

Il diavolo avendo già gettato nel cuore; appare subito l’avversario, il diavolo, con la sua azione, che è quella di gettare nel cuore. Il verbo «gettare» ritorna in seguito: poi gettò acqua nel catino. All’azione spirituale del diavolo si contrappone l’azione sacramentale del Signore. I discepoli conoscono quest’azione del diavolo e sanno che il loro cuore è vulnerabile perciò si premurano di accogliere l’azione sacramentale del Signore e di amministrarsi a vicenda questo salutare lavacro perché non attecchisca nel loro intimo il pensiero gettato dal diavolo. Dopo aver presentato l’insegnamento in modo generico, l’evangelista ci rivela come durante quella cena il cuore colpito dal diavolo fosse quello di Giuda di Simone l’Iscariota. Il pensiero gettato nel cuore di Giuda è tradire Gesù.

Giuda è ora tutto concentrato in questo pensiero e si lascia trascinare da questa precisa volontà. Noi siamo già stati preparati a questo sia dalle parole profetiche di Gesù al c. 6 come anche dalla reazione di Giuda alla cena di Betania al c. 12. Ora vediamo come questo discepolo, già chiamato da Gesù un diavolo (cfr. 6,64), sia ora determinato nel voler tradire Gesù. Egli accoglie in sé la volontà del diavolo che è quella appunto di fare morire Gesù facendolo passare per questa prova dolorosa che consiste nell’essere consegnato attraverso un suo amico, uno cioè che ama veramente e che gli appartiene perché da Lui scelto.

3 Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava,

L’evangelista registra ora questa consapevolezza di Gesù: sapendo. Egli sa che è giunta la sua ora e che il Padre gli ha dato tutto nelle sue mani. Anche nell’ora in cui Gesù appare come il Servo e come l’Agnello di Dio, Egli resta sempre il Signore. Nessuno ha potere su di Lui se non perché Egli glielo concede. Quello che Gesù fa nella veste del Servo è manifestazione della sua signoria. Gesù ha nelle sue mani di uomo tutto perché il Padre glielo ha dato in quanto è il Figlio suo. Il suo essere uomo non diminuisce la sua signoria. Ed è proprio attraverso quello che Egli compie nella sua umanità che riceve in eredità tutte le Genti (cfr. Sal 2,8). Egli conquista a sé quanti gli sono stati consegnati non esercitando un potere dispotico ma compiendo nella sua carne le azioni che ci redimono di cui la prima è lavare i piedi ai discepoli. La sua signoria quindi inizia a esprimersi con questo gesto che rende suoi i discepoli. Ma nel tutto dato dal Padre nelle mani di Gesù sono pure compresi i suoi nemici. Egli separa i suoi con la lavanda dei piedi e li sottomette a sé nel vincolo dell’amore e affronta i suoi avversari per dominarli. «Ora, se ogni cosa sarà sottoposta, a eccezione di colui che ha sottoposto ogni cosa, è chiaro che anche colui di cui sta scritto: Alzò la sua cervice al cospetto del Signore onnipotente (Gb 15,25) sarà tra quelli che sono sottoposti a Lui, perché sarà vinto e costretto a cedere al Logos, a sottomettersi all’immagine di Dio e a fare da sgabello ai piedi di Cristo (Origene, XXXII, 3). Anche nella sua Passione e Morte, gli stessi avversari, benché lo crocifiggono, sono a Lui sottomessi perché non possono fare nulla se non quello che è scritto. Coloro che vogliono annientarlo si muovono solo secondo quanto la Scrittura dice, nulla possono fare di loro arbitrio. Essi sono liberi di fare ma non possono fare a Gesù quello che vogliono. Così si infuriano contro di Lui con ira impotente e perciò più infuocata.

L’evangelista ci comunica una terza consapevolezza di Gesù: che da Dio era uscito e verso Iddio se ne sta andando. Notiamo come l’espressione da Dio sia priva di articolo mentre verso Iddio abbia l’articolo. Le due espressioni si equivalgano oppure indicano una differenza? Propendiamo a dare al termine Dio senza articolo il valore di «natura divina», mentre con l’articolo lo intendiamo come «il Padre». Anche nel prologo si dice e Dio era il Verbo (1,1), cioè partecipe in pienezza della natura divina. Uscire da Dio equivale pertanto a svuotare se stesso, come dice la Lettera ai Filippesi (2,7). Il farsi carne del Verbo è il suo farsi esule da Dio, come il suo andare verso il Padre è entrare pienamente in quella gloria che aveva prima che il mondo fosse. «Egli uscì da Dio a causa degli esseri che erano venuti via da Dio, venendosi <così> a trovare fuori di Dio anche lui che di sua propria iniziativa non aveva voluto abbandonare il Padre, e venne perché gli esseri usciti da Dio tornassero nelle sue mani per il tramite e l’ordinamento costituiti in Gesù e fossero indotti mediante la sua economia a dirigersi verso Dio al seguito di Gesù, perché seguendo Lui si sarebbero trovati presso Dio» (Origene XXXII, 3). Seguendo Gesù, i suoi discepoli non sono solo condotti a Dio ma in modo più esatto sono condotti al Padre. L’allontanamento fu da Dio perché non si era ancora in Dio, il ritorno invece è verso il Padre perché in Gesù noi entriamo nell’intimo di Dio, diventiamo Figli nel Figlio. La lavanda dei piedi segna quindi l’inizio del suo andarsene verso il Padre, non più solo come è stata la sua uscita ma con coloro che ha purificato con la lavanda. Anche se resta vero che noi lo seguiremo dopo la sua risurrezione.

4 si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita.

Sorge dalla cena. «I primi tre versetti sono destinati a mettere in risalto il v. 4: sorge. Essi determinano le circostanze; vi è una serie di elementi concatenati tra di loro. Colpisce che concentra in una serie di espressioni atemporali tutta l’azione temporale del Signore. È alla festa di Pasqua che Gesù sa che è venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, ama i suoi fino alla fine e questo durante un banchetto. Il verbo reggente è sorge (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 15.11.75). Quanto è nell’intimo di Gesù si manifesta ora nelle azioni che il Signore sta per compiere di cui la prima è: sorge dalla cena. Il gesto appare all’esterno come improvviso e inaspettato.

Esso affonda nel rapporto con il Padre come obbedienza alla sua volontà. È giunto infatti il momento di dare la sua vita (cfr. 10,17-18). Egli è adagiato a cena con i suoi discepoli ma questi sono ancora separati da Lui. Benché siano con Lui, essi non sono ancora puri per entrare nella sua intimità ed essere introdotti nella sua conoscenza, «quindi si alza dalla cena con rincrescimento e solo per necessità, a motivo dei discepoli, interrompendo per breve tempo la cena, fino a che non abbia finito di lavare i piedi ai discepoli, perché se non li laverà non potranno avere parte con Lui» (Origene, XXXII, 3).

E depone le vesti. Nell’ordine dell’azione storica Gesù ha probabilmente deposto solo la sopraveste; nell’ordine del mistero Gesù appare già come sulla croce, cioè senza le vesti e cinto con il perizoma, dice infatti: e preso un asciugatoio, se ne cinse. L’evangelista sovrappone le due scene questa della lavanda e quella della croce e benché nella lavanda Gesù abbia la veste e l’asciugatoio attorno alla vita, tuttavia Egli lo vede già sulla croce cinto solo con il perizoma. L’identità delle due immagini indica l’identità del mistero. La deposizione delle vesti significa infatti il suo annientamento non solo nella sua Incarnazione ma anche nella sua Passione. Egli assume la natura dello schiavo per cui è cinto solo dall’asciugatoio pronto per servire i suoi discepoli. «Proprio perché sapeva che era venuto da Dio e che a Dio tornava, volle compiere non l’ufficio di Dio, Signore degli uomini, ma quello del servo degli uomini» (s. Agostino, LV, 6).

5 Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.

Poi versa dell’acqua nel catino. Il termine catino alla lettera significa «recipiente per lavare» che il papiro 66 chiama «catino per i piedi». L’articolo sembrerebbe indicare che quel recipiente era per quello scopo preciso.

Dopo essersi spogliato delle sue vesti e apparso simile a uno schiavo, il Signore prende l’oggetto proprio dello schiavo, il catino per lavare i piedi, certamente presente in ogni casa signorile. Con il catino e l’asciugatoio il Signore e il Maestro appare come lo schiavo. Così lo vedono stupiti i discepoli.

L’Evangelo dice che Gesù versa dell’acqua nel catino. Con l’acqua nel catino e con l’acqua che sgorga dal costato si apre e si chiude la narrazione della Passione. L’acqua versata nel catino in virtù dell’azione di Gesù purifica i discepoli; li immerge nella conoscenza di sé. Ma questa conoscenza non è ancora perfetta fino a quando non verrà lo Spirito.

Giustamente Origene osserva che il testo dice: cominciò a lavare. Cominciò ma non cessò di lavarli. «Egli infatti li lavò ancora e portò a termine la lavanda in seguito, perché <di nuovo> si erano inquinati, come risulta da quelle parole di Gesù: “Voi tutti prenderete scandalo di me in questa notte” (Mt 26,31) e da quelle che egli rivolse a Pietro: “Non canterà il gallo, che tu non m’abbia rinnegato tre volte” (Gv 13,38). Commessi tali peccati, i piedi dei discepoli, inquinati, abbisognavano di nuovo d’essere lavati» (XXXII, 4). Si può forse anche intendere che Gesù iniziò con questi primi discepoli ma che non cessò con loro perché Egli lava i piedi a ogni discepolo, che accoglie alla sua sequela. Dopo il battesimo infatti Gesù lava i piedi ai suoi discepoli quando li purifica da tutte le loro sozzure e li ammette alla comunione con sé. Ogni volta infatti che cresciamo nella conoscenza di Lui vuol dire che Gesù ci ha lavato i piedi e ci li ha asciugati con l’asciugatoio, di cui era cinto. Asciugare significa togliere l’acqua perché resti l’effetto di essa, cioè la pulizia. Così cessa l’azione sacramentale del Cristo ma non ne cessa l’effetto. Il gesto del Signore ci insegna che vi è una parte di noi che ha sempre bisogno di purificazione. Ad essa si china il Cristo e inizia quella purificazione che cesserà solo quando il corpo della nostra miseria sarà trasfigurato nel corpo della sua gloria in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tute le cose (cfr. Fil 3,21).

6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?».

Viene dunque da Simon Pietro. Il Maestro viene verso il discepolo che lo ha confessato (cf. 6,69) e che sta per rinnegarlo. Pietro subito reagisce; egli non vuole che il Signore gli lavi i piedi. Gli altri discepoli hanno accolto il gesto di Gesù, anche se certamente non ne hanno capito il motivo. Essi si fidavano di quello che Gesù stava facendo. Egli che prima fa e poi insegna (cfr. At 1,1) non rivela prima il significato delle sue azioni. Pietro invece se non capisce, non accetta e quindi reagisce. Egli pone la sua intelligenza come ostacolo alla volontà del Signore; contrappone il suo ragionare secondo gli uomini a quello secondo Dio (cfr. Mt 16,23). In questo suo modo di pensare, Pietro rappresenta nella Chiesa coloro che impongono la loro volontà come fosse quella di Dio e con la loro sapienza annullano la Croce di Cristo. Anche verso costoro viene Gesù per lavare loro i piedi e vincere ogni ragionamento umano e iniziarli alla conoscenza di se stesso.

7 Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo».

Di fronte alla reazione di Pietro, Gesù rivela al discepolo la sua ignoranza che può essere dissipata solo dall’insegnamento del Maestro. Il discepolo infatti non può contrapporre la sua conoscenza a quella del Maestro e quindi usufruire della sua libertà per ostacolarlo e sostituire quello che egli crede di sapere con quello che il Maestro gli vuole comunicare. Gli altri discepoli, pur non sapendo, accettano con umiltà e rispetto e attendono di essere iniziati alla conoscenza. Gesù rivela a Simon Pietro che anche lui è privo di conoscenza ed ha quindi bisogno di essere iniziato attraverso la lavanda dei piedi. Gesù vuole togliere dal cuore di Pietro questa pretesa di conoscere senza essere illuminato dal Cristo perché non solo rovinerebbe se stesso ma anche coloro che lo ascolteranno. Chi insegna senza essere illuminato dal Cristo danneggia coloro che lo ascoltano perché insegna dottrine che sono precetti di uomini (Mc 7,7), mentre l’insegnamento nella Chiesa parte dall’annientamento del Figlio di Dio nella sua Incarnazione e sulla Croce.

8 Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».

Le parole di Gesù non muovono Pietro dalla sua posizione, anzi con più risolutezza l’apostolo dichiara: «Non mi laverai i piedi in eterno!», né in questo secolo e neppure in quello futuro. Egli non vuole che Gesù si relazioni con lui nelle vesti dello schiavo. Nessun Maestro ha mai fatto questo per cui è necessario impedire a Gesù una simile azione rifiutandosi. È come quando uno si umilia e un altro gli impedisce di compiere quei gesti perché lo imbarazzano. Allo stesso modo Pietro è sconvolto davanti a Gesù. Egli non vuole che si umili in questo modo. Egli già subisce lo scandalo della Passione. La risposta di Gesù s’incentra sul rapporto suo con Pietro. Egli deve lavare l’apostolo perché possa avere parte con Lui. Gesù parla ora di un lavacro completo che tocca l’intera persona. Come la donna ungendo i piedi aveva unto il Signore, così ora Gesù lavando i piedi lava i discepoli perché abbiano parte con Lui. Gesù sta per avvicinare i suoi discepoli alla sua offerta sacrificale e sta per porre nelle loro mani i misteri della fede, per questo è necessario che Egli li lavi.

Allo stesso modo Mosè fece avvicinare (cioè offrì) Aronne e i suoi figli e li lavò con acqua (Lv 8,6). Prima di santificare se stesso per offrirsi per i suoi discepoli, Gesù li lava perché siano capaci di compiere con Lui il loro servizio sacerdotale. Gesù non viene lavato con acqua da nessuno perché è Lui la sorgente della purificazione ed è Lui a lavare i suoi discepoli perché diverso da quello di Aronne è il sacerdozio che Egli dona ai suoi. Avere parte con Gesù in virtù della mistica lavanda è quindi entrare nella nuova ed eterna alleanza, è essere là dove Egli è (cfr. 12,32), cioè essere partecipi della sua glorificazione. Ma il discepolo non potrà mai vedere la gloria del Signore se non ne parteciperà all’umiliazione.

9 Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!».

Pur di aver parte con Gesù, Simon Pietro è disposto a farsi lavare non solo i piedi ma anche le mani e il capo, cioè le parti scoperte del corpo. Egli ancora non comprende il significato del gesto del suo Maestro ma poiché ha appreso che è necessario per essere con Gesù, egli chiede di essere lavato pure nelle mani e nel capo. La lavanda delle mani era abituale, inconsueta invece era la lavanda del capo. Leggiamo più di unzione che di lavanda del capo. Ma qui si registra l’impeto di Pietro che da un  estremo va all’altro. Egli non vuole essere separato da Gesù. «Affinché tu non mi neghi di aver parte in te stesso, nessuna parte del mio corpo sottrarrò alla tua abluzione» (S. Agostino, LVI, 2).

10 Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti».

A questa richiesta Gesù dà una risposta che parte da una constatazione ovvia: «Chi è lavato non ha più bisogno di essere lavato». L’aggiunta se non i piedi sembra posteriore. L’omissione di questa frase «ha il sostegno del Codice Sinaitico, di alcune testimonianze della Vulgata e di importanti Padri della Chiesa. In effetti, i Padri latini non mostrano di conoscere questa frase prima del tempo di Ambrogio, alla fine del IV secolo, quando quella lezione fu introdotta in Occidente dall’Oriente (vedi Häring, art. cit.)» (Brown, o.c., p. 656).

Da qui apprendiamo che Gesù ha già lavato i suoi discepoli ed ora non necessitano di un ulteriore lavacro se non quello dei piedi. All’inizio del c. 4 noi leggiamo di un battesimo compiuto ai discepoli di Gesù non conferito da Gesù stesso ma dai suoi discepoli (4,1-2). Sembra che questo battesimo iniziale sia ora portato a compimento dalla lavanda dei piedi.

L’atto iniziale del battesimo viene portato a compimento in ogni discepolo nella lavanda dei piedi. L’uno e l’altra sono necessari perché sono partecipazione all’azione sacrificale di Gesù. Se la lavanda sta al battesimo come al suo compimento è chiaro che essa è in stretta connessione con l’Eucaristia. Questa connessione non è sostituzione ma complementarietà. Nell’una e nell’altra Gesù si fa presente nella sua Chiesa e dona se stesso. Nell’una e nell’altra Egli purifica i suoi discepoli nell’acqua e nel sangue che appaiono dal suo costato come inizio sponsale della Chiesa. La purificazione è quindi incessante. Partendo dal lavacro battesimale, che è unico e irrepetibile, ogni discepolo non ha che necessità di essere lavato nei piedi e in tal modo è tutto puro. La lavanda dei piedi rappresenta quindi l’azione, che Gesù compie, per portarci a essere puri in tutto. Noi percepiamo che abbiamo bisogno sempre di purificazione, che Gesù compie, per portarci a essere così puri che Egli posa dichiarare: «e voi siete puri». Quest’azione di purificazione si può esprimere in modo puntuale nel sacramento della riconciliazione, ma si può esprimere anche nella sua azione che continuamente opera nel suo corpo che è la Chiesa e quindi in ciascun membro. Ogni discepolo deve acquistare intelligenza dell’azione interiore, che Gesù compie in lui, perché accolga e risponda in modo adeguato

Ci si può chiedere perché proprio i piedi e non le mani e il capo, come chiedeva l’apostolo. Gesù lava loro i piedi perché possano camminare nella via santa tracciata dalla terra d’esilio alla città di Gerusalemme (cfr. Is 35,8). Egli stesso è questa via che conduce al Padre; i discepoli non possono essere in Gesù ed essere da Lui portati al Padre se Egli, dopo averli rigenerati nel lavacro battesimale, non lava loro i piedi. Noi infatti camminiamo di lavanda in lavanda, di Eucaristia in Eucaristia. Possiamo allora affermare che la lavanda è il rinnovarsi del lavacro battesimale, che ci rende capaci di procedere in questa via santa fino al Padre. «Infatti, se come sta scritto: confessiamo i nostri peccati, colui che lavò i piedi ai suoi discepoli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e da mondarci da ogni iniquità (1Gv 1,9), cioè da purificarci anche nei piedi con i quali stiamo a contatto con la terra» (S. Agostino, LVI, 4). Questa purificazione incessante del Cristo tocca tutte le membra. «Dopo Agostino cita il Cantico: Ho svestito la tunica; come indossarla ancora? Mi sono lavato i piedi; come imbrattarli di nuovo? (5,2-3). E si domanda: perché dice: Devo sporcare i piedi per andare a Cristo? Applica ciò all’annuncio, cioè ci si deve sporcare con le cose degli altri» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 15.11.75). «Essa parla qui a nome di coloro che, mondati di ogni sozzura, possono dire: Bramo sciogliermi dal corpo per essere con Cristo, ma il rimanere in vita è più necessario per il vostro bene (Fil 1,23-24). Parla anche a nome di quanti annunziano Cristo e gli aprono la porta, affinché, per mezzo della fede, egli abiti nel cuore degli uomini (cfr. Ef 3,17). E ancora parla a nome di quanti esitano a lungo prima di assumere un ministero che vorrebbero esercitare nella massima purezza, nel timore che, dopo aver predicato agli altri, vengano poi essi stessi riprovati (cfr. 1Cor 9,27). È infatti più sicuro ascoltare che non annunziare la verità: perché, quando si ascolta si può praticare l’umiltà, mentre quando si predica è difficile difendersi da un qualsivoglia sentimento di vanità che insozza i piedi» (S. Agostino, LVII, 2). Assumere un ministero è cosa assai difficile, perciò per timore «di cadere nel peccato esercitando questo difficile ministero» ci sono coloro che rifiutano «di annunziare il Vangelo». E così costoro «che potrebbero conquistare e reggere il popolo e così aprire la porta a Cristo», dicono con la Chiesa: Mi sono lavato i piedi, come imbrattarli di nuovo?, come abbandonare la contemplazione delle realtà divine e sporcarsi nella considerazione delle realtà terrene? Per questo è necessario essere sempre con Cristo quando si esercita il ministero perché troppo facilmente ci si contamina con un giudizio, con una parola, con uno sguardo o con un’omissione. Ma non tutti si lasciano purificare; per questo Gesù aggiunge: «ma non tutti». Non perché Egli sia incapace di purificare qualche colpa, ma perché c’è chi accoglie quanto il diavolo getta nel cuore.

11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».

In questo caso è Giuda che ha nel cuore il pensiero di tradirlo. Gesù infatti conosce i suoi e chi sono coloro che lo amano. Egli vuole purificare tutti ma vi sono coloro che lo rifiutano e perché anche questi giungano a conversione Egli dichiara loro che non sono puri. È puro chi vuole appartenere a Cristo con tutto se stesso, mentre chi lo tradisce rimane nella sua impurità. «Non ci si può mettere al servizio del diavolo contro Gesù e nello stesso tempo partecipare della benedizione del battesimo. Il traditore non può essere mondato con il sangue della sua vittima» (H. Strathmann, o.c., p. 329).

12 Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi?

Quando dunque ebbe lavato i loro piedi e li ebbe purificati perché avessero parte con Lui, ed ebbe prese le sue vesti, che si era tolto a indicare la sua umiliazione sulla sua croce, e di nuovo si fu adagiato a mensa, non più come prima. Infatti questo nuovo adagiarsi a mensa indica quello che avverrà nel suo Regno. Esso è anticipato nell’Eucaristia.

La prima parola, che il Maestro dice è questa: «Conoscete quello che ho fatto a voi» che può essere in forma interrogativa o di comando: «è necessario che conosciate quello che ho fatto a voi perché anche voi non siete più quelli di prima». Il primo dono, che il Signore fa ai suoi discepoli, è la conoscenza, perché Egli sa che questa dona gioia. Anche Pietro, che aveva rifiutato, è ora nella gioia di essere con il suo Maestro. Anche noi, che leggiamo e che abbiamo i piedi lavati dal Signore, dobbiamo procedere verso un’ulteriore conoscenza di quanto Gesù ha fatto a noi. «Infatti le parole: “Capite quello che vi ho fatto?” sono atte a suscitare al tempo stesso sia imbarazzo e stupore sia desiderio di comprendere l’accaduto. Esse vanno lette o in tono interrogativo (quasi a sottolineare la grandezza dell’accaduto) o in tono imperativo per indurre la mente dei discepoli a meditare su quanto era stato fatto e quindi comprenderlo» (Origene, XXXII, 10). Quanto Egli sta per dire non esprime il mistero del gesto da Lui compiuto ma la via da percorrere per esserne partecipi. Infatti quanto alla conoscenza del mistero esso è imperscrutabile secondo quello che è scritto: Ho osservato tutta l’opera di Dio, e che l’uomo non può scoprire la ragione di quanto si compie sotto il sole (Qo 8,17) ma quanto alla via essa è percorribile e dona gioia, come è scritto: Tu mi allieti Signore, con le opere che hai compiuto, ed esulto per l’opera delle tue mani (Sal 92,5). Chi percorre la via, che il Signore sta per indicare, comprenderà sempre più la mistica lavanda e gioirà sempre più nel Signore.

13 Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono.

Perché i discepoli comprendano quello che Egli ha loro fatto, Gesù richiama quale sia il suo rapporto con loro. Egli è il Signore e il Maestro. Con questo gesto della lavanda Gesù non ha voluto cessare di essere tale. Egli ha voluto lavare loro i piedi proprio perché è il loro Signore e il loro Maestro. «Dunque: Gesù ha lavato i piedi dei suoi discepoli in quanto Maestro, quelli dei suoi servi in quanto Signore» (Origene, XXXII, 10). Il Maestro lava i piedi dei suoi discepoli perché conoscano quello che Egli ha fatto loro e lava i piedi dei suoi servi perché abbiano parte con Lui, siano là dove Egli è e vedano la sua gloria.

Il Maestro, lavando i piedi dei discepoli, purifica la loro conoscenza perché vedano con occhi interiori quello che Pietro rifiutava di vedere, cioè l’umiliazione del Maestro sulla Croce e la propria umiliazione ai piedi gli uni degli altri.

Il Signore lava i piedi dei suoi servi perché cessino di essere tali e diventino i suoi amici. «In quanto è il loro Signore, infatti, ha fatto sì che i suoi servi potessero diventare come il loro Signore, allorché non avranno più lo spirito di servitù per essere di nuovo nella paura ma riceveranno lo Spirito di figli adottivi, nel quale esclamano. “Abba, Padre” (Rm 8,15)» (Origene, XXXII, 10). La lavanda dei piedi segna quindi il passaggio dalla Legge all’Evangelo, dallo Spirito che, mediante la Legge trattiene nel timore del servo, allo Spirito che, per la grazia evangelica, immette nell’adozione filiale. Questo passaggio porta quindi i discepoli a crescere fino al limite segnato da Gesù, come ancora insegna Origene: «Se qualcuno di loro, realizzando appieno quelle parole: è sufficiente per il discepolo essere come il suo Maestro, e per il servo essere come il suo Signore (Mt 10,25), diventerà come il suo Maestro e Signore, sarà in grado di imitarlo anche nel lavare i piedi ai discepoli: anch’egli laverà i piedi dei discepoli con l’ufficio di maestro, che Dio ha collocato nella Chiesa al terzo posto, dopo gli apostoli e i profeti che tengono il primo e il secondo posto (cfr. 1Cor 12,28)» (XXXII, 10).

14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri.

Questa è la condizione della sequela, che deriva di conseguenza dal fatto che Gesù ci ha lavato i piedi: «Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri». Dobbiamo chiederci se tra noi suoi discepoli, che lo conosciamo come Signore e Maestro, dobbiamo lavarci fisicamente i piedi oppure il gesto sta a indicare il modo di relazionarci a vicenda. Anche tra noi ci sono coloro che guidano la comunità cristiana e che sono i primi. Essi sono tali in forza del servizio perché nella Chiesa siamo tutti discepoli perciò tutti dobbiamo essere disponibili a servirci vicendevolmente perché tutti partecipiamo all’umiliazione del Signore e Maestro. Quindi è proprio in forza del suo annientamento che noi possiamo e quindi dobbiamo lavarci i piedi vicendevolmente. Il Maestro ha quindi indicato questa via perché noi possiamo conoscere quell’umiltà che abbiamo perso nel paradiso. Nella lavanda dei piedi sono racchiuse per tanto quelle umili azioni date e ricevute che non dobbiamo vergognarci di compiere e di ricevere in forza della comunione fraterna. Queste azioni sono manifestazioni dell’amore annientato del Signore.

Se nella Chiesa non esiste questo perché i più grandi si fanno servire dai più piccoli e a loro volta non servono, allora è annullata la presenza del Cristo, che è in mezzo a noi come colui che serve (cfr. Lc 22,27). «Non disdegni il cristiano di fare quanto fece Cristo. Poiché quando il nostro corpo si china ai piedi del fratello, il sentimento di umiltà nasce, oppure, se già era nel nostro cuore, si fortifica» (s. Agostino, LVIII, 4).

15 Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Gesù chiama la lavanda dei piedi esempio. L’esempio è un modello da imitare. Così in Gc 5,10 i profeti sono  esempio da prendere nelle situazioni di sofferenza per la loro capacità di sopportazione e di pazienza. Come al contrario non dobbiamo cadere nelle stesso modello di disobbedienza della generazione del deserto (Eb 4,11). L’esempio, che Gesù ci ha dato, consiste nel fare quello che Egli ha fatto.

Ma l’esempio non è certo una pura imitazione esteriore. Esso emerge dalla sua ora e dal suo amore che giunge sino alla fine. Fare come Egli ha fatto significa annunciare l’ora di Gesù e il suo amore consumato nella morte sulla Croce. Il gesto di lavarci i piedi l’un l’altro diviene manifestazione dell’amore di Gesù nel suo compimento e impegno del dono della nostra vita. Il gesto acquista quindi forza sacramentale: nel dono nostro è Cristo che dona se stesso al fratello e ci coinvolge nel suo dono. La sorgente è il Signore, che lava attraverso di noi, i piedi degli altri e lava i nostri attraverso gli altri. L’esempio non è pura imitazione ma è il rivelarsi del gesto del Signore attraverso la nostra imitazione. Lasciar emergere questo gesto da noi è segno di intima unione con Gesù e di amore oblativo verso i fratelli. La lavanda dei piedi è quindi simbolo visibile di un lavacro interiore compiuto ogni momento nella capacità del perdono. Lava i piedi chi veramente ama. Costui sarà capace con il suo umile esercizio di rimuovere dagli altri la polvere che si deposita nelle coscienze degli altri offuscando la conoscenza e l’amore. L’amore vicendevole, capace di umili servizi, è rimozione della sporcizia del peccato. Noi siamo in rapporto vicendevole in base al quale o ci accusiamo vicendevolmente o ci perdoniamo gli uni gli altri. Porge i piedi da lavare colui che chiede perdono, glieli lava chi perdona (cfr. Col 3,13: sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi). «Al Signore è riservato esaudirci, purificarci da ogni contagio dei peccati per Cristo, e di sciogliere in cielo, ciò che noi in terra sciogliamo, cioè i debiti che noi avremo rimesso ai nostri debitori» (s. Agostino,LXXXII, 5).

 

LAVANDA DEI PIEDI

Ogni volta che celebriamo la Cena del Signore entriamo nella stanza alta dove Cristo ci introduce nella conoscenza sempre più profonda del suo mistero. È scritto: Beato l’uomo che ha disposto le ascensioni nel suo cuore (Sal 83,6). La stanza alta corrisponde alla parola alta, quella dei segreti ineffabili della vita divina, che c’innalzano di gloria in gloria (2Cor 3,18); è il luogo dove si eleva la nostra mente (In alto i cuori). Stanza alta è il nostro cuore quando dimoriamo nella Parola divina e Cristo diventa nostro commensale (cfr. Ap 3,20). È il luogo quindi dove ritirarsi a pregare il Padre (cfr. Mt 6,6). Chi entra, appoggia il suo capo sul petto del Signore e ne penetra i tesori di scienza e sapienza che sono nel suo cuore (cfr. Col 2,3). Petto del Signore sono le divine Scritture: solo il discepolo, che Gesù ama, può penetrane il segreto.

Dopo che in presbiterio sono state predisposte le panche per la Lavanda dei piedi, un lettore introduce il rito:

Didascalia: Siamo ora nel Cenacolo, la stanza alta. Godiamo l’ospitalità del Signore e la mensa immortale. Ora il Signore c’inizia ai Misteri con la Parola azzima della Verità.

In questa sera, Egli lava i piedi ai discepoli e insegna loro la via divina dell’umiltà.

Il sacerdote, agendo nella persona di Gesù, compie lo stesso suo gesto.

Osserviamo come il Signore lava loro i piedi per fare come abbiamo visto assoggettandoci gli uni gli altri nel servizio vicendevole. Purificati dalla sua umiltà e dal suo amore saremo capaci di osservare il comandamento nuovo.

 

Antifona 1 Cf Gv 13,4.5.15

Il Signore si alzò da tavola

versò dell’acqua in un catino,

e cominciò a lavare i piedi ai discepoli:

ad essi volle lasciare questo esempio.

«Restiamo vicino al Signore per vedere come lava i piedi dei discepoli e li asciuga con il lino e per fare come abbiamo visto, assoggettandoci gli uni agli altri e lavandoci reciprocamente i piedi, così come il Cristo ha ordinato ai suoi discepoli» (Liturgia bizantina).

 

Antifona 2        Gv 13,6.7.8

«Signore, tu lavi i piedi a me?».

Gesù gli rispose dicendo:

«Se non ti laverò,

non avrai parte con me».

V/ Venne dunque a Simon Pietro,

e disse a lui Pietro:

«Signore, tu lavi…

V/ « Quello che io faccio,

ora non lo comprendi, giorno ».

ma lo comprenderai un giorno».

«Signore, tu lavi…

Antifona 3        cfr. Gv 13,14

 

« Se vi ho lavato i piedi,

io, Signore e Maestro,

quanto più voi avete il dovere

di lavarvi i piedi l’un l’altro ».

Antifona 4 Gv 13,35

« Da questo tutti sapranno

che siete miei discepoli,

se vi amerete gli uni gli altri ».

V/  Gesù disse ai suoi discepoli:

«Da questo tutti sapranno…

Antifona 5 Gv 13,34

«Vi do un comandamento nuovo:

che vi amiate gli uni gli altri

come io ho amato voi», dice il Signore.

Antifona 6 cfr. 1 Cor 13,13

Fede, speranza e carità,

tutte e tre rimangano tra voi:

ma più grande di tutte è la carità.

V/ Fede, speranza e carità,

tutte e tre le abbiamo qui al presente;

ma più grande di tutte è la carità.

– Fede…

Antifona bizantina

Dio a sera lava i piedi dei discepoli,

Dio che in antico, a sera,

aveva passeggiato nell’Eden.

La lavanda riporta al Giardino di Eden: lì è l’acqua che purifica (voi siete puri, ma non tutti …). Purificati da quest’acqua possiamo fare il Banchetto sacro con il Signore. Se Adamo non avesse peccato, quella sera in cui Dio veniva a cena da lui alla brezza del giorno, egli si sarebbe lavato per cenare con Dio. Ma Adamo non era pronto e la cena fu rimandata al tempo di Abramo e soprattutto viene oggi compiuta dal Cristo.

 

Mentre si svolge la lavanda dei Piedi, si esegue il canto seguente o un altro canto adatto.

L’inno è attribuito a Paolino d’Aquileia († 802). È nato nell’ambiente monastico veronese e fu composto all’epoca carolingia; favorito dai francescani, entrò poi nel messale di s. Pio V. La melodia, caratteristica per la sua semplicità, è, a giudizio dell’Ott, un resto preziosissimo dei vetusti canti agapici cristiani; forse è il più antico canto sacro (Rigetti, Storia liturgica).

Rit. Dov’è carità e amore, lì c’è Dio.

Ci ha riuniti tutti insieme Cristo, amore.

Rallegriamoci, esultiamo nel Signore!

Temiamo e amiamo il Dio vivente,

e amiamoci tra noi con cuore sincero. Rit.

Noi formiamo, qui riuniti, un solo corpo:

evitiamo di dividerci tra noi,

via le lotte maligne, via le liti

e regni in mezzo a noi Cristo Dio. Rit.

Fa’ che un giorno contempliamo il tuo volto

nella gloria dei beati, Cristo Dio.

E sarà gioia immensa, gioia vera:

durerà per tutti i secoli senza fine. Rit.

 

Al termine della lavanda dei piedi, il sacerdote si lava le mani e rindossa la casula.

Segue la Preghiera universale. Si omette il Credo.

 

PREGHIERA DEI FEDELI 1

Fratelli (e sorelle), abbiamo ricevuto dal nostro Signore e Maestro una proposta molto impegnativa. Conoscendo la nostra debolezza, rivolgiamoci al Padre con la preghiera:

Aiutaci, Signore!

– Per le comunità cristiane: perché attuino sempre meglio la loro vocazione di servizio agli uomini nella ricerca della verità e con gesti concreti di amore, preghiamo.

– Per i ministri della Chiesa: perché svolgano il loro servizio della parola, dei sacramenti e della comunione ecclesiale come ha insegnato Gesù, preghiamo.

– Per i fanciulli che quest’anno parteciperanno alla messa di prima comunione: perché trovino nella comunità cristiana la spiegazione vivente dell’Eucaristia attraverso l’impegno della carità, del servizio, della fraternità, preghiamo.

– Per tutti noi qui presenti: perché condividendo il pane eucaristico sappiamo anche condividere il pane quotidiano, mettendo in comune quello che abbiamo e che siamo, preghiamo.

Dio, nostro Padre, aiutaci a capire e a fare gli uni per gli altri quello che per noi ha fatto Cristo tuo Figlio e nostro Padre.

Amen.

PREGHIERA DEI FEDELI 2

 

Giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre

il Signore Gesù ci ha lasciato il testamento del suo amore nell’umile gesto della lavanda dei piedi e nel dono supremo dell’Eucaristia.

Consapevoli che il Padre ha posto tutto nelle sue mani, rivolgiamo a lui la nostra preghiera.

  1. O Gesù, Maestro e Signore, ascoltaci.

Per la santa Chiesa:

eleva tutti i tuoi discepoli alla contemplazione

dei segni della tua regalità e del tuo amore: la tua diaconia nella mistica lavanda, il tuo Corpo spezzato e il calice del tuo Sangue versato offerti a noi sulla mensa pasquale, preghiamo. R.

Per il vescovo e i presbiteri della nostra Chiesa di N.:

dona loro di lavarsi vicendevolmente i piedi, perché nella loro concordia e consonante amore, sia celebrata l’unica liturgia di lode, preghiamo. R.

Per la comunione perfetta delle sante Chiese:

questo memoriale della santa Cena faccia risuonare nel nostro spirito l’ardente appello all’unità che hai innalzato nella tua preghiera sacerdotale al Padre, preghiamo. R.

Per gli uomini, il cui cuore è indurito dalla violenza e la mente è accecata dalla cupidigia e per tutti i commensali che hanno rifiutato il tuo invito:

la tua preghiera li illumini e il tuo Sangue come di agnello innocente e mansueto, li renda umili, preghiamo. R.

Per tutti noi che condividiamo il pane del cielo alla tua mensa eucaristica:

insegnaci a condividere il pane terreno con i poveri e il tuo evangelo con quanti hanno fame e sete di giustizia e di misericordia, preghiamo. R.

Signore Gesù, in quest’ora suprema in cui fosti esaudito, accogli la nostra preghiera e in questa sera, in cui ci chiami come amici a mangiare la Pasqua con te, rendici degni di essere tuoi coeredi e commensali nella gloria del banchetto eterno.

Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Amen.

 

LITURGIA EUCARISTICA

 

LA PRESENTAZIONE DEI DONI

Didascalia: Ha inizio la Liturgia eucaristica.

Sulla Mensa vengono portati i doni: il pane, il vino e l’acqua.

La Santa Cena è il nuovo ed eterno sacrificio «mistero della Passione del Signore e della nostra redenzione» (s. Cipriano).

La Santa Cena è il memoriale del Signore.

La Santa Cena è convito nuziale dell’amore del Cristo per la Chiesa «formata con il sangue e l’acqua fluiti dal suo fianco aperto» (s. Agostino).

PREGHIERA EUCARISTICA

Didascalia: La grande preghiera eucaristica si rifà ripetutamente ai misteri che santificano questa grande sera. Il mistero di quella Cena che Gesù aveva ardentemente desiderato di celebrare con i suoi discepoli viene così efficacemente rievocato e noi lo riviviamo attingendo da esso grazia su grazia.

Sulle Offerte

Concedi a noi tuoi fedeli, Signore, di partecipare degnamente ai santi misteri, perché ogni volta che celebriamo questo memoriale del sacrificio del Signore, si compia l’opera della nostra redenzione. Per Cristo nostro Signore.

Amen.

 

Prefazio della SS. Eucaristia I

 

È questo il giorno in cui Cristo inizia la sua Liturgia sacrificale che culmina nell’innalzamento sulla Croce. Si manifesta quindi come il sommo Sacerdote, che ha istituito il rito del sacrificio perenne. Da lui la Chiesa scaturisce come popolo sacerdotale che si unisce alla sua oblazione. All’interno di essa, per un misterioso disegno, il Signore sceglie dei fratelli a cui dà il compito di presiedere lungo il corso dei secoli, fino alla sua venuta, a questi meravigliosi misteri. La natura e i compiti del sacerdozio ministeriale sono messi in luce nel prefazio della messa crismale: «Egli comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti, e con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli che mediante l’imposizione delle mani fa partecipi del suo ministero di salvezza. Tu vuoi che nel suo nome rinnovino il sacrificio redentore, preparino ai tuoi fedeli la mensa pasquale, e, servi premurosi del tuo popolo, lo nutrano con la tua parola e lo santifichino con i sacramenti. Tu proponi loro come modello il Cristo, perché, donando la vita per te e per i fratelli, si sforzino di conformarsi all’immagine del tuo Figlio, e rendano testimonianza di fedeltà e di amore generoso».

 

È veramente cosa buona e giusta,

nostro dovere e fonte di salvezza,

rendere grazie sempre e in ogni luogo

a te, Signore, Padre santo,

Dio onnipotente e misericordioso,

per Cristo nostro Signore.

Sacerdote vero ed eterno,

egli istituì il rito del sacrificio perenne;

a te per primo si offrì vittima di salvezza,

e comandò a noi di perpetuare l’offerta in sua memoria.

Il suo corpo per noi immolato è nostro cibo e ci dà forza,

il suo sangue per noi versato

è la bevanda che ci redime da ogni colpa.

Per questo mistero del tuo amore,

uniti agli angeli e ai santi,

cantiamo con gioia l’inno della tua lode:

 

Santo, Santo, Santo...

 

Si usa il Canone Romano e la prima parte è come segue:

Padre clementissimo  noi ti supplichiamo e ti chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, di accettare questi doni, di benedire + queste offerte, questo santo e immacolato sacrificio.

Noi te l’offriamo anzitutto per la tua Chiesa santa e cattolica, perché tu le dia pace e la protegga, la raccolga nell’unità e la governi su tutta la terra, con il tuo servo il nostro Papa …., il nostro Vescovo … (con me indegno tuo servo) e con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica, trasmessa dagli Apostoli.

Ricòrdati, Signore, dei tuoi fedeli … e …

Ricòrdati di tutti i presenti, i dei quali conosci la fede e la devozione: per loro ti offriamo e anch’essi ti offrono questo sacrificio di lode, e innalzano la preghiera a te, Dio eterno, vivo e vero, per ottenere a sé e ai loro cari redenzione, sicurezza di vita e salute.

In comunione con tutta la Chiesa, mentre celebriamo il giorno santissimo nel quale Gesù Cristo nostro Signore fu consegnato alla morte per noi, ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre vergine Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo, san Giuseppe, suo sposo, i santi apostoli e martiri: Pietro e Paolo, Andrea, Giacomo, Giovanni, Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone e Taddeo, Lino, Cleto, Clemente, Sisto, Cornelio e Cipriano, Lorenzo, Crisògono, Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano e tutti i santi; per i loro meriti e le loro preghiere donaci sempre aiuto e protezione.

Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia, nel giorno in cui Gesù Cristo nostro Signore affidò ai suoi discepoli il mistero del suo Corpo e del suo Sangue, perché lo celebrassero in sua memoria. Disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti.

Santifica, o Dio, questa offerta con la potenza della tua benedizione, e dégnati di accettarla a nostro favore, in sacrificio spirituale e perfetto, perché diventi per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo.

In questo giorno, vigilia della sua passione, sofferta per la salvezza nostra e del mondo intero, egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili, e alzando gli occhi al cielo a te Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli, e disse:

« Prendete, e mangiatene tutti:

questo è il mio Corpo

offerto in sacrificio per voi ».

Dopo la cena, allo stesso modo, prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabili, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli, e disse:

« Prendete, e bevetene tutti:

questo è il calice del mio Sangue

per la nuova ed eterna alleanza,

versato per voi e, per tutti

in remissione dei peccati. 

Fate questo in memoria di me ».

Mistero della fede.

Il popolo acclama:

OGNI VOLTA CHE MANGIAMO DI QUESTO PANE

E BEVIAMO DI QUESTO CALICE

ANNUNZIAMO LA TUA MORTE, SIGNORE,

NELL’ATTESA DELLA TUA VENUTA.

In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo

celebriamo il memoriale della beata passione,

della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo

del Cristo tuo Figlio e nostro Signore;

e offriamo alla tua maestà divina,

tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, santa e immacolata,

pane santo della vita eterna e calice dell’eterna salvezza.

Volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno,

come hai voluto accettare

i doni di Abele, il giusto,

il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede,

e l’oblazione pura e santa di Melchisedech,

tuo sommo sacerdote.

Si inchina, e a mani giunte, prosegue:

Ti supplichiamo, Dio onnipotente:

fa’ che questa offerta,

per le mani del tuo angelo santo,

sia portata sull’altare del cielo

perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare,

comunicando al santo mistero del corpo e sangue del tuo Figlio,

in posizione eretta, segnandosi, conclude:

scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo.

Con le braccia allargate, dice:

Ricordati, o Signore, dei tuoi fedeli (… e …)

che ci hanno preceduto con il segno della fede

e dormono il sonno della pace.

Congiunge le mani e prega brevemente per i defunti che vuole ricordare.

Poi, con le braccia allargate, prosegue:

Dona loro, Signore, e a tutti quelli che riposano in Cristo

la beatitudine, la luce e la pace.

Con la destra si batte il petto, mentre dice:

Anche a noi, tuoi ministri, peccatori,

con le braccia allargate, prosegue:

ma fiduciosi nella tua infinita misericordia,

concedi, o Signore,

di aver parte nella comunità

dei tuoi santi apostoli e martiri:

Giovanni, Stefano, Mattia, Barnaba,

[Ignazio, Alessandro, Marcellino e Pietro, Felicita, tua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia]

e tutti i santi:

ammettici a godere della loro sorte beata non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono.

Congiunge le mani e dice:

Per Cristo nostro Signore

tu, o Dio, crei e santifichi sempre,

fai vivere, benedici

e doni al mondo ogni bene.

Prende sia la patena con l’ostia, sia il calice, ed elevandoli insieme,

Per Cristo, con Cristo e in Cristo,

a te, Dio Padre onnipotente,

nell’unità dello Spirito santo

ogni onore e gloria

per tutti i secoli dei secoli.

Il popolo ratifica la Preghiera eucaristica acclamando:

AMEN.

RITI DI COMUNIONE

 

Antifona alla Comunione        1 Cor 11,24.25

«Questo è il mio corpo, che è per voi; questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue» , dice il Signore. «Fate questo ogni volta che ne prendete in memoria di me».

Oppure:

Il Signore Gesù, sapendo che era giunta la sua ora,  dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

Dopo la Comunione

Padre onnipotente, che nella vita terrena ci hai nutriti alla Cena del tuo Figlio, accoglici come tuoi commensali al banchetto glorioso del cielo. Per Cristo nostro Signore.

REPOSIZIONE DEL SS.MO SACRAMENTO E CONCLUSIONE

Terminata la Comunione, sull’altare deve esserci solo la Pisside con il Pane consacrato.

La reposizione è antichissima e diviene solenne solo nel sec. XI. Le forme di solennità crescono sempre più di secolo in secolo.

Amalario interpreta simbolicamente come il sepolcro di Cristo. Questa interpretazione diviene assai popolare al punto da dare il nome e la forma alla custodia stessa fino alla riforma attuale.

Didascalia: Il Pane consacrato, il prezioso Corpo del Signore, viene riposto per essere nostro nutrimento domani nella Liturgia che commemora la sua morte. Ci succederemo durante la notte nell’amorosa contemplazione del Dono che in questa vigilia della sua morte, avendoci amato fino alla fine, il Signore ha fatto di sé a noi.

L’adorazione nelle ore buie è un gesto e un impegno di fedeltà al Salvatore che va ad immolarsi per noi, è una risposta alla sua Preghiera. In quest’ora terrori, gocce di sangue, scorrono sulla sua persona mentre il Signore prega che sia allontanata la morte e così illude il Nemico.

Canto per la Reposizione della SS.ma Eucaristia nel Tabernacolo

Genti tutte, proclamate il mistero del Signor,

del suo Corpo e del suo Sangue che la Vergine donò

e fu sparso in sacrificio per salvar l’umanità.

Dato a noi da madre pura, per noi tutti s’incarnò. 

La feconda sua parola tra le genti seminò;

con amore generoso la sua vita consumò.

Nella notte della Cena coi fratelli si trovò.

Del pasquale sacro rito ogni regola compì

e agli apostoli ammirati come cibo si donò.

La parola del Signore pane e vino trasformò:

pane in carne, vino in sangue, in memoria consacrò.

Non i sensi, ma la fede prova questa verità.

A questo punto il sacerdote incensa la pisside mentre si canta:

Adoriamo il Sacramento che Dio Padre ci donò.

Nuovo patto, nuovo rito nella fede si compì.

Al mistero è fondamento la parola di Gesù.

Gloria al Padre onnipotente, gloria al Figlio Redentor

lode grande, sommo onore all’eterna Carità.

Gloria immensa, eterno amore alla santa Trinità! Amen.

Terminato l’inno si resta ancora un poco in silenzio davanti al tabernacolo. Poi fatta la genuflessione si ritorna silenziosamente in sacrestia. L’altare della celebrazione viene spogliato dei fiori, dei ceri e delle tovaglie.

[1] In terra d’Egitto. Nella terra di schiavitù è celebrata la prima pasqua; la seconda pasqua, registrata dalla Scrittura, è celebrata al monte Sinai (Nm 9,1-5); la terza nella terra promessa, nella pianura di Gerico e di Gàlgala (Gs 5,10-11). La Pasqua scandisce le tre grandi tappe dell’Esodo. Celebrata in Egitto, essa è annuncio profetico di quella del Sinai e della Terra. La Pasqua è memoriale, che ricorda a Dio le meraviglie compiute e lo sollecita a portare a compimento il suo disegno e ricorda a noi la nostra redenzione, sollecitandoci alla lode e al ringraziamento.

[2] L’inizio dei mesi. È terminato un periodo, quello in cui Mosè ed Aronne hanno compiuto tutti questi prodigi in faccia al Faraone (11,10).

[3] Non solo si è in gruppo ma tutti gli Ebrei fanno la stessa cosa nello stesso giorno. È una cena liturgica e vi è uno stesso rito compiuto con la stessa fede. Lo stesso accade per l’Eucaristia, memoriale della Pasqua, che è mistero e sacramento della Chiesa, come ci è ricordato nella Didachè: «Come questo frammento era disperso sui monti e raccolto è divenuto uno, così sia raccolta la tua chiesa dai confini della terra nel tuo regno» (IX,4).

[4] Un agnello per famiglia (lett.: casa dei padri) e se questa è troppo numerosa, un agnello per casa cioè secondo le singole famiglie che formano quel casato.[CAL]. Non si può mangiare l’agnello da soli perché la celebrazione della Pasqua esprime la comunità, come l’esser insieme. Tutti sono radunati per mangiare la Pasqua.

[5] L’agnello condiziona il numero dei partecipanti. Qui si presenta la situazione contraria a quella precedente. Esso è al centro e determina la partecipazione dei commensali secondo il cibo che può dare. Gesù, il vero Agnello è in grado di sfamare tutti e quindi ha in sé la capacità di riunire tutta la sua Chiesa nell’unico sacrificio e nell’unica mensa.

[6] Nato nell’anno (lett.: figlio dell’anno) anche se non ha un anno completo. L’agnello viene immolato nel plenilunio perché Cristo è venuto nella pienezza dei tempi (Gal 4,4) (Ruperto). L’agnello è immolato da tutta l’assemblea del ceto d’Israele cioè dai capifamiglia secondo il diritto trasmesso dai patriarchi. Al tramonto (lett.: tra i due vespri) Tg: tra i due soli; il primo vespro è quando il sole declina verso il tramonto e il secondo quando è al tramonto (presso a poco dalle 15 alle 17); altri interpretano dal tramonto alle tenebre della notte (CAL).

[7] Il sacrificio, della Pasqua, si arricchisce di significati nuovi. Gli azzimi (tradizione agricola); il pane azzimo acquista il seguente senso: esso è legato al concetto della novità (il lievito è tutto ciò che ci lega al vecchio). Fare il pane azzimo significa rompere col passato. Con la Pasqua s’inizia il tempo nuovo (vedi Paolo 1Cor 5,6 s.).

[8] Precisa il modo di mangiare l’agnello. Nella Pasqua vi è anche la fretta, non c’è tempo. Quando le cose nascono da Dio bisogna inserirsi nell’azione di Dio quando Lui lo vuole.

N.T. Ef 6,14; Lc 12,35; 1Pt 1,13.

[9] In Sap 18,12-14 il passaggio del Signore avviene tramite la sua Parola, che contrappone i figli dei santi e gli iniqui. Da una parte la Parola di Dio ha fatto “santi” coloro che erano riuniti attorno a sé mentre gli altri furono uccisi. Quando Dio opera il giudizio si salvano solo coloro che la sua Parola e il sangue dell’agnello hanno radunato insieme per fare la Pasqua.

[10] 1Cor 5,7; 1Pt 1,19; Ap 5,6; Gv 19,36. Il ricorso rituale della Pasqua per spiegare il senso della morte di Gesù, immolato come l’Agnello della nuova Pasqua s’imponeva in virtù delle stesse intenzioni di Cristo.

[11] Memoriale (zikkaròn) (cfr. Lv 24,7). La traduzione di zikkaròn con memoriale è insoddisfacente, poiché la radice della parola ha, nel pensiero ebraico, una risonanza quale non ha nella nostra lingua nessuna parola nel genere di memoria (memoriale, reminiscenza, commemorazione, ricordo, anniversario ecc.). Alla base della differenza sta la diversa concezione del tempo. Nella divina Scrittura il tempo come memoriale, contiene in sé l’efficacia salvifica dell’avvenimento celebrato. Ogni generazione diviene contemporanea all’avvenimento in virtù del memoriale. Lo stesso accade nei divini misteri della nostra liturgia.

[12] La notte dell’origine della Cena del Signore non è più chiamata la «notte di Pasqua» ma la notte in cui veniva tradito. Si rileva la sua consegna, il cui primo anello è costituito da Giuda. Attraverso queste successive consegne, Gesù è dato anche a noi. La sua consegna, anche nelle mani di Giuda, è il segno dell’amore, che diventa norma per il discepolo.